e-state book – Un Segreto nel Lago di F.C. Amber

F.C. Amber è una sorpresa nota, cioé attesa. Non è poi del tutto un controsenso: la sorpresa c’è stata perché questa storia per giovani e ragazzi mi ha stupita e affascinata, ero abituata a una scrittura di F.C. Amber molto più adulta. Adulta cioé per adulti, senza implicazioni necessariamente “proibite”. La sorpresa è però “nota” perché il talento poliedrico, imprevedibile, geniale di F.C. Amber, pseudonimo dietro il quale si cela uno scrittore, sceneggiatore, compositore italiano la cui strada si è incrociata con la mia per un fortunatissimo caso della vita, riserva moltissime soddisfazioni nelle forme meno prevedibili.
Una storia per ragazzi, questa è proprio una novità! Che F.C. Amber scriva storie come questa mi coglie impreparata. Meglio così: il secondo ebook inedito dopo “E’ il mio racconto si stacca completamente per toni e argomento, spazia entro e fuori altri confini, addirittura è dedicato a un pubblico diverso.
Con lo stile di F.C. Amber, che ho amato subito e che, per gli occhi attenti, non si celerà così a lungo dietro uno pseudonimo!

Un Segreto nel Lago, di F. C. Amber
Dove porta il passaggio segreto che Simon ha scoperto nella vecchia rimessa delle barche? Chi e’ la nuova ragazzina arrivata da poco nella casa abbandonata? Sono solo racconti per bambini, o
esiste davvero il leggendario tesoro dei pirati? Perduto tra i nascondigli sotterranei del lago si cela un mistero che nessuno e’ mai riuscito a svelare.
Nella loro prima avventura, Simon, Emy e Sammy partono alla ricerca di un sogno che li farà diventare i “Treasure Hunters”.
Tra cunicoli segreti, pericoli e indovinelli rompicapo la caccia ha inizio.
Riusciranno i nostri tre amici a risolvere gli enigmi che li condurranno al tesoro, e a lasciarsi alle spalle i minacciosi inseguitori che a ogni passo cercheranno di ostacolarli?

  Un segreto nel lago (333.7 KiB, 254 hits)

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“e-state book”, scopri di cosa si tratta!

Il mio primo e-book, l’ho regalato alla rete.

La beatitudine è avere trovato il  tempo per leggere e confrontare. Il problema di tanti non è trovare il tempo, un tempo e basta: ci deve essere qualcosa in questo tempo, deve esistere la possibilità di usarlo con soddisfazione. I più concreti direbbero “con profitto”. Insomma, quando si capisce che non tutto è imputabile alla contingenza, che il tempo manca se vogliamo lasciarlo al margine perché non dedichiamo sufficiente priorità ad alcune presunte “passioni” abbiamo due strade: rassegnarci o cambiare le cose. La vacanza aiuta: offre il tempo, il modo e il silenzio. Perché il tempo deve essere intriso di modo e usato grazie al silenzio. La vacanza può scatenare la consapevolezza, e farsi seguire da un reale miglioramento della vita: dicevo all’inizio che la beatitudine per me è leggere e confrontare, cioè avere la mente ferma sul contenuto e sul ricordo di ciò che si è letto in ambito simile, magari con pareri o oggetti diversi. Leggevo, in questi giorni caldi o piovosi o divertenti per qualche tromba marina fuori luogo (ne ho filmata una con il telefono a Baratti, nessuno degli amici cui l’ho inviata è riuscito a notarla), che il romanzo è morto. Morto, non agonizzante: proprio morto. Ora, i lettori più affezionati conoscono probabilmente il bisogno di concretezza che mi cade addosso quando leggo un’iperbole: come fa a essere morto, il romanzo che in ogni angolo, ogni libreria, ogni negozio reale o virtuale occhieggia e ci pone nell’imbarazzo della scelta? Possibile che siamo invasi da libri definiti, palesemente oppure no, “romanzi” e non ci siamo accorti che invece sono tutti morti?
E’ ovvio che la provocazione, a dire la verità un po’ stantia perché riproposta ciclicamente nelle pagine culturali dei quotidiani o su qualche rivista di settore, serve per farci pensare alla qualità dei romanzi. A cosa sia il romanzo, e se esista ancora nelle forma che ci ha cresciuti, formati, creati quali i lettori che siamo oggi. Quindi, senza banalizzare, la domanda può essere lecita: il romanzo è vivo o morto?
Ciò che leggiamo attualmente può essere definito romanzo o è altro? Molti autori di rilievo hanno scritto riflessioni interessanti, ne sono uscite alcune che ho tenuto per ripensarci successivamente e altre che avevano lo scopo palese di pubblicizzare romanzi in uscita la cui popolarità nasce già da gradini molto alti perché il paginone di critica-aspettativa-scetticismo con il titolo, l’autore e la data di pubblicazione negli Stati Uniti (o in Francia) e in Italia (nonché gli editori specifici nei diversi Paesi) è meglio di una recensione plaudente. Qualcuno, sul Corriere della Sera, ha avuto il coraggio di dire “guardate che in Italia abbiamo eccellenti scrittori, e non sono solo gli under-40 del Domenicale del Sole 24 Ore”: ho rilanciato sulla mia pagina Facebook quell’articolo e raccolto due riconoscimenti, in tempo di vacanze e considerando che la moda questa estate imporrebbe di non abbronzarsi e continuare a osservarsi l’ombelico non è male. Anche qui si ipotizzavano forme espressive diverse rispetto al romanzo classicamente inteso, però a me piacciono le voci che sanno trovare la verità positiva nella critica; si può essere a pieno titolo un intellettuale (Umberto Eco definisce l’intellettuale su alfabeta2, e mi piace ripetere che intellettuale è chi lavora seduto e scrive, con funzione critica e creativa) anche senza disintegrare l’esistente e rifiutare il progresso della cultura.

Ciò che mi ha invece stupita è che da più parti si sia detto che la morte del romanzo sia anche legata allo sviluppo tecnologico dell’editoria e agli ebook. Non sono proprio riuscita a trovare una logica in questo sospetto di correità ebook-tecnologia nell’assassinio del romanzo. Poco tempo fa, una revisione del concetto di intellettuale mi ha appassionata molto (“la Repubblica”) per la lucidità, la serena accettazione di un’importanza forte dell’intellettuale anche in una comunicazione che coinvolge sempre più i nuovi media. In fondo, basta accettare che la scrittura sia scrittura in sè, e non dipenda dal mezzo che si predilige per farla leggere. Quando ho letto voci importanti dire che gli ebook decretano la fine del romanzo, ho afferrato il mio Kindle e provato a trovare nei romanzi che ho acquistato di recente qualcosa che mi indicasse che no, quello non è il libro cartaceo che in ogni caso presto riceverò a casa (ammetto di leggere ebook e libro cartaceo, il più delle volte, non ho un’evoluzione mentale eccessivamente rapida): non ci sono scritte le stesse cose, non le posso leggere nè sottolineare nè commentare a margine? Ho provato a trovare il segno del non-essere che marchia indelebilmente l’ebook rispetto a un libro di carta. Questo segno non c’è. L’ebook si può leggere, commentare, evidenziare, e si può perfino piegare la pagina per tenere il segno. E il mio stupore è di conseguenza aumentato: si può odiare la trasformazione che, in ogni caso, porterà i libri a generazioni sempre più tecnologiche, la si può disconoscere o non capire, ma come si può affermare che un mezzo, un semplice mezzo, crei una differenza nella sostanza?
Non che sia importante per voi saperlo, ma se posso scegliere tra ebook e libro cartaceo scelgo il cartaceo: troppo radicata la passione, ho troppo bisogno di toccare e annusare e sfogliare con il fruscio delle pagine per guarire all’istante o immaginare che rinuncerò in futuro. E nella pubblicazione è lo stesso: i libri che ho pubblicato, quelli che pubblicherò sono principalmente di carta, li vivo così.
Però se leggo che un romanzo è uscito oggi negli Stati Uniti e posso già averlo in ebook invece di aspettare febbraio 2011, non ho esitazioni: scarico, pago e leggo sul Kindle o su iPad. Trovo che sia meraviglioso: la mia passione per il libro ha adesso due forme di lettura, la carta e l’ebook. Sono fortunata e ricchissima per questo, posso scegliere e accedere rapidamente al piacere che cerco: figlia quarantenne di questi tempi, non esiste dubbio.
Arriviamo a noi, a “E’ il mio racconto” e al numero impressionante di lettori che in poco più di quindici giorni l’hanno scaricato. Vi sono grata, sono molto felice e anche un po’ stupita: quando mi è venuta l’idea di scrivere una storia (riprendendone un’altra del 2006, ma modificandola molto e ampliandola, tagliando e suturando lo stile con ciò che sono oggi) da trasformare subito in ebook, una storia da regalare, ho temuto di scontrarmi con l’agosto e il caldo e le assenze di attenzione e voglia di leggere. Timore del tutto inusuale per me: ho salda la convinzione che tanti leggano, e ancora di più usino l’estate per immergersi in una storia che li faccia volare con la fantasia. Ma tant’è, avevo un po’ di insicurezza, può capitare. Ho chiesto aiuto a Sara Caminati, angelo creativo e geniale, e ho visto nascere l’ebook. Il regalo per voi. Nei giorni, ho visto che tanti scaricavano il file, ho ricevuto commenti nel sito internet, su Facebook e messaggi email. Addirittura, qualcuno si è lamentato via email dall’Arizona perché iPad non riesce a salvare il file anche se lo fa leggere perfettamente! Che gioia (il problema con iPad spero verrà risolto, stanno studiando la cosa), e non solo per l’amore che ho per ciò che scrivo: che gioia perché vedo ogni giorno la dimostrazione che siamo interessati, evolviamo insieme e più della tecnologia, riusciamo ad apprezzare la lettura anche nelle sue forme più bizzarre (gratis? e su internet?) e non convenzionali. La lettura in sè. La scrittura in sè.
Grazie a tutti, quindi, grazie a chi ha letto “E’ il mio racconto” e a chi lo leggerà. Grazie a chi l’ha condiviso su Facebook e nei siti internet e a chi vorrà condividerlo come, dove e quando gli va: un regalo è un regalo, e come ogni libro diventa proprietà di chi lo legge.

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lontano dal sole

La testa è inclinata, i capelli si spostano a sinistra compatti, fili di seta scura che, ne è certa, emettono un fruscio fresco. Di vento. Le viene voglia di ritrarli, ma è solo un attimo. La voce la distrae.

-       Questo?

Si sposta e la va accanto. Indica con la mano.

-       E’ recente. Una natività. I colori sono la vita, l’aurora della vita. Ciò che nasce, bambino o animale o pensiero, è chiarissimo, quasi bianco, là in fondo, nell’angolo a destra.

-       Perché nell’angolo e non in centro?

-       La luce si irradia da là, vede? E’ bianca e pura, dall’angolo illumina il resto della scena. Nessuno nasce nel centro, si è tutti marginali. Anche un pensiero nuovo è marginale, è il tempo a stabilire che posto occuperà nel mondo. O nella testa, che è un mondo in ogni caso.

-       Se la pensa così. Secondo me invece la nascita è l’unico momento in cui si è al centro, poi ci si fa da parte e si occupa una posizione defilata.

-       Dice?

-       Defilata o comunque al margine di qualcosa o qualcuno. Ma si nasce al centro: tutti lì a vedere, non si parla di altro, si è protagonisti assoluti. Le madri vanno in depressione per questo: nasce il figlio e diventa il centro, e la madre finisce in fondo. E’ capitato anche a me, ma mi è passato in fretta. Al centro, mi dia retta, si nasce e si è al centro.

Non le risponde. La sua natività è all’angolo destro e là deve restare. Le piace che Silvia osservi e parli, le piace anche che non sia d’accordo. Le piace perché non fa molta differenza. La vede camminare, getta un’occhiata fuori dai vetri e socchiude le palpebre. C’è troppo sole, non si può guardare fisso. Si ferma davanti all’olio grande, occupa mezza parete ed è seminascosto da un lenzuolo.

-       Cosa mi dice qui?

La raggiunge.

-       Non so, cosa dovrei dire? E’ un uomo, e ha il passato dietro la spalla sinistra. Osserva qualcuno fuori campo, continuerà a osservare zitto per tutta la vita.

-       E la donna?

-       E’ un’ombra, appena accennata. Sposti il lenzuolo se vuole, capirà che è un’ombra. Dipingo le ombre e sono sogni, oppure ricordi. Non sono corpi.

-       Sì, vedo. Lo abbraccia. E’ una donna che lo ama.

-       Ha bisogno di lui, lo ama, non so. Non c’è confine.

-       Confine?

-       Significato, volevo dire.

Silvia si accosta al quadro, si sporge.

-       Stia tranquilla, non lo tocco.

-       Non c’è problema. E’ asciutto. E so che non lo tocca.

-       Sa che per l’articolo che voglio scrivere questo è perfetto? La natività, senz’altro, ma questo va messo tutto, deve occupare uno spazio grande nella pagina. Lo dirò alla fotografa che verrà da lei, le raccomanderò questo.

-       Perché?

-       Non so, dice qualcosa. Mi piace.

La aiuta. Sposta ancora il lenzuolo e Silvia si raddrizza, non smette di fissarlo.

-       Sì, mi piace proprio. Quanto costa?

-       Deve chiedere al mio agente, non lo so.

-       Ma dai, come fa a non saperlo?

-       Non mi occupo di queste cose, mettono ansia. Soldi, amministrazione, non ce la faccio a reggerli.

-       Si vive anche di questo.

-       Certo, ma preferisco che qualcuno mi aiuti.

-       Artista vera, a quanto pare.

Alza le spalle, fa ricadere il lenzuolo sul quadro, che si copre a metà. Silvia fa un gesto improvviso, scatta verso di lei. O ancora verso il quadro, non lo capisce.

-       Ferma! Aspetti! Elena, si fermi un attimo, tiri via il lenzuolo.

Obbedisce, le fa vedere e aspetta. Gli occhi girano, le mani vanno vicinissime e sembrano accarezzare, senza toccarlo. Il naso piccolo e affilato sparisce quasi contro la tela.

-       Elena, senta. Quest’uomo assomiglia a qualcuno.

-       A qualcuno? Non saprei. Ho usato una fotografia, e immagini mentali.

-       Una fotografia di chi?

Resta ferma. E non dice niente. Silvia sorride, volta la testa e guarda lei. Finalmente guarda lei e smette di torturare il quadro.

-       Dai, su, l’ho riconosciuto. E’ evidente che si tratta di lui, è chiarissimo.

-       Lui chi?

-       Lui, Scambi, il politico.

Solleva le sopracciglia. Fa due passi indietro. La luce che piove dai vetri le colpisce la fronte, si sposta subito per togliersi dal sole. Non le piace che il calore le renda rosse le guance, detesta che la sua pelle sia rossa.

-       Scambi? No, direi di no. Non è lui il modello iniziale.

-       Certo che è lui, e questo rende il mio articolo una bomba! Non la lusinga? Scambi ha posato per lei.

-       Ma no! Guardi che non è vero, non lo conosco, lui non è…

-       Non è cosa?

-       Non è il soggetto, ho usato una fotografia di qualcuno che non è lui e l’ho trasformata. Pensi quello che vuole, ma non dica nell’articolo che ho ritratto Scambi perché non è vero.

Silvia la segue, mette una mano sul suo gomito. Ha un brivido piccolo, lo nasconde. Il contatto non le piace, non le è mai piaciuto che la gente la toccasse. Accetta, cerca gli abbracci se hanno l’amore dentro, e devono essere nascosti. Occulti, scuri, segreti. Mai al sole, per esempio. Quando incontrò Luca a Sassari, la prima volta, volle che si togliesse dal sole per parlare con lei, e ancora, quando le chiese di uscire, dovette nascondersi nell’angolo di una chiesa, nel centro di Piacenza. Niente sole, l’ha imparato: stanno insieme al buio, con la luce artificiale di una abat-jour o le candele. Mai al sole, non sopporta che le tocchi la pelle, e rifiuta l’idea che qualcuno li veda. Si sposta dalla mano di Silvia e prova a farlo morbida, perché non si senta rifiutata. La gente crede di essere rifiutata e si offende, non è il caso di offendere una giornalista che vuole scrivere di lei.

-       Coraggio, Elena, lo ammetta. Ha ritratto Scambi. E’ impossibile che non sia lui, sono quasi identici. Come l’ha conosciuto? Dove? Non sapevo che lui avesse la passione per l’arte. Che rapporto avete, siete parenti? Amici? Amici o qualcosa in più? Se c’è qualcosa in più non lo dirò, prometto che starò zitta e mi limiterò a parlare del quadro. Giuro. Dica, per favore, è anche nel suo interesse. Ma si rende conto che un modello come lui le porta un botto di popolarità?

-       Un botto di che?

-       Popolarità. Non mi dica che è così ingenua perché non ci credo, viviamo tutti di immagine e di passaparola. Figuriamoci, lei ha qui in studio un ritratto gigante di Scambi e tenta di farmi credere che non vuole usarlo. Capace di averlo piazzato lì apposta per me!

Dovrebbe offendersi. Luca la scuote quando nota che non reagisce alle provocazioni, la ama ma la scuote con violenza, e la fa male.

-       Possibile che non trovi la cattiveria? Ce l’hai di sicuro, tutti l’abbiamo. Svegliati, se ti provocano fai qualcosa! Sputa, picchia, rispondi a tono, muoviti!

Qualche volta ha voluto metterla alla prova. Ha detto cose che avrebbero dovuto farle male. E lei le ha prese e mandate giù, l’ha ignorato. Ha preso i pennelli, una tela pulita e schizzato qualcosa che poi ha gettato via. Perché l’idea non era dipingere sul serio: voleva che se ne andasse e non pensasse più alla sua inerzia (la chiama così), e ritornasse dopo qualche giorno con la voglia di fare l’amore al buio e niente altro. Fare l’amore. E basta. Luca è amore, è la passione che altrimenti non sa dove mettere. Dipinge per ore, dimentica il tempo e la notte e i giorni che si accavallano uno sull’altro, poi alza la testa e la sente. La tensione. La sente in fondo al ventre, le strozza il fiato. Non sa fare altro: dipinge e fa l’amore con Luca. Quando Luca è con lei, altrimenti lo cerca al telefono e scambia con lui sms che non andrebbero scritti.

-       Non dovremmo, se qualcuno li leggesse…

Eppure vanno avanti, e scrivono l’amore e il sesso e i sogni nelle parole che con le dita formano sui telefoni, poi rotolano al buio, le persiane chiuse a filtrare il sole che non deve entrare, e sudano uno addosso all’altra. Fare l’amore e dipingere, qualche volta bere acqua senza bollicine e mangiare ciò che trova.

-       Come ti tieni in piedi?

Luca non bada a questo, fa la domanda e se ne dimentica. La prende, entra in lei e ripete, ripete, ripete i gemiti e il desiderio, poi esplode e la fa urlare. Luca. Che la ama lontano dal sole.

-       Non so come convincerla. Non è Scambi. Se vuole possiamo interrompere l’intervista, ma non mi farà dire cose che non sono vere.

-       Non è lei a dirle, sono io.

-       Non è virgolettato, quindi.

-       Ahah! Vede che ne sa più di quanto ammette! Non è così eterea, allora. No, niente virgolettati per Scambi. Mi ha raccontato la sua vita, so che non ha un compagno e non lo vuole, e non ha neanche una compagna visto che non si può mai escludere niente. Parlo dei quadri, delle impressioni che ho, dei colori. E di quello. Lo faccio fotografare e lo metto grande, mi piace. Ci vuole. Dirò che assomiglia a Scambi, per me.

Alza le spalle, per la terza o quarta volta. Sente le ossa spostarsi, si sente sciocca. Ma Luca le ha insegnato che deve fare così. Se andasse avanti nel discorso, se tentasse ancora di portarla dove vuole, cioè ad ammettere che l’uomo del quadro non assomiglia affatto a Scambi, otterrebbe l’effetto opposto. Deve fregarsene, offrirle un caffè o un altro bicchiere di acqua con il ghiaccio dentro, le sono piaciuti i cubetti variopinti che ha tirato fuori dal freezer. La farà bere e cambierà discorso.

-       Come l’ha conosciuto?

-       Un altro po’ di acqua? Come ho conosciuto chi?

-       Scambi, perché ha quella donna che lo abbraccia ed è un’ombra, un sogno? Sa che la donna assomiglia a lei?

-       Andiamo proprio di fantasia. La donna, il sogno, ha i capelli biondi e lunghi. Li vede? Oltre la cintola. I miei sono rossi e a spazzola, veda lei.

-       Idealizzazione.

Ride. Versa tre cubetti (verde, rosso, giallo) in un bicchiere pulito, un bicchiere alto con lo smeriglio che confonde i colori, e butta giù un fiume di acqua. Le piace il rumore dell’acqua.

-       Idealizzazione. Tutta la mia pittura lo è.

-       Anche Scambi?

-       Non è Scambi.

-       Accidenti, non molla.

-       So parlare con i giornalisti, mi riesce facilissimo quando la mia versione è l’unica vera. Lei, Silvia, può interpretare come vuole ciò che vede, in fondo nell’arte è così. L’opera cessa di essere dell’autore e diventa di tutti. Di chi la usa, cioè la vede. Insomma, anche un po’ sua, quindi può liberamente decidere di proiettarci dentro il suo mondo. E se vuole Scambi non posso impedirglielo. Però la verità, la mia verità, è un’altra.

-       Ammesso che voglia dirmela, la verità.

-       Cioè?

-       Cioè secondo me quello è Scambi e i lettori saranno d’accordo con me.

-       I lettori vedranno ciò che lei vorrà mostrare. E’ come nella letteratura: non è il gusto del pubblico e orientare la scelta dell’editore. L’editore decide cosa renderà culto per il pubblico. Funziona così. Lei mostrerà il quadro, dirà che secondo lei è Scambi anche se oggettivamente non lo è, e la gente le andrà dietro.

-       Mi mostri la foto originale, allora.

-       Non vedo perché. L’ho buttata, aveva esaurito il compito. Non serviva più.

-       Guarda caso.

Le porge il bicchiere, la guarda mentre beve. Un piccolo rivolo di acqua scende per pochi millimetri dal labbro inferiore. Luccica.

-       Quando verrà la fotografa?

-       Domani. Le raccomanderò…

-       Di inquadrare bene quell’uomo che pubblicizzerà come se fosse Scambi. Ma che rilevanza ha?

-       Per me? Beh, l’articolo avrà il doppio dell’effetto, e sarà ricordato. Il novantanove per cento degli articoli si dimentica dopo due settimane. Per lei sarà un’iniezione di curiosità notevole, il pubblico vorrà cercare la relazione tra lei e Scambi. Mi ringrazierà.

-       Ma per favore.

-       Che importanza ha, scusi? Ha detto che non ha un compagno che può arrabbiarsi.

-       Forse la moglie di Scambi sì, se ne ha una.

-       Certo che ne ha una, tutti i politici devono essere accasati. Altrimenti si tirano addosso i peggiori sospetti. Corrotti magari, ma impotenti mai.

-       Ah, certo, e la moglie di Scambi allora?

Silvia ha una smorfia noncurante, recupera la borsa da una sedia e appoggia la mano sulla maniglia della porta, la abbassa ma non apre.

-       Le importa sul serio? Se non è Scambi, se non lo conosce, cosa le importa della moglie?

Le va vicino, ma il sole entra dai vetri e le colpisce il viso. Porge la mano in fretta per scappare.

-       Va bene, faccia lei. A presto, grazie di tutto.

La segue con gli occhi, la porta si chiude e la serratura automatica scatta. Respira. Che sciocchezza, scriverà un articolo sui suoi quadri e insinuerà il pettegolezzo. Se il quadro non fosse stato nella stanza non sarebbe accaduto, ma come avrebbe potuto immaginarlo? Un uomo, è solo un uomo, e pende dalla tela con la testa da qualche parte, le braccia di una donna effimera e bionda sulle spalle, il suo alito immaginario alla base del collo. Scambi, che idea.

Porterà voci e insinuazioni, l’articolo farà il giro di mani e sospetti. Il quadro viaggerà oltre i normali canali, non sarà più arte ma oggetto di scandalo. E rumore, troppo rumore.

Scambi, che idea. Un politico. Scambi. Ci credereste? Proprio lui, Luca. Luca Scambi. Che idea.

monologo di un DNA XY

Di tutto ciò che potrei scrivere, niente va bene. Ho abbandonato i libri su una sedia, perso la borsa da qualche parte sul pavimento e cercato i segni del suo passaggio. Quando sono uscito da casa questa mattina ero sicuro che sarebbe venuta: lo sentivo, sapevo che avrebbe aperto con le chiavi che lo ho dato e annusato l’aria, ispezionato ogni angolo per trovare le tracce che voleva. L’ho immaginata vestita bene, con la camicia aperta sul seno e i tacchi tolti subito, al di qua della porta. L’ho vista camminare piano, prima, per essere certa che non ci fossi, poi con maggiore sicurezza: deve avere chiamato il mio nome, appena dentro, due o tre volte, poi ha lavorato in silenzio. Ha sfiorato il mobile cinese all’ingresso, lanciato uno sguardo alle chiavi della macchina e contato: una, solo una, quindi ero uscito sul serio. Poi ha osservato il divano, liscio come se nessuno si fosse seduto, e tirato dentro l’aria. Annusa, annusa sempre. Riesce a captare il profumo di Lucilla anche quando ho aperto le finestre e spinto fuori i ricordi con le mani aperte.

-       E’ stata qui.

Lo dice senza inflessione, senza considerarla una domanda. Afferma, spiega l’inevitabile. Cerca Lucilla con il naso, poi usa gli occhi e le mani, e mi mette di fronte alla verità che ha deciso di confezionare senza offrirmi appello. Così ha fatto oggi, sono sicuro.

Ieri sera Lucilla è uscita con me, le ho offerto il solito passaggio a casa. Poi in macchina ha allungato la mano sui miei pantaloni. Era il suo giorno, lo sapevamo entrambi e in fondo, se ci penso, accetto che lo sappia anche Enrica: sono troppo metodico e regolare, divento prevedibile, i giorni dedicati alle donne restano sempre gli stessi. E le forze che risparmio, anche. Tanti anni fa, non voglio contare quanti, un’amante disse che non riesco a nascondere il tradimento perché si legge nella mia regolarità, nel metodo inflessibile della mia agenda, e nell’aria che si respira quando si è con me. Non so se sia vero, ma Enrica ha confermato tutto. E questa mattina è venuta a casa mia.

Enrica è la più ostinata e ingenua di tutte, è quella che non sa rassegnarsi. Il controsenso del suo amore si scontra con l’evidenza: nego tutto, nego fermamente che Lucilla sia ancora una donna con cui divido il letto, e lei finge di credere. Vuole che sia così, mi chiede la bugia ogni volta che perde il controllo tra le mie braccia. Eppure le scatta un click in testa, un radar o chissà cosa, e non ce la fa a restare ferma troppo a lungo nella stessa posizione. Esplode nel delirio dei sospetti e del tormento anche quando non esiste il motivo. Sarà che Lucilla ci mette del suo: fingo di non accorgermi, ma conosco bene la tattica. Le donne sono tutte uguali. Una parola, una piccola allusione, oppure un racconto innocente buttato lì fingendo di ignorare. Si fanno male come iene, si feriscono reciprocamente per vedere chi rimane. Nella guerra dei nervi divento un oggetto, e non se ne rendono conto. Insomma, Lucilla e le sue allusioni alla nostra confidenza, alla frequentazione quotidiana, ed Enrica e la gelosia che si scatena con la medesima passione animale dei momenti erotici. Annusa, sente l’odore delle altre e si tormenta, e tormenta me.

Questa mattina ho tolto dal letto le lenzuola, le ho buttate nella lavatrice e l’ho avviata, ho sprimacciato i cuscini nudi e controllato il bagno. Sono perfino andato nella spazzatura per togliere le capsule del caffè: erano troppe, Enrica avrebbe capito che qualcun altro, oltre a me, aveva fatto colazione. Per tutto il giorno ho ascoltato i ragazzi all’università, ho stabilito punteggi, promosso e bocciato, e ho provato a non pensare. A non immaginare. Ma quando gli occhi si spostavano dai volti inquadravano l’incubo di Enrica a casa mia, delle sue mani in ogni piega, negli angoli che non ho previsto. Soprattutto, l’orrore delle sue lacrime. Perché la sua è una gelosia intrisa di rabbia e lacrime. Non vuole capire che non ha importanza, che posso amarla anche senza prendere solo il suo corpo, senza entrare e uscire da lei, e lei sola. Certo, non mi sogno di dirglielo: tento di propugnarle la storia dell’esclusiva, le dico che è la mia unica donna, ma nella testa mi chiedo quanto sia importante. Che cosa significhi avere la certezza del possesso. Non riesce a vedere chi sono, e cosa faccio con lei? Non sa provare, una volta sola, la fiducia che mi aspetto?

Cazzate, sto divagando. Ho girato qua e là, appena rientrato a casa, e ho visto che è stata qui. Attentissima, non ha spostato niente, ma il suo passaggio è tanto evidente che potrei descrivere i passi, le linee oblique e rette e spezzate che ha creato con il corpo pieno e teso, geloso fino a stare male. Ha frugato, ha sofferto, forse ha pianto. Non riesco a guardarla quando piange. La spingo via, voglio farle male. Perché non voglio notare che il corpo di Lucilla tra le mie mani, le sue labbra su di me le riempiono i pensieri. E prima o poi la faranno fuggire. So che andrà via, e non potrò fare niente per fermarla. Gioco sulla cattiveria delle reazioni, metto in dubbio ogni sua parola (anche quando dentro di me riconosco la verità, e la cattiveria di Lucilla) e la aggredisco prima che sia lei ad aggredire me. Perché ancora la spavento, è ancora cieca e sorda e persa di amore e mi permette di tacere a lungo, di non cercarla e non risponderle al telefono, autorizza la crudeltà che le vomito addosso per evitare di pensare. E finirà, prima o poi. Appena si renderà conto che il piacere che prende nelle notti feroci cui nemmeno io posso rinunciare non compenserà il dolore, e la frustrazione delle mie bugie.

Mi sono seduto a scrivere, e Lucilla ha chiamato per salutarmi. Lo fa spesso, e a lei rispondo. Anche se sono stanco, anche se ogni granulo di tempo e attenzione che le dedico è tolto a Enrica. Che non immagina di essere nella mia testa, non se lo aspetta più. Fa saltare in mano le chiavi di casa mia e si chiede perché, perché tutto sia iniziato se a me non interessava. Si domanda perché non risponda ai suoi messaggi e le dica solo ogni tanto che le voglio bene. Se sapesse, se solo si fermasse a riflettere forse capirebbe, e smetterebbe di piangere e arrabbiarsi per ciò che non ha senso. Ma non può, non ha altro che le insinuazioni di Lucilla e miei silenzi duri come cemento. Vorrei scriverle questo, adesso, e non posso. La vita va dove deve, non ho la forza di farle cambiare strada. Per questo, ogni parola possibile è solo vento.

invecchiamo perché gli altri ci avvisano

Ma sì, che si scrive. Questa sera si scrive. Ho visto il tizio che nello spot pubblicitario di un caffè (decaffeinato) scrive con molto piacere la sera, accompagnando la scrittura al caffè, e ho pensato “Lui sì e io no?”: vedete come l’emulazione conti in ogni gesto?

Una riflessione che gira nella mia testa è che il tempo scorra nelle parole e nei pensieri, invecchiamo negli occhi degli altri e, se ci fermiamo a riflettere, nei nostri pensieri. In una giornata di quasi solitudine mi è capitato di andare in tanti posti, e tra questi una profumeria: da qualche tempo, al termine dell’acquisto in qualsiasi profumeria, ricevo più o meno gli stessi omaggi. Creme antirughe. Dalle creme antirughe di oggi è scaturita la consapevolezza: qualche anno fa le commesse porgevano piccoli campioni di bagnoschiuma, creme idratanti o depurative per pelle mista, profumi, e, se proprio volevano infilare nei miei pacchetti creme antirughe, si sentivano in dovere di specificare “E’ per prevenire, certo adesso non le servono”. Oggi no, oggi le creme antirughe rappresentano il settanta per cento degli omaggi infilati nei sacchetti, e a nessuno viene in mente di puntualizzare che non mi servano. Vengono infilate in mezzo agli acquisti con un sorriso, e ogni volta la casa produttrice è più costosa: quando arriverò al campione ridotto della crema al caviale saprò di essere arrivata al capolinea dell’invecchiamento, credo. Le profumerie mi ricordano che il tempo scorre, e si vede. Arrivata a casa, ho cercato lo specchio e, per confrontare me stessa con l’immagine dello scorso anno, ho adottato più o meno le stessa espressione e click, con il cellulare ho scattato una fotografia (la stessa che vedete qui, nel post). Mi sono chiesta: “Se lavorassi in profumeria regalerei a me stessa un prodotto antirughe?”. Non ho risposta, in realtà mi importa poco. La riflessione non era sulla reale necessità di spalmarmi addosso creme che incollino la mia pelle eliminando i segni del tempo, ma su quanto ci si renda conto del tempo grazie ai discorsi altrui. Nella vita vado avanti un pezzettino anche perché esiste sempre qualcuno che mi spinge, che mi fa sentire più vecchia.

Per spostarci dalle profumerie, andiamo alle frasi buttate lì nel mezzo dei discorsi e stiliamo un piccolo elenco.

“Sei bella, ti vedo realizzata. Proprio vero che ormai le donne possono arrivare alla serenità anche se non hanno avuto figli”. Traduzione: “Alla tua età non hai figli, quindi non ne avrai. Eccetera”.

“Sei dimagrita, vedo che sei attenta a ciò che mangi. Eh, dai quaranta il metabolismo non è più quello di una volta”. Non serve traduzione.

“Ma guarda che pelle fresca, nonostante tutto”. Qui la traduzione è pietosamente da evitare a priori.

“Vorrei che parlassi con mia figlia, così può capire che tra vent’anni potrà, se vuole, diventare come te”. Lusingata, ma a volte gli anni di differenza non sono venti (sono meno).

“Insomma, ma non è ora di uscire con un editore più grande? Ormai…”. Ormai cosa?

“Ciao. Oh, mi scusi, signora, buonasera”. Questo è un classico: il passaggio repentino, con espressione dispiaciuta, dal tu al lei.

Invecchiamo, e il mondo lo dice. Niente di male, ma mi incuriosisce l’impatto delle parole sulla nostra percezione, su ciò che ci sentiamo di essere. Sono un po’ più vecchia perché qualcuno me lo dice? I messaggi che penetrano nell’intricato volvolo dei miei neuroni mi rendono diversa da ciò che, altrimenti, sarei?

Un altro segno dei cambiamenti che il tempo mette addosso è il pensiero istintivo. Questa sera ho acceso il televisore il tempo necessario per la visione di un telegiornale. Ho provato, con le dita, a contare le notizie che avevano la morte dentro: quando, in silenzio, ho visto entrambe le mani aperte ho pensato “Certo che telegiornale e giornali danno una visione sconfortante”. Mi sono fermata, con la mente affastellata di ricordi: genitori, nonni, parenti più vecchi di me che ripetevano la stessa cosa. Nessuno, o quasi, più giovane. Oggi è per me incontrovertibile ciò che prima sfuggiva, cioè che la cronaca sia quasi sempre nera, nera, nera. E anche questa coscienza è arrivata con l’età. Penso, dico tante cose che ho sentito quando ero una bambina, poi un’adolescente e una giovane donna: sono io ad agire adesso, io che sono più simile ai parenti più anziani di quanto possa essere simile a mia nipote Camilla, mia sorella Fabiana, i miei adorati Marco e France di Pontedera. Mi viene spontaneo arrivare più spesso a ciò che in passato avrei definito “retorica”, e oggi è invece la “logica”. Se mi sentirete affermare con sicumera “Non c’è più la mezza stagione” fingete di niente, per pietà.

Un’eccezione importante è tipicamente femminile: la cultura che oggi medicalizza quasi tutto ha reso la menopausa una specie di malattia, e le donne si dividono crudelmente in due gruppi, le premenopausa e le postmenopausa. Se lo dicono da sole, scrivono su se stesse in rosso carminio lo stato ormonale soprattutto se si incontrano tra loro. Ecco, in questo momento l’eccezione esiste perché, essendo in premenopausa (diamo la definizione medica e non quella popolare: la premenopausa è tutto il periodo fertile, cioè prima della menopausa, quindi anche i quindici anni di età), devo fare i conti con la frase più banale e autolesionistica che mente femminile possa concepire. “Eh, beata te. Vedrai dopo, ora non puoi capire”. Perversione pura. La menopausa scava un solco tra donne che prima non esisteva: le rende quasi incompatibili tra loro. Lungi dal compiacermi quando ricevo una frase di questo genere (quante bellissime donne ammiro e ho per amiche, e hanno più anni di me, e quanto mi arrabbio se dalla loro bocca escono frasi del genere che giudico ingiuste e suicide), rinforzo la convinzione che la cultura del momento renda il pensiero plasmabile, e così il comportamento. Un po’ come la crema antirughe ficcata forzatamente nei miei pacchetti in profumeria. La donna che ci propongono è bella, intelligente, magra e giovane. Ha, ovviamente, le mestruazioni, altrimenti che donna è? Ma che sciocchezza. Troppi guai (depressione compresa) nascono da lì. Da medico, e medico che si occupa principalmente di donne, rispondo ogni giorno a domande e dubbi che riguardano la menopausa: credetemi, la maggioranza delle donne in crisi è meravigliosa e non se ne rende conto. E’ in una fase diversa della vita, ma non per questo ha perso fascino, sensualità, estro femminile. Ma non c’è verso di spiegarlo, ci ficcano in testa che gli ormoni fatalmente ci rendano valide oppure no.

Mi chiedo se agli uomini accada lo stesso, se tra loro ci siano solchi profondi di quasi incomunicabilità a causa dell’età anagrafica. Forse no, visto che culturalmente ancora non abbiamo individuato un limite per l’essere maschio: anzi, il fascino dei sessantenni è incrollabile. A questo proposito, mi viene in mente che oggi ho assistito a una gustosissima scenetta che mi riguardava. Nel solito ristorante dove, da sola, consumo i pasti quando sono nell’eremo di San Michele il gestore, persona affabile e affezionato lettore, mi ha intrattenuta con chiacchiere piacevoli, poi ha detto “Porti i miei saluti a suo padre”. Mio padre è mio marito, che ha qualche anno più di me (il fascino del sessantenne, appunto). Ho avuto un istante di divertimento, e anche di restituzione di giovinezza dopo la crema antiruga della profumeria, però il giubilo è durato pochissimo perché, in tutta fretta, un parente del gestore ha sussurrato al mio orecchio “Lo scusi, ogni tanto ha una punta di Alzheimer”. Ecco, così si è ristabilito il concetto di base: invecchiamo perché sono gli altri ad avvisarci.

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