Archive for April, 2010

Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 10 – LAURA

Appoggiò la testa al cuscino e gli accarezzò il viso: dormiva da qualche minuto, il respiro sempre più lento, sembrava finalmente in pace.

L’aveva visto uscire dall’ospedale poco dopo il suo colloquio con Clara. Era stata con lei, Lidia e Luca più di un’ora: aveva descritto i dettagli della chemioterapia che gli oncologi avevano proposto e risposto alle domande insieme a Franco, il collega di oncologia che avrebbe seguito Clara. Poi Luca era andato via.

-Vado in studio, poi a casa.

Aveva detto, e Clara l’aveva salutato con un sorriso.

-Non preoccuparti papà, sto bene.

Lidia non aveva aperto bocca.

Lei era rimasta in reparto per finire il giro dei pazienti operati, aveva rifiutato un invito a cena di Sara, la caposala, ed era andata a casa. Mentre aspettava che il cancello elettrico si aprisse aveva notato la luce accesa in cucina, poi l’automobile di Luca parcheggiata in garage. L’aveva accolta con un bicchiere di vino rosso e un gigantesco cesto di tulipani sul comò.

-Finalmente! Ho voglia di te.

Non aveva visto, o aveva finto di non vedere, il suo sguardo perplesso. L’aveva spogliata in salotto e l’aveva penetrata vorace, prepotente, disperato. Si era spinto dentro di lei a lungo, gridando, trascinandola sul tappeto, con il sudore che le colava addosso e i denti a morderle i capezzoli lasciando segni violacei.  Era venuto dentro di lei ed era rimasto immobile, chiamandola amore. Ed era esploso in un pianto disperato.

L’aveva tenuto tra le braccia, aveva accarezzato i suoi capelli e baciato le sue lacrime. Aveva accettato che, tra urla e mutismi improvvisi, l’eccitazione ritornasse e lui entrasse di nuovo in lei, per vomitarle dentro un altro orgasmo nero di rabbia.

Sotto la doccia si era riempita di sapone, aveva strofinato la pelle con il guanto di crine fino a sentire male: non era stato il sesso a ferirla, ma la sensazione brutale di non essere altro che un oggetto da usare per placare un’ansia impossibile da mandare via. Gli occhi di Luca erano distanti, perfino quando penetrava il suo corpo e le gridava il suo amore. Lui non c’era, c’era un corpo che aveva urgenza di sfogare la paura e la rabbia, la frustrazione e un’impotenza intollerabile.

Quando si erano ritrovato seduti a tavola, apparentemente placati, avevano mangiato in silenzio, Luca aveva fatto molte domande sulla terapia di Clara e su ciò che le sarebbe accaduto. Aveva ripetuto meccanicamente le stesse richieste di rassicurazione decine di volte, con una matita in mano che alla fine aveva spezzato e buttato sul tappeto.

-Andiamo a letto, amore.

Le aveva detto dopo un silenzio interminabile, e allora – solo allora – lei aveva avuto la sensazione che la vedesse davvero. Le aveva tolto i vestiti lentamente, ripetendo spesso il suo nome, l’aveva baciata a lungo e con lievi carezze l’aveva eccitata. Quando l’aveva sentito dentro di lei si era persa, aveva dimenticato i dubbi e la paura e l’estraneità delle ore precedenti.

-Ti ho fatto male, prima?

Aveva chiesto baciandole le tempie dopo l’orgasmo arrivato come un sollievo dopo movimenti lenti, delicati, pieni del respiro di lui sui suoi occhi semichiusi, e lei aveva capito che non era al dolore del corpo che alludeva ma alla freddezza di gesti dettati solo dall’angoscia. Non aveva risposto. Gli occhi chiusi per ricevere la sua tenerezza, aveva atteso che si addormentasse per respirare la quiete del buio e della sua presenza nel letto, la pelle calda e sudata sulla sua.

Niente sarebbe stato più lo stesso. Ciò che aveva visto della vita di Luca l’aveva coinvolta, strappata all’illusione di una storia che avrebbe voluto solo sua. Un uomo da amare, la passione ancora al massimo da vivere nelle notti a loro concesse, molti spazi di solitudine che le piacevano, da riempire con il silenzio e con i fiori da seminare e accudire, con un figlio che avrebbe fatto parte del quotidiano più di chiunque altro.

Non aveva mai pensato seriamente alla famiglia di Luca. Non aveva desiderato di vivere con lui: le piaceva che ci fosse e la eccitava la trasgressione, credeva di amarlo ma non aveva l’intenzione di sconvolgere le proprie abitudini per lui. Nei pomeriggi in guardino, china sui suoi fiori, aveva immaginato che il suo uomo prendesse vita prima di bussare alla sua porta e la perdesse andando via da lei. Luca era una figura racchiusa dai confini del suo piccolo mondo, l’unico mondo possibile, e oltre quei confini non aveva consistenza, ombre, colori. Oltre i confini di ciò che lei aveva stabilito per se stessa e per lui, Luca non esisteva. Perché la realtà lontana da lei non era importante, non poteva gettare ombra e nemmeno fare luce, non avrebbe potuto acquisire significato. Luca era il “suo” Luca: la ascoltava, le raccontava ciò che voleva sentire, ritornava senza che dovesse chiamarlo, la amava con istinto e passione. E la accettava. Senza aspettarsi niente di diverso.

Clara aveva rotto l’equilibrio. No, non era stata lei: il cancro che l’aveva aggredita fuori tempo, come una bestemmia impronunciabile, era il vero responsabile del sovvertimento della vita. La malattia non aveva tenuto conto dell’età, dei diritti, delle aspettative. Aveva dato inizio alla distruzione e nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto dopo. A lei, a Luca e alla sua famiglia. Al valzer disordinato di relazioni messe a caso e sconvolte senza pietà.

Con le dita sfiorò le sopracciglia di Luca. Per la prima volta sapeva, sentiva che l’amore non era solo suo, non lo era mai stato. Luca amava Clara e Lidia, e forse amava anche lei. Forse. Non sapeva più riconoscere i confini del sentimento e del bisogno.

Si alzò dal letto e andò alla finestra. Spiò il guardino attraverso le persiane. I tulipani macchiavano di colore il verde del prato, anche se il buio nascondeva contorni e sfumature; c’era un salice poco lontano, e qualche ciuffo di iris dove andava a sdraiarsi per leggere. E le ortensie, che d’estate rendevano l’aria densa di bellezza voluttuosa, da contemplare con un piacere che perforava l’anima.

-Laura.

Luca la chiamò con la voce roca di sonno. Gli rispose senza voltarsi.

-Sì?

- Perché ti sei alzata?

- Non riuscivo a dormire.

- Guardi i tuoi fiori? Chiedi sollievo a loro?

La conosceva. Era forse il suo essere uno psichiatra, o l’istinto che li aveva uniti subito, nelle prime ore del loro incontro.

-Sì, li immagino. Con questo buio non posso vederli. Dormono anche loro.

- Tu no.

- Lo so.

- Come mai?

Restò in silenzio. Lo sentì muovere nel letto. Il fruscio delle lenzuola le piacque, le sembrò di sentire il profumo fresco del bucato misto all’odore dei loro corpi dopo il sesso.

-Cosa c’è? Perché non dormi?

- Non ho sonno.

- Vieni qui.

Lo raggiunse senza guardarlo e si lasciò abbracciare.

-Pensi a mia figlia?

Non riuscì a rispondere. Non sapeva esattamente quale fosse il centro dei pensieri, il motivo dell’insonnia. L’egoismo, probabilmente: il dramma di Luca le aveva sconvolto vita e desideri, e non sapeva come reagire.

-Amore, vuoi dirmi cosa c’è?

Secoli prima, cioè qualche giorno se voleva ragionare su un calendario reale, avrebbe percepito il suo tono sincero e si sarebbe sentita avvolta da lui. Ma qualcosa nell’immagine rassicurante e protettiva si era incrinato, c’era una fessura profonda e nera dentro la quale non era certa di riuscire a guardare.

-Non c’è niente, Luca. Oppure c’è tutto. Non dormo e penso a te, a Clara, a Lidia, a me.

- Hai subito una brusca interruzione della psicanalisi.

- Tu sai perché andavo da Lidia?

- No, dovrei saperlo? Non me ne hai parlato.

- Credevo che te l’avesse detto.

- Non lo farebbe mai, è una professionista molto in gamba.

- Lo so, mi aiutata moltissimo. Comunque andavo per ragioni di molestia sessuale da bambina.

- L’avevo capito da solo, amore. Ma cosa c’entra adesso?

- L’avevi capito? Come hai fatto?

- Il tuo comportamento, l’aggressività, l’erotismo. Vuoi controllare e dominare ma hai paura, anche.

- Sicuro che Lidia non ti abbia detto niente?

- Sono sicurissimo. E sinceramente io voglio la mia Laura, quella che ho adesso qui con me. Sono il tuo uomo, o l’amante se preferisci. Non sono il tuo terapeuta e non vorrei mai esserlo.

- Perché?

- Voglio amarti ed essere amato.

- Ma conoscere i miei problemi non ti interessa?

- Sono passati, ormai li hai allontanati. E sei qui, con me.

- C’è stato incesto, Luca.

- Avevo capito anche questo, ma non intendo parlarne.

La sua voce era quasi metallica, rispondeva a scatti.

-Perché?

- Perché siamo un uomo e una donna che si amano, non abbiamo relazioni di parentela e mia figlia ha il cancro. Basta stronzate, Laura!

Cambiò rapidamente tono e le baciò gli occhi.

-Dai Laura, basta sul serio. Hai visto la tua analista nel suo contesto familiare, la cosa ti ha sconvolta. Peggio di questo c’è la rabbia di Lidia, che passerà ma al momento fa male. Sei una donna che ha tutti gli strumenti per cavarsela da sola, sei amata e hai una vita bella. Non guardare indietro e fregatene di Lidia, Clara e io abbiamo bisogno di te.

-Ma come faccio a fregarmene di Lidia?

La baciò ancora.

-Ho esagerato. Nemmeno io posso fregarmene, è mia moglie. Ma in questo momento non riesce a vedere le priorità, si scaglia contro di te come una iena solo perché ha il terrore di affrontare il problema di Clara.

-E tu, Luca?

- Io cosa?

- Ho visto anche te nel contesto familiare.

- Sono il tuo uomo, non il tuo terapeuta.

- Sei anche l’uomo di Lidia.

- Sì.

- Non l’avevo considerato fino a pochi giorni fa.

- Ti fa soffrire?

- Credo di sì. Mi fa schifo.

- Cosa esattamente?

- Il fatto che tu sia suo marito e vada a letto con lei.

La strinse.

-Sapevi che ero sposato. Tutti i mariti vanno a letto con le mogli, o quasi.

- Si può essere sposati in tanti modi.

- Eri convinta che non facessi l’amore con mia moglie?

- Non ci volevo pensare.

- Ti amo Laura, sul serio.

- Ami anche lei.

- Sì, ma è diverso.

- In cosa?

Lo sentì agitarsi. Mosse le spalle per qualche istante sospirando, poi la baciò di nuovo.

-E’ mia moglie da molti anni. C’è intimità. E abitudine, tenerezza.

- E con me?

- Dai Laura, che domande fai? Sei l’amore attuale. Forte, passionale, coinvolgente. Cazzo, stiamo provando ad avere un figlio!

- Sì. Lo amerai, Luca?

Avrebbe voluto chiedergli: “Lo amerai come ami Clara?”. Ma la voce si era spezzata. Non lo sentì per molto tempo, poi le sussurrò in un orecchio.

-Lo amerò come amo Clara. Sì, amore mio.

Le si chiuse la gola. Appoggiò la guancia al suo petto.

-Fai l’amore con me adesso, solo con me ti prego.

E le sue mani allontanarono i pensieri.

Con la testa altrove

“Ti invidio da morire…”. E’ il commento del poeta-recensore Gian Paolo Grattarola nella mia pagina Facebook. Mi invidia perché ho annunciato la mia partecipazione all’incontro con Paola Mastrocola e Maurizio Cucchi a Parma il 28 marzo alle ore 21. In fondo, anche se l’invidia ha per me un valore negativo quasi a priori (sono cresciuta con l’odio per gli effetti nefasti dell’invidia degli stupidi), non so dargli torto: le iniziative di Mariangela ed Eleonora Guandalini sono nutrimento per la mente e per l’anima come pochi altri, ogni anno le aspetto con l’ansia frenetica di chi ha bisogno di aria per ridurre il rischio di asfissia. E Paola Mastrocola con Maurizio Cucchi che parlano di poesia…
Insomma, mi invidio quasi da sola e parto, il 28 aprile termino l’ambulatorio e corro a preparare la valigia, la butto nel bagagliaio della macchina e mi metto in viaggio. Musica a volume medio, pensieri segreti e bellissimi in testa, prefiguro l’incontro e la cena successiva, e la notte allo Stendhal che mi piace tanto. Lo Stendhal, appunto, mi accoglie: con calma mi rinfresco ed esco, cammino un po’ scomoda nei sandali pazzeschi su pedicure rosso sensuale che ho voluto mettermi per l’occasione e raggiungo la Casa della Musica. Respiro, sento il profumo di Parma e di strade che viaggio dopo viaggio diventano note e accoglienti, riconosco i cantoni e i locali, ricordo momenti e persone. Abbraccio la Casa della Musica con lo sguardo, una parte di me è già seduta di sopra, nelle prime file, con i libri nelle mani da sfogliare nell’attesa dell’inizio. Sto bene, sono felice.
La Casa della musica, l’avete mai vista? Ha una piazza e qualche panchina davanti: su una di queste panchine scorgo Eleonora Guandalini, un gioiello di donna messo sulla terra da un miracolo (in lei la bellezza diventa fusione oggettiva di canoni estetici indiscutibili e intelligenza), che parla al telefono. “Ecco, c’è Eleonora. La lascio finire e la saluto”. Per una rara volta decido di essere discreta, passeggio lontana convinta che sia questione di istanti: quando la telefonata sarà finita ci saluteremo e saliremo insieme nella sala dell’incontro.
Tre, quattro minuti. La mia mente persa dentro sensazioni che solo parzialmente ho voglia di raccontare (il piacere di Parma, per esempio, e l’ansia di sciogliermi nell’unico ambiente davvero mio) cerca il contatto con Eleonora e non la vede più: la panchina dove sedeva è vuota. Gli occhi, allora, seguono il probabile tragitto delle sue gambe fino all’ingresso della Casa della Musica: è chiuso. Serena, su due nuvole dense e candide che mi sostengono, mi avvicino e spingo la porta di legno antico e spesso. Clac. Niente, è chiusa. Chiusa davvero.  Il cervello fa qualche sforzo per spiegare a se stesso la curiosa vicenda: Eleonora significa evento Ugo Guanda, cioè Paola Mastrocola e Maurizio Cucchi, l’evento è alla Casa della Musica alle 21, quindi l’ingresso deve essere aperto. Per forza, è la legge naturale della logica: per entrare a un incontro con i lettori bisogna passare attraverso una porta aperta. Un colpo con il braccio sfidando la periartrite: bum, rimbalzo indietro. Un cartello recita: chiusura ore 18, salvo prenotazioni (più o meno). Con la sicumera degli stolti, in tre secondi scarsi decido che Eleonora e Mariangela abbiano prenotato, quindi alle 21, cioè l’ora segnata sul mio orologio al momento, la porta debba essere aperta. Debba. Essere. Aperta. Non lo è.
Meno male che una parte di me è ricercatore clinico: quella parte mi ha aiutata a pormi finalmente il dubbio. Qualcosa nell’evidenza dei fatti non coincideva con le mie aspettative, con l’ipotesi di base di una mia partecipazione all’evento delle ore 21. Avendo, come è ovvio, dimenticato in albergo il programma senza avergli dato l’occhiata dei saggi prima di partire, ho mandato un sms a Sara Caminati: “Scusa, ti è possibile dirmi a che ora fosse e dove?”. Conosco il volto di Sara, so che riderà quando leggerà il mio sms, e Stefano, il suo compagno, scuoterà la bella testolina ricciuta con un grande sospiro. “E’ senza speranza”, diranno così. Ma non so cosa altro fare, qualcuno deve dirmi cosa sta succedendo!
“Hai scritto su Facebook che è alle 21, ma guarda che l’evento si è svolto alle 18. Oltretutto hai pubblicato tu stessa una nota su Facebook con il link a un sito, e in quel sito dicono 18”.
Cosa succede quando da Milano si va a Parma senza computer per scrivere, senza un libro perché tanto lo si comprerà all’incontro con gli scrittori, con un paio di sandali sensuali ma orrendamente scomodi e senza avere controllato il programma? E quando si prende coscienza di essere incurabilmente avulse dalla realtà? Punto primo: si dà a Sara il permesso di ridere in modo palese senza autostimolarsi un attacco di asma nel tentativo di partecipare con finta serietà al mio sgomento. Punto secondo: si decide eroicamente di cercare l’allegra brigata, cioè Mariangela ed Eleonora Guandalini, Paola Mastrocola, Maurizio Cucchi, Guido Conti e Luigi Brioschi al solito ristorante. Le cene che seguono questi eventi durano ore, e sono fantastiche: almeno parteciperò a quella.
Pochi metri, metto il piede nel ristorante: “Mi scusi, il gruppo vacanze è qui?”. Ovviamente la domanda non è questa, ma ci siamo capiti. La ragazza carina con i capelli lisci e neri scuote la testa: “No”. Insisto: “E’ sicura? Perché veniamo sempre qui. Le assicuro che non sono una molestatrice di professione (o forse sì, qualcuno avrebbe da obiettare), sono un’amica”. La testa ruota a destra e sinistra, la posizione delle spalle indica che è l’ultima volta che risponde: “No, non ci sono”.
Mi rassegno. I quaranta mi stanno insegnando anche questo, la rassegnazione. So che non avrei dovuto domandare, solo fare qualche metro in più fino alla saletta di sinistra del ristorante senza curarmi delle domande della graziosa giovinetta. Ma non l’ho fatto, mi sono comportata come una compita dama cui si può dire di no. Esco. Con il favore delle tenebre passeggio claudicante (tanto chi mi vede?) fino allo Stendhal e mangio da sola con un giapponese che mi fissa e talvolta ammicca, all’altro tavolo. Niente può più toccarmi: ho dimenticato il cavo per ricaricare il telefono cellulare (e il cellulare è quasi defunto: le ultime chiamate a Mariangela, che comunque statisticamente risponde una volta su diciassette perché tiene il cellulare muto sepolto nella borsa, l’hanno tramortito), non ho libri né computer, se un buco nero mi inghiottisse nessuno si accorgerebbe della mia assenza per ore. Oltretutto c’è anche l’Inter che gioca con qualche squadra estera, figuriamoci.
“Ma guarda tu chi c’è!”. La voce squillante di Eleonora mi coglie all’uscita della sala ristorante. Getto lo sguardo pigro sui divani della hall e li vedo (quasi) tutti: Guido Conti, unico uomo, beatamente circondato da Mariangela, Eleonora e Paola. L’espressione esterrefatta è solo di Paola, che ancora non mi conosce: gli altri hanno già capito al volo. “Hai sbagliato l’orario!”, dice Eleonora che, essendo la più giovane, ha ancora tutta l’attività neuronale in picco fervido di prontezza anche dopo le 23. Annuisco, ho sbagliato l’orario, e tento di dare la colpa al programma. “Ma no, guarda, c’è scritto 18!”. Eh, lo so che c’è scritto diciotto, anzi non lo so ma lo immaginavo: sorrido e mi siedo, mentre Paola Mastrocola, in preda a ilarità e pietosa compassione insieme, scrive la dedica sul suo libro; non ve la racconto, è solo mia, ma termina con “… dedico questo libro, ma soprattutto… la poesia a pagina 15!”. Volete conoscere questa poesia che secondo Paola è tanto adatta a me? Ve ne regalo un brano.

La testa altrove

E noi che siamo con la testa altrove,
dimentichiamo i compiti e le leggi,
ombrelli, occhiali, borse
e i soldi del mese
chissà in che lercio anfratto del muro,
e li troviamo dopo anni
- che vuoi che siano un po’ di anni? -
nell’angolo dismesso,
in un cartoccio di cartone scuro,
tra i libri o maglie
tarlate di montagna,
in un pacco di conti della spesa…”.

(da “La felicità del galleggiante”, di Paola Mastrocola, Guanda)

Insomma, mi avrà anche conosciuta da due minuti, ma ha capito bene. Ho la testa altrove. Voilà.
PS: i miei amici erano in effetti nella saletta a sinistra del ristorante dove li avevo cercati. Brunetta capricciosa, ti ricorderò nelle mie preghiere.

Cosa fanno le tue mani – Racconto erotico

- Ma cosa fanno le tue mani?
E’ la domanda che ho in testa, mentre ti fisso immobile e annuisco educata alle tue parole. Da qualche minuto parli e sorridi, racconti viaggi e aneddoti curiosi e ogni tanto lanci sguardi al parco, metri più sotto. Ci siamo incontrati eleganti, in un luogo pieno di gente, ci siamo stretti la mano sorridendo e ci siamo dati del lei.
- Pensi che l’ultima volta che sono stato a Napoli.
Dici qualcosa così. E guardo i tuoi occhi.
Mi succede dalla prima volta che hai telefonato: la tua voce è entrata dritta nella mia gola, ha saltato i circuiti neuronali della ragione e dell’educazione ferrea che ho ricevuto e ha colpito. Abbiamo riso, ricordo, quella prima volta, la sintonia è scattata come l’istinto (o con l’istinto, forse dovrei dire) e mi ha fatto pensare: “Chissà che faccia ha”. Confesso che credevo sarei rimasta delusa: quasi mai le voci sensuali assomigliano ai volti, anzi il più delle volte l’incontro reale fa perdere il fascino, scatena sussurri tra amiche e risate tristi e deluse. Invece. Sono arrivata nel palazzo moderno e freddo dove lavori, sono entrata con qualche dubbio (gli ultimi tre gradini erano densi di voglia di andarmene, e tenerti in testa solo con la voce), e gli occhi si sono allagati di soddisfazione.
- Finalmente ci conosciamo.
Hai detto, credo, oppure hai tirato fuori qualche altra cosa che non ricordo. So che mi hai stretto la mano e accompagnata nel tuo studio enorme, con una sala riunioni adatta al livello e tante finestre. E hai parlato e parlato, come fai adesso, offrendomi un caffè o due.
Insomma, anche quella prima volta la mia testa si è staccata subito e ha dedicato ai tuoi discorsi seri una percentuale minima di neuroni: è la percentuale che usavo all’università, quando le lezioni erano importanti ma non stimolavano emozione, è la stessa percentuale cui ricorro nelle riunioni e negli incontri in cui devo essere una donna seria con la camicetta aperta, ma solo un po’, e le gambe accavallate. Tutto il resto del cervello ti guardava, in quello studio grande e luminoso. E nel giro breve di minuti ti ho immaginato tra le mie gambe.
Come adesso.
- Vede? Potremmo sviluppare il progetto in queste nostre sedi straniere, cosa pensa?
Ti dico cosa penso, o almeno “cosa pensi tu che debba pensare io”. Perché se volessi essere sincera dovrei farti tacere con le dita infilate tra i bottoni della tua camicia, ad aprirli piano mentre la tua voce si smorza e cambia tono. Vorrei vedere le tue pupille stringersi mentre la mano sinistra resta sul petto e apre la camicia e la destra scende, scivola lentissima verso l’unica destinazione possibile (quando hai iniziato non puoi fermarti, sei d’accordo?), quella destinazione che, ne sono certa, ha già iniziato a rispondere e ansima tesa, incredula, tiepidamente umida in previsione del mio tocco.
Ti chiederesti quando e come, se adesso ti interrompessi e mettessi le mie mani dove da mesi voglio infilarle. Te lo aspetteresti, sono sicura, ma per qualche istante dovresti fare i conti con la concretizzazione di una fantasia che forse hai tentato di rimuovere o mettere in un posto innocuo della tua coscienza. Vedresti, prima ancora di sentire. Vedresti le dita, le unghie, il palmo della mani avvicinarsi a te e fermarsi a pochi millimetri dal petto. Il tuo respiro si fermerebbe per riprendere subito finto a tranquillo, con il sottofondo roco e nascosto dell’eccitazione ancora incerta dell’inizio; non ti muoveresti, credo, e aspetteresti il tocco morbido e caldo seguendomi con lo sguardo, una tensione impercettibile a crescere pulsando sotto la cerniera dei pantaloni.
- Signora, cosa fa?
Potresti dire così, con un tono sensuale e basso che aumenterebbe la mia voglia. Sorriderei senza rispondere, aumenterei un po’ la pressione delle mani e cercherei la pelle sotto la camicia. Scivolando in basso, verso i pantaloni.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Il cervello correrebbe avanti, al contatto freddo dei polpastrelli con la cerniera da abbassare (mi piace spogliare un uomo, scommetto che non puoi saperlo: fa parte di ciò che non ho potuto dirti, di tutte le informazioni che saltano qua e là riempiendomi la fantasia quando ti ho davanti), e mi vedrei china con la testa tra le tue gambe a scoprire il sapore del sesso turgido che avrei subito voglia di sentire dentro, oppure supina su un letto bianco ad accogliere la tua lingua tra le mie, le gambe, gemendo di tormento. Immaginerei di esserti sopra, infilato al centro di me come un padrone, indemoniata da una danza che mi solleva e mi ributta addosso a te, che ricevi e gemi pronto a riversarti caldo, fremente e sudato prima di un riposo che è solo preludio ad altro. Altro furto ancora, con lo sperma che cola fuori, sulla mia pelle depilata, e il sudore misto di noi appiccicato ai seni.
Insomma. Le mie mani ti toglierebbero la camicia, mentre la testa devia verso il dopo, verso ogni combinazione possibile dei nostri corpi sconosciuti ed eccitati. E rallenterei i gesti con il pollice e l’indice sopra la tua cerniera, chiedendoti di parlare, parlare ancora. Parlami del tuo lavoro mentre la faccio scendere piano, e la saliva mi riempie la bocca e gli occhi sembrano sussulti del respiro. Lo stesso respiro che si ferma, che accelera e rallenta quando senti che la cerniera è giù, e la punta delle dita sta trovando la strada e ha sentito. Il tessuto sottile e morbido che copre il sesso sempre più gonfio.
- Ha voglia di un altro caffè?
Ti alzi e vai verso la porta, sorrido e annuisco. Ho voglia, sì. Ma non di un altro caffè. Avrei voglia del rumore della serratura che si chiude e ci tiene in questa stanza al sicuro, e della zip dei tuoi pantaloni che si abbassa appena prima di un fruscio lieve di tessuto. Il fruscio del sesso che la mia mano destra estrae, e gli occhi guardano per la prima volta.
Dovrei spiegarti alcune cose. Ma non posso. Dovrei dirti che ho immaginato decine di volte di assaggiarlo, il tuo sesso che non ho mai visto. Ne ho immaginato il sapore e la consistenza, ho pensato di circondarlo con il palmo delle mie mani piccole e le labbra sottili, l’ho stuzzicato con la lingua fino ai testicoli poi di nuovo su, verso la punta. E l’ho fatto esplodere, anche, mille e mille volte, mentre con il volto serio e interessato ti ascoltavo raccontare le idee per la nuova strategia aziendale. E sapessi quante altre volte ti ho avuto dentro. Mi hai presa in piedi, in un angolo della città a caso, sei venuto dentro di me con un sospiro straziante da togliere la vista, hai piantato le unghie nella mia carne e spinto il bacino contro il mio colando sudore sul mio vestito elegante, mi hai girata per prendermi dietro e chinata con un gesto brusco della mano e le dita a tirarmi i capelli. Hai dilaniato l’intimità calda che si sta abituando ad ascoltarti impassibile e fradicia con i colpi di un desiderio frettoloso ed egoista, abbastanza sguaiato da rendersi assoluto.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Ti sto dicendo qualcosa, rispondo a tono e fingo di seguire il tuo progetto fino in fondo. Ma è alle tue mani che penso, le vedo muoversi e ridere insieme a te, le vedo porgermi l’ennesimo bicchierino di carta con il caffè dentro e le vorrei succhiare, dito per dito, poi accompagnarle tra le mie gambe aperte chiedendoti di usarle tutte, leccandomi con il gorgoglio rumoroso della tua voglia e preparando, rimandando, affrettando il momento unico che ti chiedo urlando. Il momento di te, della punta del tuo sesso ignoto, a dilatarmi torbido.
Lo sento entrare, sai, adesso. Le mie gambe accavallate nei pantaloni neri nascondono la voglia nera e bagnata del tuo corpo che spinge. Osservo il computer sulla scrivania e i documenti quasi in ordine, un telefono bianco con decine di tasti e le fotografie, sparse qua e là per ricordare che hai una vita oltre questa vetrata pulita e dura. Bella, la tua vita da manager di un’azienda i cui confini si perdono nei grattacieli che prima o poi riuscirò a visitare tutti. Ci penso, provo a pensarci, e ascolto gli ordini mascherati da richieste morbide di collaborazione. Intanto. Ti sento ansimare nel mio orecchio e ho il tuo sesso addosso, sta aprendo la mia voglia caldissima e la dilata, la prende lento prima dell’affondo, prima di iniziare la danza ruvida dei colpi che, sono sicura faranno esplodere il mio orgasmo a testa indietro, le dita aggrappate a letto per non cadere. La voglia del tuo liquido in fondo, da tenere e mordere, appena urlerai che non riesci più a fermarti.
Lo voglio sentire, il senso viscido di te che mi esplode in gola o nella cavità umida dove ti aspetto da mesi. Voglio ricordarlo mentre cammino seria nei corridoi vuoti d’acciaio e vetro, sentirlo uscire e impregnarmi i vestiti di piacere molle e tensione urgente, voglio desiderarlo in sms da ricevere di notte, in previsione di un incontro. Lo voglio bere, risucchiato dalla mia voglia e dalle tue mani che prendono il mio corpo aperto alle fantasie che vorrai gridare. Sicuro che, in ginocchio oppure in piedi sopra di te supino, saprò esaudirle tutte.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Vorrei dirti questo mentre scrivo, da sola in una stanza che puoi solo immaginare. Ho un letto disfatto dietro le spalle e una finestra aperta su qualcosa. Ma le mani, quelle tue mani che ancora non conosco, dovrebbero proprio essere qui.

nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 9 – LIDIA

-Dai mamma, sei lenta!

Camminò più in fretta per raggiungerla.

-Amore, non esagerare. Puoi camminare ma non correre. Hai sentito l’infermiera?

La raggiunse con un po’ di fatica.

-Non ho più l’età per starti dietro, se faccio qualche altro metro ricoverano anche me.

- Sei stanca davvero mamma? Sembri pallida.

Nascose l’affanno che le squassava il petto. Aveva dimenticato le sue terapie in quei giorni, chi poteva pensare alle pillole e alla boccetta delle gocce da tenere sempre in borsa con Clara messa tanto male? Ci aveva pensato, qua e là, si era detta “Devo ricordarmi delle mie medicine”, e aveva anche tentato di recuperare qualcosa quella mattina, ma il fiato arrancava lo stesso. Era l’ansia per tutti i casini, niente altro. Fisicamente stava benissimo, la psiche dava segni di cedimento; ma avrebbe resistito, ne era sicura.

-No tesoro, sto benissimo. Scherzavo. Sono molto felice di vederti così allegra.

Clara si avvicinò a un cespuglio.

-Belli questi fiori. Laura ha detto che durano moltissimo. Li ha anche lei nel suo giardino.

- Come fai a saperlo?

- Me l’ha raccontato questa mattina quando ha tolto l’ultimo drenaggio. Credo che abbia un giardino grande, a casa sua. Mi ha spiegato un sacco di cose sulle talee, sulle aiuole e su come abbinare i diversi tipi di fiori. Ha il pollice verde, beata lei. Nel tempo libero coltiva fiori.

“E scopa con tuo padre, ma questo non te l’ha detto”.

Sentì crescere la rabbia.

-Sì, tempo fa ha scoperto che i fiori la aiutano ad affrontare l’ansia, ne abbiamo parlato.

Clara mosse alcuni passi guardando il terreno. Sembrava perplessa, e a Lidia sembrò di intuire il motivo: conosceva molto bene le regole della psicanalisi, almeno quelle che riguardavano il segreto professionale e il rapporto tra analista e paziente. Sapeva che era sbagliato, che lei stava sbagliando. Non avrebbe dovuto parlare dei dettagli dell’analisi di Laura. In più, Clara avrebbe dovuto mantenere di Laura un’immagine forte e serena, per essere tranquilla. Notò il suo sguardo.

-Sei arrabbiata con lei, mamma?

- Perché lo chiedi? Certo che no!

- E’ strano, quando c’è Laura non parli mai, sei molto seria. Adesso mi dici questa cosa dell’ansia, non fai mai commenti sui tuoi pazienti.

- Laura non è più mia paziente. Conosci le regole: se ci si avvicina troppo cade l’efficacia dell’analisi. E comunque non avrebbe più avuto bisogno di me: sta benissimo. Non preoccuparti.

- Non mi preoccupo per lei, ma per te.

- Perché?

Clara sedette su una panchina.

-Sono un po’ stanca, facciamo una pausa. Non so mamma, sembri strana. Nervosa.

Le sedette accanto.

-Il tuo intervento è stato uno stress per te, ma anche per me. Ora stai bene e sono felice. Il nervosismo passerà. Vuoi che ritorniamo in camera?

-Sarà come dici, ma la mia impressione è che Laura ti abbia fatta arrabbiare. E’ colpa mia?

- No, non lo è. Vuoi che te lo spieghi da analista?

- Sì.

- Quando mi hai raccontato il tuo problema e ho visto cosa avevi nel seno mi sono spaventata. Sapevo che Laura è un bravissimo chirurgo quindi l’ho chiamata senza riflettere, interrompendo di fatto il suo rapporto terapeutico con me. Lo rifarei, sono convinta che sia stata la scelta giusta. Ti ha salvata. Però in qualche modo mi imbarazza il cambiamento. Mi devo abituare, e anche lei.

Clara si alzò e camminò lenta verso l’ospedale, la seguì aspettando che parlasse.

-E papà?

- Papà cosa?

- Ha scoperto di conoscere Laura quando è arrivato da New York. Ti ha dato fastidio?

Era vicina alla verità. Aveva vent’anni e conosceva suo padre. Non le rispose finché furono in camera. La aiutò a sdraiarsi nel letto e sistemò i cuscini.

-Allora mamma? Rispondi alla mia domanda?

- Non me la ricordo.

- Ti ho chiesto se ti abbia dato fastidio scoprire che papà fosse amico di Laura.

Si obbligò a ridere.

-Ma no, perché avrebbe dovuto darmi fastidio?

- Perché sei sempre stata gelosa di papà, vi ho sentiti litigare un sacco di volte. Ha avuto alcune amiche in passato e tu ti sei arrabbiata a morte.

- Ne abbiamo parlato decine di volte. Il matrimonio non è sempre perfetto e tuo padre ha avuto qualche avventura, ma ama te e me, e Laura non c’entra niente.

- Detto così sembra proprio che tu sia incazzata con lei.

- Non è così.

- Sicura?

L’insistenza di Clara la insospettì.

-C’è qualcosa che vuoi sapere? Una domanda precisa che ti tormenta?

Clara abbassò lo sguardo.

-A dire la verità, sì.

- Dimmi.

- Quando papà ha messo la mano sulle spalle di Laura l’altro giorno i tuoi occhi erano cattivi. Li guardavi ed eri furibonda, sono sicura. E lui sembrava che la fissasse con affetto, che le sue dita le stringessero forte la spalla per farle sentire qualcosa. L’hai notato anche tu e ti sei arrabbiata. Ammettilo mamma. Sei gelosa di Laura?

Era troppo. E non c’era tempo. Avrebbe dovuto meditare una risposta, ma gli occhi di Clara le scavavano l’anima. Era bastato un gesto di Luca perché il suo odio per Laura diventasse evidente, tanto da colpire la fantasia di sua figlia. E portarla sull’orlo della verità. Se davvero fosse stata una donna coraggiosa avrebbe ammesso tutto: la relazione di Luca con Laura, il suo dolore, il rifiuto di Luca di lasciare l’amante. Ma il mondo non era più lo stesso di qualche giorno prima e neanche lei: c’era rabbia ma non c’era coraggio, solo troppa, tremenda confusione.

Decise di ammettere, ma solo parzialmente. Conosceva Clara e sapeva che non le avrebbe creduto se avesse negato perfino il suo sguardo di odio quella sera.

-Hai ragione. Ero stanca e depressa, avevo paura per te. Laura mi ha fatta arrabbiare perché ti ha parlato di tumore maligno e quando ho visto papà toccarla ho perso il controllo.

- Secondo me l’ha fatto senza pensarci, voleva tranquillizzarmi. Voleva farmi vedere che c’è armonia e che posso fidarmi di Laura così come si fida lui. Le ha stretto la spalla per farsela alleata, credo.

Capì che quella era per la figlia la spiegazione più accettabile.

-Hai ragione, sono le stesse cose che ho pensato io quando mi sono calmata. Al momento mi sono arrabbiata ma ho riflettuto, e l’ho capito quasi subito: l’atteggiamento di papà era un segnale a te, a noi, sull’affidabilità di Laura.

Rise.

-Certo averlo capito non mi ha salvata da un furibondo litigio con tuo padre, che ha notato il mio sguardo come l’hai notato tu.

- Davvero?

- Sì, ha aspettato che fossimo soli e mi ha investita con i suoi rimproveri.

Stava funzionando. Clara seguiva il suo racconto con l’espressione attenta e mezzo sorriso, senza parlare.

-Gli ho detto che mi sono resa conto della sciocchezza e la cosa è finita lì. Ma lo conosci, ci mette un po’ di tempo a sbollire.

- Già. Meno male, sono contenta che non ci siano problemi con Laura. Lei con me è meravigliosa e mi dà molta sicurezza.

“E’ meravigliosa anche con tuo padre. Vorrei che la vedessi in ginocchio davanti a lui, a sbottonargli i pantaloni”.

La rabbia ritornò, violenta. Quella puttana di Laura stava rubando il cervello a sua figlia dopo essersi bevuta quello di Luca. Voleva portarle via tutto, anche l’amore di Clara. Si voltò verso la finestra per chiudere la tenda.

-E’ ora di riposare. Prova a dormire, così quando arriverà Laura potrete chiacchierare e sarai fresca e allegra.

- Sì, mamma. In effetti sono stanca. Penso che oggi Laura mi parlerà della chemio, meglio dormire per prepararmi un po’.

Le tenne la mano finché la vide dormire, percepì il rilassamento dei muscoli e il respiro sempre più regolare. Fissò il suo torace: anche se la medicazione contribuiva a nascondere lo scempio, la mancanza di un seno era evidente. Clara non aveva ancora affrontato l’argomento, ma prima o poi avrebbero dovuto parlarne. “Meglio aspettare”. Non riusciva a guardarla senza i cerotti: la cicatrice le faceva orrore, la mutilazione sul corpo di sua figlia era intollerabile. L’avrebbe portata da qualche parte, da qualsiasi parte e spendendo ogni possibile cifra, per darle un seno nuovo. E un’immagine che si potesse ancora guardare senza che il cuore si strappasse di disperazione.

E la chemioterapia. Clara era certa che avrebbe dovuto farla per rischiare meno, sarebbe rimasta senza un seno e senza capelli, magari con le sopracciglia rade e tristi. E ne avrebbe parlato con Laura. Ancora lei. L’aveva vista stringere la mano a una paziente che sorrideva con gratitudine, l’aveva odiata anche per quello. I pazienti l’amavano: il sorriso totale che riempiva il viso rotondo e illuminava gli occhi, il tono della voce calmo con l’ombra della erre blesa, i modi pacati e rassicuranti attiravano fiducia, speranza e gratitudine. E amore, quello di Luca, che non l’avrebbe più lasciata: la passione era destinata a spegnersi ma il bisogno no, quello avrebbe resistito perfino ai sensi di colpa e l’avrebbe legato a lei per sempre. “Bisogno non è amore”. Lo ripeté a se stessa, l’aveva detto molto volte a Laura in analisi. Nella vita di Laura c’erano state molte relazioni basate sul bisogno, e ogni volta lei l’aveva aiutata a capire. Gratitudine e bisogno non potevano essere sufficienti a renderla felice, ci voleva anche l’amore.

“Qui l’amore c’è, e c’è anche il sesso”. Il dolore al centro del petto picchiò duro. Avrebbe dovuto stare attenta, quei pensieri le toglievano il fiato e peggioravano i sintomi, non era il momento più adatto per stare male. Pensò alle pillole, forse erano nella borsa, o magari c’erano le gocce, ma non ebbe voglia di cercarle.

Luca e Laura, era colpa loro. Si conoscevano da mesi e lei sapeva tutto dall’analisi, dai racconti entusiastici di Laura che con Luca sembrava avere ritrovato vita. Si erano incontrati a una cena di inaugurazione di un congresso, erano finiti subito a letto. Copione usuale per entrambi. Quando Laura le aveva raccontato la passione con lo psichiatra a lei non era venuto in mente che potesse trattarsi di Luca. Nonostante il nome, nonostante la professione e le due o tre notti di assenza ogni settimana che coincidevano con la felicità di Laura. Non aveva capito neanche quando entrambi erano spariti per una settimana, ed erano ritornati felici e abbronzati con gli atti di un congresso a Cancun. Coincidenze indegne di nota: lei, Lidia, moglie tradita spesso e gelosissima, si era lasciata sfuggire una relazione che avrebbe dovuto essere subito evidente perfino a un’analista alle prime esperienze. E la colpa era di Laura, solo sua: con quel modo di fare ingenuo e immediato, con la bontà che traspariva anche nei momenti di rabbia l’aveva ingannata. Come aveva ingannato altre mogli di suoi amanti prima di lei. Era sua, la colpa. Carpiva l’affetto per mangiarselo e vomitarlo distribuendo dolore. Usava gli uomini travolgendoli di erotismo, per poi abbandonarli quando il possesso non le interessava più.

-Lidia.

La voce di Luca la riscosse dal dormiveglia. Accolse il suo bacio senza ricambiarlo.

-Dorme.

- Ha camminato?

- Sì, siamo state in giardino. Le hanno tolto anche l’ultimo drenaggio, c’erano solo venti cc.

- Bene, come va l’umore?

- Il suo o il mio?

Le sorrise.

-Di entrambe.

-Il suo molto bene.

- E il tuo?

- Chiedilo a Laura.

Luca sospirò, scosse la testa.

-Non sei tu Lidia, proprio non sei tu.

La fiaba della regina fortunata

C’era una volta una regina.
Lo so, questo incipit rimanda a una fiaba. Forse la Luini (quanto detesto essere chiamata così, “la Luini”) ha deciso finalmente (per alcuni è un finalmente, per altri forse no) di scrivere un’altra fiaba. Invece no. Avremo tempo per le fiabe, avremo tempo per altri romanzi o racconti brevi. Avremo tempo per i pezzi di parole.
Oggi inizio da qualcosa e trovo qualcosa d’altro, di diverso, non so dove vado a parare. Scrivo, l’impulso è quello, la testa è vuota e le mani pronte.
Ho detto che c’era una volta una regina, non so perché abbia parlato di regina e non di re, oppure di schiava o di topo o di airone cinerino: ho scritto regina e non avevo volti in mente, solo un vestito colorato come quello delle carte da gioco e un paludamento in testa. E capelli neri e occhi verdi. Una regina dovrebbe essere così, cambia i colori quando passa dallo stato di principessa (classicamente bionda ed eterea, ignara delle cattiverie della vita e del sesso) allo stato di regina. I capelli diventano neri, lo sguardo si sveglia e assume un fondo di perfidia, le movenze si fanno sicure. Potere e sesso fanno questo effetto: aumentano l’autostima.
C’era una volta una regina. Non so cosa facesse: la vedo seduta su un trono con la mano sinistra alzata e lo scettro tra le dita, tanto strette da diventare bianche. Oppure nei giardini reali, mentre cammina da sola circondata da una folla che tenta di adularla.
Alt. Come, da sola con una folla? Non si può essere soli con una folla intorno. Invece sì, e all’improvviso capisco il perché di questa regina saltata fuori dalla mia testa finalmente ferma, finalmente concentrata sullo scrivere. La solitudine straziante di una regina, l’isolamento triste di chi non può contare su altri, deve fidarsi solo di se stesso. E se non lo capisce è un guaio, perché si affida alle lusinghe, ai sorrisi, alle carezze di chi vuole, vuole, vuole. Vuole tutto da lei, vuole tutto grazie a lei, vuole tutto ma non lei.
La vedo, questa regina, nei vialetti del meraviglioso giardino che non vorrei avere (a me piacciono i boschi e le radure, niente di preordinato e soprattutto niente aiuole per carità!) che annuisce sorridendo ai fiumi di sciocchezze che le vengono soffiati nelle orecchie, mentre il cervello macina richieste d’aiuto che nessuno potrà raccogliere. Se è molto evoluta, la nostra regina (la sentiamo un po’ nostra, vero?), finge solo di ascoltare, e con i neuroni ormai esperti nell’astrazione tenta la fuga, e immagina di essere altrove, di cantare o dormire o ballare o fare l’amore, o ancora riempie di insulti la persona “a lei più vicina”, cioé chi le parla convinto di essere nelle sue più intime grazie. Insulta odiando, ma tace e sorride. E annuisce come se tutto le fosse gradito.
Povera regina. Potremmo dirlo se non fosse regina, proviamo a immaginarla con i suoi adoratori intorno e gli anelli sulle dita. E’ difficile dire “povera lei”, in fondo è una regina! E’ la donna più fortunata del creato, ha avuto il trono e lo scettro e il potere. Ha avuto gli occhi del popolo puntati addosso per adorarla. Non si può davvero compatirla: se ha qualche difficoltà se la risolva da sola, e la sopporti, lei che è regina!
Però c’è un problema.
Il problema della regina non sono i capelli, non è la corporatura snella o pingue o diafana, non è neanche lo sguardo: il suo problema, vedete, è che è regina. Quando le hanno regalato il trono un imperatore potentissimo le ha sorriso, e ha detto:
- Impara a fidarti di nessuno. Più sali in alto, più sei sola.
E la regina per un po’ si è ubriacata di quello scettro che finalmente poteva tenere in mano, si è seduta comoda sul trono e ha descritto agli amici la sensazione che provava. Ha pianto davanti a loro, ha riso e giocato a golf. Si è confidata regalando pezzi del suo cuore, convinta che nessuno li avrebbe usati per farle male. A volte ha giocato a rubamazzo, che nel segreto delle stanze del castello fa tanto chic, con gruppi di persone che amava con tutto il cuore (ancora questo cuore di mezzo: la regina capisce tardi che non serve più, anzi è d’intralcio). Per mesi e mesi l’imperatore saggio e burbero è rimasto in un’ansa piegata del suo cervello, a parlare da solo.
Poi la regina ha capito. Che quando si diventa regine non si cambiano solo il colore dei capelli, degli occhi, e il portamento. Si scopre il sesso, che è una delle migliori invenzioni della natura. Si hanno soldi, spesso, anche se non tutte le regine sono ricche. Si hanno uomini che pregano e seducono, e mandano meravigliose lettere d’amore. Però. Sopra e dietro, e davanti a tutto c’è un solo fatto vero, che qualcuno avrebbe dovuto dirle meglio, uno di quelli che cambiano l’esistenza e fanno girare i tacchi per scappare oppure procedere spediti con maggiore coraggio (e incoscienza). Il fatto è questo, povero imperatore messo in fondo alla memoria: hai ragione tu, quando si è regine si è sole. E la solitudine è quella vera, non puoi neanche goderla perché devi sorridere e parlare e stringere le mani di tutti, devi fare finta di credere agli abbracci e ai consiglieri amici. Devi. Perché è così.
Ma sei regina. E sei sola.
Sapete una cosa? Forse sì, forse questa è una fiaba. L’ho scritta aprendo e chiudendo troppe parentesi, ma me ne frego.

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