Archive for June, 2011

Silvia a “IEO per le donne 2011″

Io non ho perdonato.

Non perdono mai. Tanto meno me stessa.

Non mi perdono di non averlo scoperto prima. Quando magari era in situ.

Avrei potuto fare la roll. Non avrei il seno dimezzato.

Non parlatemi di lipofilling o altro. Non me ne importa.

Tra l’altro oggi è anche il giorno in cui la diagnosi di cancro mi trapassò l’anima.

22 giugno 2004

Quando si parla di cancro si dovrebbero evitare discorsi più politici che scientifici, più diplomatici che veri, più demagogici che umani.

Io sono stata operata di cancro.

Non dico che ho imparato dalla sofferenza … perché non è vero.

Mi rifiuto di dire che ho capito i valori della vita … perché non è vero.

Mi ripugna dire che è una esperienza di crescita da cui si esce più forti.

Non è vero. Non l’ho provato. Se lo dico, mento.

Il dolore non insegna niente. Tanto meno ha una qualche funzione catartica.

So che bisogna dire il contrario.

Forse c’è una parte da recitare anche nel cancro.

Strano. Perché ogni cancro si inserisce su un vissuto personale impenetrabile e non comunicabile.

Si inserisce su intelligenze e su culture differenti.

Non credo alle parole che mi vengono dall’esterno. Perché le esperienze non sono intercambiabili.

Credo a ogni attimo, a ogni grido, a ogni pianto, a ogni sgomento … che io conosco e che si è fissato in modo indelebile dentro di me.

E che continua. A ogni visita. A ogni controllo.

Niente è più come prima. Né può esserlo.

Non ho bisogno di suggestionarmi né di consolarmi né di distrarmi. Non c’è compenso alternativo.

Intorno al cancro ruotano anche molte parole. In particolare, intorno al cancro al seno.

Ogni discorso è una difesa.

E ha lo scopo inconscio di rimuovere l’idea della morte.

Il discorso sul cancro è discorso sulla morte. O forse bisogna sublimare anche quella?

Non sopporto la frase: combattere la propria battaglia contro il cancro.

Il cancro richiede, si sa, un linguaggio stereotipato.

Io non sto battagliando con niente. Né c’è da battagliare.

C’è piuttosto una comunicazione che, per paradosso, non comunica. O illude di comunicare. Oppure inganna.

Anche la comunicazione con se stessi.

Silvia Delaj

ragnatele

Ragnatele. Le vide sull’angolo del balcone, appena dietro la zanzariera: lunghe e biancastre come stelle filanti, ballavano al vento e qualche insetto penzolava muto. Morto da chissà quanto.
- Accidenti!
Pensò senza muoversi dalla sedia di legno piazzata sul balcone. Non ce l’avrebbe fatta a pulire in tempo, Andrea sarebbe ritornato da lì a un’ora e avrebbe trovato ancora polvere e ragnatele.
Ricordò l’ultimo incontro nel parlatorio: sembrava felice, mancavano pochi giorni al termine della pena e forse credeva che il mondo sarebbe tornato nelle sue mani. Come sempre era stato: aveva vissuto anni di certezza, di limpida incoscienza convinto che ogni cosa fosse stata creata per compiacerlo, per servire ai suoi piani complessi e ambiziosi, per trastullare il suo ego enorme senza l’ombra di una delusione. Per questo, forse, era caduto, oppure era stata solo la fortuna che – come diceva lui – si era voltata un attimo dall’altra parte e l’aveva abbandonato nel momento meno adatto. Quando aveva deciso di rubare tutti quei soldi con un gesto di pirateria informatica degno di un film. E, per quello che sapeva Clara, il colpo avrebbe anche potuto funzionare: lei non capiva niente di hacker e computer, non sapeva che cosa fosse un conto online quindi accettava a priori l’entusiasmo di Andrea, fidandosi di lui. Peccato che la fortuna (appunto) se ne fosse andata poco dopo il trasferimento dei fondi da qualche conto estero al magro (fino a quel momento) conto di Andrea. Clara non sapeva che cosa fosse andato storto: Andrea aveva provato a spiegarglielo prima di essere arrestato, e anche l’avvocato non aveva risparmiato i termini e le parole, ma non c’era proprio niente da fare. Lei non voleva sapere. Non la riguardava: anche se quel colpo andato male le aveva tolto il marito per anni, anche se si era ridotta a pulire le scale dello stabile e a sorvegliare i bambini dei vicini per arrotondare il lo stipendio scarso dello studio notarile, le cose che riguardavano Andrea e la sua pirateria informatica (così l’avevano chiamata in tanti) non le entravano in testa.
Sospirò. Avrebbe proprio dovuto togliere quelle ragnatele: dopo anni di solitudine non poteva accogliere suo marito in una casa sporca. Forse lui avrebbe voluto sedersi sul balcone, a guardare le piante alte e verdi muoversi nelle prime ombre della sera e ad ascoltare i bambini nel piccolo parco giochi. Oppure avrebbe voluto mangiare, o bere. Chissà. Si chiese che cosa avrebbe fatto se lui avesse chiesto di fare l’amore: la voglia aveva avuto mesi e anni per esplodere, per arrabbiarsi di frustrazione e noia, per correre via dimenticata o rimossa. Non sapeva neanche più come fare a toccare un uomo, ad accogliere le sue carezze e il corpo dentro il suo. All’inizio aveva rifiutato l’idea che Andrea se ne fosse andato: non aveva voluto pensarci, come se potesse esistere un’illusione granitica e consolatoria da portare avanti per tutta la condanna senza guardare la verità. Poi aveva capito di essere da sola, sul serio, e aveva reagito alle avances degli uomini che ogni tanto ci provavano con stizza o disinteresse: le sue mani bastavano per scaricare quel po’ di passione che non poteva più avere da Andrea, non voleva un altro uomo nel letto e altre mani a tastarla penetrarla perforare la sua anima. Però. Andrea stava ritornando, e forse nei lunghi anni di prigione non era stato capace di resistere: la masturbazione, che a lei era sempre sembrava l’ovvia via di fuga per entrambi, forse a lui non era bastata. Se ne dicevano tante sui carcerati, si pensava che le condanne lunghe portassero a perdere l’identità e obbligassero i più deboli a diventare omosessuali. O bisessuali, se si voleva mantenere un po’ di equilibrio nel giudizio. Se Andrea fosse ritornato a casa senza chiederle il suo corpo forse lei avrebbe dovuto capire che non la desiderava più, non aveva voglia di fare l’amore con una donna perché aveva cambiato sogni. Aveva cambiato amori.
- Basta!
Lo disse a voce alta anche se era sola. La irritava indugiare su pensieri sciocchi e dolorosi: aveva avuto anni per tormentarsi di nostalgia e dubbi, e gli incontri in carcere non l’avevano aiutata a capire. Erano stati scarsi e frettolosi, senza poesia o soddisfazione. Anche per lui, ne era sicura.
- Come farai se scoprirai di non avere più niente in comune con lui?
La domanda le era stata ripetuta decine di volte da amiche, parenti e colleghe di lavoro. Tutte sapevano del ritorno di Andrea (non aveva mai nascosto di avere un marito carcerato: non si vergognava di lui, era solo stato sfortunato) ed erano curiose. Probabilmente immaginavano che lui entrasse in casa e le si buttasse addosso per soddisfare istinti smozzicati nelle stanze strette e sporche della prigione, oppure che si sedessero uno davanti all’altra senza riconoscersi. Lei non voleva rispondere a domande come quelle: le sembravano invasioni nella sua intimità, e non aveva molto da dire. Perché neanche lei sapeva. Non sapeva che cosa avrebbe fatto o provato, non sapeva che cosa sarebbe successo con quel marito-non marito assente per anni e ora magicamente destinato a riapparire. Dopo una solitudine forzata in bolge che puzzavano di sudore.
- Lavorava in biblioteca, forse ritornerà più colto e intelligente di me
Pensiero sciocco, ma non poteva toglierselo dalla testa. Andrea aveva trovato una sistemazione che gli andava abbastanza bene in biblioteca, le scriveva e parlava di libri che leggeva anche a due a due. Lei no, lei non aveva mai aperto un libro neanche a scuola: era arrivata al diploma grazie alle bugie e alla sua intraprendenza. Voti appena sufficienti e un calcio nel sedere. Certo non poteva parlare di letture e libri con Andrea, non aveva avuto voglia di seguirlo nei suoi suggerimenti: “Visto che la sera sei sola perché non leggi questo? E se vai da tua sorella in Liguria porta un altro libro”. Aveva annuito qualche volta, ma senza convinzione, e appena uscita dal carcere aveva dimenticato titoli e autori. Quello dei libri non era il suo mondo: era inutile che Andrea tentasse di entusiasmarla. Certo, le loro differenze sarebbero apparse ancora più evidenti: non era più solo la diversa concezione dell’informatica, che riempiva Andrea di passione e lei di sbadigli, ma anche il tempo dedicato alla lettura.
- Insomma, se non andremo più d’accordo divorzieremo
Lo disse, ma sentì un dolore al centro del petto. Aveva aspettato suo marito per tutti quegli anni, aveva rifiutato sesso e nuovi amori e anche i figli. Aveva bloccato i respiri in attesa che lui ritornasse a casa, e adesso non aveva voglia di guardare il suo matrimonio crollare come un rudere abbattuto da una ruspa tra gli OOHHHH della gente.
Si alzò. La cucina era pulita, e due pentole borbottavano piano. L’odore di spezzatino e pomodoro riempiva l’aria.
- Almeno questo ce l’ho, almeno sapere cucinare
Si consolò assaggiando il sugo. Andrea certo non aveva mangiato bene in carcere: lo ripeteva spesso nei loro colloqui. Era stufo di quel cibo, e anche i regali che riusciva a portargli non erano che vaghi accenni a una vita passata che lui non poteva afferrare. Quella sera si sarebbe seduto a tavola con un tovagliolo pulito sulle gambe, avrebbe atteso che lei lo servisse con dolcezza e attenzione, avrebbe gustato la cena con qualche  bicchiere del vino migliore: non aveva badato a spese, aveva comprato due bottiglie di rosso facendosi consigliare dal notaio dove lavorava, e le aveva sistemate nell’angolo dello sgabuzzino dove le sembrava ci fosse la temperatura migliore. Andrea sarebbe stato contento di quella cena, e forse il suo ritorno a casa sarebbe stato meno complicato di quanto lei temesse proprio grazie all’ottimo cibo e al vino prezioso.
Afferrò un piumino e si diresse al balcone: avrebbe tolto le ragnatele in tempo, l’avrebbe fatto per amore di Andrea e lui sarebbe stato felice. Si fermò un istante quando notò la lettera di Carlo, un vecchio amico di suo marito che gli offriva un lavoro nel giro di una settimana: si trattava di un interesse reciproco perché Carlo aveva bisogno della mente geniale di Andrea per i suoi sistemi informatici, e Andrea (che probabilmente non avrebbe avuto una scelta eccessiva all’uscita dal carcere) aveva bisogno di un lavoro. Un reddito per ricominciare davvero. Eppure. Il computer che aspettava suo marito le faceva paura: Andrea era finito in prigione proprio per quel suo talento, per il dialogo con la tastiera più semplice di quello con gli uomini, almeno per lui. Non era sicura di volere che di nuovo si lasciasse tentare dalla pirateria, dal guadagno facile in rete. Non voleva il carcere e la solitudine e gli sguardi della gente. Non voleva il letto vuoto notte dopo notte. Non voleva una vedovanza irreale e il corpo bloccato da ragnatele sul balcone.
- Non devo pensare
Ripeté, come aveva fatto molte volte in quegli anni. Niente pensieri niente angoscia: era un’equazione nella quale riponeva la poca speranza sdrucita che restava.
Non. Pensare.
Strofinò a lungo la zanzariera. Le ragnatele si attaccarono alla mano. Le guardò schifata.
- Ragnatele…
Mormorò, e guardò in basso: la strada e gli alberi e i bambini scomparvero ai suoi occhi vuoti. In fondo non era importante che pulisse quello schifo di balcone, che cucinasse carne e pomodoro per un uomo che ritornava. Non contava neanche che lui la desiderasse e cercasse un sesso frenetico e dimenticato. Perché era il tempo a decidere. Il tempo e due ragnatele attaccate alla mano, con gli insetti morti a farle da bracciale e la polvere a macchiare la pelle.
Ragnatele. Niente di più.

cultura, ricerca e disabilità

In questo spazio virtuale le letture sono reali, e reale è la partecipazione dei lettori. Chiacchieriamo di amore, pensieri, desideri, erotismo, navigatori satellitari, spiagge, malattie, salute… Ora ascoltiamo questa voce. E’ la voce di Daniela Schirru, affetta da ipoacusia ma non per questo rassegnata alla rinuncia a ciò che la vita può offrire. Daniela è una studentessa disabile all’Università di Cagliari e la sua lettera (l’argomento è il taglio dei fondi per i disabili) è stata pubblicata su “L’Unione Sarda” il 17 novembre 2010.
«Sogno il dottorato e non mi fermo davanti ai tagli o agli ignoranti»

Mercoledì 17 novembre 2010
Sono d’accordo con Cristian Martis, l’autore della lettera “Tagliati i fondi per i disabili / «Ma io voglio diventare ingegnere» pubblicata il 2 novembre 2010. Sono anch’io una studentessa disabile (ipoacusica) iscritta all’Università di Cagliari. Per la precisione, al secondo anno fuori corso di Lingue. Il mio obiettivo è un dottorato di ricerca sulle lingue dei segni parlate nel mondo. Questo anche per essere d’aiuto a tanti altri ragazzi, audiolesi e no, che vogliono comunicare attraverso il linguaggio gestuale e testuale. Lo so, è un sogno. Ma io credo nei miei sogni e non voglio mollare, anche se a qualcuno farebbe piacere. Lo studio delle lingue è importante quanto lo studio dell’economia o delle scienze. Anche io ho usufruito del servizio Prendiappunti per 150 ore. Quest’anno ne ho appena 30 (incluso il servizio di Aiuto allo studio). Fino a dicembre, poi si vedrà. Non voglio lamentarmi, spero che a gennaio si trovi una soluzione. All’università mi sono trovata molto bene. Mi sono immersa molto volentieri nelle lezioni linguistiche, che ho sempre seguito con tanta passione e interesse, nonostante il mio difetto uditivo. Ce l’ho sempre messa tutta per sconfiggere i pregiudizi, vincere la mia sfida. E mi sforzerò di andare avanti. Anche se con le conversazioni di gruppo ho qualche difficoltà, cerco sempre di ascoltare e di capire bene. Chiedo alla ministra Maria Stella Gelmini e ai cosiddetti “ignoranti” di immedesimarsi in noi disabili, che lottiamo per realizzare i nostri sogni. Non vogliamo essere “buttati” in un angolo da una società che non ci dà sbocchi. E non vogliamo dipendere dagli altri. Abbiamo tanto da dire da fare, non solo perché siamo disabili, ma prima di tutto perché siamo persone. DANIELA SCHIRRU – SAN SPERATE

Si tenga ben stretti i suoi sogni, gentile lettrice, perché sono i sogni di noi tutti. La Sardegna ha bisogno di giovani intelligenti, determinati, capaci di impegnarsi con tenacia e spirito di sacrificio. Le discipline di ambito linguistico sono affascinanti e spero che lei trovi docenti illuminati che la guidino nella sua ricerca sulle lingue dei segni. Ma non dia per scontata la perdita del “Prendiappunti” o di altri servizi. Mentre studia, si batta insieme ai colleghi (non solo i disabili!) per i suoi diritti. Perché anche quelli sono diritti di noi tutti: la società che esclude i meritevoli sta commettendo un suicidio. DANIELA PINNA

l’uomo, il cane e un basista

C’è un uomo con un cane. Non so descrivere il volto, ce l’ho in testa ma sfugge, conosco l’altezza e l’età apparente e sono certa di una cosa: è capace di restare fermo, dritto sulla schiena, a osservare chi passa senza flettere lo sguardo. E il cane è marrone chiaro, taglia medio-grande. Sono loro, l’uomo e il cane. Chissà perché li ho notati. Tra tanta gente e tanti cani, non ho potuto togliermi dalla memoria quella notte di marzo, quando mi sono infilata nel letto con la sensazione che non fossero soliti, nella loro presenza non ci fosse un tratto usuale. Ricordo di avere girato un po’, prima di salire in casa: ho parcheggiato la macchina, li ho visti e non sono riuscita ad andarmene subito. L’uomo fermo a pochi metri da me aveva un ruolo bizzarro nell’evoluzione del tempo. Come il suo cane, che gironzolava senza passione e non si allontanava. Poi, la mattina dopo, ho trovato un messaggio sul cellulare: “Tentativo di effrazione nel veicolo targa XXXXX”. Il mio.

Ho ripensato questa mattina all’uomo con il cane quando il telefono ha squillato alle cinque meno venti. Confusa, stordita dal sonno, non ho avuto il tempo di spaventarmi: dal sogno alle parole nel telefono una frazione di istante e nessuna preoccupazione specifica. “Signora, è di suo marito la macchina targata YYY?”. La guardia che di notte sta in portineria non ha avuto bisogno di aggiungere granché: mi sono vestita, ho afferrato le chiavi dell’automobile e il portafogli con i miei documenti e sono scesa. Vetri infranti, l’interno strappato, divelto tanto in fretta da spezzare l’asta del cambio. E la tristezza dell’ambivalenza: devo prendermela per il furto a una macchina? Certo, in due mesi l’hanno fatto alla mia e a quella di mio marito, ma non sono legata al possesso degli oggetti e mi rendo conto che esiste il peggio. E questo non è il peggio. Però nell’ambivalenza c’è la rabbia. E la rivelazione: “Sa, è venuto un uomo con un cane. Dice che la sirena di allarme dell’auto l’ha svegliato”. Un solo, trascurabile dettaglio: la macchina ha l’antifurto satellitare ma non la sirena. Non suona, non ha mai suonato e mai suonerà. L’uomo con il cane passeggiava alle quattro del mattino, ha udito una sirena che non c’era e avvisato del furto. Poi è sparito, evaporato nelle nuvole cariche di pioggia.

“Il basista abita qui, stia sicura”. E’ lo sguardo dei Carabinieri a confermare. E mi chiedo, mentre aspetto che arrivi un’ora decente per portare la macchina al concessionario: ma il basista sarà l’uomo o il cane?

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

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