invecchiamo perché gli altri ci avvisano

Ma sì, che si scrive. Questa sera si scrive. Ho visto il tizio che nello spot pubblicitario di un caffè (decaffeinato) scrive con molto piacere la sera, accompagnando la scrittura al caffè, e ho pensato “Lui sì e io no?”: vedete come l’emulazione conti in ogni gesto?

Una riflessione che gira nella mia testa è che il tempo scorra nelle parole e nei pensieri, invecchiamo negli occhi degli altri e, se ci fermiamo a riflettere, nei nostri pensieri. In una giornata di quasi solitudine mi è capitato di andare in tanti posti, e tra questi una profumeria: da qualche tempo, al termine dell’acquisto in qualsiasi profumeria, ricevo più o meno gli stessi omaggi. Creme antirughe. Dalle creme antirughe di oggi è scaturita la consapevolezza: qualche anno fa le commesse porgevano piccoli campioni di bagnoschiuma, creme idratanti o depurative per pelle mista, profumi, e, se proprio volevano infilare nei miei pacchetti creme antirughe, si sentivano in dovere di specificare “E’ per prevenire, certo adesso non le servono”. Oggi no, oggi le creme antirughe rappresentano il settanta per cento degli omaggi infilati nei sacchetti, e a nessuno viene in mente di puntualizzare che non mi servano. Vengono infilate in mezzo agli acquisti con un sorriso, e ogni volta la casa produttrice è più costosa: quando arriverò al campione ridotto della crema al caviale saprò di essere arrivata al capolinea dell’invecchiamento, credo. Le profumerie mi ricordano che il tempo scorre, e si vede. Arrivata a casa, ho cercato lo specchio e, per confrontare me stessa con l’immagine dello scorso anno, ho adottato più o meno le stessa espressione e click, con il cellulare ho scattato una fotografia (la stessa che vedete qui, nel post). Mi sono chiesta: “Se lavorassi in profumeria regalerei a me stessa un prodotto antirughe?”. Non ho risposta, in realtà mi importa poco. La riflessione non era sulla reale necessità di spalmarmi addosso creme che incollino la mia pelle eliminando i segni del tempo, ma su quanto ci si renda conto del tempo grazie ai discorsi altrui. Nella vita vado avanti un pezzettino anche perché esiste sempre qualcuno che mi spinge, che mi fa sentire più vecchia.

Per spostarci dalle profumerie, andiamo alle frasi buttate lì nel mezzo dei discorsi e stiliamo un piccolo elenco.

“Sei bella, ti vedo realizzata. Proprio vero che ormai le donne possono arrivare alla serenità anche se non hanno avuto figli”. Traduzione: “Alla tua età non hai figli, quindi non ne avrai. Eccetera”.

“Sei dimagrita, vedo che sei attenta a ciò che mangi. Eh, dai quaranta il metabolismo non è più quello di una volta”. Non serve traduzione.

“Ma guarda che pelle fresca, nonostante tutto”. Qui la traduzione è pietosamente da evitare a priori.

“Vorrei che parlassi con mia figlia, così può capire che tra vent’anni potrà, se vuole, diventare come te”. Lusingata, ma a volte gli anni di differenza non sono venti (sono meno).

“Insomma, ma non è ora di uscire con un editore più grande? Ormai…”. Ormai cosa?

“Ciao. Oh, mi scusi, signora, buonasera”. Questo è un classico: il passaggio repentino, con espressione dispiaciuta, dal tu al lei.

Invecchiamo, e il mondo lo dice. Niente di male, ma mi incuriosisce l’impatto delle parole sulla nostra percezione, su ciò che ci sentiamo di essere. Sono un po’ più vecchia perché qualcuno me lo dice? I messaggi che penetrano nell’intricato volvolo dei miei neuroni mi rendono diversa da ciò che, altrimenti, sarei?

Un altro segno dei cambiamenti che il tempo mette addosso è il pensiero istintivo. Questa sera ho acceso il televisore il tempo necessario per la visione di un telegiornale. Ho provato, con le dita, a contare le notizie che avevano la morte dentro: quando, in silenzio, ho visto entrambe le mani aperte ho pensato “Certo che telegiornale e giornali danno una visione sconfortante”. Mi sono fermata, con la mente affastellata di ricordi: genitori, nonni, parenti più vecchi di me che ripetevano la stessa cosa. Nessuno, o quasi, più giovane. Oggi è per me incontrovertibile ciò che prima sfuggiva, cioè che la cronaca sia quasi sempre nera, nera, nera. E anche questa coscienza è arrivata con l’età. Penso, dico tante cose che ho sentito quando ero una bambina, poi un’adolescente e una giovane donna: sono io ad agire adesso, io che sono più simile ai parenti più anziani di quanto possa essere simile a mia nipote Camilla, mia sorella Fabiana, i miei adorati Marco e France di Pontedera. Mi viene spontaneo arrivare più spesso a ciò che in passato avrei definito “retorica”, e oggi è invece la “logica”. Se mi sentirete affermare con sicumera “Non c’è più la mezza stagione” fingete di niente, per pietà.

Un’eccezione importante è tipicamente femminile: la cultura che oggi medicalizza quasi tutto ha reso la menopausa una specie di malattia, e le donne si dividono crudelmente in due gruppi, le premenopausa e le postmenopausa. Se lo dicono da sole, scrivono su se stesse in rosso carminio lo stato ormonale soprattutto se si incontrano tra loro. Ecco, in questo momento l’eccezione esiste perché, essendo in premenopausa (diamo la definizione medica e non quella popolare: la premenopausa è tutto il periodo fertile, cioè prima della menopausa, quindi anche i quindici anni di età), devo fare i conti con la frase più banale e autolesionistica che mente femminile possa concepire. “Eh, beata te. Vedrai dopo, ora non puoi capire”. Perversione pura. La menopausa scava un solco tra donne che prima non esisteva: le rende quasi incompatibili tra loro. Lungi dal compiacermi quando ricevo una frase di questo genere (quante bellissime donne ammiro e ho per amiche, e hanno più anni di me, e quanto mi arrabbio se dalla loro bocca escono frasi del genere che giudico ingiuste e suicide), rinforzo la convinzione che la cultura del momento renda il pensiero plasmabile, e così il comportamento. Un po’ come la crema antirughe ficcata forzatamente nei miei pacchetti in profumeria. La donna che ci propongono è bella, intelligente, magra e giovane. Ha, ovviamente, le mestruazioni, altrimenti che donna è? Ma che sciocchezza. Troppi guai (depressione compresa) nascono da lì. Da medico, e medico che si occupa principalmente di donne, rispondo ogni giorno a domande e dubbi che riguardano la menopausa: credetemi, la maggioranza delle donne in crisi è meravigliosa e non se ne rende conto. E’ in una fase diversa della vita, ma non per questo ha perso fascino, sensualità, estro femminile. Ma non c’è verso di spiegarlo, ci ficcano in testa che gli ormoni fatalmente ci rendano valide oppure no.

Mi chiedo se agli uomini accada lo stesso, se tra loro ci siano solchi profondi di quasi incomunicabilità a causa dell’età anagrafica. Forse no, visto che culturalmente ancora non abbiamo individuato un limite per l’essere maschio: anzi, il fascino dei sessantenni è incrollabile. A questo proposito, mi viene in mente che oggi ho assistito a una gustosissima scenetta che mi riguardava. Nel solito ristorante dove, da sola, consumo i pasti quando sono nell’eremo di San Michele il gestore, persona affabile e affezionato lettore, mi ha intrattenuta con chiacchiere piacevoli, poi ha detto “Porti i miei saluti a suo padre”. Mio padre è mio marito, che ha qualche anno più di me (il fascino del sessantenne, appunto). Ho avuto un istante di divertimento, e anche di restituzione di giovinezza dopo la crema antiruga della profumeria, però il giubilo è durato pochissimo perché, in tutta fretta, un parente del gestore ha sussurrato al mio orecchio “Lo scusi, ogni tanto ha una punta di Alzheimer”. Ecco, così si è ristabilito il concetto di base: invecchiamo perché sono gli altri ad avvisarci.