A volte persone e parole arrivano tempestive.
Silvia lo è sempre, tempestiva. E questo scritto ha dentro anche me, la mia sensazione di questi giorni. La mia convinzione di ora. “Se vuoi rinascere devi fare tutto da sola… Devi fare da sola per il semplice fatto che SEI sola…”
Grazie, Silvia.
“Se vuoi ‘rinascere’ devi fare tutto da sola.
Non esistono psicologi, amici, mariti. Non servono. Non per quello.
Dovrebbero lasciarti stare. Tutti.
Devi fare da sola per il semplice fatto che SEI sola. E sei sola perché tu ce l’hai e loro no.
La malattia allontana. Divide.
La retorica vuole che si dica: ci ha unito il dolore. Balle.
Il dolore crea un muro in mezzo. Separa.
Rapporti di una vita. Se ne sono andati. Perché a me è venuto il cancro.
Così oltre ad avere il cancro, devi anche far capire agli altri che non puoi essere la stessa di prima.
Non lo capiscono. Hanno paura di quello che provano. Si difendono. E se ne vanno.
E pretendono di trovare in me ciò che trovavano prima. Che non c’è più. E se ne vanno.
Ma tu non sei più sola di prima. Perché per esserci a quel modo……già non c’erano.
Dunque se ne sono andati. Perché io sono noiosa. E parlo sempre di ‘quello’. E io non devo far pesare sugli altri la malattia. Non è che forse siano loro che non devono far pesare su di me la loro salute?
Se si è a cena io parlo di ‘quello’. E al telefono parlo di ‘quello’.
E poi piango. E piango. E, dopo un po’, chiunque si stufa.
Non sopporto i discorsi tipo amici veri /amici finti. Roba da temi di quinta elementare.
Io sto con chi regge la mia sofferenza.
Chi vuole andare, vada. Sarà ricordato. Senza affetto e senza odio.
Ricordato. Punto. Io non ho nostalgie.
Non ho ascoltato chi rumoreggiava. Ho ascoltato chi è stato in silenzio.
E ho fatto da sola.
“Seconda stella a destra questo è il cammino
E poi dritto, fino al mattino poi la strada la trovi da te…”
Puntare sugli altri è crearsi una sovrastruttura: l’illusione di non essere sola.
Ricordo che quando ero piccola mi facevano appoggiare una grossa conchiglia all’orecchio. E mi dicevano: senti, il rumore del mare. Un giorno, per caso, appoggiai all’orecchio un bicchiere. C’era lo stesso rumore che c’era nella conchiglia. E’ un fenomeno fisico. Una volta ne sapevo il nome.
Fu come morire per me. Il mare nella conchiglia. Una balla.
Da allora mi difendo. Per evitare il disinganno.
Da allora non credo.
Difatti se ne sono andati.
Sono rimasta io.
Sotto il seno sinistro un colpo di sciabola.
Sotto il seno sinistro. Dalla parte del cuore.
Senza la voglia. Senza niente. Io e la paura.
Circondata da ipocriti. E da dispensatori di consigli.
Mi alzo e ricado. Mi alzo e ricado.
Ma “….oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno…/….me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito,/ e della vita il doloroso amore.”
Allora mi metto a fare da me. Dei lavori su di me.
Ho una opinione un po’ strana sul ‘ritorno della voglia’.
Sì, perché la voglia ti torna da sola.
Torna per un naturale processo fisiologico.
Non ci sono sforzi da fare. Perché è una esigenza fisica. Non mentale.
Capita che un giorno ti rimetti la crema per la cellulite. E un po’ ti fai una pena infinita. Con un seno e mezzo….anche se ho la cellulite…. Ma lascia stare la logica. E’ il tuo corpo che lo vuole. E te la spalmi mista a lacrime. Una pappina semiliquida.
Ne vale la pena? “C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek…”
E poi un giorno riprovi desideri antichi. E te ne stupisci (“… sarà quella ruga di ridente nostalgia, o la confusione tra la vita e la poesia …”). Io. Così vecchia. Il seno sinistro squarciato in due. Dalla parte del cuore.
Poi capita che un giorno, in una vetrina, vedi delle mattonelle dipinte. E ti viene voglia di prenderne due. Da mettere in cucina. Una con su un limone. Una con su un melograno.
E chiedi: da quanto tempo le vendete? Io passo di qui tutti i giorni.
Da sempre, signora.
Da sempre. Io passo di qui tutti i giorni.
E una bambina (credo la figlia della negoziante) mi dice: io invece la vedevo, signora, passare di qui tutti i giorni.
Lei mi vedeva. Tutti i giorni.
Ora ogni volta che faccio quella strada la saluto dalla vetrina.
Oggi ho pensato: adesso faccio finta di andarmene e poi torno.
Se sarà ancora lì, io non sono più sola.
Le chiederò come si chiama.
E ogni giorno, dentro di me, ripeterò il suo nome”.
Silvia Delaj



