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Presentazione di “Ritorno ai delfini” a Milano

Presentazione di “Ritorno ai delfini” di MariaGiovanna Luini, Edizioni Creativa

Giovedì 16 febbraio 2012 alle ore 19.00
Libreria Equilibri – Via Farneti 11 –  MILANO
con la partecipazione di Nicoletta Carbone
giornalista e conduttrice del programma Essere e Benessere su Radio 24

Lucia è il nome della protagonista che torna a vivere nelle pagine del nuovo romanzo “Ritorno ai delfini“, di MariaGiovanna Luini, scrittore, medico e comunicatore scientifico all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.
La sua storia sarà sviscerata grazie al dibattito che si terrà giovedì 16 febbraio 2012,  alle ore 19.00, presso la Libreria Equilibri di Milano.
MariaGiovanna Luini, spesso ospite della trasmissione “Essere e Benessere” di Radio 24, ideata e condotta da Nicoletta Carbone, ha scelto proprio la giornalista come moderatrice della prima presentazione del suo ultimo libro.

“Ritorno ai delfini” è il seguito di “Una storia ai delfini” pubblicato nel 2007 dalla stessa Edizioni Creativa.
Dal 2007 ad oggi MariaGiovanna Luini ha pubblicato altri saggi e romanzi tra cui “Cosa fanno le tue mani”, il primo videoromanzo per sordi – da lei ideato e prodotto – che ha riscosso grande successo in qualità di prima opera letteraria associata ad un video adattato ed interpretato nella LIS.

Alla presentazione è garantita la presenza di un interprete LIS.

Ritorno ai delfini: Lucia vive su una vecchia barca bianca, alle spalle un’esistenza complicata che l’ha segnata per sempre. L’unico contatto con il mondo è la scrittura: i libri che pubblica le hanno portato notorietà e l’hanno aiutata ad affrontare i traumi più tragici del passato. Proprio la presentazione di un romanzo le fa incontrare Fausto, giovane affascinante che riesce a scalfire la barriera della sua misantropia e la coinvolge in una relazione non del tutto chiara. E poco dopo è Antonio, tanto più vecchio di Fausto ma altrettanto misterioso e seducente, a irrompere nell’ordine faticoso di Lucia. Fausto e Antonio e i fantasmi del passato: di nuovo lo scenario cambia e niente può essere come prima.

MariaGiovanna Luini (pseudonimo di Giovanna Gatti) è scrittore, medico e comunicatore scientifico all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Biografia completa su http://www.mariagiovannaluini.it

Nicoletta Carbone è giornalista, ideatrice e conduttrice di Essere e Benessere su Radio 24.

“Ritorno ai delfini”, Creativa

Avevo detto, qua e là nell’illusione del tempo, che non avrei scritto seguiti. Come accade spesso, mi smentisco.

“Ritorno ai delfini” è la storia di Lucia, la protagonista di “Una storia ai delfini”, e Creativa è il medesimo editore. Gianluca Ferrara ha creduto nel mio primo romanzo nel 2007, l’ha amato quanto me e aiutato in ogni modo possibile. Quando nel 2011 ho visto nascere il seguito ho sentito che Creativa doveva essere destinatario della storia, apparteneva a Gianluca quanto a me.

Eccolo, dunque. Nelle librerie tra pochi giorni (la distribuzione è buona quindi se non lo trovate subito può essere ordinato e arriva in breve tempo), su internet nei più noti negozi online. E alle presentazioni che stiamo programmando e annunceremo tra qualche giorno.

“Ritorno ai delfini”, Creativa editore.

“Lucia vive su una vecchia barca bianca, alle spalle un’esistenza complicata che l’ha segnata per sempre. L’unico contatto con il mondo è la scrittura: i libri che pubblica le hanno portato notorietà e l’hanno aiutata ad affrontare i traumi più tragici del passato. Proprio la presentazione di un romanzo le fa incontrare Fausto, giovane affascinante che riesce a scalfire la barriera della sua misantropia e la coinvolge in una relazione non del tutto chiara. E poco dopo è Antonio, tanto più vecchio di Fausto ma altrettanto misterioso e seducente, a irrompere nell’ordine faticoso di Lucia. Fausto e Antonio e i fantasmi del passato: di nuovo lo scenario cambia e niente può essere come prima”.

l’esordio

Sono attenta alle parole, qualche volta troppo. Le ascolto, le annoto in un taccuino mentale e le ricordo, rimugino, elaboro. Un amico scherza sulla mia memoria, dice che butto fuori a fiotti grumi di parole anche dopo anni, e sono capace di attaccarmi a questi grumi per riprendere una discussione o rinfacciare presunti torti, oppure per soffrire o gioire mentre chi li ha pronunciati non li ricorda più. Ha ragione. Conosco questo lato inquietante della mia personalità, un’ansia mai placata che prende forma nel tempo: lì per lì sembra che ogni discorso che ricevo scivoli via leggero, senza conseguenze, poi la mia lenta presa di coscienza fa scattare la digestione vera. E non so mai dove vado a finire.

Di recente mi è capitato di uscire con un lieve pizzicore in un punto indefinito del corpo, un’inquietudine netta anche se apparentemente inspiegabile da un incontro, globalmente molto piacevole e positivo, con un editore. Sono ritornata a casa con la nebbia sulla faccia e mi sono seduta sul mio vecchio divano, quello dove leggo e studio e scrivo. Non riuscivo a comprendere cosa mi avesse turbata: avevo ricevuto parole molto belle e una proposta interessante, proprio tanto interessante, perché un pezzettino di me non trovava collocazione adatta? Ho provato a distrarmi, ma niente. Il fastidio era sempre là. Conviveva con l’emozione bella e la felicità, era la punta di agro in mezzo al miele. Doveva essere esistito un passaggio critico in quell’incontro, un elemento che mi disturbava nonostante la soddisfazione.

Come sempre, sono arrivata a capire con un’illuminazione fulminea il giorno successivo. Avevo la testa ad altro e la verità è venuta fuori facile, una fotografia evidente. Come avevo fatto a non ricordare subito? Era stata una frase: “Per il tuo esordio vedrei bene…”. Il tuo esordio. Non che fosse una sorpresa: so che gli editori di una certa dimensione aziendale e con una buona distribuzione ritengono esordienti coloro che non hanno mai pubblicato con loro pari, e il curriculum, che tanto conta in medicina e scienza, nella scrittura è quantomeno opinabile, però non sono riuscita ugualmente a buttare via il disagio per l’espressione che non mi era piaciuta. L’esordio. Sono anni che scrivo e lui lo chiama così.

Ora vorrei spiegare che non si tratta solo di amore per i libri che ho scritto, ma di persone. In un istante mi sono ritornati alla mente gli editori che ho avuto: Gianluca Ferrara, Francesco Giubilei, Francesco Brioschi. E Valentina Filidei e Michele Quirici, e Marina Sarchi: hanno promosso i miei libri con grandissima generosità, sono persone fantastiche. Nelle parole che riguardavano il mio esordio implicitamente erano stati spazzati via, non erano mai esistiti. Incredibile. Gente che ha creduto in me e nella mia scrittura, che ha scommesso e investito soldi perde consistenza quando sono a colloquio con un editore più grande (dimensionalmente) e ricco. No, con me non funziona così. E non funziona neanche considerare nullo il lavoro che ho speso con i libri che ho già pubblicato. Ho scoperto con una certa sorpresa che le quasi cinquemila copie vendute di “Una storia ai delfini” non esistono (cinquemila di editore grande valgono, di editore indipendente no), e non esistono gli altri titoli che molti lettori hanno apprezzato o criticato, comunque conosciuto, e che ho presentato in giro per l’Italia macinando chilometri con ogni condizione atmosferica. Anche adesso, mentre ve lo racconto, faccio fatica a pensarci.

Detesto l’ipocrisia, quindi ritorno a dire che l’incontro è stato bello e positivo e ho accettato la proposta di questo editore, ma non a spese di una mia chiarezza. Della lealtà e dell’amore. Pubblicare e presentare libri è un’esperienza meravigliosa, lo è già stata con gli editori che ho avuto e continuerà a esserlo. Ma mai nessuno riuscirà a mettermi nel cervello e nel cuore che l’eventuale libro che uscirà in futuro con un editore “grande” (quando? Non lo so. Quale? Non lo so) sarà un esordio. Perché non lo sarà. Qualunque cosa potranno dire le leggi del mercato, qualunque cosa meravigliosa possa accadere saprò sempre quali siano stati i miei esordi veri, e quale la lunga, faticosa e istruttiva gavetta. E quali le persone che hanno creduto in me e mi hanno aiutata prima delle altre.

Ho sempre avuto una grande fortuna: essere certa di cosa significhi l’identità dello scrittore. Non serve necessariamente avere i libri esposti negli scaffali delle grandi librerie, anche se questo è il sogno di tutti (e mio), serve credere che per essere scrittori si debba soddisfare una condizione essenziale e unica. SCRIVERE. Scrivere sul serio, come bisogno e passione, come lavoro e godimento e sofferenza. Come necessità per sentirsi realizzati e sereni, e stimolati ad andare avanti. Scrivere come solo chi dipende dalla scrittura sa fare.

Scrivere. Onorare il verbo nella sua pienezza.

Perché sono sempre stata attenta alle parole. Anche quando incontro un editore.

SCRIVERE.

e si va a Torino

La fotografia non c’entra con Torino, e nemmeno con il Salone. Ma forse non è vero, forse ha una relazione con la scrittura e con i libri. I miei libri, quelli di altri che leggo e tengo con me nel rifugio immerso tra gli alberi e con il prato a pochi metri dalla soglia: da quando ho lasciato Firenze ho trovato un altro luogo e lì ho la pace. Ho il tormento della scrittura, anche, ma la scrittura non è solo tormento (è tutto, ha dentro vuoto e pieno, ogni cosa e niente, luce e buio), e i miei oggetti. In un bilocale bianco ho libri e qualche mobile, e gli oggetti che non sento di possedere ma sono l’amore, il ricordo, la passione, il pensiero. Il ranocchio rosso che, baciato, è diventato un temporaneo principe (niente è più bello della temporaneità, che diventa eterna quando è perfetta) e una statuetta di legno. Babbo Natale. E ricordi che tengo segreti.

Non sempre è facile vivere il blog. Gli argomenti si affastellano e intersecano, le parole esistono e diluiscono nei silenzi e nei respiri. Accadono eventi che istintivamente commento, lo faccio con me stessa e con chi mi è vicino, ma se appoggio le dita alla tastiera escono pezzi che archivio nella memoria del computer senza sapere se e quando vorrò condividerli. E adesso accade Torino, il Salone. Lo aspetto con la voracità che mi è propria, anno dopo anno. Ricordo che camminavo senza avvertire la stanchezza e sognavo di pubblicare, prima o poi. Pubblicare qualcosa. Osservavo i libri sugli stand, li compravo, maneggiavo, palpavo e annusavo, seguivo tutte le presentazioni che riuscivo a raggiungere. Gli Autori, esseri quasi mistici che avrei voluto emulare nella possibilità di pubblicare. Perché la scrittura preesiste a me, credo: sono nata per incontrarla, si è incarnata prima lei di me in questo corpo che oggi ha 41 anni, ingrassa e dimagrisce e sbuffa di noia, passione, erotismo e inquietudine. La scrittura è nata senza che me la insegnassero, dico la stessa cosa di tanti altri autori ma è stato davvero così: ho imparato da sola a leggere e contemporaneamente a scrivere a tre anni circa, come se la scrittura aspettasse solo che raggiungessi una quota minima di consapevolezza. Quota minima che forse è rimasta sempre la stessa, ma è sufficiente per andare avanti bene. Insomma, camminavo al Salone e i miei occhi non erano sazi. Mai. Leggevo, leggevo sempre, e scrivevo. E sognavo di pubblicare un libro. Pubblicare un libro!

Quando qualcuno vuole pubblicare un libro la risposta del mondo è: “Nessuno ce la fa”. Chi si sfonda di ottimismo dice che qualcuno, raramente, molto raramente, ce la fa. Tentano di fermarti, di toglierti dalla testa le illusioni come se facessi male a qualcuno illudendoti. Come se li offendessi con i tuoi sogni alti, e con la voglia di volare. Per fortuna a me è sconosciuta la fiducia nei disfattisti, rifiuto di accettare previsioni nefaste e aspetto che eventualmente si verifichino prima di ritirarmi. Un’altra fortuna, negli anni del desiderio di pubblicare il primo libro, è stata quella di leggere tanto e avere notato che anche alcuni editori indipendenti pubblicano storie bellissime e preziose. Ho accettato gli editori piccoli e indipendenti, ho fatto bene. La gavetta è una delle soddisfazioni della mia vita. Se mi fossi fermata alla visione dei “grandi”, se avessi voluto il mio libro subito in prima fila nelle vetrine luccicanti delle catene di massa avrei probabilmente posto un freno a ciò che è accaduto quando tutto è cominciato.

Bene, è stato il Salone ad aiutarmi. E’ stato il luogo della prima telefonata. Qualcuno mi ha cercata, il mio blog (il primo, quello su Kataweb) era stato notato e mi si chiedeva se per caso avessi un manoscritto. E per caso ce l’avevo. Può una come me, che brucia di scrittura, non avere una storia che dorme da qualche parte? Ho percorso chilometri, tutto intorno al Lingotto: l’emozione per la telefonata mi ha fatta perdere, non ho più riconosciuto i luoghi e sono andata avanti, avanti, avanti. Mi sono ritrovata esausta sul treno verso Milano dopo ore, e faticavo a crederci: mi avevano chiesto un manoscritto! Nasceva lì l’avventura di “Una storia ai delfini”. Poi, negli anni successivi, ho visto il Salone e me stessa cambiare, plasmarsi e trasformare sogni e desideri. Sempre i libri, sempre la scrittura. Ma li vedevo, finalmente, vedevo i miei libri accoccolati sugli stand insieme agli altri, potevo aspirarne l’odore ed ero in grado di sfiorarli, di provare il brivido incredibile dell’emozione quando qualcuno li afferrava per scorrerne le pagine. E ho accumulato amici, grazie al Salone: editori, autori, gente che ogni anno non può fare a meno di esserci. Perché ci crede, perché la scrittura è. E’, non può fare a meno di essere. Non mi racconto favole anche se qualche libro di fiabe l’ho scritto: so bene che il libro ha un mercato, e la parola stessa – mercato – indica vendita, ricavo, spesa, guadagno, interessi. Non vedo il male in questo. Il denaro esiste ed è neutro, non è brutto e neanche bello: dipende da come lo si usa. Il denaro si sporca se l’uso e l’abuso lo macchiano, andrebbe purificato e benedetto perché aiuti tanta gente. Il mercato del libro ha logiche e regole che spesso fatico a comprendere, può darsi che in silenzio non le condivida, ma c’è. E ne faccio parte come lettore e autore. E per avere il piacere fisico, carnale, spirituale, intimo dei giorni a Torino devo accettare che il libro sia ciò che è: valore assoluto, ma anche oggetto di scambio e consumo, oggetto di mercato.

Mi sto perdendo, non so parlare di mercato. Ritorniamo al ricordo, e a oggi. Camminavo tra gli stand, avevo gente al fianco oppure no, ero felice e appassionata o triste e in difficoltà. Il Salone mi guardava, da anni mi osserva e in qualche modo si prende cura di me. Nei giorni di Torino entro in una realtà che sa appagarmi, che complica le mie scelte ma le rende inevitabili. E vedo, e penso, e respiro. Mi sento ripetere che sono un medico, medico, me-di-co! Capisco che servo, come medico, e che la mia decisione di essere prima scrittore ha spiazzato chi conta su di me (“Non si sa mai, magari nel futuro succede qualcosa e lei può venire buona…”). Mi sento dire che sono scrittore, scrittore, scrit-to-re! E sono più d’accordo, lì sì che concordo anche io. Di solito chi lo dice mi ama sul serio, mi conosce più del niente di tanti altri. Confronto scritture e persone, e atteggiamenti. Ho abbandonato le scarpe con il tacco e le zeppe che a onde mi conquistano, metto in valigia vestiti comodi e scarpe sportive e rido. Rido di me quando ho presentato uno dei miei libri con il caftano rosa (qualche immagine di repertorio su YouTube esiste, certi exploit hanno la caratteristica di lasciarsi immortalare troppo facilmente), rido dei miei amori e disamori nati e addormentati intorno ai libri, rido per la bellezza di invidie e gelosie, di esaltazioni vere o strumentali, di partecipazioni scarse o oceaniche, rido dell’imprevedibilità di essere scrittore. Perché non lo sai mai, non sai come vada e cosa gli altri pensino di te. Intuisci, immagini, ma non sai. Ed è bello, se mi fermo a riflettere scopro che è bello. Ciascuno dice la propria su cosa significhi scrivere e quali siano le abitudini vere degli autori, le versioni non coincidono mai; e gli editori sostengono che per scrivere bene si debba abbandonare tutto il resto, contraddicendosi palesemente quando presentano in pompa magna “l’avvocato scrittore”, il “medico scrittore”, l’”architetto scrittore” eccetera. Nessuno che abbia coerenza, neanche io. Nessuno che la voglia, la coerenza, perché i libri e la scrittura sono così: fluidi, come il Salone. Arrivi a sera e non senti più i piedi, ti sei pentito perché hai infilato nello zaino tonnellate di libri e hai scelto un albergo lontano dal Lingotto. Accetti inviti a cena e ti trovi davanti allo specchio addormentata, vorresti che la cena fosse nel tuo albergo e non ci fosse bisogno di uscire perché hai passato ore camminando, e parlando, e camminando ancora.

Domani inizierò a camminare, mi fermerò per incontrare amici e conoscenti e porterò con me volti, voci e libri. Il ranocchio rosso e la statuetta di Babbo Natale, nel mio rifugio in mezzo agli alberi, penseranno a me e io penserò a loro. Ricorderò il rifugio e la scrittura, nella stanza dell’albergo (vicino al Lingotto) che occuperò la sera ci saranno ore e ore a scrivere, ne sento il bisogno e il fremito. Venerdì alle 15 in Sala Avorio presenterò “Cosa fanno le tue mani” insieme a Lorenza Caravelli, Filippo Gatti, Fabio Capello e l’interprete LIS. Mostreremo il trailer del video in LIS e qualche spezzone. Parleremo un po’ anche del saggio “La ricerca felice”, Brioschi editore, appena uscito. Farò, ascolterò, starò in silenzio. Mangerò Torino. Che sempre mi cambia la vita, almeno un po’.

scrivere e comunicare, riflessione al margine di uno scritto di Carver

“Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto – qualsiasi opera letteraria che presume di chiamarsi arte – è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, più che limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare, giusto?”.

Raymond Carver pone la domanda, e forse la ritiene retorica o forse ci nasconde dentro un carico di ironia, commentando la poesia “per Tess” su “Literary Cavalcade” vol. 39 n.7 (aprile 1987): ho colto riflessione e domanda in treno, immersa in “Per favore, non facciamo gli eroi” edito da minimumfax. Che libro, mi ha tenuta sempre in bilico tra l’inopportunità di piazzare sotto gli occhi del lettore pezzi che forse Carver non avrebbe mostrato (non concordo granché con la premessa di Tess Gallagher: da qualche parte in questo libro Carver critica una raccolta di scritti di qualcuno, e dice che alcuni brani meno riusciti dovrebbero restare inediti) e l’amore assoluto, raro da provare, per ogni singola, indimenticabile produzione letteraria di colui che considero il “mio” Ray. Ho sottolineato storto, a matita grossa, pensieri e tratti che mi obbligavano a fermarmi, e la domanda, quella che leggete all’inizio, mi è sembrata una provocazione. Perché non credo che tutti gli scrittori che mi vengono in mente risponderebbero “sì, è giusto”; anzi, qualcuno direbbe con cipiglio sprezzante che è tutto il contrario, lo scrittore esprime il proprio talento, quindi se stesso, e non importa se comunica qualcosa al lettore oppure no. Questione di punti di vista, come sempre. Sarà che in questo periodo della mia vita mi fregio della qualifica di “comunicatore scientifico”, in quello sdoppiamento triplice o quadruplice che cronicamente sono, ma secondo me invece Raymond, il mio Ray, ha ragione. Lo scrittore dovrebbe comunicare, altrimenti la sua produzione resta una sterile ostentazione di un perfetto talento (nei casi migliori) o di una particolare bravura letteraria.

Come può lo scrittore prescindere dal lettore? Negli anni di scrittura e pubblicazione ho visto e sentito molto, e di tutto ho trattenuto qualcosa. Mi viene in mente, a titolo di esempio, la presentazione di un libro al salone di Torino 2010: mister XX, notissimo scrittore di eccellenza, si affannava a raccontare che YY, meno noto scrittore senza dubbio valido, si differenzia dagli altri semisconosciuti perché scrive per se stesso. Per se stesso. E lo incontro a Torino, allo spazio Autori B, con l’eccelso XX che lo presenta, con in mano la copia del libro sventolata al pubblico attento. La domanda è nata spontanea: “Se scrive per se stesso perché ha cercato un editore, perché ha firmato un contratto e perché è qui insieme a XX a sentirsi dire che è migliore degli altri perché non cerca un pubblico?”. Mi sono arrabbiata per l’ipocrisia di XX, più che di YY. Ho immaginato la felicità di YY al momento della firma del contratto, all’odore del libro fresco di stampa, alla notizia che proprio XX l’avrebbe presentato a Torino (beato lui, dico davvero), e ho sghignazzato, alzandomi e uscendo precocemente dallo spazio Autori B, per la squallida prova retorica di XX. Scrivere per se stessi è un bisogno, ed è meravigliosamente lecito. Così come ritengo meravigliosamente lecito abbandonare l’ipocrisia e ammettere che si scriva per se stessi e per gli altri cercando di ottenere il contratto migliore possibile e il bestsellerista alle presentazioni e la visibilità conseguente. Per mille e una ragione. Anche perché si desidera comunicare.

Scrivere non è lo stesso che comunicare; la scrittura è una forma di comunicazione, per alcuni versi la comunicazione è una forma di scrittura. Si può comunicare ogni cosa, più o meno, scrivendo. Ma la scrittura di un racconto, di una poesia, di un romanzo non è per se stessi, non per definizione: le storie nascono e trovano percorsi spontanei o costruiti, pilotati oppure lasciati liberi di fluire con un alone di mistero, e colpiscono gli occhi la mente i sensi del lettore. Quindi comunicano. Non c’è bisogno di aggrapparsi a Carver per intuire che lo scambio di emozione, sempre diversa tra lettore e autore, è una comunicazione anche quando la poesia o il racconto non piacciono: porgo la mia emozione, l’istante che ho voluto ritrarre nella sua falsa verità, e suscito altre emozioni, magari anche indifferenza, scambiando qualcosa con qualcuno. Uno o mille, non importa se penso a cosa significhi comunicare. Almeno, questo è ciò che sento nella mia scrittura, è un desiderio che assume i contorni del dovere anche se la parola “dovere” ha confini e contorni che sfumano nella sgradevolezza. Per Carver il racconto deve essere chiaro per il lettore prima che per lo scrittore, ciò che è narrato deve essere comprensibile e essenziale, non deve lasciare spazio all’incomprensione: non è necessariamente vero per tutti gli scrittori, ma è vero per me. L’istinto porta spesso il lettore a chiedersi quanto di “vero” esista nelle storie che legge, nelle poesie che assaggia con dubbio o smarrimento o piacere o commozione: cosa sia il vero è difficile da dire, perché la più balzana o gigantesca delle invenzioni è vera per chi la crea, per chi la scrive. Quindi la mia verità è assoluta, anche quando deriva da un’astrazione e da una lontananza abissale dalla realtà da me vissuta al di fuori della scrittura. Ma la comunico, la racconto, e mi aspetto di suscitare reazioni. Per questo trovo che non sia lecito ignorare le esigenze dei lettori, schifare le critiche o le aspettative di chi afferra i miei libri o cerca il sito internet: non permetto che queste aspettative influenzino il contenuto, ma curo la forma, lo stile, mi pongo il problema del “come è scritto”. Per questo ho capito tanti errori commessi, e alcuni non devono ripetersi neanche in buona fede.  Ho analizzato il tempo dedicato alla scrittura, e i fattori che confondono, e il peso dell’istante e dell’emotività sul contenuto. Ho sbagliato, e non troppo tempo fa: quando ho permesso che la rabbia e il dolore per alcuni accadimenti della vita si intromettessero in ciò che pubblicavo nel blog, per esempio, oppure quando decidevo di sgranocchiare il tempo necessario per recuperare una visione più distante da uno scritto prima di lanciarlo nella pubblicazione. Errori miei, solo miei, che però ho voluto sottolineare e guardare in faccia, trattenendomi poi nella scrittura quando altri tratti di vita sembravano minacciarmi.

“Le sensazioni e le intuizioni del lettore accompagnano e integrano sempre un brano letterario. E’ una cosa inevitabile e anche auspicabile. Ma se il carico principale di quello che lo scrittore ha da dare rimane alla stazione di partenza, quel brano, a mio modo di vedere, è in gran parte fallito. Credo di essere nel giusto quando penso che quella di farsi capire è una premessa fondamentale da cui qualsiasi buono scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi”. Il mo Ray prosegue così, qualche riga più in basso. La permeabilità dello scritto alle sensazioni del lettore, il suo modificarsi in funzione e grazie a ciò che il lettore prova e pensa e intuisce: che meravigliosa umiltà, e che perfetta verità difficile da accettare! Per ottenere lo scambio, l’impatto del racconto o della poesia o del romanzo sul lettore è importante accorgersi che ci deve essere comprensione. La comprensione di chi legge e può, così, interagire con la storia e con chi scrive. Comprensione che è frutto di comunicazione, appunto. Osservo i libri che ormai sguaiatamente affollano perfino il pavimento del mio studio e mi chiedo cosa sarebbero se fossero tutti prodotti di autocompiacimento e basta, pagine magari incantevoli ma scritte ignorando i lettori: avrei una popolazione muta di oggetti, solo questo. Oggetti senza vita dentro. Che tristezza, e che appuntamento mancato con opportunità di emozione, arricchimento e pensiero!

Recentemente ho scritto un testo che parla di salute: non lo colloco nello spazio e nel contesto preciso, non importa. Sarebbe facile distinguere quello scritto dalle storie che metto nei romanzi e nei racconti, o nelle prefazioni a tanti libri di narrativa che mi emozionano quando sono ancora manoscritti (o computer-scritti, sarebbe meglio chiamarli così): Giovanna Gatti comunica medicina, oncologia e scienza e MariaGiovanna Luini scrive storie, è questo? No, la realtà è che Giovanna con o senza il Maria davanti comunica, o vuole comunicare, in ogni caso, anche con le storie dei racconti e con i romanzi. Comunica, perché questo vuole fare. Le interessano i commenti e le critiche, sta male quando percepisce verità negative ed è felice quando invece riceve un elogio. E ci pensa su. Sempre. Il lettore critico o annoiato o entusiasta o commosso cambia qualcosa di me, e io mi illudo che, in un momento qualsiasi lui/lei abbia percepito un cambiamento grazie a ciò che ho scritto.

Abbandono questa riflessione affidandola a voi, ora. Vediamo cosa riusciamo a comunicarci a vicenda. E saluto il mio Ray con le sue stesse parole.

“Tendo sempre a mantenermi a distanza di sicurezza dall’astrazione e dalla retorica, sia in letteratura che nella vita”.

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