Archive for August, 2009

i pensieri liquidi di una domenica

C’è voluto un po’ per prendere questa fotografia, e nonostante tutto qualcuno è riuscito a infilarci una spalla. Poco male. La mia lunga visita alla Biennale e a Punta della Dogana ha fatto nascere la voglia di inserire figure umane nelle installazioni. Veramente, l’idea sarebbe di mettere in un angolo, in una stanza buia e nera con un’installazione al centro, una coppia che fa l’amore in piedi. E’ il perpetuo rinnovare un rito bestialmente sacro e pagano insieme, la copula dell’arte nell’arte. Ho immaginato uomo e donna con le spalle al pubblico (l’uomo dà le spalle al pubblico, la donna è nascosta dal corpo di lui) e le onde lunghe dei movimenti sincroni del bacino. I gemiti sarebbero corona perfetta per i passi attutiti dei visitatori nella stanza. Con l’amore che si consuma e ripete, in eterno. Il pubblico paga il biglietto, legge o ascolta la guida, cammina, visita e assiste al sesso sudato e indifferente della coppia nell’angolo della stanza nera. Vivo, erotico, per niente pornografico se ci pensate.

Insomma, in questa domenica mattina di pioggia ho la valigia messa sul pavimento, piena. Accanto c’è il solito zaino nero ricolmo di libri e cavi di telefoni, ebook e aggeggi vari. Il computer non è ancora pronto, sta sulle mie gambe e i tasti picchiettano per tirare fuori qualche idea. Ripenso a ieri sera, quando ho abbandonato le riflessioni sulla Biennale e sono scesa a terra, in un centro commerciale stracolmo di gente che spingeva carrelli e si affannava a riempirsi la casa di roba. Il centro commerciale è un narcotico potentissimo: l’ottundimento che raggiungo in pochi secondi sarebbe difficile da ottenere in altra maniera. Entro, respiro la folla, mi confondo per i troppi prodotti esposti e disponibili per le mie mani, mi perdo. Ho la sensazione che cumuli di oggetti inutili ma intriganti mi sovrastino, rischino di cadermi addosso soffocandomi con un odore di plastica a poco prezzo. Vedo volti che sfrecciano lungo i corridoi con l’accordo implicito di rispettare un ordine: si entra e si svolta a destra, e dove ci sono i salumi il flusso dei carrelli va verso il pesce, mai viceversa. Io vado viceversa: non lo faccio di proposito, mi capita così. Non seguo l’ordine dei corridoi tanto per lasciare passare il tempo, penso a cosa mi serve nel rallentamento felpato del cervello e imbocco gli ingressi a caso, come mi viene. Non è così che si fa. Ma non mi importa, mi importa sempre meno di ciò che si fa ormai.

Comunque. Ero in un centro commerciale verso le sei, ho avuto la prima illuminazione davanti al bancone dei formaggi. Ho visto mio marito afferrare il pecorino e chiedermi: “E’ questo che mangio?”. Ho annuito, sì era quello. Mangia quello, di solito. Ho preso il prezzo con il bip della macchinetta del prontospesa e capito che lì sta il segreto dei matrimoni, delle coppie che restano insieme per anni: “E’ questo che mangio?”. La donna deve avere un gene speciale nel suo DNA, che è la memorizzazione dei bisogni dell’uomo: quella microscopica, infinitesimale frazione di codice genetico rende ragione della durata della coppia. Perché il sesso, l’amore, la complicità sono destinati a finire, ma la consapevolezza delle abitudini, l’applicazione dei codici di queste abitudini nel quotidiano è il segreto che rende difficile l’idea della separazione. Se so che l’uomo che da anni sta con me la mattina beve l’orzoro (amiche, piano con le battute sull’orzoro: il tizio dell’orzoro si alzava la mattina e mi spiegava addirittura come scioglierlo bene in poche dita di latte, ne ho avanzato un quantitativo che causerebbe problemi di reimmissione sul mercato, sto ancora cercando qualcuno che accetti in regalo la mia fornitura fiorentina ma è più difficile del previsto: non ho incontrato altri esseri umani apparentemente adulti propensi a nutrirsi di orzoro, credo che scriverò un saggio su questo, insieme a uno psichiatra), questa mia conoscenza rappresenta un vantaggio sulla giovane e rampante nuova pulzella che tenterà di sottrarmi le attenzioni di colui che fa coppia con me. Perché ho visto uomini, e tanti, ma credetemi: non ne esiste uno realmente libero. Soprattutto se si tratta di rinunciare ad abitudini noiose ma tanto rassicuranti. Si scatenano in dichiarazioni di indipendenza folle, ballano sudati fino alle quattro del mattino rischiando l’occlusione coronarica o il TIA, fanno spallucce e ostentano una smorfia quando alludono alla moglie da cui “tanto sono separati di fatto”, ma nel segreto della loro casa infilano le pantofole e tengono il telecomando tra pollice e indice chiedendo a gran voce un brodo leggero. La donna realmente motivata (tale non sono, ahimè), spinta da atavica necessità di badare a se stessa, capta in breve tempo i punti deboli dell’uomo, cioé le sue abitudini quotidiane, e si rende indispensabile in quanto vestale di tali abitudini, guardiano del solito e ovvio scorrere della routine. Per l’uomo non vale lo stesso: ammetto che di recente ci sia stato un uomo capace di ricordarsi che non mi piacciono i finocchi e neanche la rucola, e sapeva perfino che nel caffé non metto zucchero, ma a mia memoria queste informazioni gli sono servite solo per fare capire all’uditorio che aveva una relazione con me quando ciò era bello e comodo e favorevole per l’immagine: “Ragazzi, so che non le piacciono i finocchi, capito? Significa che me la scopo”. Pezzo di DNA simile, uso completamente diverso delle informazioni.

Il centro commerciale mi ha travolta, come sempre. A un certo punto, immersa nella riflessione sulle coppie che restano insieme perché la donna conosce la marca giusta di pecorino, ho visto un fantastico cubo elettronico che prometteva la prenotazione dei libri. Annoiata oltre il lecito mi sono avvicinata, e come nei peggiori copioni di quarta categoria ho cercato il mio nome. Ero pronta allo sberleffo, a una pernacchia che avrebbe raggiunto anche le cassiere del lato opposto del gigantesco megastore. Invece no. Eccola lì, MariaGiovanna Luini, con le sue fiabe, e avrei anche potuto ordinarle. Tranquilli, mi sono trattenuta. Ma per un istante mi sono risollevata dalla preoccupazione dell’orzoro da regalare a qualcuno per liberare la casa di Firenze e dell’idea opprimente della valigia da riempire con tacchi e merletti qualche ora dopo, e non ho nemmeno sentito mio marito che diceva: “Senti ma come facciamo per mangiare questa sera?”. Perché non so cucinare, la tradizione dice così. Ho sorriso, l’ho preso per mano e accompagnato ai surgelati che ormai contemplano ogni genere di luculliano pasto compresso, vaporizzato, piegato dentro buste di plastica riempite di quadretti gelidi e promettenti. Gli ho mostrato i primi, i secondi già pronti, i gelati, la verdura con colori che neanche nell’orto sono tanto vivaci. “Ecco, ti basta scegliere”. Non ha potuto obiettare: cibo è cibo, inutile stare a discutere. E con una bottiglia di vino di lusso potremo anche pensare che la leggenda sbagli: sono una cuoca provetta.

E’ ora di andare. Ho una pentola con dentro qualcosa, un pezzo di carne trovato nel freezer galleggia immerso in un misto di acqua, dado e spezie. E’ il mio tributo al ruolo prima di scendere, accendere il motore e partire per Riva del Garda. Vi lancerò segnali da VeDrò, intanto vi lascio con un consiglio di lettura per menti non annacquate. Ho letto due volte questo libro, è straordinario. Qui nel blog trovate anche qualche video con Tiziano Scarpa fantastico performer.

“Kamikaze d’Occidente”, di Tiziano Scarpa. Rizzoli

alla Biennale

Entri nella stanza e sei circondato da volti e corpi a metà, mani alzate oppure giunte sul ventre, occhi scuri nel blu del buio, della pittura a tocchi e sfumature; un applauso esplode all’improvviso con gli ululati da stadio che dalle parete ti cadono addosso, rimbombano in un vuoto che scopri dentro, al centro del petto, poi vomitano fuori, esaltandoti anche se ti vergogni, schiacciandoti al sogno che prima o poi vorresti che capitasse. Sì che lo vorresti, un applauso così solo per te. E tace, in un istante. Ti trovi nel mezzo del delirio di un’illusione di trionfo, il blu ti penetra insieme all’entusiasmo di una folla che vorresti solo tua, poi le voci all’improvviso si zittiscono, la luce si accende mentre le immagini sulle pareti svaniscono e ti fanno sentire stupido. Un povero mentecatto che ha proiettato sui volti blu e le mani alzate un applauso che non ha avuto. Ridono, quei muri che ritornano bianchi e spogli, hanno capito che anche tu come tanti ti sei fermato al centro e hai chiuso gli occhi solo un po’, hai lasciato filtrare attraverso le ciglia il tanto che bastava per sentire che intorno le figure diverse ma uguali, livellate dal colore e da dettagli appena percettibili, stessero acclamando te. Il caldo sudore sbavato sulla pelle è evaporato nell’esaltazione di un momento, la cappa opprimente di laguna appiccicosa solo in parte alleviata dalle foglie degli alberi lungo i viali è caduta sul pavimento per metterti nudo, e perfetto, al cospetto di un pubblico che mai avresti pensato di avere. Non hai avuto caldo, non eri stanco, non sentivi più la fame che hai premuto indietro nello stomaco per cogliere il tempo e vedere. Vedere di più. Blu, e applausi. E luce bianca che ha spazzato via l’estasi, quando il sogno è arrivato e stava per sollevarti dalla normalità di una vita come le altre. La Biennale è l’assaggio per eccellenza, non puoi dire di averla vista ma neanche l’hai ignorata.
Porti a casa il catalogo completo con l’illusione che ciò che ti è scivolato sugli occhi per stanchezza, per il limite fisiologico di attenzione del cervello umano, ritornerà quando sul divano sfoglierai le pagine con l’aria condizionata accesa. Resti fermo in alcune stanze, in qualche padiglione, quando il brivido dei sensi ti impedisce di proseguire, altre volte corri con la sensazione di perdere e non poterci fare niente. Il catalogo affascina e stimola i ricordi, ma non aiuta: puoi avere il divano e forse l’aria condizionata, ma capisci che devi ritornare. Il taccuino nero su cui scrivi dove, quando, perché, non serve: vuoi masticare la sabbia aspra delle emozioni, e vuoi farlo subito. Come succede nelle installazioni sparse qua e là, che ti acchiappano a tradimento e sono sorprese che si lasciano strappare, ti seguono incollate alla memoria, come il rombo inquietante nel buio quasi totale del Lussemburgo, con le immagini proiettate a scuoterti l’anima su uno squallore da scarafaggio che emerge dalla desolazione della guerra. Oppure la fotografia scattata alla tua ombra, in un altro punto di Venezia che raggiungi se sai seguire le indicazioni sul pavimento: ho visto il mio corpo eretto, con lo zaino floscio sulle spalle e la testa avanti, inconsapevole del flash che pochi secondi dopo l’avrebbe fatto sussultare. Ho guardato la mia ombra e sono rimasta ferma, scoprendomi nuova e diversa da come immaginavo. Alla Biennale, che regalo. Ho pensato di scrivere qualcosa dei miei giorni, poi ho capito che ci vorranno tempo e ordine. E ritornerò, per assaggiare di nuovo e meglio. E perdermi come poche altre volte nella mia vita. Ci sono stati momenti di sorriso, come nel padiglione belga dove ho ricordato i miei tre anni di vita a Bruxelles davanti alla scritta “Etterbeek” su alcune fotografie, e ho considerato che sì, il padiglione rispecchia il popolo.
Mai visto padiglione più belga di quello: chi ha vissuto in Belgio può capire il senso quieto di un’apatia non reale, quella specie di sonno che nasconde guizzi vivaci che bisogna essere capaci di cogliere e seguire per non scivolare nella narcolessia. Il Belgio della cortesia, della cena alle cinque e mezza del pomeriggio e dei club privèè indicati con luci al neon: quando ritorni hai nella testa le luci al neon che i belgi usano solo per ciò che è sessuale, e per un po’ di tempo guardi con sospetto i locali che a casa tua ostentano le stesse luci e sono semplici ristoranti, o bar, o negozi con la voglia di apparire. E il padiglione del Brasile, con i colori vi vaci spinti a ristorarmi che hanno sbloccato finalmente la ritrosia alle fotografie. O l’Egitto, le gigantesche figure con l’odore della paglia inchinate ad accogliere i visitatori: mi sono fermata e ho apprezzato l’amore, in un tempo di scetticismo evidente, osservando due giganti immortali che si baciano teneramente circondati da gatti con le code ritte e le zampe snelle. E ancora, ancora. Scriverò, con più calma. Perché niente può bastare: non bastano giorni di visite, non bastano ore di ricordo silenzioso. Intanto qualche fotografia.

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