Archive for June, 2010

scrivere e comunicare, riflessione al margine di uno scritto di Carver

“Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto – qualsiasi opera letteraria che presume di chiamarsi arte – è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, più che limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare, giusto?”.

Raymond Carver pone la domanda, e forse la ritiene retorica o forse ci nasconde dentro un carico di ironia, commentando la poesia “per Tess” su “Literary Cavalcade” vol. 39 n.7 (aprile 1987): ho colto riflessione e domanda in treno, immersa in “Per favore, non facciamo gli eroi” edito da minimumfax. Che libro, mi ha tenuta sempre in bilico tra l’inopportunità di piazzare sotto gli occhi del lettore pezzi che forse Carver non avrebbe mostrato (non concordo granché con la premessa di Tess Gallagher: da qualche parte in questo libro Carver critica una raccolta di scritti di qualcuno, e dice che alcuni brani meno riusciti dovrebbero restare inediti) e l’amore assoluto, raro da provare, per ogni singola, indimenticabile produzione letteraria di colui che considero il “mio” Ray. Ho sottolineato storto, a matita grossa, pensieri e tratti che mi obbligavano a fermarmi, e la domanda, quella che leggete all’inizio, mi è sembrata una provocazione. Perché non credo che tutti gli scrittori che mi vengono in mente risponderebbero “sì, è giusto”; anzi, qualcuno direbbe con cipiglio sprezzante che è tutto il contrario, lo scrittore esprime il proprio talento, quindi se stesso, e non importa se comunica qualcosa al lettore oppure no. Questione di punti di vista, come sempre. Sarà che in questo periodo della mia vita mi fregio della qualifica di “comunicatore scientifico”, in quello sdoppiamento triplice o quadruplice che cronicamente sono, ma secondo me invece Raymond, il mio Ray, ha ragione. Lo scrittore dovrebbe comunicare, altrimenti la sua produzione resta una sterile ostentazione di un perfetto talento (nei casi migliori) o di una particolare bravura letteraria.

Come può lo scrittore prescindere dal lettore? Negli anni di scrittura e pubblicazione ho visto e sentito molto, e di tutto ho trattenuto qualcosa. Mi viene in mente, a titolo di esempio, la presentazione di un libro al salone di Torino 2010: mister XX, notissimo scrittore di eccellenza, si affannava a raccontare che YY, meno noto scrittore senza dubbio valido, si differenzia dagli altri semisconosciuti perché scrive per se stesso. Per se stesso. E lo incontro a Torino, allo spazio Autori B, con l’eccelso XX che lo presenta, con in mano la copia del libro sventolata al pubblico attento. La domanda è nata spontanea: “Se scrive per se stesso perché ha cercato un editore, perché ha firmato un contratto e perché è qui insieme a XX a sentirsi dire che è migliore degli altri perché non cerca un pubblico?”. Mi sono arrabbiata per l’ipocrisia di XX, più che di YY. Ho immaginato la felicità di YY al momento della firma del contratto, all’odore del libro fresco di stampa, alla notizia che proprio XX l’avrebbe presentato a Torino (beato lui, dico davvero), e ho sghignazzato, alzandomi e uscendo precocemente dallo spazio Autori B, per la squallida prova retorica di XX. Scrivere per se stessi è un bisogno, ed è meravigliosamente lecito. Così come ritengo meravigliosamente lecito abbandonare l’ipocrisia e ammettere che si scriva per se stessi e per gli altri cercando di ottenere il contratto migliore possibile e il bestsellerista alle presentazioni e la visibilità conseguente. Per mille e una ragione. Anche perché si desidera comunicare.

Scrivere non è lo stesso che comunicare; la scrittura è una forma di comunicazione, per alcuni versi la comunicazione è una forma di scrittura. Si può comunicare ogni cosa, più o meno, scrivendo. Ma la scrittura di un racconto, di una poesia, di un romanzo non è per se stessi, non per definizione: le storie nascono e trovano percorsi spontanei o costruiti, pilotati oppure lasciati liberi di fluire con un alone di mistero, e colpiscono gli occhi la mente i sensi del lettore. Quindi comunicano. Non c’è bisogno di aggrapparsi a Carver per intuire che lo scambio di emozione, sempre diversa tra lettore e autore, è una comunicazione anche quando la poesia o il racconto non piacciono: porgo la mia emozione, l’istante che ho voluto ritrarre nella sua falsa verità, e suscito altre emozioni, magari anche indifferenza, scambiando qualcosa con qualcuno. Uno o mille, non importa se penso a cosa significhi comunicare. Almeno, questo è ciò che sento nella mia scrittura, è un desiderio che assume i contorni del dovere anche se la parola “dovere” ha confini e contorni che sfumano nella sgradevolezza. Per Carver il racconto deve essere chiaro per il lettore prima che per lo scrittore, ciò che è narrato deve essere comprensibile e essenziale, non deve lasciare spazio all’incomprensione: non è necessariamente vero per tutti gli scrittori, ma è vero per me. L’istinto porta spesso il lettore a chiedersi quanto di “vero” esista nelle storie che legge, nelle poesie che assaggia con dubbio o smarrimento o piacere o commozione: cosa sia il vero è difficile da dire, perché la più balzana o gigantesca delle invenzioni è vera per chi la crea, per chi la scrive. Quindi la mia verità è assoluta, anche quando deriva da un’astrazione e da una lontananza abissale dalla realtà da me vissuta al di fuori della scrittura. Ma la comunico, la racconto, e mi aspetto di suscitare reazioni. Per questo trovo che non sia lecito ignorare le esigenze dei lettori, schifare le critiche o le aspettative di chi afferra i miei libri o cerca il sito internet: non permetto che queste aspettative influenzino il contenuto, ma curo la forma, lo stile, mi pongo il problema del “come è scritto”. Per questo ho capito tanti errori commessi, e alcuni non devono ripetersi neanche in buona fede.  Ho analizzato il tempo dedicato alla scrittura, e i fattori che confondono, e il peso dell’istante e dell’emotività sul contenuto. Ho sbagliato, e non troppo tempo fa: quando ho permesso che la rabbia e il dolore per alcuni accadimenti della vita si intromettessero in ciò che pubblicavo nel blog, per esempio, oppure quando decidevo di sgranocchiare il tempo necessario per recuperare una visione più distante da uno scritto prima di lanciarlo nella pubblicazione. Errori miei, solo miei, che però ho voluto sottolineare e guardare in faccia, trattenendomi poi nella scrittura quando altri tratti di vita sembravano minacciarmi.

“Le sensazioni e le intuizioni del lettore accompagnano e integrano sempre un brano letterario. E’ una cosa inevitabile e anche auspicabile. Ma se il carico principale di quello che lo scrittore ha da dare rimane alla stazione di partenza, quel brano, a mio modo di vedere, è in gran parte fallito. Credo di essere nel giusto quando penso che quella di farsi capire è una premessa fondamentale da cui qualsiasi buono scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi”. Il mo Ray prosegue così, qualche riga più in basso. La permeabilità dello scritto alle sensazioni del lettore, il suo modificarsi in funzione e grazie a ciò che il lettore prova e pensa e intuisce: che meravigliosa umiltà, e che perfetta verità difficile da accettare! Per ottenere lo scambio, l’impatto del racconto o della poesia o del romanzo sul lettore è importante accorgersi che ci deve essere comprensione. La comprensione di chi legge e può, così, interagire con la storia e con chi scrive. Comprensione che è frutto di comunicazione, appunto. Osservo i libri che ormai sguaiatamente affollano perfino il pavimento del mio studio e mi chiedo cosa sarebbero se fossero tutti prodotti di autocompiacimento e basta, pagine magari incantevoli ma scritte ignorando i lettori: avrei una popolazione muta di oggetti, solo questo. Oggetti senza vita dentro. Che tristezza, e che appuntamento mancato con opportunità di emozione, arricchimento e pensiero!

Recentemente ho scritto un testo che parla di salute: non lo colloco nello spazio e nel contesto preciso, non importa. Sarebbe facile distinguere quello scritto dalle storie che metto nei romanzi e nei racconti, o nelle prefazioni a tanti libri di narrativa che mi emozionano quando sono ancora manoscritti (o computer-scritti, sarebbe meglio chiamarli così): Giovanna Gatti comunica medicina, oncologia e scienza e MariaGiovanna Luini scrive storie, è questo? No, la realtà è che Giovanna con o senza il Maria davanti comunica, o vuole comunicare, in ogni caso, anche con le storie dei racconti e con i romanzi. Comunica, perché questo vuole fare. Le interessano i commenti e le critiche, sta male quando percepisce verità negative ed è felice quando invece riceve un elogio. E ci pensa su. Sempre. Il lettore critico o annoiato o entusiasta o commosso cambia qualcosa di me, e io mi illudo che, in un momento qualsiasi lui/lei abbia percepito un cambiamento grazie a ciò che ho scritto.

Abbandono questa riflessione affidandola a voi, ora. Vediamo cosa riusciamo a comunicarci a vicenda. E saluto il mio Ray con le sue stesse parole.

“Tendo sempre a mantenermi a distanza di sicurezza dall’astrazione e dalla retorica, sia in letteratura che nella vita”.

Roma erotica in silenzio

Il balcone buio e la strada, pochi metri sotto. Gente che cammina, lingue mescolate a tirare fuori niente. Fuma e osserva la luce gialla che sfiora appena la ringhiera, seduta su un divano sfondato rosso e china su un libro appoggiato al tavolo rotondo con cianfrusaglie sparse che fanno casa. Le succede così: arriva e butta qua e là, si libera di cose che intasano la borsa e le vuole vedere sui mobili, intorno al televisore spento. I telefoni muti e con poco segnale urtano il libro, i bracciali fanno rumore ogni volta che si muove. Le fa male la schiena, ma non cambia posizione. Potrebbe alzarsi e leggere sul letto, quello che ha di fronte il muro e poco spazio per camminare.

-       Come si fa a fare l’amore qui? Soffoco, mi manca il fiato.

Ha detto Luca una notte, molto tempo fa. Ma l’hanno fatto e rifatto, nei secoli della loro relazione che non esiste. Hanno fatto l’amore quando le riusciva, quando il corpo accettava che lui entrasse e la facesse piangere di dolore o ridere di passione.

Legge, adesso. Ha camminato ore nelle solite strade, ripetendo vie e cancellando i pensieri. Perché detesta il culto dei ricordi. Roma l’ha vista ridere e gridare e ammutolirsi, l’ha vista appesa a un braccio o a un telefono e persa di divertimenti con gli amici o gli amori che adesso non ricorda. Ha cercato di spiegare, ha detto una volta che Roma è Roma, e per lei sarà sempre il nido che l’ha accolta senza tentare di capirla. Ma non deve essere un simbolo, ciò che è stato è perso indietro. Ostinata, ritorna su luoghi che non devono ricordarle un passato che l’ha costruita ma non esiste più: è riuscita, questa sera, a camminare fino a sfinirsi senza cedere alla tentazione di pensare. Rievocare è peccato, i luoghi sono solo luoghi e assumono la forma attuale che non è più quella di ieri. Piazza Argentina, per esempio: a lungo non ha potuto fermarsi, schiacciata da un ricordo storto che l’ha abbattuta, agghiacciata e fatta piangere. Ma è piazza Argentina oggi, solo questo. Come le vie, e gli angoli, e la casa a Trastevere che qualcuno ha affittato snaturando i mesi e gli anni con lei dentro, con l’amore fatto e qualche volta ricevuto e le parole buttate giù in romanzi già usciti. E andati lontano, oltre lei. Ha scattato fotografie e girato angoli, zigazagato in piazza Navona osservando donne con il vestito rosso ritratte su quadri che avrebbe voluto appendere in case ancora da costruire.

-       Ma sei a Roma?

Due o tre sms, e a tutti ha detto che voleva stare sola. La conoscono, a Roma gli amici sanno chi sia, sanno il suo bisogno di fuggire e inseguire e tacere, se deve. Milano la guarda vivere e non riesce a comprenderla, Roma la abbraccia subito e gli inviti piovono addosso da ogni parte. Ma se vuole il silenzio, gli amici accettano. E tacciono con lei.

Scesa a Termini, ha capito di non volere compagnia. Allegra, ha atteso un taxi nella fila lunga di gente che fumava e guardato la strada correre lenta fuori dal finestrino. Ha appoggio la borsa sulla moquette ed è uscita subito, per perdersi. Cancella il rito nelle sere come questa, butta via la polvere dai vestiti e le ragnatele appiccicate alla sua emotività eccessiva. Cammina, allunga il passo, fa fatica per sentire i muscoli tirare e gli occhi stretti sulla città. Niente mani, nemmeno un abbraccio rassicurante e il sesso noto, abituale, affettuoso. Niente, non questa sera. Ha forzato l’andatura e pensato ai muri che hanno nascosto segreti, ai libri che ha letto e a quelli ancora da scrivere. Ha goduto delle piazze deserte durante la partita dei Mondiali. Poi, per qualche istante, ha fissato gli occhi sui corpi delle donne che la sfioravano senza vederla. Se avesse avuto voglia di passione, avrebbe scelto loro. Sceglie le donne o gli uomini, dipende dal momento. “Caccia grossa”, la chiama così ed è banale, perché non è caccia a tantomeno grossa, ma deve impressionare se stessa e degli altri se ne frega. Pensino ciò che fa più comodo, non riusciranno mai a capirla. Non l’ha capita neanche Luigi, che sembrava vero ed è scappato appena il suo amore ha rischiato di farlo sentire vivo: non ha voglia di pensarci, le illusioni evaporano e non profumano più. Ha guardato le donne, insomma. Ha accarezzato silenziosa solo con la mente corpi perfetti e giovani, anche snelle e gambe lunghe, e raccolto sguardi complici. Le ha seguite nelle strade senza tentare di fermarle, ha immaginato il loro piacere con le sue mani e le labbra addosso, le ha spogliate divertita dalla loro inconsapevolezza.

-       Oh, scusi.

La ragazza con i capelli rossi e i capezzoli scuri sotto la maglietta bianca è arrossita quando l’ha urtata finendole addosso.

-       Niente, si figuri.

Le ha regalato un sorriso che solo lei leggeva per intero. L’ha desiderata, sarebbe bastato allungare le dita e stringerla, ma non l’ha fatto. Non si è mossa, ha accarezzato tenue i desideri segreti ed è andata avanti. Avanti ancora.

Ha mangiato in un piccolo locale vicino alla casa, buttando parole sul palmare per rispondere a messaggi che ha lasciato dormire qualche ora. Un bicchiere di vino rosso e l’aria, cacciata a forza nei polmoni.

-       Ciao, amore. Domani non posso, non so come dirtelo, ma ho un impegno. Posso dedicarti un’altra mezz’ora della mia giornata, possiamo cambiare?

La voce nel telefono è arrivata mentre beveva dalla bottiglia sorsi lunghi di acqua sul balcone affacciato sulla strada. “Amore”, e “un’altra mezz’ora”: avrebbe sofferto, in un’altra vita. Ma la parola amore è un controsenso che non ha più luogo né minuti, una vecchia abitudine che ha smesso di considerare. Carla usa ancora la parola, dice che solo con lei esiste piacere ma da tempo non lo riceve più. E la mezz’ora nella sua agenda è il dono che può offrire contro ogni logica, contro l’evidenza. Ha accettato, rassegnata e distratta dalle luci di un aereo che sorvolava Roma. L’ha ascoltata guardando in alto, il cielo senza stelle con l’aereo a tracciare un solco giallo vivido. Non fa differenza: la mezz’ora è ghiaccio, come il vestito rosso attillato e i tacchi che la rendono sensuale. Carla è una maschera erotica aggrappata a un’epoca sciolta nelle decisioni, nelle relazioni nuove e già cadute, nelle pretese inutili e capricciose da bambina che non perde il centro della scena.

-       Ti amo, lo sai che ti amo? Non posso stare senza di te, è che non si riesce mai a trovare il momento. Mi manchi tanto, ripensaci, ritorniamo insieme, come faccio senza te.

La ascolta e fa sì con la testa, il libro ha un’impurità al centro della pagina. Legge qualche frase e perde il senso. La nenia della sua voce e una risata che trattiene: è acida, la sputerebbe fuori e rischierebbe di ferirla. Non avrebbe scopo. Ha deciso di accettare la finzione: Carla finge di non avere capito, lei finge di sapere. Fingono, sulle macerie di un amore morto.

-       Ma cosa fai? Sei sola? Perché?

E’ Luca, adesso. Le telefonate si inseguono e lui sa sempre come trovarla. Non ha mezz’ore né agende, per lei. C’è, spacca appuntamenti e disintegra doveri. Non gli racconta, parla del libro e della passeggiata e della carne che ha mangiato.

-       E Carla? Ti ha chiamata?

Nega. Se dicesse di sì dovrebbe spiegare, e lo sentirebbe arrabbiato. Non ha voglia, non gli vuole dire cosa sia accaduto a Roma, e a Milano, protegge volti che sono scivolati indietro. Dice che non esiste amore, e non ci sono corpi che abbiano sfiorato il suo: sa che non le crede, si fa bastare le bugie e la osserva vivere anche quando cade.

-       Non mi convinci. Secondo me è successo qualcosa, e se ti hanno fatto male mi incazzo sul serio. Mi vuoi, questa sera?

Sorride. L’aereo non si vede più. La notte ha inghiottito la voglia di restare sola e il libro e i sampietrini sotto le suole morbide per camminare. Mi vuoi questa sera. Con Luca il mondo è semplice, e i vent’anni non sono mai passati.

-       Allora, mi vuoi?

Non gli risponde e mette via il telefono. Roma è Roma, prima o poi smetterà di fuggire e si fermerà qui.

e siano Mondiali

Laura Costantini è un’amica scrittrice. Invito a leggere il bellissimo “Fiume pagano”, edito da Historica, che Laura ha scritto con Loredana Falcone.

Nel blog di Laura e Lory, uno scaffale aperto (definizione adatta, scelta da loro), spesso accade che ci sia spazio per le iniziative corali: più scrittori inventano storie, e le condividono. Non è frequente che partecipi a antologie o pubblicazioni collettive, ma con Laura e Lory mi piace farlo.

Ecco un mio racconto sui Mondiali di calcio, a questo LINK.

Lezioni ignoranti di scrittura creativa

Detesto l’idea che si possa insegnare a scrivere. Si scrive oppure no. Non detesto, tuttavia, che la scrittura possa essere migliorata, e tanti o pochi trucchi insegnati perché si offra al potenziale lettore un godimento più alto. Anzi, lo scrittore non dovrebbe presumere di essere un raro esempio di genio e avrebbe il dovere morale nei confronti della scrittura e dei propri lettori di migliorare se stesso, mettersi in discussione e cercare livelli sempre più ambiziosi. Lezioni ignoranti di scrittura creativa. Ho messo un titolo così, il primo che è venuto: gli editori contestano e cambiano i miei titoli, sono quasi sempre brutti. Nei post in questo blog nessuno mi salva: prendete ciò che offro, anche nei titoli.

In una notte insonne ho tentato di allagare la mente di non-pensieri. L’ironia della mia vita è che nei periodi come questo, questo che mi è capitato addosso ieri e proprio non me lo aspettavo, ho vissuto tanto tempo. Sono una donna molto fortunata per alcuni aspetti, drammaticamente perseguitata da una nemesi per altri. E il vantaggio è che alla fine ci si abitua, si conoscono i meccanismi e si sa dove si va a finire. Conosco il risveglio brusco con il dolore che cade e schiaccia contro il cuscino, conosco l’idea fulminea che si insinua leggera, senza peso, ma a tradimento rischiara e spacca la mente: “E’ successo davvero, non è un incubo”. Conosco, e mi viene anche da ridere: la mia amica Loredana direbbe che siamo a pagina uno, paragrafo tre. Chissà perché non mi sposto da lì. Una pagina uno, un paragrafo tre. E le mani sulla tastiera per trascinare nella scrittura la voce solitaria della notte.

Insomma, mi sono svegliata e ho potuto fare poco per la testa partita subito veloce. Ho schivato i perché, che non aiutano, e cercato una via di fuga. E lì, ecco, è arrivata la scrittura. In altri secoli, prima dei quaranta che hanno rivoluzionato ogni cosa, avrei vomitato fuori il tormento e i fatti, e il dolore. Per guardarli e lasciarli andare. Ma siamo al dopo, e il “no” è balenato con tutta l’evidenza necessaria. Non si scrive per questo, almeno io non lo faccio (più). Nei primi tentativi di non abbandonare il letto ho afferrato il telefono e controllato gli interventi sulla mia pagina Facebook: ieri sera, nel corso di un raptus che Patrizia non ha saputo arginare con i suoi sms, ho scritto qualcosa sul sogno. “Chiedetemi di scrivere, ma mai più di sognare”, credo mi sia uscita così. Non ho considerato, non lo faccio mai, che esistono argomenti tabù, oggetti o attività umane santificati per definizione, che non andrebbero mai toccati. Il sogno, per esempio. I miei ragionamenti intontiti da una giornata che preferisco rimuovere dal ricordo hanno tirato fuori ciò che penso, e due scrittori mi sono venuti dietro. Gli altri no, hanno protestato sdegnati, qualcuno ha parlato addirittura di vaneggiamento: si vaneggia se si dice che il sogno non aiuta a vivere, non a priori. Guai a toccare mamma, bontà, sogno e Madre Teresa! Con ogni rispetto per Madre Teresa, legittimamente santa, non ho l’amore per i concetti a priori. Il sogno, quindi, non è buono a priori, e quando qualcuno te lo frantuma con crudeltà e indifferenza inattesi diventa ancora peggiore: è l’arma che tu stesso hai creato e consegnato a qualcuno che sembrava degno di fiducia, e ti ferisce a morte. Ma lasciamo andare. Ho controllato gli interventi su Facebook e capito che non avrei più dormito, in ogni caso. E cosa fa uno scrittore che non dorme? Legge, fa l’amore o scrive.

Ho optato per la scrittura. L’ho fatto consapevole che non avrei dovuto, ed ecco il senso del titolo scelto per questo post. Tento di dare a chi legge un piccolo, microscopico messaggio. So che il blog è seguito da tanti scrittori potenziali, veri, inespressi oppure fatti e finiti: a loro, ma non solo, mi rivolgo con la riflessione storta delle cinque e tredici. Dovrei essere qui a scrivere, adesso? Dovrei sul serio buttare giù parole affastellate sulla carta virtuale spezzettando il dolore che ho dentro e provando a sputarlo fuori? Soprattutto, dovrei poi pubblicare il prodotto delle mie azioni creative? Mentre scrivo le domande penso no, no e no. Aspetto con trepidante e gioiosa ansia la lezione che Andrea Bocconi (autore Guanda, uno degli incontri belli della mia vita, almeno uno di quelli che non hanno – ancora – deciso di diventare brutti) terrà il 16 giugno a Milano all’incontro con le donne operate al seno: parlerà di scrittura come reazione ai traumi, e forse, ma solo forse, dirà che serve trasformare in altro. Non raccontare esattamente il dolore come è. Vado avanti nell’esperienza di scrittura e concordo con lui, anche senza avere la sua professionalità di psicoterapeuta. Trasformare in altro. Prendere il grumo di ignoto e misterioso istinto, impastarlo, se si vuole, dei sentimenti più vari che disturbano il cuore e plasmare ad altro. Dovrebbe essere così.

Ma c’è altro. Quando ho aperto gli occhi e mi sono ritrovata in un tempo presente noto, che un periodo di inattesa e perfetta (provvisoria) bellezza aveva interrotto, ho intuito la verità dei discorsi di colleghi scrittori nei mesi e anni passati. La leggenda vuole che lo scrittore debba vivere per capire, quante volte l’ho detto anche io! Se non conosco amore e dolore e gioia e tormento, come posso renderli nelle storie che scrivo? Ritorniamo all’eccessivamente citato (da me) Jack Nicholson in “Qualcosa è cambiato”: la scena de “L’amore è…”. Lo scrittore non sa definire l’amore, non l’ha provato e non sa trovare le parole. Ci siamo, quindi, se il vecchio Jack rende in questo modo il protagonista del film dovremmo avere garanzia che chi scrive dovrebbe contemporaneamente, o prima, vivere e conoscere. Sì, ma non troppo. Perché mettiamoci d’accordo su cosa sia la scrittura. Possiamo ritenerla un passatempo, uno spazio privato con scarso impatto sulla lettura altrui, un hobby, un bisogno, una velleità presa eccessivamente sul serio. Oppure possiamo riconoscere, dopo lungo apprendistato o fulminati da un dono miracoloso alla nascita, che la scrittura sia una realtà concreta ed esigente, totalmente a parte e al di là. Ha regole e logiche che sfuggono agli improvvisati ma anche ai virtuosi della penna per riempire gli spazi vuoti del giorno o della notte. La scrittura è a sé. Esigente, egoista, esclusiva. E certo non può permettersi le deviazioni pericolose dei sentimenti eccessivi, degli amori che infiammano e finiscono male, dell’emotività ipertrofica che, fatalmente, lo scrittore si trova in sorte. Per scrivere bene si deve essere due palmi più in su, sufficientemente lontani dal fuoco.

Sufficientemente lontani dal fuoco.

Lo scrittore guarda gli altri vivere.

L’errore, me lo ripeto quando mi trovo nel letto, insonne, a mangiare le parole di Patrizia o Gianfranco o Lilli o Tiziano negli sms che tentano di salvarmi, è presumere di essere capace di vivere nonostante abbia l’essenza di chi scrive. E’ un’essenza che si fida, che ama e non mette in discussione, che diventa eros puro e thanatos altrettanto assoluto. Che uccide la capacità di fare l’unica cosa vera e saggia e genuina per cui si è nati: scrivere. Sento le mani friggere di voglia e bisogno, sento le storie accatastarsi dietro il cervello, ma l’emotività, e anche, va detto, la cattiveria di chi non si fa scrupolo nell’abusare degli altri, minano il valore assoluto della scrittura. E qui, ecco, la lezione ignorante di scrittura creativa: non commettiamo l’errore di pensare che il dolore interessi a qualcuno, non buttiamo sulla carta l’adesso e qui, soprattutto se “adesso e qui” sono frutto del comportamento di qualche imbecille che, simile a noi nell’egoismo e nella presunzione, ha spaccato il sogno (eccolo, il sogno che citavo appena qualche riga sopra) quando non faceva più comodo.

Chiacchieravo con Annalisa, ieri, che si sentiva triste e mortificata perché un articolo che avrebbe voluto fare pubblicare le era stato promesso poi negato per mancanza di tempo. Le suggerivo di lasciare correre, ma le dicevo anche che è tutto scritto, annotato con puntualità su un libro che mi segue in ogni città. Scrivere, annotare, fare scorrere la mano sul foglio per ricordare anche ciò che servirà più avanti, per recidere o confermare o discutere una relazione di lavoro. Scrivere, ma non è sempre la stessa cosa. Non era lo stesso quando mandavo sms appassionati, confidenti, intimi a un uomo che aveva la mia fiducia e il mio bene, non è lo stesso quando creo una storia e intreccio vite che si plasmano e diventano quasi subito indipendenti. C’è scrittura e scrittura. E ne esiste una, quella per me più importante, che non ha bisogno di emotività ipertrofica. Questa scrittura dice, ogni volta che cado, che avrei dovuto saperlo, e non mettermici proprio: come altri scrittori che conosco, avrei dovuto sapere che pathos e amore travolgente non abitano insieme alla creazione. Perché limano, smussano, riempiono di colori la penombra, e scardinano con l’inevitabile dolore una trama che dovrebbe essere aliena da condizionamenti.

Sono le cinque e quarantatrè, sento cantare gli uccelli e vedo la luce. Se fossi coerente butterei via tutto o nasconderei nel computer questo pezzo di scrittura improprio, ma coerente non sono mai stata: lo sono solo nelle chiusure di rapporti che non mi danno più gioia. O quando capisco di essere usata. Nel resto no, non sono proprio coerente. Quindi pubblicherò nel blog e attenderò commenti, se ce ne saranno. Nell’attesa che si plachi il tormento noto, quasi fraterno perché usuale, un tormento che condivido con il gatto Camillo seduto di traverso sulla scrivania.

Sono l’ideatrice del primo romanzo erotico in LIS per i sordi, è vero, sono, come dice Patrizia, una donna affascinante e complessa e molto desiderata (si dà sempre credito a ciò che fa piacere ascoltare), sono umorale e irascibile e capace di “succhiare l’energia” (questa alla collezione mancava, è acquisizione recente). Ma scrivo, e questa è la mia essenza. Quindi sono sola, ed è ora che le mie notti se lo mettano in testa.

Prossima volta, se mi sveglio troppo presto, riconoscerò in quale città mi trovo e sceglierò di leggere, o fare l’amore.

Istanti di assenza di parole, dedicato ai bambini sopravvissuti e non

Ricorda il buio. E l’assenza di parole. Potrebbe chiamarlo silenzio, ma il dettaglio che ricorda è un vuoto nelle parole, suoni di voci che mancano all’improvviso e significano tutto.
Le braccia l’hanno strappata dalla nonna in un pomeriggio di sole che scendeva, l’ultimo segno della famiglia che era andata via è l’urlo disperato della nonna che non vuole lasciarla andare. C’è stata una coperta, poi, e uno spazio di poco o tanto che non può conoscere, e una stanza chiusa con una branda piccola. Il plaid rosso e nero, a quadrotti, che ora detesta. Hanno tutti lo stesso odore i plaid buttati sulle brandine o su letti infreddoliti. E le mani e prenderla e farle male, a strapparla di qua e di là con pochi ordini secchi. E le risate, anche, ha nel cervello il ridere malsano che ha riconosciuto subito ma altrettanto in fretta ha rimosso. Per tanti anni.
- Sei stata rapita, devi dirlo. Dillo a voce alta, voglio ascoltare.
Ogni tanto Luca siede pazientemente di fronte a lei nella scrivania di legno scuro e con le porte chiuse, accende due o tre sigarette e la fissa. E vuole che parli. Sono trentasette anni, più o meno, eppure se le chiede di raccontare la voce fa fatica a uscire. Perché non ha più senso, e c’è il buio. Insieme all’assenza di parole.
- Racconta, dai. Devi dirlo.
- Non riesco.
- Riesci, puoi parlare e buttare fuori. Dillo a me, io sapevo. Io so. Non succede niente.
- Presidente…
Il sussurro attraverso uno spiraglio di cui non si accorge mai, e il gesto cattivo.
- Fuori! Ho detto di lasciarmi stare! Dai, tesoro, spiega. Ho tutto il tempo che vuoi. Per te, capisci? Per te.
A morsi lenti la costringe a fissare gli occhi e le volute bianche del fumo sputato dalla bocca, annuisce ogni tanto e sorride con le pupille lucide di rabbia. Lo vede arrabbiarsi ancora, sa che si commuove. Non hanno un dna insieme, avrebbero potuto sfiorarsi e non vedersi. Ma non è stato. E la incita, la aspetta con i treni veloci e manda qualcuno a prenderla. La abbraccia fino a soffocarla e chiede, e ascolta, e parla.
- Rapita. Ripeti: sono stata rapita. Hai diritto di dirlo, chiaro? Dillo, adesso.
Rapita. L’ha tirata fuori il nonno, una porta si è spalancata e uomini in divisa (la divisa nera con le spalline che non ha mai dimenticato, quella bella e lucida che l’ha protetta) hanno detto:
- Vada lei, deve vedere prima lei.
O forse non è vero, forse niente è stato detto. Ma nel riquadro della porta l’uomo alto e magro, con il sorriso sereno e gli occhi fermi, l’ha salutata. E l’ha presa in braccio.
- Adesso andiamo via, va tutto bene. E’ tutto a posto, vedi? Andiamo via di qua.
Solo molto dopo si è chiesta cosa ci fosse nel suo cuore, cosa nascondesse il sorriso di suo nonno. Se l’è domandato anni dopo osservandolo morto, stretto in una bara con le mani lungo i fianchi e gli occhi chiusi, all’improvviso ha capito che l’abbraccio e i passi veloci fuori della stanza forse erano carichi di dolore. E di rabbia mai buttata fuori, almeno non davanti a lei.
- Sei stata rapita, devi dirlo. Dillo a voce alta, voglio ascoltare.
Luca assomiglia al nonno, più o meno. E’ ciò che vorrebbe pensare. Trova tempo e la tira fuori dai ricordi, prende e beve la voce urlata nel telefono o i singhiozzi quando le storie d’amore cadono, ferite dal ricordo. Quello che non c’è.
- Hai provato a spiegare? Tesoro, se non spieghi, se non racconti lui non potrà capire.
E non ci crede, ne è sicura. Perché il silenzio e l’assenza di parole non si possono spiegare. A quarant’anni e oltre le giustificazioni si sfilacciano e importano a nessuno. Un giorno, quando ogni porta sarà chiusa e non le importerà dei cervelli storti che la giudicano, scriverà una lettera prima di morire. E dirà che ogni silenzio, ogni repentino cambio di umore, ogni sparizione che per gli altri è niente per lei è lo strappo dalle braccia della nonna, è l’ultimo urlo disperato che prelude all’assenza di parole. E al buio. E alle mani che, ancora, ancora, ancora, hanno fatto di lei carne e oggetto. Prima che, diversamente dal solito (questo ha sentito da un uomo in divisa nera con le spalline), riuscisse a vivere un’altra volta.
- Non si sopravvive a un rapimento quando si è bambini.
Due anni fa un criminologo ha lasciato cadere la frase durante una riunione qualunque. Come sempre, la chiacchierata deviava su casi tristi, e sul dramma dei bambini. Ha capito, senza muoversi né aggiungere o chiedere, le frasi smozzicate infilate nelle orecchie dopo i giorni del buio e dell’assenza di parole. Non si sopravvive. Perché il bambino dà fastidio e non si sa gestire.
- Ma se si sopravvive, lo sai cosa succede?
E’ una domanda che non ha porto, che non porrà mai. E neanche sa perché.
Non esiste pace per l’anima torturata dal nonsenso dei ricordi. Per questo cammina e sorride e ama, finché cade. Cade su un umore sbagliato, sulla piega imperfetta di una gelosia che non è altro che dubbio, cade su un’idea impercettibile che non riuscirebbe a spiegare. Cade, e tira avanti.
- Rapita, tesoro. Tra fuori la parola, per favore. Eri al buio, c’era silenzio e ti facevano del male.
- C’era assenza di parole, non era silenzio.
Lo vede sorridere. E per istanti saltuari di sollievo intuisce che qualcuno, ogni tanto, riesce a ancora a ritornare con lei alla stanza che odorava di uomo, a prenderla tra le braccia e portarla via.

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