Un ringraziamento speciale a Roberto Uggeri e Francesca Cheyenne per avermi ospitata su RTL 102.5
Non c’è scampo. Non possiamo neanche più nasconderci dietro la letteratura attribuendo a Kafka le storie claustrofobiche di una burocrazia idiota. Kafka ormai non basta, siamo arrivati alla concretizzazione della favola, all’incarnazione di un immaginario che avremmo voluto tenere entro i confini di un libro.
Da qualche mese mi accadono strane cose. Vi racconto la prima. In un momento imprecisato della mia vita qualcuno, avendo preso temporaneo possesso del mio documento di identità (a mia insaputa), ha deciso di chiedere un finanziamento per acquistare una motocicletta o una piccola auto elettrica: ha falsificato la mia firma, inventato creativamente un mio domicilio a Roma nei pressi di Fiumicino e ottenuto, è inquietante dirlo, il finanziamento richiesto. Come è logico, non ha poi pagato le rate, e perché avrebbe dovuto visto che aveva la mia identità rubata a fare da scudo e garanzia? Preoccupata per alcune lettere insistenti che mi chiedevano pagamenti per me ingiustificabili, ho chiesto spiegazioni e scoperto la truffa. La denuncia è scattata, i Carabinieri mi hanno assistita con gentilezza e competenza ed è stato dimostrato che il documento di richiesta di finanziamento riportava firma e dati falsi, salvo la carta di identità che, evidentemente, era stata fotocopiata in qualche luogo ignoto (viaggio tanto da non essere in grado di intuire dove sia accaduto). “E’ successo anche a me, vedrà che macello tra un po’. Non è l’indagine, è quello che accade dopo”: un Carabiniere alto, educato e cortese mi ha salutata così, una certa sera, e le sue parole danzano nella mia testa come profezia di sventura. Il Carabiniere saggio aveva ragione: il peggio è arrivato dopo, e qui chiamo in causa Kafka che avrebbe certo raccontato meglio di me il labirinto di ottusità in cui mi sono trovata, inerme. Perché, nonostante sia stato accertato che io sia la vittima di una truffa e che quindi l’insolvenza rispetto al finanziamento non rimborsato non sia da attribuire a me, sono stata ugualmente segnalata al famigerato Centro di Sicurezza, una specie di Grande Fratello che mette all’indice chi non vuole o non può pagare e si macchia del turpe delitto dell’insolvenza. Il Centro di Sicurezza avverte chiunque entri in relazione economica con te: attenzione, non rilasciate carte di credito, non concedete prestiti né leasing, non azzardatevi ad annuire in caso di mutuo per una prima casa! La persona all’indice non offre garanzie, tenetevi lontani. Sono segnalata perché non ho pagato le rate di un finanziamento che un tizio XY di Roma ha chiesto falsificando la mia firma, e non esiste modo di uscirne. Perché sapete, i moduli ci sono anche, e basterebbe trascorrere cinque o sei ore compilandoli, ma a me non potrebbe bastare: sì, perché la scaltra società di finanziamento che, fidandosi di un documentaccio compilato male con un domicilio fasullo e una firma improvvisata, ha concesso il prestito al tizio XY perché acquistasse la motocicletta o la piccola auto elettrica adesso perseguita me con telefonate e addirittura visite a casa “perché deve chiudere la pratica”. E la pratica come si deve chiudere? Dovrei essere IO, la vittima, a fornire alla società di finanziamento il nome e cognome del truffatore XY, cosa impossibile perché palese violazione della legge sulla privacy. Il mio avvocato, impassibile e professionale, rifiuta a oltranza di fornire documenti alla società di finanziamento, e so che ha ragione: si deve fare così. Il risultato però è che succede che qualcuno suoni alla mia porta chiedendomi senza troppa gentilezza di risolvere la questione, e il mio cellulare sia sommerso da chiamate a voce sgarbata o palesemente minacciosa. Perché la società di finanziamento, che si è fatta fregare, ora ha deciso di semplificarsi la vita intimidendo me: fuori il nome del truffatore o sparo! Bene, ecco il mio primo racconto kafkiano: sono segnalata al Centro di Sicurezza, con il finanziamento non c’entro ma ne sono stata vittima accertata, ma nessuno può aiutarmi. Diffidate di me, prego.
Il secondo racconto riguarda una bolletta di cinquantaquattro euro che a settembre 2010 ho dimenticato di pagare (a quanto pare hanno fatto bene a segnalarmi al Centro di Sicurezza). Succede, ho perso la bolletta e non l’ho più cercata: mi è ritornata in mente quando ho ricevuto la lettera del recupero crediti, mi sono scusata telefonicamente e ho saldato il dovuto, inviando il fax al numero indicato nella lettera. Tutto a posto, quindi? No, niente è a posto. Perché un centro di recupero crediti che funziona con un call center a tratti inquietante sommerge il mio cellulare di chiamate “per chiudere la pratica”. Non chiedetemi cosa significhi perché ormai non sono debitrice da molto tempo, e se la pratica va chiusa l’affare non è mio. Ho provato ad assumere il tono mansueto dell’agnello, ho tentato con la rabbia o con il gelo di alcune tipiche serate milanesi, ho spiegato che la professione di scrittore e quella di medico sono poco compatibili con trastulli telefonici senza argomento: niente, con la signorina dall’accento straniero proprio non riesco a avere un’intesa. Non riescono a trovare il mio fax, e anche se il pagamento è stato effettuato io sono una persona che è lecito chiamare cinque o sei volte al giorno per un debito che ormai non esiste.
La sintesi delle due avventure è che se sei vittima di una truffa il problema non è scoprire chi ti abbia truffato (anzi, ringrazio i Carabinieri di Opera perché sono stati meravigliosi con me), ma uscire dall’Indice degli Insolventi dove, senza motivo, vieni segnalato, e se per caso dimentichi una bolletta scusarti e pagarla, inviando il fax dove ti dicono, non è sufficiente: c’è qualcosa in più, un segreto che ancora non riesco a svelare. Il quid che manca per ritornare in un quotidiano retto, solvibile e senza il telefono che trilla per chiederti l’impossibile.
- Cambia l’odore della stanza.
- Come, scusa?
- Cambia l’odore della stanza, per favore. Apri e lascia passare il fresco, qui sa di chiuso. Sto soffocando, di là sentivo il sudore e ho stretto un milione di mani appiccicose. Che schifo, apri.
Donata si muove in fretta, strascica i piedi e apre i vetri.
- Ah, cambio aria. Hai ragione, è chiuso da un po’. Vuoi acqua?
- Non ho detto di cambiare aria. Cambia l’odore.
Accende una sigaretta, ci ripensa e la butta via, allunga le gambe su una valigia messa per traverso davanti alla poltrona. La voce di Donata squilla e dice parole che si aspettava.
- Oh, ma sei veramente pesante. Facevo per dire. Si apre la finestra e si dice cambio aria. In fondo l’aria cambia sul serio, circola e si rinfresca. Non è sbagliato.
- L’aria è sempre quella, circola anche con le finestre chiuse quindi tecnicamente cambia in continuazione oppure, se la guardi da un’altra parte, resta uguale. Sempre se stessa. Come noi. Siamo monoliti immutabili, nasciamo e arriviamo alla morte identici. Pensa all’aria, che è quasi eterna e assomiglia a se stessa per tutta la vita. Non invecchia neanche, resta lì e non può fare niente d diverso.
Donata si avvicina e porge un bicchiere mezzo pieno di acqua che ha preso dalla bottiglia in fondo, sopra il frigorifero. Era già aperta, Lorenzo l’ha notata quando ha lasciato indietro le voci e gli applausi e ha cercato rifugio chiudendo subito la porta. C’era la bottiglia in fondo, sul frigorifero, ed era aperta: ha pensato che qualcuno avesse bevuto durante il suo discorso, teso oppure a corto di saliva. Non ha voluto credere che si fossero distratti: è stato troppo importante per tutti, anche per loro, per la riuscita del progetto e per lo staff. No, qualcuno, forse Donata, ha bevuto e dimenticato la bottiglia aperta sopra il frigorifero. Oppure è stata Giulia, che detesta l’acqua troppo fredda quindi decide anche per gli altri. La toglie dal frigorifero apposta, dice che la vuole così e gli altri si arrangino. E’ sempre pettinata giusta, vestita giusta, con un fazzoletto stirato e candido in borsa, e beve acqua tiepida. La volta che l’ha portata a letto si è divertito: non è affatto frigida come pensa Donata, ci mette un po’ a scaldarsi poi tira fuori la passione. E gode, anche.
- Cosa c’è, Lorenzo? Dovresti essere al settimo cielo, è andata benissimo. Senti che ancora qualche gruppetto applaude e ti cerca, ti chiamano sul palco? Vogliono il bis, la tua faccia da guardare.
- Neanche per sogno. Mi hanno avuto come da contratto, rispetto ai primi tempi faccio bagni di folla che non credevo di riuscire a tollerare. Ora basta però. Non esco.
- Lo so, ma loro ti vogliono. Devi essere contento, invece hai una faccia da funerale.
Ai funerali non va. Forse perché non sa che faccia sia necessario adottare. E’ talmente abituato a scegliere l’espressione da pennellarsi in viso che i funerali rappresentano un problema, sono ignoti e imbarazzanti Trova sempre una scusa. E non può sopportare le frasi fatte, quante volte l’ha detto. Alza le spalle.
- Dicevo solo che l’aria non si cambia quando una finestra viene aperta. Dire che cambiamo aria è essere caproni che seguono il gregge.
- Pecore, semmai.
- Caproni, sono più brutti. Le pecore belano. Insomma, l’aria è come me e te e tutti quelli che stanno là fuori. Siamo uguali dalla nascita alla morte: cambia il fisico, siamo alti o grassi o magri, biondi o neri poi tutti bianchi o calvi, ma l’essenza rimane. Ed è banale e fissa, molto più di quanto ci piaccia ammettere. L’aria non fa altro che assomigliarci, vedi, è parte di noi perché nel nostro corpo c’è anche tanta aria e meno male altrimenti saremmo morti, l’aria è e sarà sempre la stessa cosa. Finestre aperte o chiuse, cambia solo l’odore della stanza.
La sua mano gli accarezza una guancia senza erotismo. Sono amici, lo sanno e non tentano più di sudare a letto. La complicità è di testa, di lavoro, di risate e confidenze astratte solo qualche volta. I corpi si sono abbandonati da tempo.
- Dai, Lorenzo, va bene. Spazio filosofia chiuso, andiamo sul leggero. Cosa c’è? Non sei contento del discorso? Seriamente, lo voglio sapere davvero perché l’abbiamo scritto mettendocela tutta.
Sorride, le prende la mano e la lascia andare, poi chiude gli occhi e appoggia la testa indietro. La luce filtra dalla tenda e colpisce metà della fronte, la sente calda e debole come il pomeriggio dell’inverno che arriva.
- Ma no, va tutto bene.
- Non tutto. Non capisco cosa, ma c’è un dettaglio che stona.
- Non si fa più sentire.
Donata trattiene il respiro, la frase gli è sfuggita bassa e casuale. Difficile che ne parli, perfino con lei. Si avvicina, attenta a non toccarlo, parla ai suoi occhi chiusi.
- Sul serio? Ma da quanto tempo? Mi sembra incredibile.
- Anche a me. Eppure sta succedendo. E per te non è incredibile, non fingere. So come la pensi. Non ha più risposto, chiamare non chiamava neanche prima ma adesso proprio niente. E non si fa trovare. Ha spiegato che vuole vivere, ha quarant’anni e ama qualcuno. Però l’amore non c’entra, insomma, non è perché ama che sparisce. Dice che sono un’ombra troppo pesante, che sta tentando di camminare da sola. Stronzate così, è in crisi. Forse sono i quaranta senza figli, che dici?
- Forse. Ma secondo me doveva succedere.
Spalanca gli occhi e strizza le palpebre, scuro sulle guance e incapace di tenere la rabbia.
- Cosa dici? Perchè? Non l’ho sempre trattata bene? Lei era… E’…
- Lei è, lo so. E credo lo sappia. Ma tu sei adulto e vaccinato, smetti di fingere. Hai famiglia, e che famiglia direi, e una carriera, e non siete più due quasi bambini che si salvano a vicenda. Hai fatto scelte che ti portano lontano, lo stesso ha fatto lei.
- Adulto e vaccinato, puoi smettere di usare frasi fatte?
- Era per dire. Elisa ha toccato e oltrepassato i quaranta, era ora che decidesse di andarsene per conto suo. Sai come la penso, per anni è rimasta nella tua ombra e vi siete dati e tolti troppo. Da tre anni la stai perdendo. Perché sono tre, più o meno.
- Non è vero.
- E’ vero invece. Siamo qui perché sono accadute cose, e lei dava segno di ragiornarci su, di mangiarsi quelle cose e berle e digerirle a fatica. Le ha digerite, a quanto pare, e ha capito dove vuole stare. Più facile di così. E’ una persona adulta che ha visto chi è, cosa fa, dove vuole andare. Magari non ha ogni risposta, ma cerca da sola le soluzioni.
- Era quasi mia figlia.
Donata si allontana, la bottiglia dell’acqua passa nelle sue mani. Versa in un bicchiere pulito, beve, poi versa ancora. L’aria sta diventando gialla, sono le luci dei lampioni che all’improvviso si sono accese. Lorenzo capisce che è tardi.
- Quais mia figlia, insomma, non si fa così.
La voce di Donata è molle, come se sapesse dove andranno a finire con un discorso che non avrebbero dovuto affrontare.
- Lorenzo, lei non era più tua figlia da un bel po’. Lo è stata all’inizio, quando era molto giovane, poi è diventata altro. A questa storia della figlia non credeva nessuno, nemmeno voi. Perché pensi che le tue fidanzate o compagne o mogli si siano sempre incazzate? Perché il segreto più totale, e la rinuncia a dire che lei esiste?
- Uffa, ancora. Loro si indispettiscono…
- Indispettiscono, eh, mettiamola così, Vai avanti.
- Detesto le parolacce, non servono. Insomma, si arrabbiano o arrabbiavano perché erano limitate, non riuscivano a capire. E sono affari miei. Quanto al segreto, a me non serve più.
- Non ti serve più? Vuoi dire che se questa storia…
- Voglio dire che non mi serve, è lei che si ostina. Dire che lei è parte del mio gruppo mi darebbe onore. Lei è…
- Appunto. Lei è. Proprio perché si è accorta di essere ha cambiato strada. Pare che ti abbia detto sono adulta, non ho bisogno di un genitore che non era più genitore ma amante o amico e confidente o chissà cosa, voglio amare e rischiare in proprio. Non puoi farci granché, se non sperare che sia saggia come io credo che sia e recuperi in futuro una visione più equilibrata, faccia un bilancio e intuisca che non serve chiudere del tutto, basta solo ridimensionare un po’. Se vuoi sapere come la penso, era tua schiava anche se da te ha ricevuto tanto. Ti ha dato, anche. Finchè, tre anni fa, ha deciso di interrompere una certa forma di rapporto con te, quello fisico, vero?
Si agita sulla poltrona, il bicchiere vuoto cade ma non si rompe. Lo raccoglie.
- Mi dai ancora acqua? Scommetto che è stata Giulia a lasciarla fuori dal frigorifero.
- Non so, l’ho trovata così.
- Grazie, ancora un po’. Così, grazie, basta.
Beve, pulisce la bocca con il polso, Donata spalanca gli occhi.
- Damerino, cosa fai?
- Scusa, parlare di Elisa mi fa stare così. Non so.
- E’ vero o no che tre anni fa non è più venuta a letto con te? Che avete smesso di stare insieme fisicamente?
- Non c’era niente di male, non l’ho mai molestata anzi io…
- Lo so, e lo sa anche lei. Penso ti volesse bene e tu fossi l’unica forma accettabile di erotismo con un uomo, sai? L’ho sempre creduto, ne ero certa.
Annuisce.
- Lo penso anche io. Ma adesso credo che sia tutto cambiato.
- Sì. Ho saputo. Tranquillo, non ho saputo cose precise, ma le donne queste cose le capiscono. Lo sviluppo della sua maturità è arrivato a un risultato, credo. Non si sente più parlare della sua donna, anzi so per certo che non stanno più insieme, e si è innamorata di un uomo. In sintesi, basta tutori, basta confusione, cerca la pace. Per me ha ragione. E per me troverete un accordo, vi volete bene. Devi solo accettarla, come lei ha accettato te.
- Accettato me?
Aspetta a lungo prima di parlargli ancora. Gli occhi ironici, poi tiepidi, poi seri gli dicono che è sciocco fingere di non sapere. Elisa ha accettato donne e amori, e relazioni passeggere. Ha raccolto umori e drammi, ha lavorato con lui e previsto il futuro. Ha accettato prima degli altri le sbandate e gli allontanamenti, poi le richieste di perdono. C’era, lei c’è sempre stata.
- Ti ha sempre accettato. L’ho sempre vista rimanere. Lontana il giusto, ma mai veramente divisa da te. L’ho sempre definita la tua migliore e più intima amica, lo sai, non ho mai bevuto la storia del rapporto paterno ma neanche l’illusone che tra voi ci fosse amore. Amore sì, ma non quello che ogni tanto vi faceva stare insieme di notte. Anche con me hai scopato, ma non abbiamo mai vagheggiato storie d’amore che in effetti non c’erano. Lo fai con tante, e lo facevi con lei perché ti piaceva l’idea che fosse tua. Sei sempre stato geloso, non volevi che le altre la prendessero. Le altre o gli altri, dipende da come la consideri nella sessualità che ha cercato come una pazza. Lei ti ha accompagnato e ti accettava, sempre. Adesso tocca a te.
Si alza. Appoggia il bicchiere in fondo, sul frigorifero.
- Questa acqua andrebbe tenuta in fresco. Giulia non ha il diritto di condizionare gli altri.
Sente i passi, la porta che si apre.
- Vado fuori. Non credo sia utile proseguire in questo discorso. Elisa ritornerà quando sarete amici, affettuosi amici. O forse non la rivedrai perché chissà cosa altro le verrà in testa. Con lei non si sa mai. Ciao, a dopo.
Brusio dietro, la sala ha ancora gente che si illude che uscirà a salutarlo. Infila le mani nelle tasche dei pantaloni. Anni fa avrebbe avuto Elisa lì, nascosta nella stanza, rossa di entusiasmo e gelida di repentine paure. Il suo discorso, suo di lei, sarebbe stato un altro passo avanti per loro.
- Amore, ti decidi? Vogliamo lasciare tutta questa gente così? Dai che ti vogliono, forza.
Non ha sentito la porta aprirsi di nuovo. Valentina gli va addosso, lo stringe.
- A cosa pensi così distratto?
- Non so. A niente. Mi riposo.
- Eddai, mi sono eccitata mentre parlavi. Andiamo a casa subito, su. I bambini sono via con i nonni, facciamo qualcosina da soli.
Sorride. Mette l’acqua nel frigorifero.
- Va bene, andiamo. Però la prossima volta ricordami di fare mettere più bottiglie in fresco, per colpa di Giulia ho dovuto bere acqua tiepida. Quanto alla gente, lasciamola lì. Andiamo a casa. E’ andata bene, è andata proprio bene.
Tra le voci, anche la mia. Mi unisco pochissimo ai cori, sono retorici oppure dicono già tutto ciò che andrebbe detto. Di Pasolini si dice oggi che nessuno ne sta parlando, e in questo modo, con la polemica usuale per tanti, se ne parla. Per fortuna. Perché nell’epoca della perdita di ogni condotta morale, senza più riferimenti, ricordare Pasolini nell’anniversario della morte è qualcosa. Qualcosa perché a tentoni, forse con un po’ di nebbia nella memoria, ci si prova, oppure si vuole essere presenti: io c’ero, ho ricordato la morte di Pasolini e la sua opera. Era un poeta, ma no, non solo: era uno scrittore, insomma. Omosessuale, ma scrittore. Più o meno si dice così.
Era Pasolini. Peccato per chi ancora non l’ha conosciuto, ma esistono tante opportunità per recuperare, per andare oltre l’informazione di base, quella che in ogni scuola hanno incollato in testa: Pier Paolo Pasolini, scrittore e poeta, è stato ucciso da un ragazzo di vita sul lungomare di Ostia. Una morte consona al personaggio, poverino. Insomma, però ha scritto tante belle cose. Quali? Scritti corsari. Ah, e cosa dicono? Leggi, vai a vedere. Leggi che a me non ritorna in mente. Sono pessimista? Non credo, forse solo arrabbiata. Perché sapete, a me la morte di Pasolini fa rabbia. Per carità, l’opera e l’arte di Pasolini se ne fregano che sia morto: vive, vivrà, sbeffeggia perbenisti e scrittori che non lasceranno traccia, fustiga coscienze ogni volta che si tenta di focalizzare lo sguardo. Non è morto nelle idee, nell’amore per la verità, nella pulizia del pensiero. Non è morto, affatto. Ma mi fa rabbia ugualmente. A chi di voi interessa suggerisco il film “Pasolini, un delitto italiano” di Marco Tullio Giordana: allego qui la ricostruzione e cenni dell’autopsia, e lo faccio scegliendo di proposito queste scene. Il film ha un potere straordinario, è lo strumento principale per offrire messaggi, dubbi, critiche sociali: i libri, dispiace dirlo, sono oggi molto meno immediati ed efficaci. Non perché abbiano perso il loro valore intrinseco, ma perché attualmente funziona così: si preferisce seguire il racconto visivo del video, e mi va bene. Mi va bene tutto ciò che sia in grado di creare cultura. Allego quindi, lo ripeto, un brano del film di Marco Tullio Giordana con la speranza che susciti anche nei miei lettori il brivido di orrore che non è solo l’istantaneo raccapriccio di tutti di fronte a un cadavere (è un raccapriccio che hanno anche i medici, ce l’hanno anche gli studenti di medicina quando fingono di essere coraggiosi e si avvicinano ai cadaveri scherzandoci su, ma hanno in tasca la pomata al mentolo da spalmarsi sotto le narici), è l’insulto morale, l’offesa etica che tutti dovremmo percepire. Personalmente, quando leggo che il poeta Pier Paolo Pasolini è stato ucciso nel corso di una notte di stravizio da un solo uomo, minorenne, di nome Pino Pelosi mi sento offesa. Non tanto per Pino Pelosi, che non mi interessa conoscere: mi sento offesa perché l’evidenza è tanto chiara da non richiedere riapertura di inchieste, nemmeno due righe di commento dubbioso. Pasolini è stato massacrato, il suo corpo dilaniato e ferito a morte con un carico di dolore che non riesco, non voglio immaginare: oltraggiato, straziato con crudeltà, ridotto a un ammasso di tessuti insanguinati da più di una persona. E’ evidente. Uno dei pochi, pochissimi poeti di quel tempo e del tempo successivo è stato ridotto al niente fisico e quasi reso responsabile della propria fine: la condotta morale, l’omosessualità, Pelosi che era minorenne. Insomma, ce n’è di avanzo. Ce n’era di avanzo, almeno, fino a qualche anno fa. Perché oggi viene da chiedersi quanto potrebbe reggere il pretesto sessuale per la morte di Pasolini: acqua fresca, sciocchezze da niente, dovrebbero inventarsi altro per farlo fuori perché della sua omosessualità, al limite anche dello sfruttamento di una prostituzione pedofila pochi si curerebbero. Oppure no?
Sapete che la vita sessuale della gente mi interessa pochissimo, è un dettaglio che sfiora appena il mio livello di coscienza e certo non entra nella mia relazione con il mondo. Sorrido perché so che la mia scrittura erotica turba e non è sempre accettata, perfino negli ambienti culturalmente aperti e modernissimi che frequento ogni giorno. Fingo di non sapere, sorrido e accetto. Voglio la pace, c’è tanto odio in giro che i miei occhi desiderano andare sempre oltre. E il sesso è ciò che ciascuno di noi vuole che sia. Nella morte di Pasolini il sesso è stato infilato anche quando avrebbe dovuto sciogliersi di fronte al dramma e alla serietà dell’evento. Perché la morte di Pasolini è immorale, e lo è in ogni dettaglio. Lo è perché chiunque l’abbia voluta ha buttato via, da ignorante e sciocco, un’opera d’arte vivente che l’Italia avrebbe potuto vantare in vita ancora per un po’. Lo è perché è stata crudele, cattiva, bastarda e dolorosissima. Lo è perché ha tentato di ridurre a merce da niente, buttata su un lungomare, un essere umano. Lo è perché ce l’hanno venduta come se fossimo stupidi.
Concludo con un rilancio, e invito i lettori e seguirlo e a leggere. Leggete quello che più vi piace, non fermatevi sulla morte ma dedicatevi alla vita, a ciò che Pasolini ha scritto e nessuno riuscirà mai a cancellare. A voi la Pagine Corsare, e l‘ultima intervista di Pasolini.
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