L’accostamento è improprio, eppure mi colpisce. Due uomini, Erich ed Eric, ed esperienze così distanti e forti, così decisive da lasciare una traccia profonda.
Ho incontrato il primo Erich in un albergo di Venezia. Era settembre, uscivo dall’ascensore nell’ultima giornata di permanenza per il congresso sulla scienza della Fondazione Veronesi. Una mattina strana, slavata, con voci interiori che risuonavano cacofoniche e la pigrizia che ormai conosco a fare da cornice. Il congresso mi aveva coinvolta moltissimo, per me è stato il migliore tra quelli organizzati in questi anni: forse per la passione che avevo infilato nei giorni precedenti e per la gioia di avere stimolato i miei neuroni impolverati subivo gli effetti del calo di adrenalina e vagavo distratta nell’attesa dell’orario giusto per andare in stazione. Ricordo ogni dettaglio dei movimenti che, dapprima casuali, mi hanno fatta uscire dall’ascensore e costretta a bloccarmi. Un’aura, una sensazione, la memoria di fotografie viste sui giornali non sapevo quando e come. E un nome, volato fuori dalla mente prima ancora che mettessi a fuoco i lineamenti del volto dell’uomo che era in piedi a meno di un metro da me. Erich Priebke. Ho sentito calare dentro di me l’identità, nome e cognome, ho recuperato la vista annebbiata per due o tre secondi e mi sono fermata sul suo viso. Un panama in testa, rughe così grosse e profonde da evocare un’età inusuale, certo oltre i novanta. E gli occhi con una piega laterale, inclinati in giù, un colore liquido che forse era azzurro. Era alto, questo fantasma che non si muoveva e parlava tedesco poi italiano con una donna poco più in là, indossava un blazer blu ed era elegante. L’eleganza che mi sarei aspettata, che ho costruito nella mia immaginazione con i libri e i film e le rievocazioni del Nazismo.
Sono rimasta immobile. Mi impressionava la somiglianza, ma ero convinta che Erich Priebke fosse morto. Non so perchè, credevo che lo fosse. Forse l’età, non saprei. Ho avuto il tempo di studiare i dettagli, e ciò che il cervello provava a fare era escludere che potesse trattarsi sul serio di chi sembrava. Non trovavo distonia. Non c’erano elementi o dettagli fuori luogo, il volto era proprio lo stesso delle fotografie che tante volte avevo osservato. L’uomo, sospeso nella mia identica esitazione, ha avuto un movimento a scatto, forse disturbato dalla mia insistenza forse preoccupato per la vicinanza fisica e la testarda volontà di guardarlo. “Priebke è morto”, mi sono convinta ad andarmene suggerendo questa soluzione, non senza registrare in testa che il tedesco e l’italiano parlati dall’uomo confermassero la prima, istintiva impressione.
Sul treno, un paio di ore dopo, ho afferrato il fido iPad e cercato qualcosa su Erich Priebke, pronta a sbeffeggiarmi per l’idiozia e le manifestazioni emotive che deformano addirittura i miei sensi. Sono bastati due minuti per scoprire che non è morto ed è stato visto spesso nelle strade di Roma. Roma, certo, non Venezia nella hall dell’hotel Bauer. Da un po’ partecipo a uno scambio di email attraverso Facebook in una mailing list che si chiama “Listini”. Gente che scrive, gente che come me ha voglia di tirare fuori parole e riflessioni e non si fa andare bene il mondo a priori. Ho chiesto ai Listini, ormai rassegnati a essere spettatori dei miei squilibri, se secondo loro fosse possibile che l’uomo fosse Priebke. Poi ho posto la medesima domanda ad alcuni amici con SMS, sempre più turbata. Inutile riassumere le correnti di pensiero, gli scherzi o le considerazioni serissime, i dubbi e le certezze: posso dire comunque che qualcuno ha accettato l’ipotesi che non si trattasse di impressionante somiglianza ma di realtà. Altri invece hanno escluso che l’uomo fosse Priebke. Io non lo so, non lo sapevo nei giorni e settimane successive e non lo so adesso. Certo è che ho incontrato un uomo la cui somiglianza fisica con Erich Priebke è impressionante.
Perché questo incontro ha inciso un solco nella mia vita? Per mille e zero ragioni, per l’emozione forte e strana, per una crepa nelle pieghe del tempo che si è aperta davanti a me e stenta a richiudersi. E perché non ho idea di come la mia emotività affronti la cosa. Sono bianca e ferma, e quando in treno, nel ritorno da Venezia impastato di ansia e di ricerche, l’altoparlante è esploso all’improvviso nella “Cavalcata delle Valchirie” (giuro che è accaduto, ho decine di testimoni) ho pensato a una beffa, a uno scherzo architettato alla perfezione da qualche amico.
Andiamo all’altro Eric, senza l’acca finale. Si chiama Eric Pearl ed è saltato sulla mia strada per caso. (Il caso non esiste, quindi doveva arrivare). Un anno fa circa un’amica Master Reiki lo ha citato rapida in un passaggio a mezza voce di un discorso, e non so come il mio cervello ha registrato il nome. Eric Pearl. La ricerca internet ha dato subito risultati, e c’era di mezzo un libro su quella che credevo fosse una tecnica di cura energetica. The Reconnection, la Riconnessione. Ho acquistato il libro e l’ho letto. Non si tratta di una tecnica simile alle altre: Eric parla di Luce, informazione ed energia, racconta la propria esperienza e la possibilità che ciascuno ha di conoscere direttamente questa Riconnessione. Se seguite questo blog sapete che la medicina che chiamiamo tradizionale è la mia professione, e accanto a essa studio da tempo approcci come Reiki. L’una non esclude l’altro e viceversa. Detesto l’espressione “medicine alternative” perché sbagliano presupposto: non si tratta di separare e muovere guerre inutili ma di integrare con scienza e intelligenza.La Guarigione Riconnettiva e la Riconnessione mi hanno incuriosita; quando ho terminato il libro ho aspettato, circondata da stranissimi fenomeni elettrici che all’inizio inquietavano poi sono diventati oggetto di frizzi e lazzi con gli amici, per lasciare che le idee sedimentassero in fondo a me e creassero la mia personale visione. E a novembre 2011 sono andata ai corsi di livello I, II e III di Eric Pearl.
Non so descrivere ciò che ho visto. So che ho potuto toccare e vedere, e sentire. Vi chiedo pazienza e fiducia perché scriverò ancora molto sull’argomento, ma penso sia importante che dentro di me cresca l’esperienza, e che si formino le parole giuste. Un mondo pieno, luminoso, intriso di mistero e pace e bellezza sembra aprirsi. E lo condividerò con voi.







