Non lo sanno, ma c’è. Esiste nei loro occhi e nelle mani che dovrebbero sostituire la postura, sempre sfuggente e china. Esiste nelle parole, quasi a metà e quasi vere. Esiste nella fuga rapida, percettibile a senso, fiuto, odore… Le pupille mi fissano e scivolano via, cercano altro e vogliono respirare. Aria, altra aria lontano dall’idea della morte e della terapia difficile.
Difficile, si dice così. Una cura è difficile quando le probabilità di successo sono scarse, quando dentro di te vedi il baratro e non la luce. Difficile, usi la parola perché non sai trovarne un’altra. Oppure ce l’hai, quell’altra, ma non la vuoi sillabare. Il primo pomeriggio di consapevolezza – la notizia della sua malattia mi era giunta in un sms, tragico destino di un’epoca che ha bisogno di sintesi e comunicazione rapida – ho avuto tre o quattro secondi per ribaltare lo scenario della vita e cambiare posizioni e ruoli. Ho letto il messaggio, recepito il senso, visualizzato la malattia (peggio di questa ne esistono poche, e al momento non le saprei elencare) e compreso il significato. Un istante dopo, la mia personalità solita aveva preso il sopravvento su ogni altra emozione. Bisogna fare qualcosa. E tu – io – devi agire. Devo essere nata con i pianeti messi in una posizione che predispone allo scatto, altro che “ER medici in prima linea”. Altro che House con il suo lupus che non è mai lupus. Una persona bellissima che ho conosciuto di recente, Marco Pesatori, forse leggerebbe nel mio tema natale questa predisposizione all’agire subito, seppellendo in me l’angoscia, la perdita, il terrore. Erano trascorsi giorni minimi dalla morte di Baba, nell’ottundimento del dolore credevo che non esistesse posto per altra preoccupazione. Il posto c’era. Potrei toccarlo ed estrarre il dito sanguinante per mostrarvelo, ma non mi va. Il paradosso ora è che credo in Dio, e nella Vita, e credo che sia solo il corpo a disfarsi e andarsene, l’anima no. E’ un paradosso perché al funerale di Baba avrei bestemmiato e urlato, un paradosso perché ora dopo ora scivolano oggi grumi di tristezza per questo altro possibile addio. Temporaneo, falso e solo destinato agli atei, ma addio. Forse.
Ah, i colleghi. Loro. Mi stanno intorno e provano a darmi una mano. Ha iniziato il radiologo, scrutava serio il primo referto e mi indicava cose sul monitor e, quando mi incontra nei corridoi, trova il modo per accarezzare la mia spalla (lo faceva, prima? Non lo ricordo), ha proseguito l’endoscopista, timido e schivo ma ormai pronto a venire a trovarmi nel mio studio (così, tanto per salutare), insistono l’oncologo e il radioterapista con le loro spiegazioni su terapie e risposte probabili della malattia. Combatto con la voglia di ringraziarli tutti e commuovermi, e con l’istinto a fuggire e chiedere che non mi guardino più così. Perché esiste, lo sguardo irrimediabile.
LO SGUARDO IRRIMEDIABILE. Perché irrimediabili sono le parole compresse, infilate dentro. Che non vi capiti mai di riceverne uno addosso.
Lo sguardo irrimediabile è unico, lo puoi riconoscere solo se ti colpisce. E non ci vuole troppa fantasia, non si riesce a nascondere e lo cogli perfino quando chi hai davanti volta le spalle in fretta. Ti sputa in faccia la paura di chi sta parlando. Si metterà a piangere? Avrà capito? Sarà davvero cosciente della gravità della situazione? E se succedesse a me? E tante, tante altre inezie che non si possono raccontare. E’ uno sguardo che dice che sei diventata aliena: eri medico come loro, potevi usare linguaggio e senso in una trama segreta che solo chi è del gruppo sa gestire. Poi qualcosa si è rotto. Non sei più. Sei medico ma non del tutto, ci sei entrata. Sei PARENTE-DI-PAZIENTE.
Parente di paziente, per giunta grave. Stesso camice addosso, stesse frasi e medesimi saluti. Ma sono bastate poche immagini di una TAC per sbattermi fuori dalla comune e rendermi diversa. Non sono paziente, non sono neanche medico. Sono una parente con la peculiarità originale di lavorare lì dentro.
Cosa accade, mi chiedete questo. Beh, tutto ciò che riuscite a immaginare se provate e socchiudere gli occhi. Sorrido a tempo, cerco le soluzioni e tiro su le spalle. Rispondo a dubbi, ringrazio convinta e con l’amore nei pensieri i colleghi che mi aiutano. E sono tanti, sbucano da ogni parte. Sono meravigliosi, e non è retorica. Se ci penso trovo le uniche lacrime che finora mi riescano sul serio. Il fatto è che tirano fuori lo sguardo irrimediabile.
La mia lunga assenza da questo blog ha tanti perché. Baba, il caos, la mia evoluzione, due libri da scrivere. E lo sguardo irrimediabile mi riporta qui, adesso.
Oggi avrei smesso di camminare nei corridoi puliti e pieni di luce solo per evitarlo.
Mi sono chiesta quante volte l’abbia usato io, e se abbia provocato un vuoto a chi l’ha ricevuto.
Non serve altro se ce l’hai negli occhi, puoi anche evitare di parlare. Svela, non offre scampo.
Ho deciso di ricordarmelo, questo sguardo. Perchè dice ogni dettaglio, senza pietà o possibile mediazione. E se da medico l’ho usato ho fatto un buco in tanti cuori.
La morte ha uno sguardo. E’ uno sguardo irrimediabile.




