“Ricordatevi che una poesia non è soltanto un atto di espressione personale. Una poesia o un racconto – qualsiasi opera letteraria che presume di chiamarsi arte – è un atto di comunicazione tra lo scrittore e il lettore. Chiunque può esprimersi, ma quello che gli scrittori e i poeti vogliono fare nelle loro opere, più che limitarsi a esprimere se stessi, è comunicare, giusto?”.
Raymond Carver pone la domanda, e forse la ritiene retorica o forse ci nasconde dentro un carico di ironia, commentando la poesia “per Tess” su “Literary Cavalcade” vol. 39 n.7 (aprile 1987): ho colto riflessione e domanda in treno, immersa in “Per favore, non facciamo gli eroi” edito da minimumfax. Che libro, mi ha tenuta sempre in bilico tra l’inopportunità di piazzare sotto gli occhi del lettore pezzi che forse Carver non avrebbe mostrato (non concordo granché con la premessa di Tess Gallagher: da qualche parte in questo libro Carver critica una raccolta di scritti di qualcuno, e dice che alcuni brani meno riusciti dovrebbero restare inediti) e l’amore assoluto, raro da provare, per ogni singola, indimenticabile produzione letteraria di colui che considero il “mio” Ray. Ho sottolineato storto, a matita grossa, pensieri e tratti che mi obbligavano a fermarmi, e la domanda, quella che leggete all’inizio, mi è sembrata una provocazione. Perché non credo che tutti gli scrittori che mi vengono in mente risponderebbero “sì, è giusto”; anzi, qualcuno direbbe con cipiglio sprezzante che è tutto il contrario, lo scrittore esprime il proprio talento, quindi se stesso, e non importa se comunica qualcosa al lettore oppure no. Questione di punti di vista, come sempre. Sarà che in questo periodo della mia vita mi fregio della qualifica di “comunicatore scientifico”, in quello sdoppiamento triplice o quadruplice che cronicamente sono, ma secondo me invece Raymond, il mio Ray, ha ragione. Lo scrittore dovrebbe comunicare, altrimenti la sua produzione resta una sterile ostentazione di un perfetto talento (nei casi migliori) o di una particolare bravura letteraria.
Come può lo scrittore prescindere dal lettore? Negli anni di scrittura e pubblicazione ho visto e sentito molto, e di tutto ho trattenuto qualcosa. Mi viene in mente, a titolo di esempio, la presentazione di un libro al salone di Torino 2010: mister XX, notissimo scrittore di eccellenza, si affannava a raccontare che YY, meno noto scrittore senza dubbio valido, si differenzia dagli altri semisconosciuti perché scrive per se stesso. Per se stesso. E lo incontro a Torino, allo spazio Autori B, con l’eccelso XX che lo presenta, con in mano la copia del libro sventolata al pubblico attento. La domanda è nata spontanea: “Se scrive per se stesso perché ha cercato un editore, perché ha firmato un contratto e perché è qui insieme a XX a sentirsi dire che è migliore degli altri perché non cerca un pubblico?”. Mi sono arrabbiata per l’ipocrisia di XX, più che di YY. Ho immaginato la felicità di YY al momento della firma del contratto, all’odore del libro fresco di stampa, alla notizia che proprio XX l’avrebbe presentato a Torino (beato lui, dico davvero), e ho sghignazzato, alzandomi e uscendo precocemente dallo spazio Autori B, per la squallida prova retorica di XX. Scrivere per se stessi è un bisogno, ed è meravigliosamente lecito. Così come ritengo meravigliosamente lecito abbandonare l’ipocrisia e ammettere che si scriva per se stessi e per gli altri cercando di ottenere il contratto migliore possibile e il bestsellerista alle presentazioni e la visibilità conseguente. Per mille e una ragione. Anche perché si desidera comunicare.
Scrivere non è lo stesso che comunicare; la scrittura è una forma di comunicazione, per alcuni versi la comunicazione è una forma di scrittura. Si può comunicare ogni cosa, più o meno, scrivendo. Ma la scrittura di un racconto, di una poesia, di un romanzo non è per se stessi, non per definizione: le storie nascono e trovano percorsi spontanei o costruiti, pilotati oppure lasciati liberi di fluire con un alone di mistero, e colpiscono gli occhi la mente i sensi del lettore. Quindi comunicano. Non c’è bisogno di aggrapparsi a Carver per intuire che lo scambio di emozione, sempre diversa tra lettore e autore, è una comunicazione anche quando la poesia o il racconto non piacciono: porgo la mia emozione, l’istante che ho voluto ritrarre nella sua falsa verità, e suscito altre emozioni, magari anche indifferenza, scambiando qualcosa con qualcuno. Uno o mille, non importa se penso a cosa significhi comunicare. Almeno, questo è ciò che sento nella mia scrittura, è un desiderio che assume i contorni del dovere anche se la parola “dovere” ha confini e contorni che sfumano nella sgradevolezza. Per Carver il racconto deve essere chiaro per il lettore prima che per lo scrittore, ciò che è narrato deve essere comprensibile e essenziale, non deve lasciare spazio all’incomprensione: non è necessariamente vero per tutti gli scrittori, ma è vero per me. L’istinto porta spesso il lettore a chiedersi quanto di “vero” esista nelle storie che legge, nelle poesie che assaggia con dubbio o smarrimento o piacere o commozione: cosa sia il vero è difficile da dire, perché la più balzana o gigantesca delle invenzioni è vera per chi la crea, per chi la scrive. Quindi la mia verità è assoluta, anche quando deriva da un’astrazione e da una lontananza abissale dalla realtà da me vissuta al di fuori della scrittura. Ma la comunico, la racconto, e mi aspetto di suscitare reazioni. Per questo trovo che non sia lecito ignorare le esigenze dei lettori, schifare le critiche o le aspettative di chi afferra i miei libri o cerca il sito internet: non permetto che queste aspettative influenzino il contenuto, ma curo la forma, lo stile, mi pongo il problema del “come è scritto”. Per questo ho capito tanti errori commessi, e alcuni non devono ripetersi neanche in buona fede. Ho analizzato il tempo dedicato alla scrittura, e i fattori che confondono, e il peso dell’istante e dell’emotività sul contenuto. Ho sbagliato, e non troppo tempo fa: quando ho permesso che la rabbia e il dolore per alcuni accadimenti della vita si intromettessero in ciò che pubblicavo nel blog, per esempio, oppure quando decidevo di sgranocchiare il tempo necessario per recuperare una visione più distante da uno scritto prima di lanciarlo nella pubblicazione. Errori miei, solo miei, che però ho voluto sottolineare e guardare in faccia, trattenendomi poi nella scrittura quando altri tratti di vita sembravano minacciarmi.
“Le sensazioni e le intuizioni del lettore accompagnano e integrano sempre un brano letterario. E’ una cosa inevitabile e anche auspicabile. Ma se il carico principale di quello che lo scrittore ha da dare rimane alla stazione di partenza, quel brano, a mio modo di vedere, è in gran parte fallito. Credo di essere nel giusto quando penso che quella di farsi capire è una premessa fondamentale da cui qualsiasi buono scrittore deve prendere le mosse o, piuttosto, una meta da prefiggersi”. Il mo Ray prosegue così, qualche riga più in basso. La permeabilità dello scritto alle sensazioni del lettore, il suo modificarsi in funzione e grazie a ciò che il lettore prova e pensa e intuisce: che meravigliosa umiltà, e che perfetta verità difficile da accettare! Per ottenere lo scambio, l’impatto del racconto o della poesia o del romanzo sul lettore è importante accorgersi che ci deve essere comprensione. La comprensione di chi legge e può, così, interagire con la storia e con chi scrive. Comprensione che è frutto di comunicazione, appunto. Osservo i libri che ormai sguaiatamente affollano perfino il pavimento del mio studio e mi chiedo cosa sarebbero se fossero tutti prodotti di autocompiacimento e basta, pagine magari incantevoli ma scritte ignorando i lettori: avrei una popolazione muta di oggetti, solo questo. Oggetti senza vita dentro. Che tristezza, e che appuntamento mancato con opportunità di emozione, arricchimento e pensiero!
Recentemente ho scritto un testo che parla di salute: non lo colloco nello spazio e nel contesto preciso, non importa. Sarebbe facile distinguere quello scritto dalle storie che metto nei romanzi e nei racconti, o nelle prefazioni a tanti libri di narrativa che mi emozionano quando sono ancora manoscritti (o computer-scritti, sarebbe meglio chiamarli così): Giovanna Gatti comunica medicina, oncologia e scienza e MariaGiovanna Luini scrive storie, è questo? No, la realtà è che Giovanna con o senza il Maria davanti comunica, o vuole comunicare, in ogni caso, anche con le storie dei racconti e con i romanzi. Comunica, perché questo vuole fare. Le interessano i commenti e le critiche, sta male quando percepisce verità negative ed è felice quando invece riceve un elogio. E ci pensa su. Sempre. Il lettore critico o annoiato o entusiasta o commosso cambia qualcosa di me, e io mi illudo che, in un momento qualsiasi lui/lei abbia percepito un cambiamento grazie a ciò che ho scritto.
Abbandono questa riflessione affidandola a voi, ora. Vediamo cosa riusciamo a comunicarci a vicenda. E saluto il mio Ray con le sue stesse parole.
“Tendo sempre a mantenermi a distanza di sicurezza dall’astrazione e dalla retorica, sia in letteratura che nella vita”.




