Uno scritto di Slivia Delaj

Adesso torna in mente quel giorno.

Lei e le altre bambine al seguito della sposa. Lei, con i capelli neri.

Nel vederla esclamavano: e questa cosa c’entra?

E lei schiva, come in colpa. Come a scusarsi.

Sì, in mezzo a quelle bambine tutte uguali e bionde. Con i capelli fini e la frangetta, e gli occhi azzurri. E saltellanti e garrule.

Lei era umbratile.

In seguito comprese che non voleva i capelli biondi, ma la loro frivolezza e la loro levità.

Ugualmente pianse e pianse al liceo a leggere Tonio Kroger.

“Ma il mio amore più profondo e più segreto va a coloro che sono biondi e hanno occhi azzurri, che sono chiari e viventi, ai felici, a coloro che sono amabili e usuali.”

Ancora adesso se qualcuno le si rivolge con bontà, crede non stia parlando con lei.

Imparò. Distinse le smorfie dalla sostanza.

Vide le parole. E vide che rimanevano tali.

Sì, perché spesso può sembrare che quelli che parlano le pensino le cose che dicono e che, quindi, le facciano.

Ma quasi mai i verba si fanno carne.

Rimangono lì, le parole, a lusingare e a sedurre.

E lei le lasciò lì. Sempre.

Proseguì.

Non ha mai confuso le storie sentimentali con l’amore.

E di quest’ultimo non sopporta quell’immagine romantica, un po’ infantile e un po’ mielosa.

Qualcuno dice: da alpha privativo, a-mor(t)e.

Sottrarre morte. Finché si può.

Che sia questa la chiave di tutto?

C’era un temporale quella notte. E loro in trasfusione diretta. Da braccio a braccio.

I tuoni spaccavano qualcosa dentro. I lampi erano viola e arancioni.

Ha provato tante altre volte quel frastuono, quei tuoni e quella lacerazione.

Quel senso di irreparabilità. Abbagliante. Viola e arancione.

Cos’hai adesso?

Paura.

Ci sono io.

Sì, ci sei tu.

“Questo è il dolore della vita: che si può essere felici solo in due.”

Tu non puoi fermare il tempo.

Siamo un insieme di sostanze chimiche a contatto con agenti chimici. Io lo so.

E i sentimenti? Reazioni chimiche.

Produzione o diminuzione di endorfine, scatenamento di dopamina … serotonina … e che altro diavolo.

Eppure un giorno, quando mi ammalai, mi misi in testa di capire quando tutto fosse cominciato. La prima mutazione.

E se ero su una spiaggia, o se stavo mangiando la pizza …

Allora ho preso un treno. E sono andata sul luogo dove secondo me è cominciato tutto.

L’ho fatto una volta sola. Ma l’ho fatto.

(“ … ogni delirio ha le radici nella storia personale di quel solo individuo che lo dichiara.”)

E mentre ritornavo e correvo … Ehi, vuoi ancora essere bionda?

No.

Perché c’è ancora quel fragore dentro.

Viola e arancione.

I colori del coraggio.

Silvia Delaj