incipit – sperimentazione libera – “le parole che cambiarono il tempo”

Questo potrebbe essere un incipit. Potrebbe esserlo perché la scrittura nasce, trova un percorso oppure si ferma e dorme per un tempo non quantificabile. Di recente mi sono divertita e arricchita la testa a un laboratorio di scrittura creativa a veDrò: con Roberto Cotroneo abbiamo immaginato una storia e a ciascuno è stata data la libertà di creare l’incipit. Ho portato a casa il mio pezzo di scrittura nel quaderno arancione  delle “suggestioni,  idee, incipit, pezzi, racconti”, e questa mattina ho deciso di condividerlo. Se vi fa piacere proporre un seguito aspetto le proposte all’indirizzo email mariagiovanna.luini@gmail.com.

Non ho mai capito il senso. Provo a pensarci, mi fermo e ritorno indietro, uso il silenzio per afferrare i ricordi e intuire il significato. Ma non è possibile. Mettere insieme i pezzi è uno sforzo che supera le capacità ormai fiacche e lente del mio cervello ottuagenario, il cui poco ossigeno serve a malapena per affrontare un quotidiano asfittico.

Quando iniziai a leggere l’opuscolo ero seduto sulla vecchia sedia di legno all’ingresso della tipografia; in un pomeriggio di afa e sole impietoso mi ero seduto e cercavo qualcosa, un appiglio che mi strappasse alla noia. Non che mancasse il lavoro: oltre all’opuscolo, il maledetto opuscolo che ha dato inizio a tutto (ma era l’inizio o la fine? Neanche questo so più ricordare), avevo due commissioni urgenti per un sottosegretario che aveva deciso di raccogliere poesie e pensieri in un libretto a carta Sicilia che avrebbe regalato ai parenti per Ferragosto. Era il caldo a mettermi addosso una pigrizia lenta e sudata, fastidiosa abbastanza da costringermi a crollare sulla sedia e afferrare la prima cosa che trovai. Su un tavolo che poco tempo dopo bruciai per sostituirlo con un altro più grande notai la pila degli opuscoli, e svogliato, senza crederci, allungai la mano per leggerne uno.

L’uomo che me l’aveva commissionato era stato sbrigativo, con quattro parole scarne aveva chiesto che trenta copie fossero pronte per la settimana dopo. Gli occhi troppo chiari per reggere il sole di Roma avevano fatto un giro nella mia tipografia, si erano fermati su di me e il braccio lungo, magro, con una peluria quasi bianca come i capelli da albino mi aveva salutato stringendo forte la mia mano. Guardandolo uscire avevo immaginato un opuscolo tecnico, con tante cifre dentro, intriso dell’entusiasmo giovane di una generazione che tentava di riprendere in mano la storia. Era il 1980, chi era ancora capace di sognare si lanciava nel futuro togliendosi di dosso la polvere di un passati capace solo di smarrire, e quel trentenne asciutto vestito da uomo in carriera mi aveva fatto pensare al sogno, a una specie di riscatto.

Afferrai l’opuscolo, allungai le gambe davanti e notai che il sole lambiva con un alone giallo la punta delle mie scarpe scure, impolverate come il pavimento: sperai che il calore non avanzasse fino alle caviglie, non avevo voglia di spostarmi indietro, e iniziai a leggere. Dei primi istanti ricordo il rumore roco del mio respiro, i piccoli fischi radi di una bronchite cronica che oggi è diventata enfisema, e la sensazione che qualcosa meritasse la mia attenzione. E’ difficile spiegare oggi, a ottantatré anni devi riempire i buchi della memoria con intuizioni e interpretazioni postume, ma le prime parole che mi capitarono negli occhi insinuarono il sospetto irrazionale, istintivo, che l’opuscolo riguardasse anche me.

Lessi tre o quattro righe, mi fermai e sfogliai in fretta le pagine successive: non era un opuscolo tecnico, era una storia che qualcuno aveva voluto raccontare. Controllai il nome sul frontespizio: Michele Gandini. Il giovane albino che mi aveva commissionato la stampa.

“Mio padre è stato ucciso. Lo chiamavano Moschetto”. Non ho mai dimenticato le prime due frasi, verranno con me nel sollievo noioso della morte in un futuro che sento vicinissimo. Posso vedere ancora, se socchiudo le palpebre e mi concentro sulla tipografia e sull’alone giallo del sole proiettato sulla polvere delle mie scarpe, i caratteri neri precisi, nuovi, con l’odore dell’inchiostro impressi su una carta pesante e costosa. “La carta che dura di più”, l’uomo aveva detto così, e non aveva fatto questioni di prezzo.

Avevo stampato senza curiosità, la voglia di leggere tutto ciò che la gente portava mi era passata da un pezzo, e non avevo notato le prime parole. “Mio padre è stato ucciso. Lo chiamavano Moschetto”. Le ho notate dopo, seduto sulla vecchia sedia accanto all’ingresso, e niente è stato più come prima.