Archive for May, 2010

Ego su ECO

- Non ho tempo, puoi andare tu a consegnare la mia macchina per il tagliando? Non perdi tanto tempo, organizzo tutto e devi solo consegnarla.
Non ho speso molti pensieri per rispondere alla richiesta di Claudio: la sua “macchina” è un bolide nero piatto, a due posti, che fa voltare gli sguardi e sussurrare “Tanto è in leasing, di sicuro” a mezza voce. Ho accettato: cosa volete che sia una corsetta Milano-Seregno con il bolide? Piacere puro, e se non piove schiaccio il pulsante e scappotto tutto. Occhiali  da sole su sguardo assassino, chi mi ferma?
Solo che piove. “Pazienza”, rifletto, metto in moto, godo fisicamente per il rombo da formula uno e parto. Tangenziale ovest, poi la est: attenta agli autovelox disseminati proprio per me a ogni angolo, riesco a notare che in direzione opposta ci sono centinaia di veicoli in coda. Sorrido, per ora non è un mio problema e quando lo diventerà avrò una fantastica auto sostituiva accessoriata, chissà che radio!
- Prendi l’auto sostitutiva e, se puoi, portala a casa mia.
Servizievole come solo io so essere, ho pianificato benevolmente l’intero favore a Claudio.
A Seregno, con una curva pennellata quasi su due ruote entro nel garage della concessionaria, raccolgo borsa e telefono e scendo. Due gentili signori in giacca e cravatta, con lo stemma della casa automobilistica sul petto, mi accolgono dopo un minuto.
- Buongiorno, signora.
- Buongiorno, ho portato la macchina per il tagliando.
Uno dei due mi porge la mano e dice:
- Bene, la porti dentro.
Mi guardo intorno: sono a un metro dal bolide, che è già dentro! Siamo all’ingresso dell’accettazione, c’è scritto così, più dentro proprio non si può. Fisso il tizio con aria smarrita.
- Come, scusi?
- La porti pure dentro, la metta qui, ce la fa a passare senza toccare questa?
E indica il bolide.
La verità mi si materializza nel cervello in un istante: sono donna, ho le unghie delle mani e dei piedi blu metallizzato, i capelli a spazzola e una borsa semplicissima sulla spalla. Per i due gentili ed eleganti signori con lo stemma sul petto non posso certo essere la proprietaria dell’astronave nera piazzata al centro dell’accettazione.
- Beh, veramente la macchina sarebbe questa.
Per sottolineare la frase indico il bolide con la mano. Si voltano lentamente, increduli. Con gli occhi rapidi ed esperti fanno l’intero giro della carrozzeria in cerca di graffi o ammaccature.
- Questa… E’ la sua?
Ho voglia di dire che sì, è la mia macchina, ma non ce la faccio. Senza perdere un grammo di dignità, confermo o quasi.
- La macchina è questa, ma non è mia. La consegno a nome di…
- Ah!
Si illuminano all’unisono. Due lampadine al neon perfettamente sincronizzate. Capisco che continuano a non comprendere come il signor tal dei tali abbia potuto affidare a una donna la tratta Milano-Seregno senza per questo soffrire di insonnia, ma accettano l’evidenza.
Uno dei due mi accompagna in ufficio, l’altro siede dentro il bolide e scrive, smanetta il computer di bordo e avvolge i sedili con la plastica.
- Ha prenotato un’auto sostituiva, vero?
- Sì.
Pregusto il trionfo. Firmo due o tre fogli che non leggo, poi seguo la giacca e la cravatta.
- Ecco, prenda questa.
Osservo la Smart bianca e le chiavi che l’uomo mi porge.
- Sa guidarla?
- Certo. Ho una Smart.
Forse non si accorge del tono deluso. Respira con evidente sollievo, mi saluta e rientra nell’officina, sicuramente ansioso di mettere le mani sul bolide nero o su uno dei parenti prossimi parcheggiati al sicuro. Lontano dalla Smart bianca che mi osserva.
- E’ una Smart.
Dico all’amico Claudio che, tempestivo, telefona.
- Una Smart?
- Già.
- Come la tua?
- No, la mia è cabrio. Questa no.
Provo un piacere sottile, e quasi mi dispiace: la delusione di Claudio è commisurata ai cavalli del bolide che per qualche giorno dovrà lasciare qui. Mi saluta in fretta, salgo sulla Smart e parto. Faccio il pieno di benzina come da regolamento (un giorno qualcuno mi spiegherà il metodo infallibile delle concessionarie: le auto che ti consegnano sono meticolosamente svuotate, nude di benzina) e cerco la radio per consolarmi con la musica. Tum, le dita sbattono contro un cruscotto nero e disadorno. Non c’è radio, dovrò cantare o parlare da sola nella coda interminabile delle tangenziali. Perfetto!
Metto in moto dopo il pieno, in mancanza di sottofondo musicale instauro con la Smart un dialogo costruttivo. “Sei quasi come la mia, mi piaci, niente male davvero”. Voglio che si senta a proprio agio, che non patisca il confronto che il bolide da cui mi ha vista scendere poco fa. E gli occhi cadono su una luce verde. Dice “ECO”.
ECO. Lì per lì mi sento felice: la macchina ha qualcosa che rispetta il pianeta, non sto creando troppo danno all’ambiente. Poi una domanda nasce dall’euforia: cosa significa ECO? Il dubbio si fa via via più angoscioso, soprattutto quando scopro che la ripresa è quella di un bradipo e la Smart si spegne ogni volta che trovo una coda o un semaforo. Sarà normale? Intuisco che la mia frequentazione dei treni e dei mezzi pubblici mi ha impedito di evolvere verso la scritta ECO, che probabilmente per tanti esseri più moderni di me è una sciccheria da ostentare agli amici. “E se si ferma e non riparte?”.
Afferro il cellulare. Ho amici uomini pronti a spiegarmi, sono sicura. Evito Claudio, in lutto da sostituzione bolide-Smart, e mando un sms all’amico che più degli altri è gentile con me. Gli spiego il mio dramma e attendo. Attendo. Attendo. Mi viene in mente che di solito risponde al venti per cento dei miei messaggi, solo con il vento a favore. Ma attendo ancora, sono sicura che non saprà resistere al desiderio di aiutarmi. Attendo. Niente. Provo con altri due collaudatissimi amici, magari non li sento da un po’ ma figurati se non rispondono. Altro niente.
La Smart va tranquilla per la sua e mia strada, io però ho l’incubo del carro attrezzi e prefiguro l’espressione di trionfo dei due uomini eleganti della concessionaria quando mi vedranno rientrare insieme all’ACI 116: arrivo alla decisione estrema, mando l’ultimo e definitivo sms a lui, il Risolutore, colui che da più di venti anni assiste rassegnato ai miei sbandamenti nella vita. E lui richiama dopo trentasette secondi.
- Cosa succede?
- Niente, tutto ok. Però c’è questa scritta, ECO, è verde ma diventa gialla e ritorna verde, la macchina si spegne e riparte da sola.
- Ma figurati.
- Insomma, mi dici cosa significa?
Inspira, trattiene la risata (mi sembra di vederlo, con i gomiti sulla scrivania e la smorfia che fa quando impedisce a se stesso di ricordarmi i miei limiti).
- ECO significa che…
La sua spiegazione è dettagliata, precisa ed esauriente. Parte dagli albori, dalle lotte ecologiste fino alle logiche delle multinazionali. La ascolto con sollievo e mi dico che in fondo lo sapevo benissimo.
- Grazie, scusa se ti ho disturbato.
- Figurati. Ma senti, aspetta.
- Dimmi.
Un istante, prende ancora fiato. E so cosa vuole dire, ha i canini aguzzi e un sottile compiacimento.
- Non dirmi che hai chiesto aiuto solo a me.
Prevedibile.
- No, in effetti no.
- E come mai allora mi hai mandato il messaggio?
- Beh, gli altri forse non hanno letto. O sono impegnati.
- Capisco. Nessuno ti ha risposto.
- Potremmo dire così, sì.
Posso toccare il suo trionfo. Lo assapora piano, non ha fretta di affondare il fendente. Il sorriso egocentrico e soddisfatto buca la distanza e mi sfiora.
- Eh, già. Ma non hai problemi. Per te, ci sono sempre. Io.
Io. Pronuncia le due vocali trascinandole all’infinito, con l’enfasi che ci vuole. C’è stato un tempo, anni fa, in cui l’ho chiamato “ego”, nel blog degli esordi. Rido e gli mando un bacio, e penso al pezzo che scriverò appena a casa. ECO spiegato da ego, a conclusione dell’avventura automobilistica di questo pomeriggio.

Uno scritto di Silvia Delaj

Sembrerebbe che io non sappia vivere. Me lo dicono.
Io non formulo tale assioma su nessuno. Non ne conosco il significato.
Ognuno gira con la propria verità in tasca.
Le mie tasche sono vuote. Rivoltabili.
Ma può darsi, comunque, che io non.
“My friend, I’ll say it clear, … I did it my way.”
C’è uno scarto fra me e il tempo. Un disagio.
Perché certe volte mi sento come quando prendevo l’agrifoglio a Natale o come quando raccoglievo le conchiglie ma non è più allora. E anche il profumo dei garofani … le dita macchiate di inchiostro e la paura di essere sgridata … ( Dio, quella paura!) … e poi il suono delle campane.
Io non sopporto il suono delle campane.
Sì, sono andata con l’ombrello aperto. A scanso si mettesse a piovere improvvisamente.
Non è servito. Il vento ha strappato sempre l’ombrello.
Non credo di non saper vivere. (Ma che significa  saper vivere o non saper vivere?) Credo piuttosto di non saper morire. Ma tant’è.
Ho avuto e ho timidezze e debolezze.
“I faced it all and I stood tall; And did it my way.”
Quando ero piccola mio padre, per farmi addormentare, mi cantava le canzoni di guerra e degli alpini.
Non è che fossero molto adatte. Eppure io mi addormentavo. Coi canti degli alpini.
Poi ogni ruga che si forma è una cosa imparata. E accettata.
E’ un singhiozzo ingoiato.
Quando non avevo rughe sapevo meno cose.
La giovinezza termina con la perdita dei genitori. Perché non sei più figlio.
Sai che sopra te non c’è nessuno. Che il prossimo a cui tocca sei tu. E ti viene un panico. Un brivido.
Improvvisamente noti che la maggior parte delle persone sono più giovani di te.
Forse è vero che: io non.
Ma ci sono delle consapevolezze che si acquistano dopo che i fatti si sono esauriti.
E ora so che “Se mi chiudevo a poco a poco nel rancore, era perché questo rancore lo cercavo. Perché sempre l’avevo cercato …”
C’è un paese a cui non si può tornare. Perché è stato volutamente distrutto. Un paese dell’anima, intendo. Sostituito con grattacieli a prova di dolore.
Era quella la mia debolezza. Ed è debolezza, ora, pensare di non averlo difeso.
Ho provato a dirlo. Ma avevo un groppo in gola.
“Vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose.”
Mi piacciono i garofani, piango al suono delle campane.

Silvia Delaj

Maggio 2010

Al Salone del Libro di Torino, ‘Diario di melassa’ narrato con i segni

Trovare mezzi di comunicazione oltre la scrittura: per chi scrive per passione, istinto e professione sembra assurdo, eppure è la sfida, il progetto al momento più importante per me.
I racconti di vita, i resoconti di una o più giornate sono noiosi e difficili, diventano cronaca (e c’è chi scrive eccellente cronaca, a me accade di rado di cimentarmi): mettiamola sulla condivisione, la mia voglia di condividere con i lettori di questo sito internet l’emozione enorme vissuta oggi al Salone del Libro di Torino.

Interno giorno, spazio Autori B. La presentazione di “Diario di melassa” è un appuntamento piacevole, interessante e mai uguale: grazie alla sensibile lettura di Lorenza Caravelli e alla sua capacità di tirare fuori dal libro e da me punti di vista inattesi, il discorso prende strade ignote e scatena riflessioni che riescono a sfociare nell’ironia, nella profondità, nella tristezza, nella critica sociale. Eppure credo di parlare anche a nome di Lorenza dicendo che l’interpretazione dell’incontro con i lettori e dei brani di “Diario di melassa” in LIS è stata un’esperienza di tale impatto da suscitare una commozione difficile da esprimere. L’occasione di Torino è stata la prima prova di uno scambio importante: da qualche tempo lavoro a un progetto di video romanzo interamente tradotto in LIS per sordi, e ho pensato di chiedere l’aiuto di Alessandra Battagin per vivere in prima persona e fare vivere ai lettori l’interpretazione in LIS di un romanzo.
L’idea iniziale per il video romanzo è nata dalla passione che non sospettavo di nutrire per alcuni audiolibri. Inizialmente scettica, ho scoperto che esistono audiolibri capaci di trasmettere intrigo, dolore, coinvolgimento, amore, felicità con un’immediatezza straordinaria. E non sono stati solo gli audiolibri: da accanita lettrice seguo le presentazioni e le performance di molti scrittori, e mi è capitato di perdermi completamente, sciolta nell’emozione delle interpretazioni di Tiziano Scarpa, per esempio. Ho riascoltato brani di Tiziano colti su YouTube a occhi chiusi, ho acquistato l’audiolibro (rieccoci all’audiolibro) e intuito che il lettore può andare oltre, riesce a godere dell’opera letteraria anche con una diversa forma di comunicazione. E, come conseguenza, ho visto che ci sono persone che, per l’assenza parziale o totale dell’udito, non possono né potranno mai conoscere la bellezza di questa “diversa comunicazione”. Che miei simili, uomini e donne a me uguali nell’essenza, abbiano una percezione del mondo in qualche modo differente mi ha spinta a pensare a come trasmettere i libri in altro modo anche a loro. Blocco subito l’obiezione che a qualcuno può arrivare spontanea (sottolineo con onestà che durante la presentazione di Torino l’ho definita un’obiezione idiota, perché così la considero): i sordi possono in ogni caso leggere. Certo che possono leggere, ma deve esistere il modo di offrire anche a loro un carico diverso e particolare di emozione che arricchisca l’incontro con i libri! Da questo è nato il pensiero del video libro interpretato in LIS per sordi. E il conseguente esperimento di oggi.
A Torino, nel cuore del Salone, con Lorenza Caravelli e con me c’era Alessandra Battagin: ha interpretato in LIS le domande di Lorenza e le mie risposte, e incantato il pubblico con l’interpretazione dei brani del libro letti da Lorenza. Ho visto occhi brillanti di commozione, passi di viandanti letterari rallentati al di fuori della sala per guardare e ascoltare, ho assistito con curiosità e meraviglia e ciò che un libro può diventare.
Il progetto di video romanzo interpretato in LIS ha molti aspetti complicati: il linguaggio dei segni deve incontrarsi con la scrittura narrativa e trovare una via per riuscire a trasmettere contenuti ed emozioni. La grande libertà dello scrittore constata il proprio limite e deve accettarlo in nome del diritto del lettore privo di udito di ricevere una storia davvero densa di significato. Eppure, poche sfide mi sono apparse così belle e stimolanti. Osservavo Alessandra diventare “Diario di melassa” con il corpo, con la mimica, con gesti che in fondo non comprendevo e mi sono illusa di capire, per un istante, cosa sia per un sordo ricevere l’interpretazione di un libro.
Ho sempre detto che il Salone di Torino ogni anno ha dato qualcosa in più alla mia vita. Questa notte non posso che confermare che vale anche per il 2010: una presentazione in LIS, e un libro in LIS, un dono di emozione diverso da ogni altro.

RTL intervista MariaGiovanna Luini

Il 13 Maggio 2010, MariaGiovanna Luini racconta ai microfoni di RTL il progetto del videoromanzo erotico tradotto ed interpretato in LIS (Lingua dei segni)

MariaGiovanna Luini su Booksweb.tv

Chiara Beretta Mazzotta intervista MariaGiovanna Luini durante il Salone Internazionale del Libro di Torino.

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