Per Antonietta

In fondo avresti potuto vivere un po’ di più. O forse no, dipende dal tuo punto di vista. L’unico accettabile. E’ certo per me, però, che avresti dovuto morire nel 2009. Al più tardi il 2009, oppure il primo o secondo mese del 2010. Ti avrei concesso, guarda, di compiere gli anni a marzo e morire, non più in là.
Strano. Scrivo con l’ipad sulla pancia, le ginocchia piegate e le cosce a tenerlo su, e ogni volta che uso il verbo morire la tastierina bianca con il ticchettio tipico della Apple perde la presa e toglie la connessione. La morte non si lascia scrivere, devo ritornare indietro e rifare, correggere una serie infinita e insensata di erre e ripristinare il pensiero. Morire, questo è il verbo, che piaccia o no. A proposito della serie insensata di erre: hai notato, se da lassù o laggiù hai la possibilità di seguire Facebook, che un sacco di gente urla scioccamente quando digita? Non odi anche tu, come me, le vocali ripetute all’infinito per ribadire un entusiasmo o un saluto? Buona giornataaaaa, che orrore. Lo tollero solo quando è lui a mandarmi un sms e si lascia andare, e vuole scopare o toccarmi o dirmi che gli manco. Allora mi piace, anche perché lo fa poco: esagera le vocali raramente, e mi fa sentire amata. Quella finzione di amore che ci vuole, ricordi quante volte abbiamo parlato di amore?
Sei rimasta a cristalli in “Una storia ai delfini”, guardo le sculture che mi hai lasciato e faccio fatica a crederti. Pochi giorni fa ho dovuto, voluto ricordare il giorno della tua morte e il venticello sul tuo vestito blu con un disegno strano è ritornato. Che sollievo, quel vento, sembrava l’anima viva rimasta ferma nella stanza per aspettarmi e consolarmi. Non ho sentito il vento quando ho guardato tuo figlio nel sacco, invece. Ho seguito i contorni del volto gonfio ma sereno, ho provato a capire, da medico e non da madre mancata, perché il collo fosse tanto bianco e pulito e grosso. E ho sospirato di sollievo. Perché sei morta prima. Ti è stato risparmiato il momento: un sms mi ha trapassata mentre iniziavo l’ambulatorio, e solo una voce al telefono per un istante, lui, ha accolto il mio pianto fuggevole quasi per caso. Mi ha anche chiesto come stai, dopo, e non potrò dimenticarlo. Comunque a te è stato risparmiato lo strazio indicibile, e ne sono felice. Per la prima volta il tuo cancro è sembrato simpatico, così grazioso e umano a portarti via prima che Cristian cadesse non so come con la sua moto, e ancora non so come non si risvegliasse più. Vedi come tutto funziona, come l’insondabile miracolo ateo o divino ritorni a consolarci. Consolazione, Antonietta, come le pagine che scrivevi quando ti rivolgevi a lui, al cancro, e forse lo comprendevi nella sua afinalistica stupidità, forse tentavi di addomesticarlo. Chissà. L’ho odiato, quel cancro insulso ma anche atteso. Troppe sigarette, e troppo destinata a morire tu. Non lo sai che gli artisti veri muoiono prima? Non ci hai mai pensato? Insomma, sei morta e trascinavi gamba e braccio e non potevo vederti. Ti ho infilata in “Una storia ai delfini” con l’amore che avevo per te, con il ricordo di parole sagge che neanche in una vita avrei potuto pensare da sola. Morta. E ti ho guardato, nella fine del giugno di un anno non troppo lontano. Preoccupata per me, per chi ti aveva amato. Per Cristian. Che era vivo, e mai avrei pensato di ritrovare in un sacco nell’obitorio di piazzale Gorini. Il sacco, il dettaglio che non potevo fare entrare negli occhi. Un sacco, e il suo corpo dentro. Così pulito da non crederci. Gonfio il triplo di lui, mi chiederò sempre come e perché, ma pulito e bianco tanto che ho pensato che sprecassero un collare per un cadavere che non poteva fare altro che decomporsi. Il sacco, e la testa che spuntava fuori. Pettinato, sereno. E spero tu fossi da un’altra parte, che il tuo spirito facesse un giro altrove. Si passeggia, dove tu sei? Ci si ritrova subito oppure si aspetta? Hai visto Cristian, tuo figlio, cadere e finire sotto le ruote dell’altra moto? L’hai visto in ospedale? Hai letto “Una storia ai delfini”? Chissà. Parlo con te in una serata a Ponza e non sapevo cosa avrei scritto, avevo bisogno di dire e sei arrivata tu, ed è arrivato Cristian. Ho bevuto il caldo del sole quando sono andata a trovarlo, ho riso isterica mentre braccia abituate alla vista di corpi fermi tiravano giù condizionatori enormi da un camion.
- E’ sicura di volerlo vedere?
Ha detto un uomo vestito di bianco, gentile.
- Sì. Cioè no.
Ho risposto, perché non ero proprio sicura. Dovevo. Per te, per lui, per Ferruccio. Ma volere no, non credo che fosse così. Me lo aspettavo ferito e brutto, e fonte di angoscia. L’ho trovato pulito in un sacco, la testa fuori e il collo bianchissimo. Ho dovuto smettere di raccontare quel collo, mi dicono che devo tacere. Ma tu, tu che forse hai visto, sapresti spiegare? E siete insieme, adesso?
Benedetto il tuo cancro, Antonietta. La polvere che sei diventata, solo qualche anno prima di me, ha tolto lo sguardo ai tuoi occhi, resi ciechi dalla morte. Ho pianto e scritto, e mille volte triturato la mia mente con i sensi di colpa per ciò che avrei potuto fare. Ma da qualche tempo, sai, da quando ho visto tuo figlio in un sacco nell’obitorio di piazzale Gorini ho capito che esiste pietà. Perché con il cancro la vita di te ha avuto pietà.