Libri Archive

LIS ai festival di letteratura

Il diritto alla cultura esiste. Così come esiste il diritto al piacere della letteratura. Ma cultura e letteratura devono essere accessibili a tanti, a un numero grande, sempre più grande di persone.

Da tempo vivo nel mondo letterario e della divulgazione della cultura, ho visto forme di condivisione e comunicazione sempre nuove nascere e integrarsi e diventare fondamentali. Manca qualcosa, però: manca nei festival e alle presentazioni, ai reading, alle iniziative di lettura pubblica dei testi. Manca l’attenzione a chi è sordo. Interpretazione e narrazione nella LIS (Lingua Italiana dei Segni) non sono previste nella grande maggioranza degli eventi letterari e culturali. Di fatto, così si limita troppo la possibilità di accesso alla cultura e alla letteratura (al suo piacere, alla crescita interiore che essa favorisce) a chi non può sentire.

Chiedo quindi il vostro aiuto. Sensibilizziamo insieme chi conosciamo, portiamo l’attenzione sugli eventi letterari e culturali in genere e chiediamo che vi sia più attenzione, che insieme alle voci ci siano anche le mani. E la LIS, perché anche sordi e sordastri possano partecipare e godere in pieno, come noi, della bellezza della creatività.

Chiediamo che ai festival di letteratura, agli eventi culturali e letterari sia sempre presente almeno un interprete LIS.

Usate pure questo appello nei vostri blog: rilanciatelo, modificatene forma e stile a vostro piacimento, passate parola; non voglio che questa sia la “mia” idea ma che sia la NOSTRA iniziativa per allargare i confini della cultura e raggiungere un ulteriore gradino verso l’integrazione. Lasciate un commento qui con nome e cognome, e se avete idee utili a diffondere l’iniziativa e a renderla possibile scrivetemi a mariagiovanna.luini@gmail.com. Se volete aderire senza comparire qui scrivetemi.

Al Salone di Torino 2012 chiediamo che tutti gli eventi abbiano l’interprete LIS. Possiamo farcela, aiutateci!

la LIS ai festival di letteratura e agli incontri letterari

Il diritto alla cultura esiste. Così come esiste il diritto al piacere della letteratura. Ma cultura e letteratura devono essere accessibili a tanti, a un numero grande, sempre più grande di persone.

Da tempo vivo nel mondo letterario e della divulgazione della cultura, ho visto forme di condivisione e comunicazione sempre nuove nascere e integrarsi e diventare fondamentali. Manca qualcosa, però: manca nei festival e alle presentazioni, ai reading, alle iniziative di lettura pubblica dei testi. Manca l’attenzione a chi è sordo. Interpretazione e narrazione nella LIS (Lingua Italiana dei Segni) non sono previste nella grande maggioranza degli eventi letterari e culturali. Di fatto, così si limita troppo la possibilità di accesso alla cultura e alla letteratura (al suo piacere, alla crescita interiore che essa favorisce) a chi non può sentire.

Chiedo quindi il vostro aiuto. Sensibilizziamo insieme chi conosciamo, portiamo l’attenzione sugli eventi letterari e culturali in genere e chiediamo che vi sia più attenzione, che insieme alle voci ci siano anche le mani. E la LIS, perché anche sordi e sordastri possano partecipare e godere in pieno, come noi, della bellezza della creatività.

Proviamo a chiedere insieme che i festival di letteratura e i maggiori eventi culturali abbiano anche la LIS; chiediamo agli Editori di essere attenti alla disabilità di chi non può sentire.

e si va a Torino

La fotografia non c’entra con Torino, e nemmeno con il Salone. Ma forse non è vero, forse ha una relazione con la scrittura e con i libri. I miei libri, quelli di altri che leggo e tengo con me nel rifugio immerso tra gli alberi e con il prato a pochi metri dalla soglia: da quando ho lasciato Firenze ho trovato un altro luogo e lì ho la pace. Ho il tormento della scrittura, anche, ma la scrittura non è solo tormento (è tutto, ha dentro vuoto e pieno, ogni cosa e niente, luce e buio), e i miei oggetti. In un bilocale bianco ho libri e qualche mobile, e gli oggetti che non sento di possedere ma sono l’amore, il ricordo, la passione, il pensiero. Il ranocchio rosso che, baciato, è diventato un temporaneo principe (niente è più bello della temporaneità, che diventa eterna quando è perfetta) e una statuetta di legno. Babbo Natale. E ricordi che tengo segreti.

Non sempre è facile vivere il blog. Gli argomenti si affastellano e intersecano, le parole esistono e diluiscono nei silenzi e nei respiri. Accadono eventi che istintivamente commento, lo faccio con me stessa e con chi mi è vicino, ma se appoggio le dita alla tastiera escono pezzi che archivio nella memoria del computer senza sapere se e quando vorrò condividerli. E adesso accade Torino, il Salone. Lo aspetto con la voracità che mi è propria, anno dopo anno. Ricordo che camminavo senza avvertire la stanchezza e sognavo di pubblicare, prima o poi. Pubblicare qualcosa. Osservavo i libri sugli stand, li compravo, maneggiavo, palpavo e annusavo, seguivo tutte le presentazioni che riuscivo a raggiungere. Gli Autori, esseri quasi mistici che avrei voluto emulare nella possibilità di pubblicare. Perché la scrittura preesiste a me, credo: sono nata per incontrarla, si è incarnata prima lei di me in questo corpo che oggi ha 41 anni, ingrassa e dimagrisce e sbuffa di noia, passione, erotismo e inquietudine. La scrittura è nata senza che me la insegnassero, dico la stessa cosa di tanti altri autori ma è stato davvero così: ho imparato da sola a leggere e contemporaneamente a scrivere a tre anni circa, come se la scrittura aspettasse solo che raggiungessi una quota minima di consapevolezza. Quota minima che forse è rimasta sempre la stessa, ma è sufficiente per andare avanti bene. Insomma, camminavo al Salone e i miei occhi non erano sazi. Mai. Leggevo, leggevo sempre, e scrivevo. E sognavo di pubblicare un libro. Pubblicare un libro!

Quando qualcuno vuole pubblicare un libro la risposta del mondo è: “Nessuno ce la fa”. Chi si sfonda di ottimismo dice che qualcuno, raramente, molto raramente, ce la fa. Tentano di fermarti, di toglierti dalla testa le illusioni come se facessi male a qualcuno illudendoti. Come se li offendessi con i tuoi sogni alti, e con la voglia di volare. Per fortuna a me è sconosciuta la fiducia nei disfattisti, rifiuto di accettare previsioni nefaste e aspetto che eventualmente si verifichino prima di ritirarmi. Un’altra fortuna, negli anni del desiderio di pubblicare il primo libro, è stata quella di leggere tanto e avere notato che anche alcuni editori indipendenti pubblicano storie bellissime e preziose. Ho accettato gli editori piccoli e indipendenti, ho fatto bene. La gavetta è una delle soddisfazioni della mia vita. Se mi fossi fermata alla visione dei “grandi”, se avessi voluto il mio libro subito in prima fila nelle vetrine luccicanti delle catene di massa avrei probabilmente posto un freno a ciò che è accaduto quando tutto è cominciato.

Bene, è stato il Salone ad aiutarmi. E’ stato il luogo della prima telefonata. Qualcuno mi ha cercata, il mio blog (il primo, quello su Kataweb) era stato notato e mi si chiedeva se per caso avessi un manoscritto. E per caso ce l’avevo. Può una come me, che brucia di scrittura, non avere una storia che dorme da qualche parte? Ho percorso chilometri, tutto intorno al Lingotto: l’emozione per la telefonata mi ha fatta perdere, non ho più riconosciuto i luoghi e sono andata avanti, avanti, avanti. Mi sono ritrovata esausta sul treno verso Milano dopo ore, e faticavo a crederci: mi avevano chiesto un manoscritto! Nasceva lì l’avventura di “Una storia ai delfini”. Poi, negli anni successivi, ho visto il Salone e me stessa cambiare, plasmarsi e trasformare sogni e desideri. Sempre i libri, sempre la scrittura. Ma li vedevo, finalmente, vedevo i miei libri accoccolati sugli stand insieme agli altri, potevo aspirarne l’odore ed ero in grado di sfiorarli, di provare il brivido incredibile dell’emozione quando qualcuno li afferrava per scorrerne le pagine. E ho accumulato amici, grazie al Salone: editori, autori, gente che ogni anno non può fare a meno di esserci. Perché ci crede, perché la scrittura è. E’, non può fare a meno di essere. Non mi racconto favole anche se qualche libro di fiabe l’ho scritto: so bene che il libro ha un mercato, e la parola stessa – mercato – indica vendita, ricavo, spesa, guadagno, interessi. Non vedo il male in questo. Il denaro esiste ed è neutro, non è brutto e neanche bello: dipende da come lo si usa. Il denaro si sporca se l’uso e l’abuso lo macchiano, andrebbe purificato e benedetto perché aiuti tanta gente. Il mercato del libro ha logiche e regole che spesso fatico a comprendere, può darsi che in silenzio non le condivida, ma c’è. E ne faccio parte come lettore e autore. E per avere il piacere fisico, carnale, spirituale, intimo dei giorni a Torino devo accettare che il libro sia ciò che è: valore assoluto, ma anche oggetto di scambio e consumo, oggetto di mercato.

Mi sto perdendo, non so parlare di mercato. Ritorniamo al ricordo, e a oggi. Camminavo tra gli stand, avevo gente al fianco oppure no, ero felice e appassionata o triste e in difficoltà. Il Salone mi guardava, da anni mi osserva e in qualche modo si prende cura di me. Nei giorni di Torino entro in una realtà che sa appagarmi, che complica le mie scelte ma le rende inevitabili. E vedo, e penso, e respiro. Mi sento ripetere che sono un medico, medico, me-di-co! Capisco che servo, come medico, e che la mia decisione di essere prima scrittore ha spiazzato chi conta su di me (“Non si sa mai, magari nel futuro succede qualcosa e lei può venire buona…”). Mi sento dire che sono scrittore, scrittore, scrit-to-re! E sono più d’accordo, lì sì che concordo anche io. Di solito chi lo dice mi ama sul serio, mi conosce più del niente di tanti altri. Confronto scritture e persone, e atteggiamenti. Ho abbandonato le scarpe con il tacco e le zeppe che a onde mi conquistano, metto in valigia vestiti comodi e scarpe sportive e rido. Rido di me quando ho presentato uno dei miei libri con il caftano rosa (qualche immagine di repertorio su YouTube esiste, certi exploit hanno la caratteristica di lasciarsi immortalare troppo facilmente), rido dei miei amori e disamori nati e addormentati intorno ai libri, rido per la bellezza di invidie e gelosie, di esaltazioni vere o strumentali, di partecipazioni scarse o oceaniche, rido dell’imprevedibilità di essere scrittore. Perché non lo sai mai, non sai come vada e cosa gli altri pensino di te. Intuisci, immagini, ma non sai. Ed è bello, se mi fermo a riflettere scopro che è bello. Ciascuno dice la propria su cosa significhi scrivere e quali siano le abitudini vere degli autori, le versioni non coincidono mai; e gli editori sostengono che per scrivere bene si debba abbandonare tutto il resto, contraddicendosi palesemente quando presentano in pompa magna “l’avvocato scrittore”, il “medico scrittore”, l’”architetto scrittore” eccetera. Nessuno che abbia coerenza, neanche io. Nessuno che la voglia, la coerenza, perché i libri e la scrittura sono così: fluidi, come il Salone. Arrivi a sera e non senti più i piedi, ti sei pentito perché hai infilato nello zaino tonnellate di libri e hai scelto un albergo lontano dal Lingotto. Accetti inviti a cena e ti trovi davanti allo specchio addormentata, vorresti che la cena fosse nel tuo albergo e non ci fosse bisogno di uscire perché hai passato ore camminando, e parlando, e camminando ancora.

Domani inizierò a camminare, mi fermerò per incontrare amici e conoscenti e porterò con me volti, voci e libri. Il ranocchio rosso e la statuetta di Babbo Natale, nel mio rifugio in mezzo agli alberi, penseranno a me e io penserò a loro. Ricorderò il rifugio e la scrittura, nella stanza dell’albergo (vicino al Lingotto) che occuperò la sera ci saranno ore e ore a scrivere, ne sento il bisogno e il fremito. Venerdì alle 15 in Sala Avorio presenterò “Cosa fanno le tue mani” insieme a Lorenza Caravelli, Filippo Gatti, Fabio Capello e l’interprete LIS. Mostreremo il trailer del video in LIS e qualche spezzone. Parleremo un po’ anche del saggio “La ricerca felice”, Brioschi editore, appena uscito. Farò, ascolterò, starò in silenzio. Mangerò Torino. Che sempre mi cambia la vita, almeno un po’.

“La ricerca felice”, Brioschi editore

Non commenterò il matrimonio di William e Kate. L’ho nominato qui, in apertura, e dovrebbe bastare. Nei social network perfino i più schivi, perfino gli scrittori snob hanno trovato il modo per scriverne; anche io ho messo l’accenno, quanto è sufficiente per dire che me ne ricordo. Ma non andrò avanti. Ho visto spezzoni brevi, so come era vestita la Regina e ho apprezzato l’espressione maschile, quasi imbambolata, di William. Mi è piaciuta anche Kate, riscossa tronfia di generazioni impacciate e convinte di ricevere immeritato il cortese, benevolo e prezioso dono dell’unione con un uomo. Se c’è una donna che è stata capace di farsi sposare, questa è Kate. Brava, ragazza, hai la mia simpatia.

Scrivo oggi per annunciare una nascita, non un matrimonio. E la fusione, finalmente, delle mie due identità professionali. E’ uscito con i tipi di Brioschi “La ricerca felice”, un saggio divulgativo sui successi della ricerca oncologica che ho firmato con il mio nome anagrafico. Maria Giovanna Gatti. Finora, MariaGiovanna Luini è stata l’identità letteraria e Maria Giovanna Gatti l’identità medica. Ora l’uscita di questo libro le riunisce, almeno per me. Anche Maria Giovanna Gatti ha pubblicato un libro, neofita emozionata e felice. Non tutti si accorgeranno subito che Gatti e Luini sono la stessa persona, ma la fusione ideale e letteraria c’è stata.

“La ricerca felice” nasce dal germoglio di un’esigenza: ristabilire qualche margine di verità nei progressi dell’oncologia, in particolare quelli legati alla ricerca italiana. Siamo sommersi dal disfattismo, da negatività a priori che riguardano la medicina e la ricerca italiane; come è logico (ne è conseguenza), pullula invece l’esterofilia e in molte occasioni si dà per scontato che le terapie innovative, gli ultimi ritrovati della scienza siano all’estero. Se poi l’estero si chiama USA non esiste discussione: pochissimi sono disposti a lasciarsi convincere che gli Stati Uniti non siano i primi per definizione, i primi in tutto. Addirittura si accetta che ricercatori provenienti a vario titolo dagli USA siano bravi a priori: se arrivano da là, significa che ne sanno di più. Non ci si chiede come mai molti di loro abbiano cognomi italiani e stiano in realtà rientrando, non ci si domanda dove si siano formati e quanti anni siano rimasti in Italia prima di espatriare temporaneamente. Tanti di loro sono bravi, è vero, ma quando sono andati negli USA erano già bravi: lo erano grazie alla loro formazione italiana, e per questo gli USA li hanno accettati.

A dire la verità, la scienza è ormai talmente avanzata, tanto connessa nelle reti tra Centri in tutto il Mondo che operare una distinzione tra ricerca italiana e ricerca straniera ha poco senso. Però è altrettanto vero che alcune scoperte oncologiche fondamentali, alcune rivoluzioni vere, sono nate in Italia e proprio da noi si sono dimostrate efficaci. Quando l’editore Brioschi mi ha proposto questo libro per un attimo ho vacillato: dentro si mescolavano dubbi legati, appunto, alla dimensione internazionale della ricerca, ma anche la consapevolezza che l’esterofilia nella scienza e nella medicina difficilmente potrà sciogliersi, diluirsi grazie a un saggio di questo genere. Poiché le sfide mi piacciono e scrivere è la professione, la passione e il bisogno, ho accettato, e subito mi sono venuti in mente i viaggi della speranza, esosi e spesso inutili spostamenti di gente disperata che prova a trovare soluzioni per malattie molto gravi a migliaia di chilometri dall’Italia. Sono viaggi che qualche volta hanno dietro l’interesse poco pulito di chi si arricchisce propagandando terapie “uniche e infallibili” all’estero e, guarda caso, offre anche il pacchetto con il volo e l’albergo. Ma sono anche viaggi che le famiglie organizzano, senza badare a prosciugare le proprie risorse economiche, per cercare aiuto e sostegno, e la guarigione che sembra impossibile. E qualche volta, purtroppo, lo è. “Ma chi è il massimo per questa malattia? Negli Stati Uniti chi è il massimo?”: è domanda tristemente frequente; la definisco triste perché sottintende che la malattia in questione sia molto difficile da curare, ma anche perché è improbabile che una terapia che in Italia non esiste sia invece disponibile negli USA. Non funziona così, non più, da tanto tempo.

“La ricerca felice” non è la rivendicazione campanilistica e vacua di primati italiani che non esistono. Spiega dove questi primati italiani siano effettivamente esistiti, quali siano state le conseguenze concrete per le persone e sottolinea che ogni progresso è sempre frutto di un lavoro di equipe, magari di più strutture scientifiche tra loro connesse: si arriva a cambiare il corso della medicina grazie a studi scientifici su grandi numeri, con verifiche adeguate e con la cooperazione stretta tra esperti. Non esaurisce l’argomento, non può farlo: esistono ricerche tuttora in corso il cui impatto sulla salute della gente è importantissimo ma che sono complicate da spiegare perché riguardano passaggi delicate della biologia e della fisiologia, piccole molecole la cui descrizione non rende l’idea.

Scrivendo, ho citato alcuni ricercatori. Veronesi, Bonadonna, Paganelli, Luini, Pierotti, Mantovani, per esempio, ma non solo loro. Ho inserito una bella intervista di Francesca Morelli a Beppe Della Porta. Ho cercato, soprattutto, di riportare la scienza dove dovrebbe essere: in una dimensione mutevole, progressiva, soggetta a revisioni ma in ogni caso rigorosa e impegnativa. La dimensione che ha portato l’Italia a offrire ai Pazienti di tutto il Mondo diagnosi e terapie che hanno salvato decine di migliaia di vite. Spesso mi accade di leggere esterrefatta, nel web e nei social network, discussioni e critiche senza base, senza la conoscenza vera degli argomenti che si dibattono. Leggo insulti a ricercatori che hanno aiutato generazioni di gente ammalata, e non comprendo la ragione. Nell’ambiente della scienza la critica, anche se feroce, è sempre motivata: si confrontano dati, si ripetono esperimenti e si discute. Fuori dalla scienza, nella nostra vita quotidiana, vediamo che chiunque può diventare esperto all’improvviso. Chiunque può conoscere argomenti della scienza e venderli grazie alla democrazia di internet, tradendo di fatto la fiducia di chi legge. La fiducia di chi ha bisogno di informazioni. Non pretendo che “La ricerca felice” ristabilisca realtà e limiti, ma spero serva a comprendere come l’Italia sia stata capace di fare cose grandi grazie all’impegno, il tempo, lo sforzo di tanti. Di tumore si muore ancora, ma si muore meno rispetto a qualche anno fa. Andiamo avanti, tutti, con qualche pezzo di speranza e di informazione (vera) in più.

riflessioni di un’insonne, nel secondo tempo della vita

Esiste qualcosa meglio della notte? Fatico a tirarmi fuori dalle coperte quando il sonno evapora dopo due ore di ottundimento e mi lascia sola davanti allo schermo della televisione che ripete immagini e non riesce a coinvolgermi. La notte, queste notte, ha energia scarsa: ho letto da qualche parte che tra le tre e le quattro del mattino il prana, l’energia appunto, sia a livelli minimi. Siamo come deve essere, a me la notte fa paura. Perché è un buco che sembra non arrivare al mattino, un contenitore che spesso riempio con l’impossibilità di riprendere sonno. Allora scrivo, ho pensato. L’ho pensato questa volta, rottura di una tradizione di noia e sopportazione dell’insonnia. In fondo, la mia cecità mi stanca: non riesco a vedere che sono nata per questo, e se lo vedo perdo l’abitudine a ricordarmene. Se ho un tempo che implode, la scrittura restituisce senso. Che la mancanza di sonno sia l’opportunità?

Non trovo riflessioni sagge o opinionismo facile nelle ore buie che non mi permettono di dormire. Guardo i social network, metto qualche “mi piace” e confronto il mio vuoto con le affermazioni sapienti, oppure scontate (bisogna ammetterlo), di chi sa e riesce, di chi fa opinione. Perché nel mondo enorme e piccolo come una bottega di paese del social network fare opinione è semplice. Puoi crearti una corte di adoratori e detrattori e sentirti qualcuno. Fai lavorare i neuroni o lavori di intuizione, ti illumini quando trovi l’idea e piazzi le frasi nello status. Il segreto è mescolare l’ovvio all’ironia. Che poi è vero che chi pensa prima a una cosa ovvia è creativo, ci credo sul serio: sono bravi tutti, dopo, il punto è pensarci prima, quando nessuno ancora ha verbalizzato. Insomma, non mi sento opinionista. Questa notte mi sento ciò che sono, e non è molto. È scrittura, quella sì è tanta. E’ amore che esprimo, e qui mi fermo senza commenti: il mio amore, il mio modo di amare. Che mistero per gli altri. E per me.

Un evento mi ha tolto il sonno. Una discussione che a un certo punto ha perso i contorni, e il filo del discorso. Osservavo il volto che amo e capivo che avrei potuto dire niente o tutto, non aveva più rilevanza. Ci eravamo infilati nella negatività di un’accusa reciproca che faceva di tutto un niente, sminuiva e offendeva, ribaltava pezzi di verità. Certo, la verità sa ribaltarsi proprio perché non è la stessa ogni giorno, ogni ora. Ma insomma, si ha bisogno di alcuni punti fermi, di certezze che permettono di proseguire senza sgretolarsi. E queste certezze sono mancate, sciolte nella rabbia e nelle recriminazioni. “Ti amo”, ho detto. “Non ha la minima importanza”, è stata la risposta. E so che non è vero, non è così, ma la discussione, le ore, la stanchezza, la voglia di andarsene e lasciare tutto come stava hanno reso cattivo l’impasto di noi.

Avete provato a recriminare? Non con leggerezza, recriminare sul serio. Beh, a me succede e non mi piace. Non mi piace quando chi amo recrimina, anche. Lo trovo una frantumazione della complicità. Complicità. Non ne ho avuta, oggi. Se proprio devo fissare l’attenzione sulle percentuali, ho avuto torto al novanta per cento ma il dieci per cento che è rimasto, quello che a me non apparteneva, è stato usato fino all’ultima goccia. L’ultima goccia di me, della fiducia che riponevo e della forza fisica e mentale necessaria per tenere in piedi una relazione. Qualche riga più in alto ho detto che si è perso il filo, e lo ripeto adesso. In un labirinto che non ha aiutato la confidenza e l’amore le strade si sono separate, le voci hanno superato i muri ma non hanno fatto altro che dividere, ancora e ancora. Abbiamo camminato a tentoni e ogni svolta ci accompagnava più lontani, più soli. Dopo, molto dopo, ho spento i telefoni e mi sono messa a letto. Gocce dolciastre per ritrovare una calma fittizia e il sonno. E’ durato pochissimo, due ore scarse, poi gli occhi si sono spalancati e ho ricordato. Il momento del risveglio, e l’ora non ha importanza, è la resa dei conti: sospesa per alcuni secondi, aspetto che i pensieri mi investano. E’ meraviglioso rimanere lì, nei secondi di oblio, perché esistono tutte le possibilità: come cellule staminali indifferenziate che possono diventare qualsiasi cosa, anche i secondi del risveglio hanno il medesimo valore. Ogni cosa, bellissima o orrenda, può accadere. Poi ricordo, e so. Se il giorno precedente ha avuto il dolore, e accade spesso alla gente tormentata come me, un peso orrendo cade e schiaccia. E non si vede più la strada.

Questa notte il risveglio è stato tanto precoce da rendere ridicolo parlare di sonno. Mi è venuto in mente, e non so perché, che in “Cosa fanno le tue mani” ho lasciato che Anna dormisse. Non credo di averla resa insonne. E’ strano. Una come lei, una come me: la prima cosa che succede ai nostri tormenti è che tolgano il sonno. Invece lei dormiva, o almeno credo. Luca le dava sesso, strazio e prigionia e lei dormiva. Anche se. Il fatto di non avere scritto la sua insonnia non significa che non ci fosse. Silvia (“Le parole del buio”) si aggrappava all’antidepressivo e scriveva sgretolandosi di calli le dita. Lucia, in “Una storia ai delfini”, dormiva pochissimo: anche questa è certezza che non penso di avere scritto, la sento e basta. Ormai conosco Lucia, ci siamo frequentate per qualche anno e l’ho vista dipinta nei racconti dei lettori, l’ho anche fatta rivivere in una storia recente. Dorme poco, ma il porto è un luogo dove l’insonnia non è un problema. La solitudine silenziosa del porto infila nella mente pensieri diversi. Il silenzio del porto è assoluto anche se pieno di rumori piccoli cui fai l’abitudine, e li consideri normali. Ti cullano, quasi, ammesso che le persone come me amino lasciarsi cullare.

Lasciarsi amare. Altro capitolo di un libro complicato. Non so lasciarmi amare. E sono assoluta, troppo per i miei gusti. Chi lo dice che non so lasciarmi amare? Chi dice che sia vero sempre, in ogni situazione? E’ solo che incontro, scelgo amori che non possono amarmi completamente. Come tanti scrittori, difendo la mia solitudine al prezzo della sofferenza.

Non so cosa farò domani, non so come mi sentirò. Ho una storia da rifinire, una persona da incontrare. Dentro, la certezza che molto stia cambiando, e che l’acqua nell’otre della mia psiche stia tracimando. Succede ai quarantenni. Rido riascoltando ossessiva la canzone di Max Pezzali sul secondo tempo della vita (Max, sei un genio), o sghignazzato di banalità condivisa quando leggo che Raoul Bova si sente nella fase nuova dell’esistenza, e adesso non permette più agli altri di giudicarlo. Raoul, hai tutta la mia comprensione: vai così. Cosa succede ai quarantenni? Una carta del cielo, con il passaggio dei pianeti, ha disegnato questi mesi, questi anni: periodo unico per me, il passaggio che una sola volta si verifica, e per qualcuno mai. Che ci creda oppure no, sento che è vero. Pianeti o maree, psiche o energia, sono nel mezzo pieno di una rivoluzione. Non ho mai, mai, avuto così spesso la tentazione di morire, e non ho mai, mai, avuto così spesso la certezza che basti aspettare. Quando si perde il senso o lo si ficca in mano agli altri, che significa comunque non averlo, il cambiamento arriva. E’ il mio secondo tempo, e ancora non sto giocando a mani libere: la paura di restare sola è una caratteristica che mi rende più lenta degli altri, ma ci arrivo. Oh, se ci arrivo. Forse questa notte, con la tristezza infinita per una discussione che ha rotto tanto (tutto?) di un amore, vedo più chiaro di sempre. Vedo ciò che non posso, non voglio più avere. Cominciamo da qui.

Sia Luce a Voi.

Copyright © 2009 MariaGiovannaLuini.it
Power by Innovation Marketing