considerazioni personali Archive

“Ritorno ai delfini”, Creativa

Avevo detto, qua e là nell’illusione del tempo, che non avrei scritto seguiti. Come accade spesso, mi smentisco.

“Ritorno ai delfini” è la storia di Lucia, la protagonista di “Una storia ai delfini”, e Creativa è il medesimo editore. Gianluca Ferrara ha creduto nel mio primo romanzo nel 2007, l’ha amato quanto me e aiutato in ogni modo possibile. Quando nel 2011 ho visto nascere il seguito ho sentito che Creativa doveva essere destinatario della storia, apparteneva a Gianluca quanto a me.

Eccolo, dunque. Nelle librerie tra pochi giorni (la distribuzione è buona quindi se non lo trovate subito può essere ordinato e arriva in breve tempo), su internet nei più noti negozi online. E alle presentazioni che stiamo programmando e annunceremo tra qualche giorno.

“Ritorno ai delfini”, Creativa editore.

“Lucia vive su una vecchia barca bianca, alle spalle un’esistenza complicata che l’ha segnata per sempre. L’unico contatto con il mondo è la scrittura: i libri che pubblica le hanno portato notorietà e l’hanno aiutata ad affrontare i traumi più tragici del passato. Proprio la presentazione di un romanzo le fa incontrare Fausto, giovane affascinante che riesce a scalfire la barriera della sua misantropia e la coinvolge in una relazione non del tutto chiara. E poco dopo è Antonio, tanto più vecchio di Fausto ma altrettanto misterioso e seducente, a irrompere nell’ordine faticoso di Lucia. Fausto e Antonio e i fantasmi del passato: di nuovo lo scenario cambia e niente può essere come prima”.

se non è lupus… Crimini bianchi e Dr House, su Satisfiction

Nella mia rubrica su Satisfiction si parla di serie TV a carattere medico, Dr. House (ormai il classico per eccellenza) e l’avventura di “Crimini bianchi”.

“Mai come oggi la medicina ha bisogna di voce. Ne ha bisogno perché è scienza condivisa che porge le proprie acquisizioni e chiede di collaborare con la gente. Pone domande, aspetta le reazioni dei (potenziali) pazienti, riceve quesiti e prova a fornire a sua volta risposte attendibili. Per tutti noi conoscere o meno un’informazione, e conoscere quella giusta, fa la differenza. Uno studio statunitense ha dimostrato che le donne con tumore al seno con un livello personale di cultura medio-alto hanno maggiore probabilità di guarire: i soldi non c’entrano, si tratta della capacità di reagire alla malattia scegliendo le soluzioni migliori per il tempo e la condizione clinica. Avere un po’ di cultura significa essere abituati a riflettere e non affidarsi alla prima proposta che si trova.
Penso che gli intellettuali, ammesso che esistano, si dividano di loro volontà in due gruppi principali: i comunicatori e gli eremiti. L’eremita si autodefinisce geniale, e forse lo è, ama parlare solo con i propri simili (che sono pochi) e opera sul linguaggio azioni di cesello e complicazione atti a escludere la maggioranza delle persone…”.

Ecco il LINK.

la montagna in me

La finestra aperta sulla neve, sulla montagna dai lineamenti lisci, regolari, pieni. Se potessi vivere qui o in un luogo che assomiglia a questo lo farei. La neve ha su di me l’effetto di una coperta morbida e pulita, soffice. Sa lenire l’ansia, incapace di fare male. Potrei restare bloccata in una piccola casa con il camino e i libri, le BIC a consumarsi sul foglio, senza badare alle strade chiuse e al tempo che scorre. Il tempo è un’illusione quando sono qui.

Forse mi ricordo di alcune gite in montagna durante l’adolescenza, forse vado più indietro e scavo nell’infanzia. Nascere in Brianza a ridosso dei monti crea profili immaginari che non sono piatti; la campagna ha il fascino della Pampa, della steppa, ma non è la mia origine. Piuttosto amo il lago di Como, su una barca appena sufficiente a farmi sdraiare scomoda mi sento cullare dal contorno massiccio specchiato nell’acqua scura. E i monti, anche. Mi assomigliano. Ho il carattere frastagliato e mutevole dei profili montani, l’imprevedibilità delle valli che sembrano facili invece ti fanno perdere l’orientamento e rischiano di uccidere. Ho, credo, la visione ampia di un respiro rado senza odore di catrame. E la testardaggine di chi non ha conosciuto subito la dolcezza del mare.

Più volte ho immaginato di fuggire da Milano. Non appartengo a un luogo, a Milano meno che mai. Non riesco ad abituarmi al colore scipito di metallo e nebbia, alla freddezza rapida e alle beghe insulse tra colleghi. Non so vedere la poesia del denaro sbandierato per imparare a essere. Se la mia fuga sarà presto, non so. Ma sarà. E la scrittura mi sarà compagna. Quando osservo i monti in una meditazione lieve sento la forza degli alberi, saggi più di ogni altra creatura, e la voce potente della neve. Chiamano, non lo fanno invano.

Tra i desideri perfetti, fare l’amore nella stanza calda di una baita, il profumo del legno addosso e la neve fuori, e il silenzio. E il mio corpo e il suo, innamorati e sciolti. Uno di quei desideri banali, con niente di speciale, che sono il senso della vita.

La montagna ride e mi guarda. E scrivo.

piccoli ricordi

Siamo fatti di ricordi piccoli.

Al funerale ho raccolto una rosa bianca, staccata dal grande cuscino che stava sopra la bara. E nella bara un corpo. L’ho visto, il corpo vuoto. Porta i segni della malattia e degli anni che ti sono caduti addosso tutti insieme, grigi e spezzati. Gli ho detto ciao, poi ho taciuto: non aveva senso parlarti, non se mi rivolgevo al corpo sdraiato in una camera fredda e tetra. Viene il momento in cui devi essere coerente, se sai che la vita diventa Vita è inutile chiacchierare con l’involucro dell’anima quando è volata via. Magari ce l’hai di fronte, magari ti sfiora una mano e tu ti affanni a non spaccarti il cuore con il dolore di un cadavere che non avresti mai voluto vedere.

Qualche lacrima è scesa, è successo mentre Olly parlava e raccontava l’amore che abbiamo avuto per te. Che abbiamo per te. Però non riuscivo a essere triste, ero incredula e leggera. Soffrivo per Olly, per i tuoi figli e tua moglie, per la tristezza di chi è rimasto. Non per te. Ti sentivo forte, ero serena, curiosa. Sapevo, ma non capivo dove ti fossi seduto a guardare. Sapevo il tuo sguardo fisso su di noi e un po’ divertito. Avevo la certezza che se fossi riuscita a cercare bene ti avrei scovato, perché c’eri. Non certo dentro la bara sotto il cuscino di rose. Ho capito ieri, quando ti ho avvertito dentro l’alba rossa e viola sulla campagna (ancora non sapevo che il tuo corpo fosse morto, l’avrei scoperto dopo qualche minuto), la tua presenza viva sarà silenziosa e divertita, amorevole e quieta. L’ho ritrovata oggi. Ho lasciato girare gli occhi sui volti, centinaia, nella chiesa, mi sono bloccata sulle loro lacrime con uno stupore che avrebbero pensato sciocco. Perché piangete? Aiutatemi a vederlo, qualcuno di voi lo vede? Perché io so che c’è, è qui. Aiutatemi a intuire dove. Ma perché state piangendo? Non è evidente anche per voi? Lo chiedeva un istinto, una parte della mente così libera e fresca che a stento tratteneva il sorriso. Non sono riuscita a vedere il tuo volto ma c’eri, eccome se c’eri. Ne aveva certezza ogni cellula, sentivo (scelgo un verbo, ma dovrei trovarne un altro più adatto che ora non raggiunge le mie dita sulla tastiera) che eri là.

Il confine tra noi vivi temporanei e voi vivi per sempre è diventato così sottile, siamo tanto vicini. Si tratta di scoprire come si guarda meglio, secondo me. Tu oggi c’eri, e non sta parlando la donna emotiva e passionale che so di essere, parla qualcuno che ai funerali di solito si sgretola e piange. Parla chi non sa resistere e crolla. Parlo io, che oggi ti ho visto. Non gli occhi, ma più di loro. E so di avere sorriso, non ce l’ho fatta a trattenermi. C’eri, e anche tu sorridevi radioso e pacato, e zitto. Era la tua Luce a sussurrare l’Amore a chi piangeva.

I nostri ricordi sono piccoli. Non posso evocare grandi momenti di amicizia e confidenza, nessuna frase epocale (o forse qualcuna, ma per me e per te, tirate là nelle giornate di un ospedale che abbiamo amato). Ricordi piccoli, così. Abbiamo scritto insieme. Abbiamo confessato passioni letterarie diverse, imparato e scambiato. Eri imbattibile, non ti stavo dietro. Abbiamo provato a dare alla comunicazione un senso e una direzione. E la malattia, poi. Se conto le parole che ci siamo detti dopo che l’hai scoperta e combattuta esaurisco in fretta le dita delle mani, ma per gli sguardi non è lo stesso. Non ci siamo mai guardati tanto, e a lungo, e senza imbarazzo. Appena ti ho ritrovato dopo l’intervento ci siamo inchiodati al pavimento in un corridoio e ti ho detto cosa vedevo. Mi è scappato dalla bocca, la razionalità ha sussurrato “Sei matta? E’ il direttore”, ma tu avevi già allargato il sorriso. “Lo so”, hai detto. Credevo che te ne andassi invece restavi fermo, volevi sentire di più. Ho compreso in un istante che non avevo bisogno di spiegarti che da qualche tempo succedono strane cose, l’Amore e l’Energia e la Luce e tutto il resto. Non ne avevo bisogno perché vibravi alto e avevi visto anche tu. Immobile, con nessuna intenzione di allontanarti, eri curioso. Chiedevi, hai chiesto con garbo e speranza fino all’ultimo. Anche tu leggevi in me, eri oltre la barriera di una ragione che è buona solo per chi è sano o crede di esserlo. C’era di mezzo Dio, quando Dio arriva (è sempre lì ma non ci accorgiamo, peccato… Pensa al tempo che si perde) si ribaltano le verità. Abbiamo il ricordo piccolo di un contatto fisico muto e discreto, fatto di mani che tentano di dare e mani che vogliono ricevere. E una medaglietta santa che abbiamo condiviso. “Ma tu come fai se la dai a me?”. “Ne hai più bisogno tu, e comunque è lo stesso. Non c’è distinzione, capisci? Siamo tutti separati solo in apparenza”. Abbiamo parlato di Dio con la lingua e la mente, siamo ancora qui a parlarne adesso. Solo che tu fai meno fatica, sento che ridi degli sforzi per scrivere una follia sensata. Riempi la stanza, sono leggera e calma, espansa e gioiosa. Il mio delfino di stoffa sogghigna con il muso appoggiato a un portamatite.

L’ultima volta che ho visto il tuo corpo vivo eri seduto nella penombra. Nessuna parola, fuori dalla porta ricevevo il tuo sguardo. E lo ricambiavo. Siamo rimasti così nei minuti a manciate, non sono entrata e tu non hai chiuso la porta. Mi sono chiesta, nelle settimane, quale fosse il Bene che Dio ti stava offrendo. Perché c’è, il Bene. E’ che non lo comprendiamo. Lo sai tu, adesso.

Abbiamo ricordi piccoli che non si possono spiegare. Per fortuna non c’è bisogno di raccontarli.

Ciao, Leonardo (non è un commiato e non so perché lo scrivo, ma un tocco poetico mi sia concesso). Luce.

la storia dei due Eric

L’accostamento è improprio, eppure mi colpisce. Due uomini, Erich ed Eric, ed esperienze così distanti e forti, così decisive da lasciare una traccia profonda.

Ho incontrato il primo Erich in un albergo di Venezia. Era settembre, uscivo dall’ascensore nell’ultima giornata di permanenza per il congresso sulla scienza della Fondazione Veronesi. Una mattina strana, slavata, con voci interiori che risuonavano cacofoniche e la pigrizia che ormai conosco a fare da cornice. Il congresso mi aveva coinvolta moltissimo, per me è stato il migliore tra quelli organizzati in questi anni: forse per la passione che avevo infilato nei giorni precedenti e per la gioia di avere stimolato i miei neuroni impolverati subivo gli effetti del calo di adrenalina e vagavo distratta nell’attesa dell’orario giusto per andare in stazione. Ricordo ogni dettaglio dei movimenti che, dapprima casuali, mi hanno fatta uscire dall’ascensore e costretta a bloccarmi. Un’aura, una sensazione, la memoria di fotografie viste sui giornali non sapevo quando e come. E un nome, volato fuori dalla mente prima ancora che mettessi a fuoco i lineamenti del volto dell’uomo che era in piedi a meno di un metro da me. Erich Priebke. Ho sentito calare dentro di me l’identità, nome e cognome, ho recuperato la vista annebbiata per due o tre secondi e mi sono fermata sul suo viso. Un panama in testa, rughe così grosse e profonde da evocare un’età inusuale, certo oltre i novanta. E gli occhi con una piega laterale, inclinati in giù, un colore liquido che forse era azzurro. Era alto, questo fantasma che non si muoveva e parlava tedesco poi italiano con una donna poco più in là, indossava un blazer blu ed era elegante. L’eleganza che mi sarei aspettata, che ho costruito nella mia immaginazione con i libri e i film e le rievocazioni del Nazismo.

Sono rimasta immobile. Mi impressionava la somiglianza, ma ero convinta che Erich Priebke fosse morto. Non so perchè, credevo che lo fosse. Forse l’età, non saprei. Ho avuto il tempo di studiare i dettagli, e ciò che il cervello provava a fare era escludere che potesse trattarsi sul serio di chi sembrava. Non trovavo distonia. Non c’erano elementi o dettagli fuori luogo, il volto era proprio lo stesso delle fotografie che tante volte avevo osservato. L’uomo, sospeso nella mia identica esitazione, ha avuto un movimento a scatto, forse disturbato dalla mia insistenza forse preoccupato per la vicinanza fisica e la testarda volontà di guardarlo. “Priebke è morto”, mi sono convinta ad andarmene suggerendo questa soluzione, non senza registrare in testa che il tedesco e l’italiano parlati dall’uomo confermassero la prima, istintiva impressione.

Sul treno, un paio di ore dopo, ho afferrato il fido iPad e cercato qualcosa su Erich Priebke, pronta a sbeffeggiarmi per l’idiozia e le manifestazioni emotive che deformano addirittura i miei sensi. Sono bastati due minuti per scoprire che non è morto ed è stato visto spesso nelle strade di Roma. Roma, certo, non Venezia nella hall dell’hotel Bauer. Da un po’ partecipo a uno scambio di email attraverso Facebook in una mailing list che si chiama “Listini”. Gente che scrive, gente che come me ha voglia di tirare fuori parole e riflessioni e non si fa andare bene il mondo a priori. Ho chiesto ai Listini, ormai rassegnati a essere spettatori dei miei squilibri, se secondo loro fosse possibile che l’uomo fosse Priebke. Poi ho posto la medesima domanda ad alcuni amici con SMS, sempre più turbata. Inutile riassumere le correnti di pensiero, gli scherzi o le considerazioni serissime, i dubbi e le certezze: posso dire comunque che qualcuno ha accettato l’ipotesi che non si trattasse di impressionante somiglianza ma di realtà. Altri invece hanno escluso che l’uomo fosse Priebke. Io non lo so, non lo sapevo nei giorni e settimane successive e non lo so adesso. Certo è che ho incontrato un uomo la cui somiglianza fisica con Erich Priebke è impressionante.

Perché questo incontro ha inciso un solco nella mia vita? Per mille e zero ragioni, per l’emozione forte e strana, per una crepa nelle pieghe del tempo che si è aperta davanti a me e stenta a richiudersi. E perché non ho idea di come la mia emotività affronti la cosa. Sono bianca e ferma, e quando in treno, nel ritorno da Venezia impastato di ansia e di ricerche, l’altoparlante è esploso all’improvviso nella “Cavalcata delle Valchirie” (giuro che è accaduto, ho decine di testimoni) ho pensato a una beffa, a uno scherzo architettato alla perfezione da qualche amico.

Andiamo all’altro Eric, senza l’acca finale. Si chiama Eric Pearl ed è saltato sulla mia strada per caso. (Il caso non esiste, quindi doveva arrivare). Un anno fa circa un’amica Master Reiki lo ha citato rapida in un passaggio a mezza voce di un discorso, e non so come il mio cervello ha registrato il nome. Eric Pearl. La ricerca internet ha dato subito risultati, e c’era di mezzo un libro su quella che credevo fosse una tecnica di cura energetica. The Reconnection, la Riconnessione. Ho acquistato il libro e l’ho letto. Non si tratta di una tecnica simile alle altre: Eric parla di Luce, informazione ed energia, racconta la propria esperienza e la possibilità che ciascuno ha di conoscere direttamente questa Riconnessione. Se seguite questo blog sapete che la medicina che chiamiamo tradizionale è la mia professione, e accanto a essa studio da tempo approcci come Reiki. L’una non esclude l’altro e viceversa. Detesto l’espressione “medicine alternative” perché sbagliano presupposto: non si tratta di separare e muovere guerre inutili ma di integrare con scienza e intelligenza.La Guarigione Riconnettiva e la Riconnessione mi hanno incuriosita; quando ho terminato il libro ho aspettato, circondata da stranissimi fenomeni elettrici che all’inizio inquietavano poi sono diventati oggetto di frizzi e lazzi con gli amici, per lasciare che le idee sedimentassero in fondo a me e creassero la mia personale visione. E a novembre 2011 sono andata ai corsi di livello I, II e III di Eric Pearl.

Non so descrivere ciò che ho visto. So che ho potuto toccare e vedere, e sentire. Vi chiedo pazienza e fiducia perché scriverò ancora molto sull’argomento, ma penso sia importante che dentro di me cresca l’esperienza, e che si formino le parole giuste. Un mondo pieno, luminoso, intriso di mistero e pace e bellezza sembra aprirsi. E lo condividerò con voi.

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