tocchi di stelle assenti, imparare l’amore

La paura di amare. Questo era, secondo Luca.

-       Hai una paura fottuta, possibile che non ti riesca di chiudere gli occhi e buttarti?

Li aveva chiusi, gli occhi. Quando aveva ascoltato le parole graffiate nel telefono e quando, qualche ora prima, aveva ricevuto il piacere di Giuliano e si era sciolta. Aveva sentito ogni istante, l’aveva bevuto e mangiato e restituito impastato di amore e piacere. E aveva chiuso gli occhi. La vertigine era arrivata dopo, quando ci aveva ripensato. E quando le frasi severe di Luca, il padre lontano che non era mai stato suo padre realmente ma aveva accettato il ruolo sorridendo leggero, l’aveva rimproverata e rincuorata insieme.

-       Cosa vuoi farci, Laura. Sono il padre peggiore che potesse capitarti, chiunque ti direbbe così. Sono uno stronzo freddo e opportunista, un calcolatore senza sentimento. E forse corrotto, lo sai. Ma a te non importa di cosa dicano gli altri, ti sei attaccata al mio braccio e io al tuo, hai scavalcato il pettegolezzo e mi guardi con certi occhi…

Certi occhi. Era nato da lì. Cento anni prima, i suoi certi occhi l’avevano colpito. In piedi in un salotto lugubre con gli arredi pesanti di una mente attaccata al Ventennio fuori luogo e fuori tempo, il giovane Luca l’aveva osservata fingendo di notarla poco. E aveva capito. Nascosto dietro le lenti spesse, brutte ed enormi aveva seguito i gesti dell’uomo curvo che teneva la mano pesante sul suo polso indicando il possesso, aveva tagliato la cortina di onorabile ricchezza ed era andato oltre. Oltre la faccia perbene e le icone religiose appese sulle pareti.

-       Ti trattava come se fossi sua, e non era normale. Era sporco, si vedeva. Ipocrita, falso e malato. Pieno di cultura e religione, e le mani addosso a te. Le immaginavo sui tuoi seni, sapevo che le usava così. E tu, avresti dovuto vedere te stessa in piedi, con le sue dita grosse e volgari sul polso, a tenerti come se fosse possibile per qualcuno, per chiunque, tenerti ferma. Parlava e mi passava un assegno per rendersi ancora più credibile, più rispettabile degli altri, intanto ti toccava. E’ stata una luce in quello schifoso salotto, si è accesa nella mia testa e ho capito che ti toccava anche in un altro modo, era un bastardo. E’ un bastardo, lo sarà finché sarà morto.

Quando lo ripete fuma, anche adesso che non ha più sigarette. Strizza il filtro tra le dita e scuote la testa, butta fuori il fumo con rabbia.

-       Capisci? Per me è inaccettabile, mi faceva vomitare. Ti scopava! Quando l’ho aggredito, mesi dopo, ha risposto che da quando eri bambina lo provocavi. Ma che bastardo. Ha anche detto “Ma l’ha vista? E’ sensuale, le viene spontaneo”. Testa di cazzo. Ti ho portata via così, non ero tuo padre e non lo sarò mai. Ma sei diventata mia, e non ti ho mai toccata, io. Mai.

Lo dice a se stesso. Che non l’ha toccata. Non in quel modo che ricorda e che ha scatenato il resto.

Insomma, certi occhi. I suoi. E le mani addosso, remote.

-       Non riesci a farti amare? Adesso basta, sei adulta capisci? Hai paura e non la smetti, non la pianti di fare danno a te stessa e a chi tenta di starti vicino in un pezzo di strada.

Era paura di amare. Luca diceva così. Si alzò e andò al balcone. Il corpo di Giuliano addosso, il suo odore pulito e il piacere che l’aveva riempita e le aveva fatto chiudere gli occhi. Come si riesce a smettere di avere paura? Ansia, e nostalgia. Giuliano era da qualche parte in città, era bello da pensare e tremendo da ricordare. L’aveva ferito e si era pentita subito, prima di fare l’amore con lui: sillabe inutili sputate fuori per il desiderio accumulato nelle ore precedenti, gelosia e paura. Di cosa non sapeva: tutto e niente, storie affastellate e briciole di silenzio, incredulità quando leggeva il suo sguardo che sapeva trapassarla. Per amarla meglio.

Il cielo scuro non aveva stelle, ed era strano. Forse non riusciva a vederle. La casa vuota, alle sue spalle, ronzava per un condizionatore accesso e le rinfrescava la schiena. Salutò con la mano due bambine sedute al parco, che scambiavano segreti e ridacchiavano osservando fotografie.

-       Eh, cazzo, ha ragione, lo vedi? Una bambina, sembri questo. E lo sei, anche se solo fino a un certo punto. Sei estenuante, smetti di giocare con la gelosia quando non serve. Sei bella, grazie a lui sempre più bella, ogni volta che ti incontro mi sento orgoglioso e vorrei ringraziarlo, vorrei raccontargli che cosa è successo grazie a lui. Una specie di manuale di istruzioni, non ne ha bisogno ma glielo darei ugualmente, so che coglie i dettagli ma vorrei che ti leggesse ancora, e ancora. Ridi, canti, giochi e desideri un uomo! Un uomo!

Uomo, anche questo. Certi occhi e un uomo. Perché per anni aveva voluto solo le donne. Le aveva usate e amate a modo suo, ne aveva stuzzicato piaceri e lacrime, le aveva accarezzate per riempire i buchi dell’anima che riusciva subito a cogliere. Donne bellissime, almeno per lei. Poi era arrivato Giuliano, e lei aveva compreso la gioia.

-       Ma io non.

-       Tu non? Niente, lascia stare, non voglio che continui. Chiudi gli occhi e sii te stessa e basta! Sai cosa vuol dire addormentarsi e mandare a te l’ultimo pensiero, sempre con l’ansia che ti stia succedendo qualcosa, sempre con la voglia di alzarsi e telefonare di nascosto per capire se tutto sia a posto e se ci sia qualcuno con te?

-       Ma dai, che ossessione.

-       Ossessione? Ah, certo. Io devo stare fuori dalle scatole, non ci conosciamo e nemmeno possiamo salutarci quando non vuoi. Non posso intervenire, non sono. Semplicemente non sono.

-       Sei, certo che sei.

-       Sono cosa?

-       Una specie di padre.

-       Il peggiore che potesse capitarti.

-       No. Lo direbbero gli altri, io non lo dico.

Non l’aveva mai detto. Non lo pensava.

Quando crede che non veda lo osserva e sorride. Piega la testa avanti, con la mano cerca ancora le sigarette poi si ricorda e mangia una caramella. E’ alto, le braccia sono lunghe e le mani un po’ tozze. E’ abbronzato, i capelli lottano con il bianco e la cravatta è quasi sempre sbagliata. Scuote la testa, mormora e tace. Ride da solo se gli viene in mente qualcosa, magari un ricordo.

-       Ma quando hai lanciato il computer dello scrittore in laguna, ti rendi conto?

-       Aveva il manoscritto di una che si era portato a letto dopo una presentazione, e io ero in casa sua.

-       Il computer in laguna! Chissà dove è finito! Sarà tutto incrostato, nero verde e puzzolente. Che schifo. Aveva dentro l’opera più bella, ovviamente inedita? Hai irrimediabilmente rovinato il romanzo del secolo?

-       Non saprei, mi amava e non ha protestato.

-       Vedi che ha ragione il tuo Giuliano? Nessuno ti ha mai bloccata, meno male che lo fa lui. Se si incazza per la gelosia, altro che computer in laguna! Butta te, nei Navigli!

Si voltò, lasciandosi dietro le stelle nascoste nel cielo troppo scuro. Qualche passo e fu in casa, spense il condizionatore. Aveva una paura fottuta di amare, eppure il corpo di Giuliano le dava emozione, e la sua voce e lo sguardo. E la presenza, sulla stessa strada per un po’.

-       Non ti ho insegnato come lasciarti amare, non sono stato capace. Padre fallito, vedi?

-       L’hai fatto, tu mi ami.

-       Non è lo stesso amore. Bah, vai a dormire. Approfitta della solitudine e dormi, tesoro.

-       Voglio pensare a.

-       A?

-       A lui, è bellissimo.

-       Appunto. Ricordami di fargli un regalo a Natale, se ci arrivate.

-       Natale?

-       Già, con te è troppo in là. Ti sopprime molto prima.

-       Uffa.

-       Dai, scherzo, vai a dormire. Ma gli farò un regalo, e gli darò il manuale di istruzioni. Primo capitolo: stroncarti quando vai in paranoia. E scoparti tanto.

-       Ecco.

-       Sì, solo questo. Insieme alla pazienza. Buona notte, tesoro.

Buona notte. Aveva ancora le dita di Giuliano sulle sue. E un sorriso che non voleva spegnere. Non sapeva amare, e nemmeno ricevere amore, mille anni prima. Ma stava imparando.