Archive for July, 2010

invecchiamo perché gli altri ci avvisano

Ma sì, che si scrive. Questa sera si scrive. Ho visto il tizio che nello spot pubblicitario di un caffè (decaffeinato) scrive con molto piacere la sera, accompagnando la scrittura al caffè, e ho pensato “Lui sì e io no?”: vedete come l’emulazione conti in ogni gesto?

Una riflessione che gira nella mia testa è che il tempo scorra nelle parole e nei pensieri, invecchiamo negli occhi degli altri e, se ci fermiamo a riflettere, nei nostri pensieri. In una giornata di quasi solitudine mi è capitato di andare in tanti posti, e tra questi una profumeria: da qualche tempo, al termine dell’acquisto in qualsiasi profumeria, ricevo più o meno gli stessi omaggi. Creme antirughe. Dalle creme antirughe di oggi è scaturita la consapevolezza: qualche anno fa le commesse porgevano piccoli campioni di bagnoschiuma, creme idratanti o depurative per pelle mista, profumi, e, se proprio volevano infilare nei miei pacchetti creme antirughe, si sentivano in dovere di specificare “E’ per prevenire, certo adesso non le servono”. Oggi no, oggi le creme antirughe rappresentano il settanta per cento degli omaggi infilati nei sacchetti, e a nessuno viene in mente di puntualizzare che non mi servano. Vengono infilate in mezzo agli acquisti con un sorriso, e ogni volta la casa produttrice è più costosa: quando arriverò al campione ridotto della crema al caviale saprò di essere arrivata al capolinea dell’invecchiamento, credo. Le profumerie mi ricordano che il tempo scorre, e si vede. Arrivata a casa, ho cercato lo specchio e, per confrontare me stessa con l’immagine dello scorso anno, ho adottato più o meno le stessa espressione e click, con il cellulare ho scattato una fotografia (la stessa che vedete qui, nel post). Mi sono chiesta: “Se lavorassi in profumeria regalerei a me stessa un prodotto antirughe?”. Non ho risposta, in realtà mi importa poco. La riflessione non era sulla reale necessità di spalmarmi addosso creme che incollino la mia pelle eliminando i segni del tempo, ma su quanto ci si renda conto del tempo grazie ai discorsi altrui. Nella vita vado avanti un pezzettino anche perché esiste sempre qualcuno che mi spinge, che mi fa sentire più vecchia.

Per spostarci dalle profumerie, andiamo alle frasi buttate lì nel mezzo dei discorsi e stiliamo un piccolo elenco.

“Sei bella, ti vedo realizzata. Proprio vero che ormai le donne possono arrivare alla serenità anche se non hanno avuto figli”. Traduzione: “Alla tua età non hai figli, quindi non ne avrai. Eccetera”.

“Sei dimagrita, vedo che sei attenta a ciò che mangi. Eh, dai quaranta il metabolismo non è più quello di una volta”. Non serve traduzione.

“Ma guarda che pelle fresca, nonostante tutto”. Qui la traduzione è pietosamente da evitare a priori.

“Vorrei che parlassi con mia figlia, così può capire che tra vent’anni potrà, se vuole, diventare come te”. Lusingata, ma a volte gli anni di differenza non sono venti (sono meno).

“Insomma, ma non è ora di uscire con un editore più grande? Ormai…”. Ormai cosa?

“Ciao. Oh, mi scusi, signora, buonasera”. Questo è un classico: il passaggio repentino, con espressione dispiaciuta, dal tu al lei.

Invecchiamo, e il mondo lo dice. Niente di male, ma mi incuriosisce l’impatto delle parole sulla nostra percezione, su ciò che ci sentiamo di essere. Sono un po’ più vecchia perché qualcuno me lo dice? I messaggi che penetrano nell’intricato volvolo dei miei neuroni mi rendono diversa da ciò che, altrimenti, sarei?

Un altro segno dei cambiamenti che il tempo mette addosso è il pensiero istintivo. Questa sera ho acceso il televisore il tempo necessario per la visione di un telegiornale. Ho provato, con le dita, a contare le notizie che avevano la morte dentro: quando, in silenzio, ho visto entrambe le mani aperte ho pensato “Certo che telegiornale e giornali danno una visione sconfortante”. Mi sono fermata, con la mente affastellata di ricordi: genitori, nonni, parenti più vecchi di me che ripetevano la stessa cosa. Nessuno, o quasi, più giovane. Oggi è per me incontrovertibile ciò che prima sfuggiva, cioè che la cronaca sia quasi sempre nera, nera, nera. E anche questa coscienza è arrivata con l’età. Penso, dico tante cose che ho sentito quando ero una bambina, poi un’adolescente e una giovane donna: sono io ad agire adesso, io che sono più simile ai parenti più anziani di quanto possa essere simile a mia nipote Camilla, mia sorella Fabiana, i miei adorati Marco e France di Pontedera. Mi viene spontaneo arrivare più spesso a ciò che in passato avrei definito “retorica”, e oggi è invece la “logica”. Se mi sentirete affermare con sicumera “Non c’è più la mezza stagione” fingete di niente, per pietà.

Un’eccezione importante è tipicamente femminile: la cultura che oggi medicalizza quasi tutto ha reso la menopausa una specie di malattia, e le donne si dividono crudelmente in due gruppi, le premenopausa e le postmenopausa. Se lo dicono da sole, scrivono su se stesse in rosso carminio lo stato ormonale soprattutto se si incontrano tra loro. Ecco, in questo momento l’eccezione esiste perché, essendo in premenopausa (diamo la definizione medica e non quella popolare: la premenopausa è tutto il periodo fertile, cioè prima della menopausa, quindi anche i quindici anni di età), devo fare i conti con la frase più banale e autolesionistica che mente femminile possa concepire. “Eh, beata te. Vedrai dopo, ora non puoi capire”. Perversione pura. La menopausa scava un solco tra donne che prima non esisteva: le rende quasi incompatibili tra loro. Lungi dal compiacermi quando ricevo una frase di questo genere (quante bellissime donne ammiro e ho per amiche, e hanno più anni di me, e quanto mi arrabbio se dalla loro bocca escono frasi del genere che giudico ingiuste e suicide), rinforzo la convinzione che la cultura del momento renda il pensiero plasmabile, e così il comportamento. Un po’ come la crema antirughe ficcata forzatamente nei miei pacchetti in profumeria. La donna che ci propongono è bella, intelligente, magra e giovane. Ha, ovviamente, le mestruazioni, altrimenti che donna è? Ma che sciocchezza. Troppi guai (depressione compresa) nascono da lì. Da medico, e medico che si occupa principalmente di donne, rispondo ogni giorno a domande e dubbi che riguardano la menopausa: credetemi, la maggioranza delle donne in crisi è meravigliosa e non se ne rende conto. E’ in una fase diversa della vita, ma non per questo ha perso fascino, sensualità, estro femminile. Ma non c’è verso di spiegarlo, ci ficcano in testa che gli ormoni fatalmente ci rendano valide oppure no.

Mi chiedo se agli uomini accada lo stesso, se tra loro ci siano solchi profondi di quasi incomunicabilità a causa dell’età anagrafica. Forse no, visto che culturalmente ancora non abbiamo individuato un limite per l’essere maschio: anzi, il fascino dei sessantenni è incrollabile. A questo proposito, mi viene in mente che oggi ho assistito a una gustosissima scenetta che mi riguardava. Nel solito ristorante dove, da sola, consumo i pasti quando sono nell’eremo di San Michele il gestore, persona affabile e affezionato lettore, mi ha intrattenuta con chiacchiere piacevoli, poi ha detto “Porti i miei saluti a suo padre”. Mio padre è mio marito, che ha qualche anno più di me (il fascino del sessantenne, appunto). Ho avuto un istante di divertimento, e anche di restituzione di giovinezza dopo la crema antiruga della profumeria, però il giubilo è durato pochissimo perché, in tutta fretta, un parente del gestore ha sussurrato al mio orecchio “Lo scusi, ogni tanto ha una punta di Alzheimer”. Ecco, così si è ristabilito il concetto di base: invecchiamo perché sono gli altri ad avvisarci.

incanto di un riparo dal mare rabbioso nel porto di Roma, remake

Ogni tanto mi viene in mente di leggere e rileggere ciò che ho scritto molto tempo prima. Questa sera ho incontrato un racconto nato in un porto. Ho giocato (ma forse no) con le parole per ritrovare emozioni completamente diverse, oggi, e occhi e mani mutati e uguali. Ponza ritorna, insieme al faro, e forse anche le mani che (nella finzione reale della scrittura) mi hanno fermata mentre camminavo in cerca di libertà. Ecco il remake, ma quanto oltre si è vissuto…

Non l’ho visto subito.  Quel pomeriggio, intendo. Quell’agosto caldo con il mare che impazziva e ci teneva prigionieri nel porto di Roma. La notte era lontana, cercavo qualcosa da guardare senza l’opprimente necessità di essere ciò che gli altri pretendevano che fossi. Con un sorriso che non potevo trovare. Comunque. Camminavo la via lunga e afosa e crudele e non pensavo. Aspettavo che il tempo passasse buttando gli occhi sulle barche ormeggiate e sui negozi chiusi: poche cose sono tristi come i negozi chiusi nei porti dove la gente si rifugia. Un negozio è lì per distrarti, per farti sentire la festa e le gocce di vacanza che autorizzano ogni gesto, anche il più stupido desiderio fatuo da non realizzare: a Roma, negli spazi enormi di un porto dove i bambini correvano su biciclette tanto piccole da non riuscire a vedersi, i negozi erano chiusi. In piena estate. Mi hanno fatto pensare ai bar dove chiedevamo la brioche per la colazione: un brioche non si chiama brioche nelle diverse regioni toccate dai viaggi, e pazienza per il nome ma non ho mai capito perché anche la colazione debba essere stantia quando il caldo cola sulle spalle bruciate dal sole, nei porti, ancora, dove la gente vive dei turisti che galleggiano e sperano nella brioche fresca e in un cappuccino con la schiuma dura. Misteri indecifrabili di chi vive di turismo: giornali da cercare con chilometri a piedi, negozi chiusi e pezzi di dolce stantio.

Ritorniamo al momento, ai passi sull’asfalto pastoso del porto di Roma. Pensavo a non so cosa. A un tratto, e fu come un’impressione da sogno, una mano sfiorò la mia schiena.

-        Sei qui, allora.

Credetti che il sole e la noia e l’angoscia mi avessero tradito, la mente era cotta dalla voglia di non esistere, e non mi fermai. Eppure la voce era sua, e le dita che toccavano lente anche. Lo sapevo. Pensavo in fretta che non avesse senso: non avrebbe dovuto trovarsi dietro di me, nel porto deserto di anima con il sole impietoso. Era sbagliato il luogo, e folle il momento. Non volli sapere se fosse allucinazione o realtà, andai avanti di qualche passo per fuggire alla delusione.

-        Ehi, ferma. Sono qui!

La mano questa volta mi afferrò con forza, e mi costrinse a girare la testa e il corpo (e la mente rapita): Luca era là, e mi fissava con il sorriso che conoscevo. Quello di chi sa che sta cambiando il corso degli istanti.

-        Ciao!

La mia voce si spezzò subito. Erano gioia, e sorpresa, e disperazione. E sollievo, forse, ma non lo riconobbi. Le lacrime scesero più calde dell’asfalto. Mi abbracciò dimenticando la solita esitazione.

-        Vieni qui, amore. Cosa succede? Perché piangi? Sono con te, senti?

Accarezzò i miei capelli disordinati intrisi di sale e ingialliti dai giorni sulla barca, respirò piano.

-        Che cosa c’è? Non piangere, sono qui.

Ripeteva “sono qui”, e io sapevo la bugia. Conoscevo la brevità dei minuti e il segreto. La fuga che avrebbe seguito l’abbraccio e il pianto.

-        Che cosa succede? Dimmi.

Sussurrava, mentre cercavamo un angolo buio, un’ombra che lenisse la crudeltà della luce. Provai a spiegargli muovendo le mani. Dissi la noia e la presenza opprimente di chi non voleva proprio capirmi, disegnai lunghissime ore con la gola spalancata per cercare aria pulita.

-        Ti avevo detto che sarebbe accaduto.

Sospirò, sedendosi su un piccolo muro sporco e prendendomi la vita. Mi fece sedere sulle sue ginocchia.

-        Sei una donna speciale. Hai bisogno di silenzio e amore. E di pazienza. Forse hai anche bisogno che ti si capisca davvero. Ci vuole il manuale, con te. Volevo scriverlo quando eri una ragazza, poi non ci ho pensato più. Ma ci vuole, quel manuale, è necessario. Ammesso che a qualcuno venga voglia di leggerlo. Ti fanno male e non posso proteggerti, ti fanno male perché sei aliena, lo sei sempre stata. Nella famiglia che ti ha cresciuta a metà, nella scuola dove gli occhi degli altri erano fatti di invidia, e adesso. Vorrei che un uomo ti amasse sul serio, sai quanto lo vorrei. Mi farebbe soffrire ma sarebbe giusto, e bello per te. Il tuo corpo finalmente saprebbe accogliere qualcuno, conoscere la gioia di offrirsi senza avere paura. Sapresti che fare l’amore è gioia. E non avresti dolore, sono pronto a scommetterci, non ti farebbe male.

Lo baciai, il pianto diluito e quasi indietro, in un passato cui non volevo ripensare.

-        Grazie. So che speri che sia felice. Chissà che accada, perché no? E forse il mio corpo aspetta, sta solo aspettando che qualcuno sappia parlargli come si deve. Ma tu? Cosa fai qui? Anche tu hai la barca qui?

Rise.

-        Sei fantastica quando cambi discorso. Sì, sono qui con la mia barca, ma solo perché tu hai trovato rifugio a Roma. Quale migliore occasione di un tuo riparo fortunoso, con il cuore stretto dall’oppressione e dall’altrui gelosia (che sia gelosia dubito, lo sai: per me è invidia, e contro l’invidia nemmeno gli angeli…), per provarci di nuovo? Per tentare la tua carne formosa e trepidante?

Risi anche io. Era lui. La poesia era sciolta nell’abbraccio noto, nelle mani corte che sapevano prendere anche quando era necessario dare.

-        Sei venuto qui per portarmi a letto?

-        E’ ovvio. Questo hanno sempre detto di noi.

Hanno detto di noi.  Ricordai gli anni. E le parole.

-        Già. Non può essere altro che sesso, non puoi volermi bene senza toccarmi. Tu non ami mai.

-        Non amo. Dicono. Eppure sono qui e ti cerco, e non è nemmeno il viaggio più lungo che abbia fatto. Ricordi l’Irlanda?

Strappai il tempo e fissai le sue mani.

-        L’Irlanda, sì. Arrivasti come in un film. Sulle scogliere con il mare che tuonava e si scagliava contro rocce eterne. Che sgretolavano sotto i miei piedi. Come quelle di…

-        Di Ponza, sì.

Completò la mia frase. Non mi stupì: sapeva respirare dentro il mio corpo e pensare nella mia mente, da tanto tempo.

-        Vuoi ancora vivere al faro?

-        Sempre più.

-        Bene. Continua a sognare il faro e lascia stare l’invidia. E l’incomprensione. Le donne come te non hanno bisogno di approvazione. Si amano e basta, oppure si lasciano in un faro nel loro silenzio.

Lo baciai ancora. Avevo sempre amato il suo viso, e le labbra fredde e sottili. Sentii le braccia afferrare la mia schiena.

-        Luca.

Mi allontanai un poco.

-        Sì, tesoro?

-        Non verrò a letto con te.

Il suo viso si fece ombra per pochi secondi, poi mi afferrò il mento. E baciò, ancora.

-        Lo so. L’ho sempre saputo. Ma sai, so aspettare. Ritornerai. Sei nel mio destino, e io nel tuo.

Non seppi che cosa dire. Mi alzai pensando che fosse ora di ritornare. Camminai lenta con la sua mano che teneva la mia, dimenticando la gente e gli occhi che avrebbero potuto vedere. Quando fummo vicini alla sua barca lasciò che la guardassi e ne respirassi il nome: sapeva che stavo ricordando le forme e il profumo, e i momenti passati. I momenti di noi. Poi mi strinse, e non era più amore. Passione, seppi.

-        Ciao Amelie, mia Amelie. Chiama e io arrivo, chiama e sarò qui.

Si allontanò toccando un punto del collo dove di solito sistemava la cravatta, e capii il dolore. Lo salutai con la mano e pensai “Scusa”. Sentii di amarlo, anche, ma il cuore negò e chiuse gli occhi. Vidi il suo corpo sparire e un marinaio sciogliere gli ormeggi. Affrontava il mare cattivo, e forse sospirava. Per poche miglia, sapevo. Andava via.

Restai a guardare la barca che usciva dal porto e oscillava rabbiosa, poi una mano mi scosse.

-        Che cosa fai? Dormi?

Svegliarmi non mi spaventò: mi alzai dal piccolo muro sporco dove ero addormentata e sorrisi.

-        Sì. Forse il sole…

Ritornai alla barca con il sogno nel cuore, e il sapore delle sue labbra ancora in bocca.

la musica della memoria perduta

Mi hanno fatto ascoltare una canzone, tentano di mettere insieme i pezzi della memoria perduta. Sono arrivata in questa stanza bianca con le pareti pulite e dritte, senza increspature nei muri, dopo un incidente che nessuno ha voluto raccontarmi: ho qualche cerotto grande qua e là, un polso bloccato da un’ingessatura che mi toglieranno tra qualche settimana e gli occhi circondati da lividi blu e neri, che ai lati tendono al giallo. E non ho più memoria.

Potei inventare uno scontro tra automobili, tanto per arricchire un racconto che senza ricordi è vuoto, ma non è stato così: l’infermiere che parla più degli altri ha fatto “no, no, no” con la testa quando ho tentato di strappargli qualche informazione, ma ha giurato che non è stato un incidente stradale. Niente lamiere aperte dai pompieri e donne che urlano spaventato quando arriva l’ambulanza, nessuna scia di benzina sull’asfalto. E, soprattutto, niente assicurazioni da avvisare. I medici vanno e vengono, fanno domande e sorridono; il meno simpatico scuote la testa quando esce, come se ci fossero dettagli oscuri che gli tolgono la speranza. Spero non sia così: polso a parte, mi pare che nel mio corpo funzioni tutto. Tranne la memoria, certo, ma credo che prima o poi me la faranno ritornare.

Insomma, questa mattina mi hanno fatto ascoltare questa canzone tre o quattro volte; è entrata una donna alta, magra e bella, che mi ha baciato il viso con due lacrime.

- Ciao, amica.

Ha detto, commossa, e si è seduta.

- Mi hanno detto che non posso raccontarti chi sei e cosa siamo l’una per l’altra, ci sarà tempo per farlo. Pare che sia più utile, adesso, stimolare il tuo cervello con la musica. Mi hanno fatto scegliere una canzone che potrebbe ricordarti qualcosa, ho dovuto lottare con la rabbia per portarti questo.

- Con la rabbia? Perché?

Ho chiesto, curiosa. Ha scosso la testa.

- Ascoltala e dimmi.

Ha allungato verso di me un lettore musicale con una sola canzone dentro. Posso riascoltarla tutte le volte che voglio, hanno detto, ma ancora non l’ho fatto. Ho acceso il lettore davanti alla mia amica (penso fosse una mia amica: di solito sono le amiche a conoscere i segreti più intimi, quelli che hanno significato solo quando li condividi), ho ascoltato senza dire niente. Le parole della canzone sono molto belle, mi ricordano la semplicità e l’amore vero: quello placido e profondo, ricambiato e senza rischio di rottura. Però sono dettagli generici, non ho volti che saltino fuori quando mi concentro.

I medici erano quasi tutti intorno al letto, come se fosse un consulto tra loro e un’analisi di un animale da esperimento. Annuivano, scrivevano su fogli piccoli e bianchi che poi mettevano in tasca, si guardavano ogni tanto. Uno solo ha parlato con me.

- Ci dica se questa canzone evoca uno stato d’animo particolare. Cosa prova mentre la ascolta?

Ho chiesto tempo, ho azionato di nuovo il lettore muscicale. Quando la canzone è finita ho detto:

- E’ bella, parla di amore. Ma è qualcosa che non mi appartiene più. Come se avessi associato la canzone a una persona che non ha più senso, se ascolto le parole.

- Oh, meno male! Almeno questo!

Ha sussurrato la donna, senza riuscire a trattenersi. Un medico l’ha fissata severo, lei ha mormorato:

- Mi scusi.

Penso che non vogliano che abbia troppe emozioni tutte insieme, chissà se emozionarsi è negativo per la mia memoria perduta. Non saprei. Comunque nella mia testa è scattata un’associazione: la canzone che la donna-amica ha voluto farmi ascoltare significava amore, perduto esattamente come la memoria.

Ho aspettato che i medici fossero usciti e ho chiesto alla donna:

- Amavo un uomo e gli ho dedicato questa canzone?

Ha sorriso, una palpebra si è mossa in giù poi è ritornata al proprio posto, fissa sopra l’occhio.

- Sei sempre stata una donna molto intelligente.

Ho alzato le spalle.

- Beh, se è così non me lo ricordo. E più la sento più mi convinco che quell’uomo sia come una zattera staccata dalla terraferma, sta navigando altrove e a me non viene voglia di cercarla.

- Ma ti piace ancora, questa canzone? Ho fatto fatica a sceglierla.

- Mi piace molto, sei stata gentile. Mi piacerebbe un giorno dedicarla a qualcuno, parla di amore vero. Forse me l’hai portata perché credevi che il ricordo di quell’uomo rinascesse e mi svegliasse?

- Veramente speravo di no, cioé non speravo che ti facesse rinascere emozioni passate, ma pensavo che potesse darti una piccola spinta.

Mi è sembrata proprio affettuosa, quella donna. Deve essere stata mia amica sul serio, credo. Mi è dispiaciuto che la musica non mi abbia restituito la memoria: è un peccato non trovare più l’amore dentro, dove forse c’è stato e ha voluto dire qualcosa. Ma in questa stanza tutto è così calmo, e bello: ci penserò dopo.

La donna mi ha anche portato alcuni libri, e la cosa strana è stata che appena li ho toccati ogni ansia è andata via. Sfogliavo le pagine, stringevo le copertine, guardavo le parole e dentro di me nasceva la quiete. Funzionano meglio delle gocce che mi danno qui, quei libri: riesco a dormire meglio se li metto accanto al cuscino e tengo una mano sulle copertine.

- Hai voglia di scrivere?

L’ha chiesto l’infermiere gentile. Ha teso la mano, mi ha dato un taccuino nero con le righe e quattro bic blu.

- Quattro? Ne basta una! Quanto vuoi che scriva?

Ha sorriso, enigmatico.

- Secondo me le userai tutte. Tienile, vedrai.

Ho appoggiato sul comodino il taccuino e le penne, ogni tanto li guardo e solo pochi minuti fa ho deciso di prenderli e buttare giù qualche frase. A caso, senza idee. E la storia sta prendendo forma.

E’ banale raccontare ciò che mi è successo, potrei inventare migliaia di favole o racconti con la sicurezza di non parlare di me: non ricordo il mio nome, non so se ho amato o meno l’uomo della canzone (so che non lo amo più, e forse è un peccato: magari è fuori ad aspettarmi, spero almeno di volergli bene se è uno che merita), non ho memoria di eventi o persone della mia vita. Eppure la mano si muove, ed è partita da qui. Dalle pareti bianche pulite e lisce, dalla donna-amica che è venuta a trovarmi, dalla memoria perduta. Poi vedremo.

Intanto libero la canzone, la regalo a qualcuno che abbia voglia di dedicarla al proprio amore.  Per me deve avere avuto un senso. Al momento, non serve più.

Per Antonietta

In fondo avresti potuto vivere un po’ di più. O forse no, dipende dal tuo punto di vista. L’unico accettabile. E’ certo per me, però, che avresti dovuto morire nel 2009. Al più tardi il 2009, oppure il primo o secondo mese del 2010. Ti avrei concesso, guarda, di compiere gli anni a marzo e morire, non più in là.
Strano. Scrivo con l’ipad sulla pancia, le ginocchia piegate e le cosce a tenerlo su, e ogni volta che uso il verbo morire la tastierina bianca con il ticchettio tipico della Apple perde la presa e toglie la connessione. La morte non si lascia scrivere, devo ritornare indietro e rifare, correggere una serie infinita e insensata di erre e ripristinare il pensiero. Morire, questo è il verbo, che piaccia o no. A proposito della serie insensata di erre: hai notato, se da lassù o laggiù hai la possibilità di seguire Facebook, che un sacco di gente urla scioccamente quando digita? Non odi anche tu, come me, le vocali ripetute all’infinito per ribadire un entusiasmo o un saluto? Buona giornataaaaa, che orrore. Lo tollero solo quando è lui a mandarmi un sms e si lascia andare, e vuole scopare o toccarmi o dirmi che gli manco. Allora mi piace, anche perché lo fa poco: esagera le vocali raramente, e mi fa sentire amata. Quella finzione di amore che ci vuole, ricordi quante volte abbiamo parlato di amore?
Sei rimasta a cristalli in “Una storia ai delfini”, guardo le sculture che mi hai lasciato e faccio fatica a crederti. Pochi giorni fa ho dovuto, voluto ricordare il giorno della tua morte e il venticello sul tuo vestito blu con un disegno strano è ritornato. Che sollievo, quel vento, sembrava l’anima viva rimasta ferma nella stanza per aspettarmi e consolarmi. Non ho sentito il vento quando ho guardato tuo figlio nel sacco, invece. Ho seguito i contorni del volto gonfio ma sereno, ho provato a capire, da medico e non da madre mancata, perché il collo fosse tanto bianco e pulito e grosso. E ho sospirato di sollievo. Perché sei morta prima. Ti è stato risparmiato il momento: un sms mi ha trapassata mentre iniziavo l’ambulatorio, e solo una voce al telefono per un istante, lui, ha accolto il mio pianto fuggevole quasi per caso. Mi ha anche chiesto come stai, dopo, e non potrò dimenticarlo. Comunque a te è stato risparmiato lo strazio indicibile, e ne sono felice. Per la prima volta il tuo cancro è sembrato simpatico, così grazioso e umano a portarti via prima che Cristian cadesse non so come con la sua moto, e ancora non so come non si risvegliasse più. Vedi come tutto funziona, come l’insondabile miracolo ateo o divino ritorni a consolarci. Consolazione, Antonietta, come le pagine che scrivevi quando ti rivolgevi a lui, al cancro, e forse lo comprendevi nella sua afinalistica stupidità, forse tentavi di addomesticarlo. Chissà. L’ho odiato, quel cancro insulso ma anche atteso. Troppe sigarette, e troppo destinata a morire tu. Non lo sai che gli artisti veri muoiono prima? Non ci hai mai pensato? Insomma, sei morta e trascinavi gamba e braccio e non potevo vederti. Ti ho infilata in “Una storia ai delfini” con l’amore che avevo per te, con il ricordo di parole sagge che neanche in una vita avrei potuto pensare da sola. Morta. E ti ho guardato, nella fine del giugno di un anno non troppo lontano. Preoccupata per me, per chi ti aveva amato. Per Cristian. Che era vivo, e mai avrei pensato di ritrovare in un sacco nell’obitorio di piazzale Gorini. Il sacco, il dettaglio che non potevo fare entrare negli occhi. Un sacco, e il suo corpo dentro. Così pulito da non crederci. Gonfio il triplo di lui, mi chiederò sempre come e perché, ma pulito e bianco tanto che ho pensato che sprecassero un collare per un cadavere che non poteva fare altro che decomporsi. Il sacco, e la testa che spuntava fuori. Pettinato, sereno. E spero tu fossi da un’altra parte, che il tuo spirito facesse un giro altrove. Si passeggia, dove tu sei? Ci si ritrova subito oppure si aspetta? Hai visto Cristian, tuo figlio, cadere e finire sotto le ruote dell’altra moto? L’hai visto in ospedale? Hai letto “Una storia ai delfini”? Chissà. Parlo con te in una serata a Ponza e non sapevo cosa avrei scritto, avevo bisogno di dire e sei arrivata tu, ed è arrivato Cristian. Ho bevuto il caldo del sole quando sono andata a trovarlo, ho riso isterica mentre braccia abituate alla vista di corpi fermi tiravano giù condizionatori enormi da un camion.
- E’ sicura di volerlo vedere?
Ha detto un uomo vestito di bianco, gentile.
- Sì. Cioè no.
Ho risposto, perché non ero proprio sicura. Dovevo. Per te, per lui, per Ferruccio. Ma volere no, non credo che fosse così. Me lo aspettavo ferito e brutto, e fonte di angoscia. L’ho trovato pulito in un sacco, la testa fuori e il collo bianchissimo. Ho dovuto smettere di raccontare quel collo, mi dicono che devo tacere. Ma tu, tu che forse hai visto, sapresti spiegare? E siete insieme, adesso?
Benedetto il tuo cancro, Antonietta. La polvere che sei diventata, solo qualche anno prima di me, ha tolto lo sguardo ai tuoi occhi, resi ciechi dalla morte. Ho pianto e scritto, e mille volte triturato la mia mente con i sensi di colpa per ciò che avrei potuto fare. Ma da qualche tempo, sai, da quando ho visto tuo figlio in un sacco nell’obitorio di piazzale Gorini ho capito che esiste pietà. Perché con il cancro la vita di te ha avuto pietà.

Intermezzo, pomeriggio nell’isola

- Fa tanto caldo che mi sembra di vederlo.
- Cosa?
- Come?
- Cosa ti sembra di vedere?
- Ah, intendi questo. Il caldo. Mi sembra di vederlo, come se fosse un vapore denso e trasparente da prendere in mano.
- Cosa vedi?
- Da qui? Il solito. Il mare, la nave grande.
- Si è rifugiata là durante il Levante della notte scorsa.
- Me l’hai detto. E’ ancora là, aspetta la sera. Poi vedo una vela che ha tirato giù tutto, fiocco e il resto, è immobile tra noi e Palmarola.
- Come fa a essere immobile?
- Vieni a vedere, sembra ferma.
Alza le spalle. Manda avanti un braccio, muove le dita e ride.
- Non ho voglia. Vieni qui tu, invece. Mi ritorna un’altra voglia, molto più interessante.
Paola scuote la testa, non si sposta. Con la mano destra tiene ferma la tenda bianca sottile, con la sinistra si accarezza i fianchi e forse non se ne rende conto: sono movimenti automatici e lenti, pigri, involontari. Osserva la vela ferma nel mare, e la nave con la catena enorme tuffata in acqua.
- Come sta lui?
- Lui chi?
- Il tuo amante.
Silvia sospira.
- Oh, dai. Non ricominciare.
- Ho solo chiesto come sta. Non sono abituata a pensarti con un amante. E se per caso scriverai un racconto con noi due dentro, noi due adesso, ricorda di scrivere un amante senza apostrofo. Amante uomo.
- Non metterò l’apostrofo, ma ho già scritto di noi, di te in piedi dietro la tenda di quella finestra.
- Lo so, mi sembra di stare nella tua scrittura. Ma hai scritto anche di lui, e si sentiva che ti piace.
- Certo che mi piace. E’ bugiardo ma mi piace. Sa fare e dire cose che altri neanche sognano. E per le bugie pazienza, fingo di non accorgermi.
- Non lo sopporterei.
- Cosa?
- Che sia bugiardo.
- E perché? Ci sono caratteristiche peggiori, e poi credo che abbia qualche motivo per mentire su alcune cose.
- Quali cose? Nessun motivo è valido per mentire, se tiene a te.
- Non è vero. Non mi piace, ma posso anche arrivare a capire. Mi dispiace solo che non  me lo dica.
- Cosa, che ti mente? E’ un controsenso. Te lo immagini? Amore, ti mento ma non prendertela. Sono un bugiardo, che vuoi farci.
- Non è così che intendevo.
- E’ un controsenso comunque, Silvia, ammettilo.
- Non lo è. Un conto è mentire sperando che io beva ciò che dice, un altro conto è offrirmi una parziale verità: cioè mento perché devo, non mi fare spiegare perché sono cose mie ma credimi, tengo a te. Insomma, lascia perdere. Chi se ne frega, in fondo. Ci vado a letto, non lo devo sposare.
- Vorrei vedere. Ma dimmi su cosa mente con te, non mi piace che lo faccia.
- Niet. Ferma. Lo sai. Tu e io abbiamo segreti, ma li ho anche con lui.
- Questo mi fa incazzare.
- Fa niente, lo devi accettare.
- Dio, come si fa? Non ci credo. Hai un uomo, ci vai a letto, ma che schifo.
- Senti chi parla.
- Non iniziare tu, adesso. E’ diverso.
- In cosa? Bruno non ti tocca?
- Mi tocca. Gliel’hai visto fare, anche.
- E non mi sono divertita granché.
- Ma è diverso, e se ci pensi lo sai.
Paola gira appena la testa.
- E’ sempre stato diverso. Bruno esisteva prima, come Salvatore. Poi Salvatore grazie al cielo ti ha lasciata.
- Che carina, grazie.
- Sai cosa intendo. non riesco a pensare che sei stata finalmente libera e solo mia e ti sei messa con un altro.
- Egoista. Non è andata così.
- E come allora? A te della coppia non frega niente, potevi scoparlo e basta.
- Scusa, che discorsi sono? Sono affari miei, non ti toglie proprio niente.
- Mi toglie te.
- Figuriamoci.
Paola mormora qualcosa, ma Silvia non riesce a sentire. E’ bella da togliere il respiro, è quello il suo problema. Ha sguardi e desideri incollati addosso, cammina senza il beneficio dell’anonimato e non sempre è pronta all’attenzione che la segue. Esibizionista per gioco, timida trasformata in donna fatale. Silvia non sa guardarla senza volerla spogliare, senza ricordare il gusto sodo e salino della sua carne e il rumore agghiacciante delle sue urla di piacere. In un tempo passato l’ha amata, adesso gioca con il suo corpo che la abbatte, la lega a sè più di quanto sia disposta ad ammettere.
- Noi due, contiamo solo noi. Hai capito, Silvia? Ho bisogno di te.
- Non dire così. Mi hai, e comunque non hai bisogno di me.
- Sì, ne ho. Non ce l’ho fatta senza te.
- Il problema non si pone. Sono qui.
- Certo. Oggi. Ma decine di volte non sei venuta da me quando te l’ho chiesto.
- Uffa!
Silvia butta una gamba fuori dal letto. Piega il ginocchio ma la forza di alzarsi sparisce. Non ne ha voglia. Se Paola smettesse di parlare sarebbe molto meglio, perde tempo e non capisce che i minuti non vanno sprecati. Dovrà ripartire. Presto, riparte sempre più presto. La vuole nel letto, l’odore del suo corpo è ancora sulle dita e la spossatezza dei muscoli lascia spazio al desiderio. Non passa, il desiderio di lei non se ne va, non muore neanche quando immagina il suo corpo perfetto nelle mani di Bruno. Le mani che odia. Basta che Paola sorrida e muova le labbra, basta che la sovrasti dai tacchi alti delle scarpe che sa portare anche in mezzo ai sampietrini e la volontà cede. E diventa voglia, e bisogno, e piacere.
- Vieni qui, adesso.
- No.
- Perché?
- Lo devi lasciare.
- Paola, sei impazzita? Non ci penso proprio.
- Perché? Non hai bisogno di lui.
Potrei dirti che non ne ho bisogno e lo so, potrei lasciarlo per amore o acquiescenza o noia, tanto per renderti contenta e lasciarti assaggiare di nuovo il potere, ma non lo farò. Non adesso, non per le tue parole. La guarda e sorride, pensa cose che non dirà. Paola sa che non lascerà Mario, Silvia sa che Paola non crede sul serio di convincerla. Ci prova, è gelosa del piacere. Perché sono questo per te, piacere puro. Il massimo del piacere, dici, e temi che lo sia anche per lui, e che sia lui a darlo a me. In vece tua. Allunga il braccio, lo tende e vede la pelle abbronzata luccicare per un attimo.
- Vieni, amore. Vieni qui.
- No.
- Non essere stupida. Ti voglio, avvicinati.
Fa tre passi indietro ma non si volta, cammina e rischia di inciampare. Non le dà la soddisfazione di guardarla.
- Non so se riesco a fare l’amore con te, adesso. Penso a lui, mi viene in mente che ti tocca e ti fa godere.
- E tu cancellalo dalla testa. Ci penso io, fai altri due passi. A letto, qui. Fidati di me, lo dimenticherai. Vieni qui.
Indietro, ancora. Paola siede sul letto. Le tocca una coscia.
- Non voglio che mi abbandoni per lui.
- Abbandonare. Che verbo pesante e arcaico. Perché dovrei farlo, comunque? Lui è pieno di donne, e…
- Anche tu sei piena di donne. Lo sa, lui?
- Attenta. Questo è un argomento che non vale, tra noi.
- Lo sa, lui, che le donne ti adorano?
- Ma piantala.
Silvia la tira su di sè, sente il suo corpo tonico aderire, cerca le labbra. Con la lingua le forza, e succhia il suo sapore. Poi le sposta i capelli dal viso.
- Sei la mia unica donna. E lui l’unico uomo. Nessuno di voi due ha da temere, e non credo lui tema granché. Sei tu che ti inventi paranoie inutili nonostante l’evidenza. Sono soddisfatta e libera, non prometto niente ma non cerco altro. Per ora va così.
- Mi tradisci, l’hai sempre fatto.
- Anche tu.
- Non è vero!
La bacia di nuovo. Certo che mi tradisci amore, potrei elencarle tutte le donne che hai visto negli ultimi mesi. In parte sono le stesse che vorrebbero anche me, in parte arrivano con il vento del pettegolezzo e dell’intuizione. Ma ti conosco, so chi sei. Sono il tuo massimo piacere, ne sono sicura e non perché sei tu a dirlo. Ti guardo, ti ho vista prima mentre cercavi aria e voce per resistere ancora un istante e lasciare andare l’orgasmo appena dopo, appena più in là, lo vedo quando ti incazzi a morte perché rifiuto i tuoi inviti a cena. Lo vedo, e lo so dal tuo corpo. Sposta le dita sul suo seno. Il capezzolo le riempie il respiro, lo stringe e la sente gemere.
- La smettiamo con le menate?
- Non sono menate.
- Oh, sì, lo sono. Gigantesche. E io ho voglia di fare l’amore.
- Sei peggio di un uomo.
- Lo so, amore. Mi vuoi per questo.
La spinge di lato, il suo corpo rotola e il sudore lo copre. E’ sottile, a piccole gocce.
- Mi fai dannare, Paola.
- Sei una stronza, Silvia.
L’aria condizionata al minimo smette di fare rumore, Silvia se ne accorge all’improvviso. Tra poco avranno ancora più caldo. Non ha voglia di alzarsi per farla ripartire: ci penserà dopo. Piano, spinge le gambe di Paola e le divarica, poi scivola in basso. La sentirà gridare, ed è l’unica cosa che importa.

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