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la montagna in me

La finestra aperta sulla neve, sulla montagna dai lineamenti lisci, regolari, pieni. Se potessi vivere qui o in un luogo che assomiglia a questo lo farei. La neve ha su di me l’effetto di una coperta morbida e pulita, soffice. Sa lenire l’ansia, incapace di fare male. Potrei restare bloccata in una piccola casa con il camino e i libri, le BIC a consumarsi sul foglio, senza badare alle strade chiuse e al tempo che scorre. Il tempo è un’illusione quando sono qui.

Forse mi ricordo di alcune gite in montagna durante l’adolescenza, forse vado più indietro e scavo nell’infanzia. Nascere in Brianza a ridosso dei monti crea profili immaginari che non sono piatti; la campagna ha il fascino della Pampa, della steppa, ma non è la mia origine. Piuttosto amo il lago di Como, su una barca appena sufficiente a farmi sdraiare scomoda mi sento cullare dal contorno massiccio specchiato nell’acqua scura. E i monti, anche. Mi assomigliano. Ho il carattere frastagliato e mutevole dei profili montani, l’imprevedibilità delle valli che sembrano facili invece ti fanno perdere l’orientamento e rischiano di uccidere. Ho, credo, la visione ampia di un respiro rado senza odore di catrame. E la testardaggine di chi non ha conosciuto subito la dolcezza del mare.

Più volte ho immaginato di fuggire da Milano. Non appartengo a un luogo, a Milano meno che mai. Non riesco ad abituarmi al colore scipito di metallo e nebbia, alla freddezza rapida e alle beghe insulse tra colleghi. Non so vedere la poesia del denaro sbandierato per imparare a essere. Se la mia fuga sarà presto, non so. Ma sarà. E la scrittura mi sarà compagna. Quando osservo i monti in una meditazione lieve sento la forza degli alberi, saggi più di ogni altra creatura, e la voce potente della neve. Chiamano, non lo fanno invano.

Tra i desideri perfetti, fare l’amore nella stanza calda di una baita, il profumo del legno addosso e la neve fuori, e il silenzio. E il mio corpo e il suo, innamorati e sciolti. Uno di quei desideri banali, con niente di speciale, che sono il senso della vita.

La montagna ride e mi guarda. E scrivo.

il blog è morto, io ritorno al blog

I mesi su Facebook sono stati lunghi, e lunghi ancora saranno. Ma diversi. Ho voluto sperimentare i benefici del sociali network e partecipare a discussioni serie, pubbliche e private, condivisioni goliardiche o di maggiore profondità, osservare e lasciare che altri osservassero me. Per concludere che lo spazio del social network è fatto per le persone (virtuali, ma sempre persone) e non per chi ama la scrittura.

Che poi andrebbe precisato che non tutti coloro che dicono di amarla la amano sul serio, almeno non ne hanno fatto una ragione della vita. Lecito che sia così. Il fatto è che di scrittori su Facebook ne trovate tanti, pochi che pubblichino scrittura vera e ancora meno che leggano le produzioni altrui. Credo di avere costituito un’eccezione anche in questo, insieme a sette o otto altri coraggiosi. Cito Sandrino De Fazi, persona stupenda che distribuisce cultura nel network, Massimiliano Parente e i Listini, Caterina Bonvicini, Fabio Capello, Eliselle, Marco Bianchi, Cioccolato Italiano, Marco Dotti e gli amici Satisfiction, Lucia Rusconi, Alessandro Berselli, Francesca De Cori… E altri, certo, che seguo e apprezzo. Ci sono, brillano di luce speciale circondati da nuvole di medio grigiore. E da cricche patetiche che si alimentano, rinforzano, smielano di dolcezze virtuali. Casomai il social network rende più palesi le consorterie, i gruppi di amiconi che si danno una mano e rilanciano pezzi qua e là senza averli neanche letti fino in fondo. Non c’è il gusto di andare dentro, di scivolare attenti sulla scrittura e comprenderne il senso e le suggestioni.

Nelle settimane recenti ho osservato le mosse dei cosiddetti amici, e anche dei fan. Purtroppo esiste la parola fan e la uso, ma non mi piace. Insomma, li ho osservati. Esistono i fedelissimi e puntuali, sono abbonati alle tue novità e corrono a leggere e commentano precisi, meticolosi, si sente che hanno interiorizzato qualcosa. Magari non hanno amato ciò che hai scritto, ma l’hanno preso in considerazione. Poi ci sono i finti lettori, e ne ho avuto qualcuno in passato anche quando ho chiesto il parere su un manoscritto prima di mandarlo all’editore: sono quelli che ti dicono che sei meravigliosamente brava in un tempo da record del Mondo. E tu lo sai benissimo che è incredibile che abbiano letto sul serio ciò che hai pubblicato o dato loro da valutare. Neanche con un corso di lettura veloce sarebbe stato possibile. Ne rido, ma li ricordo. Infatti non ho più passato loro i miei inediti per ottenere un parere spontaneo: giudicherebbero la copertina e qualche pagina qua e là, cosa che permetto solo ai più famigerati direttori editoriali. E purtroppo svaluto istintivamente le loro produzioni letterarie per il fatto che non siano lettori veri ma solo presuntuosi acculturati. Ci sono anche i fedeli del “mi piace”, che lanciano a priori senza aprire il link del pezzo di scrittura. Vedono cosa hai piazzato lì, fanno click su “mi piace” e tirano avanti senza troppi pensieri. Quasi quasi mi sono più simpatici dei falsi, sono così palesi ed evidenti che rivendicano il loro diritto a non leggere, a non sapere chi tu sia nel panorama letterario grande, medio, piccolo, intimo o condiviso. Hanno il diritto di non leggere e non amare la lettura, rivendico e tutelo questo loro inalienabile diritto.

Tempo fa ho aperto in Facebook una pagina fan parallela a quella che uso per il profilo personale. Non posso certo lamentarmi, il numero di fan è molto alto. Ma il problema è un altro. Si tratta di identità. Funziona sempre meglio (e non è un’osservazione solo mia, altri scrittori diranno la stessa cosa) la pagina personale, quella in cui scrivi piccole perle di quotidiana saggezza, noia, eccitazione, pigrizia. E tante stupidaggini. Funziona il voyeurismo della pseudovita privata, e della scrittura o delle riflessioni più serie interessa poco. A chi interessa con chi sto, se ho amanti e perché, dove vado e dove dormo o scrivo o quanto guadagno? Nella pagina fan metto pezzi di scrittura ma anche libri (altrui), rilanci di concorsi letterari e articoli che penso interessanti per chi legge, ritratti di autori, contributi video… Insomma, tutto ciò che riguarda il libro, la scrittura e l’amore folle che geneticamente mi contraddistingue. Letture della pagina tante, commenti bellissimi dai soliti, frasi smozzicate e sparute da altri. Anche altri che dichiarano in pubblico di essere tremendamente coinvolti dall’argomento libro. Anche altri che scrivono. Ho intuito spesso che la passione letteraria fosse scavalcata dal quid di invidia che gonfia troppi cuori perfino nella realtà virtuale. Invidia per cosa, poi. Non ne ho l’idea e non la voglio avere.

Le due pagine del social network mi hanno dato qualche scambio meraviglioso e troppo vuoto. Troppa stupidità (mia) e abulia (mia e altrui). Mi hanno fatto vedere con chi mi confronto, chi mi circonda nella massima parte del tempo. Quando ti rendi conto che conosci a memoria i commenti che qualcuno metterà, e sarai certa che avrà dato solo mezza occhiata alla scrittura prendi una o due decisioni. Io ne ho presa una.

Ritorno al blog. Ascolto i consigli e le richieste di chi è spesso in attesa che pubblichi qualcosa nel blog, di chi ama molto di più questo mezzo piuttosto che il social network e ritorno a tempo pieno.

Se devo farmi leggere la vita (c’è ancora chi pretende di conoscermi nonostante sbagli mira il novantanove per cento delle volte) lo faccio dal mio habitat, dall’elemento naturale che mi contraddistingue dagli inizi della mia carriera di scrittore. Faticosa, con una gavetta incredibile, ma sempre carriera e sempre bella. I libri e la scrittura su Facebook fanno solo colore, un blog è l’espressione personale e professionale di chi lo gestisce. E non basta fare click su mi piace.

“la via per il Paradiso” su Satisfiction

“La via per il Paradiso” è un racconto che ho scritto pensando e vivendo la mia realtà di medico in IEO (Istituto Europeo di Oncologia).

Uscirà su Satisfiction il 15 dicembre, nelle librerie (la distribuzione è gratuita per i lettori) e in abbonamento. Accanto al racconto una breve narrazione LIS di Rosella Ottolini.

Nello stesso numero una riflessione di Umberto Veronesi sul vegetarianesimo e racconti inediti di grandi autori.

Ringrazio di cuore Gian Paolo Serino, direttore di Satisfiction, Rosella Ottolini, Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli per le foto-trailer del racconto.

… E approfitto di questo post per proporvi di aiutare Satisfiction, basta poco e si ha il piacere di una rivista che non solo recensice “soddisfatti o rimborsati” ma propone anche meravigliosi contenuti.

Per SOSTENERE SATISFICTION potete CONTRIBUIRE ricevendo comodamente a casa vostra ogni numero in anteprima. Oltre alla rivista la tessera socio sostenitore Satisfiction e la t- shirt Satisfiction con soli 30 euro all’anno. Intestato a Associazione Satisfiction.it

(CAUSALE: sostengo Satisfiction per la libertà di lettura): IBAN: IT35U0306933841100000001222

la pace al Supercondominio, chi costruisce e chi distrugge?

Strane riflessioni da condividere oggi. Strane e forse inutili, ma chissà. Mi conoscete abbastanza da sapere che afferro il granello di sabbia e la fantasia lo trasforma in una duna, e mi piace soffiarci sopra per vedere cosa succede.

Questa mattina un risveglio traumatico ha suscitato emozioni e un pensiero sulla pace. Su quanto sia semplice e difficile insieme. Su quanto sia una nostra responsabilità. Perché penso che dovremmo operarla, questa pace che ci piace tanto, e farlo nella realtà del giorno, nelle case e nelle strade, in ogni gesto che decidiamo di compiere o ci sfugge involontario. A Milano si apre oggi, 18 novembre, “Science for Peace”, il congresso mondiale della Fondazione Umberto Veronesi che parla di pace. Cosa può fare la scienza per la pace? La domanda è intrigante e complessa. Certo, la scienza dovrebbe avere ruolo primario e gli scienziati potrebbero costituire una luce piena, una strada da seguire al di sopra di interessi economici e politici ed egoismo variamente declinato. Però qualcosa non funziona, la pace cui aspiriamo si allontana invece di avvicinarsi. Cosa possiamo fare noi, allora, non sempre scienziati, per ottenere e rendere salda la pace?

Perché non siamo in pace. Non lo siamo nelle nostre case, nel luogo di lavoro, non lo siamo nelle strade e in treno, non lo siamo e basta. E niente facciamo per cambiare la situazione, ci aspettiamo che siano sempre e solo gli altri a fare qualcosa per noi.

Questa mattina, erano circa le 6,20, ho controllato il telefono cellulare prima di prepararmi per il lavoro in IEO e ho trovato un sms che purtroppo ho già visto altre volte: “Tentativo di intrusione nel veicolo targato XXXX”. Abito a Opera allo Sporting Mirasole, definito di recente dalla nuova Proprietà un “Supercondominio”. Che emozione, un Supercondominio! C’è anche un servizio di vigilanza interno, pagato da noi inquilini; addirittura una guardia armata! Quanto lusso in un quartiere che ospita anche le case popolari e un imprenditore da qualche anno ha deciso di “riqualificare”…

Già, quanto lusso. Dicevo che questa mattina ho trovato l’avviso dell’antifurto, mi sono vestita in fretta e sono scesa: avevo parcheggiato di fronte al civico 25, in piena vista (salvo nebbia) e in un posizione dove la vigilanza avrebbe notato senza difficoltà eventuali malintenzionati. Pochi metri, la mente era pronta a vedere ciò che nel 2011 mi è capitato altre due volte: la macchina scassinata con una voragine nera nel cruscotto, priva di autoradio e navigatore satellitare. La mente sbaglia poco quando prevede cose del genere, o forse tende a sottovalutare perché in realtà la macchina era sconvolta da una specie di uragano: sedili posteriori e vano portabagagli divelti e sporchi di fango, e, come previsto, niente più radio e navigatore satellitare. Un lavoro che ha richiesto tempo e ha fatto rumore. Nessuno ha visto o sentito (avevate dubbi?). Le proteste alle due guardie giurate (una intenta a leggere il giornale non ha nemmeno alzato la testa) hanno ottenuto la nullità totale di reazione perché, come è noto, “Non si possono controllare mille macchine”. Dalla portineria non è stata effettuata segnalazione alla Proprietà, il furto sarebbe quindi passato sotto silenzio.

Ebbene, prima di uscire dal caso personale e ritornare al discorso sulla pace aggiungo che dall’aprile 2011 a oggi sono stata oggetto di tre furti come questo, e non sono da sola: non mi consola sapere che la notte scorsa altre cinque automobili hanno subito il medesimo trattamento e, nel corso di questo anno, decine di inquilini del Supercondominio Sporting Mirasole sono stati derubati più volte oppure hanno ricevuto atti di vandalismo. Con la vigilanza che non ha visto oppure ha casualmente tenuto aperta la sbarra di accesso per tutta la notte. I Carabinieri che raccolgono le denunce con gentilezza e professionalità non possono fare altro che rendersi immediatamente disponibili, ma è certo che sia per loro impossibile prevenire atti che il “Supercondominio” di una “superproprietà” dovrebbe invece ritenere inaccettabili. Ci stanno riqualificando, mica uno scherzo… Peccato che nella riqualificazione ci siano solo le tinteggiature delle facciate (la società della facciata, tutto ciò che esiste è una facciata e niente altro), l’abolizione per regio decreto delle antenne paraboliche e nessuna cura per la sicurezza della gente.

La pace, allora. Eccola lì. E’ ovvio che non la desideri e non la operi chi di notte crea danni ripetuti alla proprietà altrui. Non la desiderano i ladri, i vandali, i basisti o coloro che volutamente ignorano crimini che potrebbero essere fermati. Ma, e questo è ugualmente grave, non riesce facile neppure a chi subisce danni come questi. La reazione di rabbia, che aumenta insieme al numero di oltraggi subiti, suscita altra guerra e peggiora le cose. Perché quando ricevi un danno, un furto, una ferita la prima cosa che fai è tentare di restituire la cattiveria. Poi magari ci pensi, ti fermi e perdoni. Capisci che se alzi i toni scateni l’azione e la reazione, e non ne esci più. Perdi di vista l’origine, non sai chi abbia iniziato e non è neanche più rilevante: c’è il male, solo quello.

Come decidiamo di reagire a chi ci fa del male stabilisce il limite: pace o guerra?

L’unica domanda che avrei realmente voluto porre a coloro che hanno devastato la mia automobile la notte scorsa è: “Questa mattina avrei dovuto raggiungere un ambulatorio dove visito donne che hanno tumore al seno. E se fosse tua moglie ad aspettarmi invano in quell’ambulatorio?”. Credo valga per tutti, per la nostra piccola, grande importanza nel mondo. Riceviamo e doniamo, e le azioni hanno conseguenze che dovremmo considerare. Parliamo di pace e guardiamo all’Iran, al Medio Oriente, agli Stati Uniti che ci sembrano demoni oppure eroi, e nel vialetto di casa riceviamo danni e ne facciamo a nostra volta reagendo senza considerare cosa succederà dopo. Tocca a me e ad altri cinque oggi, al Supercondominio in riqualificazione: cosa faremo? Useremo la rabbia o perdoneremo? Cosa accadrà dopo? Credo che la pace inizi proprio da questo.

LIS ai festival di letteratura

Il diritto alla cultura esiste. Così come esiste il diritto al piacere della letteratura. Ma cultura e letteratura devono essere accessibili a tanti, a un numero grande, sempre più grande di persone.

Da tempo vivo nel mondo letterario e della divulgazione della cultura, ho visto forme di condivisione e comunicazione sempre nuove nascere e integrarsi e diventare fondamentali. Manca qualcosa, però: manca nei festival e alle presentazioni, ai reading, alle iniziative di lettura pubblica dei testi. Manca l’attenzione a chi è sordo. Interpretazione e narrazione nella LIS (Lingua Italiana dei Segni) non sono previste nella grande maggioranza degli eventi letterari e culturali. Di fatto, così si limita troppo la possibilità di accesso alla cultura e alla letteratura (al suo piacere, alla crescita interiore che essa favorisce) a chi non può sentire.

Chiedo quindi il vostro aiuto. Sensibilizziamo insieme chi conosciamo, portiamo l’attenzione sugli eventi letterari e culturali in genere e chiediamo che vi sia più attenzione, che insieme alle voci ci siano anche le mani. E la LIS, perché anche sordi e sordastri possano partecipare e godere in pieno, come noi, della bellezza della creatività.

Chiediamo che ai festival di letteratura, agli eventi culturali e letterari sia sempre presente almeno un interprete LIS.

Usate pure questo appello nei vostri blog: rilanciatelo, modificatene forma e stile a vostro piacimento, passate parola; non voglio che questa sia la “mia” idea ma che sia la NOSTRA iniziativa per allargare i confini della cultura e raggiungere un ulteriore gradino verso l’integrazione. Lasciate un commento qui con nome e cognome, e se avete idee utili a diffondere l’iniziativa e a renderla possibile scrivetemi a mariagiovanna.luini@gmail.com. Se volete aderire senza comparire qui scrivetemi.

Al Salone di Torino 2012 chiediamo che tutti gli eventi abbiano l’interprete LIS. Possiamo farcela, aiutateci!

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