Pezzi di parole Archive

poca pioggia e qualche luce

Ripensava spesso alle opportunità. A quanto avrebbe potuto creare ma aveva tenuto nel silenzio. Aveva senso tacere? Esistevano spazi migliori per i milioni di parole che, con un po’ di coraggio, avrebbe potuto scrivere e reprimeva come chi non sa dove andare?

Girava in mano le monete dell’I-Ching, il sorriso trattenuto. Ingoiato. Aveva paura del futuro e lo aspettava, insieme.

L’infelicità cronica si alleggerisce a tratti, è forse questo alleggerirsi a ritardare le decisioni. Hai barlumi lunghi di gioia, di distacco, di serenità che smorzano e ti fanno dimenticare il motivo. E la solitudine. O forse nessuna decisione andava presa, le sarebbe bastato aspettare e modellare un pezzo in più del suo carattere romantico, impetuoso, passionale. Inutilmente illuso. Si invecchia e si ritorna a una saggezza innocente, si mettono via alcuni sogni. Si accetta (dicono i saggi e i perdenti).

Un gatto la osservava dal muro di cinta di un giardino. C’era pioggia, e alcune luci.

Era l’attesa. Inerme.

e sono i miei piccoli, piccoli problemi

Gli stivaletti comodi con il tacco piccolo, un toc toc sul pavimento pulito e i libri in braccio. Fogli, una busta bianca con il logo dell’ospedale, iPad e Moleskine bianco. Bianco perché fa luce. Bianco perché questi corridoi lo chiedono.

Un passo e un altro, indecisa. Potrei affrontare la pioggia scarsa e la lana leggera di una mantella ottimista indossata senza osservare il cielo fuori, questa mattina prima della sala operatoria. Potrei usare l’abbonamento come ogni giorno, rincorrere l’autobus e ritornare nel mio quartiere oltre il carcere seduta a mezzo con decine di persone. Mi piace farlo, amo guardarli tutti e immaginare cosa facciano, dove vivano, cosa pensino. Perché – ed è questo il ragionamento che mi distrae – di alcune persone io so leggere i pensieri. Anzi, non li leggo: li conosco e basta, ne avverto le fluttuazioni, ne condivido le emozioni. Accade senza che lo voglia, proprio come è successo con le diagnosi indovinate perché vivide, impresse nella carne anche se tentavo di sfuggire. Esistono certezze che piombano nella mia testa e mi possiedono, e sono sempre verità che forse non avrei inseguito. So, per esempio, che c’è un uomo importante che addossa a me un’antipatia non mia. Posso toccare il ribaltamento dei suoi sentimenti, posso assaggiarli e averne il sapore in ogni piccola sfumatura. Lo so, e basta. Proprio lui mi viene in mente oltre la porta girevole, con il foglietto bianco della chiamata del taxi che – pigra – mi sono decisa a fare. Penso a lui e a nessuna prova per la mia certezza: bevo i suoi umori cambiati nei miei confronti e niente potrebbe distogliermi dalla mia quieta, pacifica consapevolezza. Da qualche giorno mi è ostile, e non ho bisogno che qualcosa o qualcuno me lo provi. E’ così.

- Chiama un taxi.

La coda dell’occhio. L’anatomia definirebbe “canto esterno dell’occhio sinistro” il luogo del mio apparato sensoriale che si attiva e nota una donna in un cappotto grigio, e un uomo accanto a lei. Armeggia con il telefono, chiama e fornisce l’indirizzo dell’ospedale. Non conosce il numero civico, mi viene voglia di suggerirlo ma capisco che la centrale non ne ha bisogno. L’oncologico, lo sanno tutti. Venti secondi o trenta, la donna ringrazia a chiude. I capelli biondi raccolti a coda, si sposta e non resiste: si specchia nella vetrata lucida che le è accanto. E io noto che è incinta. L’ottavo mese, più o meno. Il sorriso accenna e sfiora la curva del suo cappotto, immagino una stanza e qualcuno ricoverato: deve essere qui per una visita a un parente, ora riprende il taxi e se ne va. Un donna con una gravidanza così evidente, così bella, non può avere altro scopo sotto questa pioggia a un’ora più simile alla cena che a una gita. E’ venuta per trovare un parente, forse un amico o amica, ora ritorna a casa e si stende sul divano, scioglie la coda di capelli biondi e si riposa. Ma il telefono squilla, e la sua mano fa click.

- Pronto, mamma? Eh, come è andata…

Si allontana, non abbastanza.

- Non mi possono operare. No, il seno è infiammato. Quindi posso partorire con calma poi mi faranno una cura per togliere l’infiammazione e se si riduce mi opereranno. Anche i linfonodi sono infiammati, insomma proprio non si può operare. Faranno tutto dopo, adesso no. Non possono operarmi. No, non ho garanzia che non abbia già intaccato altre cose in giro.

Chi hai visto, chi ti ha visitato? Vieni qui, parliamo, forse non è così. Non me ne voglio andare, lasciami restare qui con te. La gravidanza e il bambino, partorire con calma senza terapie per il tumore. Capisci cosa significa, vero? Aspetta, non allontanarti. Vieni qui e aspettiamo il tuo taxi insieme.

Taccio. Lei ripete alla madre, ancora. Ha un’infiammazione al seno, non le possono togliere il tumore. Aspettare. Aspettare. Quella gravidanza sarà al nono mese, adesso che ci penso e la guardo bene.

Ho in braccio un Moleskine bianco. I tacchi piccoli degli stivaletti comodi sono fermi. Quando sono uscita pensavo a un uomo cui sono diventata antipatica, al mio lavoro, alla cena che dovrò inventare e a una riunione cui ho partecipato nei minuti lunghi. A dirla tutta, di quell’uomo prima mi interessava un po’, ma – visto adesso – può pensare ciò che vuole. Venga qui ad ascoltare la donna bionda con la coda e il cappotto grigio, dell’antipatia discuteremo dopo. Se resterà la voglia.

I capelli biondi a coda. Il cappotto grigio.

Un taxi. E’ il mio. Un passo e ancora uno. Potrà partorire con calma. E io so cosa significa. Con calma.

Buio.

“il male dentro” e oggi

Qualche volta resto in silenzio. Con la scrittura, intendo. Poi so che arriva il bisogno, una furia quieta e inarrestabile che spinge verso le parole. Le parole scritte. Dovrei ascoltarla sempre, o almeno più spesso, quella furia. E’ la salvezza nel caos magmatico dei rumori che sempre più minacciano il nucleo.

Insomma, il romanzo è uscito. Il 28 marzo avrei voluto fare un salto in libreria per sbirciare, per assaggiare con le mani e gli occhi il mio ultimo nato sugli scaffali. Però non sono riuscita a trovare il tempo, e oggi nemmeno. Non ha importanza, sarebbe stato un atto di amore nascisistico e ci saranno altri giorni, altre settimane.

Mi guardo intorno e il mio studio sembra nato di nuovo. Dominata dal bisogno di buttare via, donare, fare spazio e mettere ordine ho rivoluzionato questa stanza nei momenti lasciati liberi (o strappati), in una nuvola di incredulità per i titoli che non credevo di possedere e per le doppie e triple copie che con vergogna ho ammonticchiato nei cartoni perché siano di utilità e piacere per altri. Polvere, carta, libri, ninnoli che ingombrano e non ho mai avuto il coraggio di buttare, una scala in mezzo allo studio e il computer spento. Ho lavorato così, aprendo e scartando, lucidando e ridendo da sola per quanti libri sulle diete più strane sono stata capace di accumulare in questi anni, e quante copie di “Donne che corrono coi lupi” mi sono state date come regalo a differenti compleanni. Tante amiche devono avere pensato che ne avessi bisogno. Ho sistemato Simenon in due ripiani lunghi, ha uno spazio proprio enorme e sotto ci sono i miei libri. Miei cioè scritti da me. Una lampada etnica che mio fratello mi regalò anni fa ha scovato un angolo per sè, fa una luce gialla e calda, e libera. Mi piace.

Ricordate una cosa: se non volete tenere un libro, se non vi ispira e sapete che lo donerete ad altri o lo scioglierete da voi nel bookcrossing, non fatelo autografare. Niente come un libro con la dedica vi obbliga di più al disordine.

Strano come i ricordi perdano il nome, qualche volta. Ho preso in mano oggetti che sono certa di avere accumulato perché importanti: dovevano essere segni di giorni, persone, avvenimenti. Posso dire di avere annusato le emozioni, la voglia di fermare quei ricordi insieme agli oggetti. Eppure non li recupero, non ho idea del motivo per la conservazione e neanche – purtroppo – riesco a ripescare quell’importanza che credevo esistesse. E due fotografie, anche, ho custodito in mezzo ai diari: due neonati che non riconosco. Mi sono sentita superficiale e crudele quando ho scoperto di non avere idea di chi fossero i neonati. Ho immaginato  le loro madri, la sollecitudine innamorata del porgermi le fotografie perché le tenessi per me. Il buio, non so chi siano. Si può cancellare un pezzo di vita così? A quanto pare è possibile, e non posso attribuire la responsabilità all’Alzheimer che colpì mia nonna perché ho perso la memoria remota e non quella recente. Credo. Cosa stavo scrivendo due minuti fa? Non ricordo…

Questa pagina di diario va un po’ a caso. Avete letto “Il mio paradiso è deserto” di Teresa Ciabatti? E’ uscito il 21 marzo con Rizzoli, l’ho recensito su Mangialibri. Qualche mese fa Caterina Bonvicini me ne preannunciò la pubblicazione e mi suggerì di leggerlo perché “meraviglioso”. Aveva ragione (tanto per cambiare): è un romanzo che lascia tanto, che non si mette via volentieri al termine della lettura. E un altro libro stupendo, la gioia di questi giorni, è “Piangi pure” di Lidia Ravera: la scrittura di Lidia Ravera mi piace da sempre, ma questo libro è senza dubbio tra i suoi migliori. Una poesia la storia, i tratti dei protagonisti dipinti da maestra. Nei miei due account di Anobii (ne ho due per sbaglio e li uso una volta all’anno, forse neanche) ho già commentato sia Teresa Ciabatti che Lidia Ravera, poi ho lasciato andare quando ho fallito per la quarta volta il caricamento de “Il male dentro“. Ci penserà qualcun altro. Sto giocherellando anche con i Tarocchi spiegati da Jodorowsky, i Tarocchi di Marsiglia restaurati da lui e Camoin: parlano sul serio, che siano proiezioni o meno valgono la curiosità dello studio.

Fuori dalla porta un gatto sposta un cartone vuoto. Deve essere Umberto. Ah, a proposito di Umberti: sono travolta, con una passione piacevole e languida per questa magia, dal successo di “La dieta del digiuno” (Mondadori), il libro che insieme a Lucilla Titta ho curato per Umberto Veronesi. Vedo le classifiche, penso a quante volte ho commentato in silenzio con ironia e sogghigno a me stessa: tutto si trasforma, tutto va su e giù e si accende e spegne, ma un mio libro in classifica così in alto è un’esperienza divertente e leggerissima. Come il soffio fresco di un vento che odora di mare: sai che non durerà ma intanto godi.

E’ il momento di “Il male dentro“, adesso. Quante volte mi sono chiesta se parlare (anche) di cancro aiuti un libro? Poche volte, in realtà, perché so che arriverà dove deve arrivare. Come ogni parola, ogni sospiro, ogni gioia. Non è un romanzo “sul” cancro, è un romanzo sulla vita, la luce, l’amore. Sul mistero di terapie che a volte si chiamano convenzionali e altre volte no. E’ un punto di vista, o forse tanti. E io smetto subito di parlarne: sarà quello che ogni lettore decide/sente che sia. Lo presenterò in giro: Roma, Milano, Robbiate, Pontedera, Lodi… Trovate tutto nel sito. Se mi volete, scrivete email e io organizzo. E arrivo.

Questo è il booktrailer che artisti geniali hanno preparato: click QUI.

Non so cucinare ma sono un asso nei risotti. Oggi per me è giorno di digiuno, quando resto senza cibo mi sento molto bene e riesco a inventare un risotto nuovo. Zucchine fresche e zenzero?

medianità e leggerezza, la Luini medium

Decido di salire a piedi. Sono due piani e ultimamente la mia pigrizia ha tracimato. Devo rimettermi in forma, ammesso che in forma io sia mai stata. Arranco una, due, tre, quattro rampe, guadagno la sala degli eventi e mi siedo.

- Scusi, le dispiace spostarsi? Vorremo stare tutte e tre insieme.

Mi sposto manifestando il fastidio senza parole ma con una certa chiarezza : è una presentazione, anzi la dimostrazione pubblica di un medium , cosa c’è da vedere? Casomai è grave se il medium ha bisogno di guardarti, significa che non intuisce granché… Poi se sono seduta qui è perché il posto mi piaceva, perché dovrei lasciarlo a tre galline che vengono a Mondadori di via Marghera per chiacchierare? La realtà è che nell’attesa stavo giocando a Ruzzle, e ascoltavo i discorsi delle due ragazze dietro:

- Questa volta basta. Lo mollo. Mi ha detto che ci vediamo sabato, più niente. Da qui a sabato… Insomma, non se ne può più, dice che non può telefonarmi perché ha tutta quella gente in casa.

Uno che ti infila una bugia così palese va lasciato dove sta, è il mio pensiero ma non lo esprimo. Con una malavoglia palpabile lascio la mia postazione privilegiata per l’ascolto dei problemi di cuore e guadagno una sedia due piazze più in là.

Sono venuta a questo evento spinta dalla mia curiosità genetica. Brucio per la curiosità, non ho mai visto la performance di un medium. Dovrebbe essere una cosa alla Rosemray Althea, il tizio scannerizzerà la sala e vedrà morti che si affollano per chiacchierare con i vivi. Chi sia vivo e chi sia morto non si capisce bene, ma si tratta di un dettaglio di scarso rilievo.  Mentre vinco a Ruzzle passo in rassegna i “morti” che potrebbero smaniare per volermi contattare: li rivedo, stabilisco una classifica di chi vorrei risentire, chi dovrebbe darmi un segno di felicità e vita per riempire di gioia questa serata.

Poi il medium arriva. Ha occhi bellissimi, si chiama David Rogers. E’ allegro, sereno, gioioso. Mi dico che qualunque cosa accada è bello avere davanti una leggerezza come questa, mi metto comoda. E lui comincia.

- C’è un uomo molto alto, è morto all’improvviso, un infarto o forse un ictus. Ha due figli piccoli…

Si alza una mano, si scambiano parole. I dettagli coincidono, la mia mente cerca affannosamente di capire se siano dettagli a caso o se identifichino sul serio una persona. Cioè mi chiedo se stia davvero vedendo chi dice di vedere.

La serata va avanti così, e alla vista medianica di David si presentano via via persone che, più o meno al volo, diventano l’oggetto di uno scambio con qualcuno del pubblico. Sono delusa, possibile che nessuno venga a salutare me? In fondo dai medium si va per curiosità, che non sarà soddisfatta se almeno un’anima “nota” non si presenterà per un salutino. Il nonno o la nonna, Giorgio, Elisabetta… Tutti hanno altro da fare? Un piccolo dettaglio però mi si infila nel retrocervello destro:

- I see a little boy.

Dice di vedere un bambino piccolo, annegato. Il mio pensiero si sdoppia, due binari differenti e vividi:

PRIMO BINARIO – mai conosciuto un bambino annegato, per fortuna, posso anche smettere di ascoltare

SECONDO BINARIO – come si chiamava il mio cuginetto del Messico annegato in piscina?

Infilo il primo binario, non alzo la mano. Il bambino insiste: dite ai miei parenti che sto bene e sono vivo, fate menzione di una grande “M”. Sono nel primo binario, memorizzo e lascio andare. Quando esco da Mondadori al termine dell’incontro nessuno ha identificato il bambino, è stato l’unico a non avere un riscontro dal pubblico. Mentre aspetto il taxi il secondo binario inizia a fare capolino. Un bambino annegato non è proprio un evento comune, per fortuna. Possibile che a nessuno sia venuto in mente chi fosse, e possibile che sia casuale che io abbia in famiglia proprio un bambino annegato? Perché non ho alzato la mano? La risposta è semplice: perché non conoscevo dettagli su quel bambino, non abbastanza da sostenere uno scambio con il medium, e perché tra tutti i parenti e amici morti doveva proprio presentarsi il cuginetto? La decisione arriva chiarissima: scriverò a mia cugina Fulvia, a Città del Messico (zia del bambino).

Il giorno seguente fuggo dal mio istituto per mezz’ora: nessuno lo sa, ma ho prenotato un consulto personale con il medium. L’ho fatto per la curiosità che sappiamo, non ho domande da porre. Voglio solo sedermi davanti a lui e sentire cosa dice.

Mi siedo dopo il saluto con un bellissimo abbraccio. Gli dico come mi chiamo. Jane, per lui.

- Dammi le mani.

Le stringe a occhi chiusi, sorride subito.

- Tu sei nota al mondo degli spiriti. Tu sei una medium.

E tutto torna. Ha risposto alla domanda che non ho fatto. So che volevo sapere questo.

- Sai vedere le persone, vedi il dolore. Hai la capacità di guarire, psychic healing.

Non parlo, ascolto ciò che dice e scopro di avere una guida che indossa abiti da suora. Una suora antica, con l’abito e il velo lungo. Non gli dico che una mia amica, un’anima candida e perfetta, ha sempre la sensazione che io abbia accanto Santa Rita (di cui conosco niente, so solo che l’abbigliamento nelle icone è quello che lui descrive). La mia guida gli racconta che sono ipersensibile e doppia: una parte di me ascolta, vede, cura, è calmissima, l’altra parte esplode come incendio, tremenda. Mi racconta che alcune persone studiano tante tecniche di guarigione o medianità, ma disperdono (ogni riferimento è casuale? Lui non sa chi sono e cosa faccio); e che probabilmente in questo momento la mia professione è “insegnare, spiegare cose alla gente, comunicare”. E vai, vai, vai. Avanti. Tante parole che mi cadono dentro e scavano un solco là dove ho da tempo un forte sospetto.

Medium. Mi vengono in mente le persone che dicono di dialogare tranquillamente con decine di guide, vedono l’aura con tutte le sue sfumature, canalizzano tomi, enciclopedie in tutte le lingue vive e morte… Io non riesco proprio a fare tutto questo, mi sento spesso una scatola muta e cieca che ogni tanto “intuisce” gli altri. Come si fa a guarire qualcuno con queste intuizioni rare e imprevedibili?

- La tua preparazione medica e scientifica ti rema contro.

Forse l’amico cui ho raccontato la cosa e così ha commentato ha ragione, forse no. Certo la risposta di mia cugina Fulvia dal Messico, molto turbata per la storia del bambino annegato e la grande “M” che ho riferito, ha rinforzato una sensazione: cuginetto messicano, ho pensato spesso a te nel corso della mia vita. E’ stato un piacere conoscerti e sapere che sei vivo.

c’è poca luce

Arriva a trovarmi ogni quindici giorni, più o meno. Se non la vedo entrare e chiedere di me controllo la sua cartella clinica nel computer, e se mi preoccupo la chiamo o le mando un messaggio al cellulare. Di solito, però, non ho bisogno di cercarla: la sua voce squilla contro le pareti della direzione scientifica e i suoi abbracci mi raggiungono nei giorni di libertà dai controlli e dalle terapie. Un bling del telefono: “Dottoressa Giovanna, penso a lei, un grande abbraccio”. Ha i capelli corti, tinti di un rosso vivace e improbabile: le dona, quel rosso, insieme alla luce pazzesca che le inonda gli occhi la rende riconoscibile anche a distanza. Cammina vivace, il corpo abbondante e tonico come se non sapesse dormire. Difficile intuire che una malattia tenti di fermarla.

- Ho incontrato la tua signora.

B. dice così, e so che allude a Grazia.  Ormai tutti la conoscono, la considerano una parte dei corridoi, di questo pianeta alieno su cui un libro non basta, e non bastano le pagine che ho scritto e ripensato e masticato ancora, poi lavato e asciugato e scritto un’altra volta. Se penso a persone come Grazia capisco che nessuna parola sarà sufficiente.

Ha una storia come tante. Ma le storie non sono mai come tante, sono uniche. La sua, per esempio. So che è amata, lo vedo perché con lei c’è sempre qualcuno: no, intendiamoci, qui viene da sola, ma allude poi ai figli, agli amici che la ospitano, a gente che da lei riceve amore e le dona un posto in casa, una cena, una compagnia consolatoria nei tempi delle cure per le metastasi. L’unica persona che non c’è è il marito, che se ne è andato da alcuni anni: quando mi fermo a pensare alle donne che vedo e alle loro storie di amore faccio fatica a contare quelle che sono rimaste sole dopo o durante il cancro, come se la malattia arrivasse anche per spazzare via la muffa. Mariti e compagni, fidanzati evaporati nel confronto con una mammografia con una macchia dove non dovrebbe esserci altro che trasparenza, frantumati da una quadrantectomia o una mastectomia o dalla terapia ormonale che per un po’ diminuisce il desiderio di fare l’amore.  Sono compagni buttati fuori, anche: non hanno indovinato il tono, non sono stati capaci di comprendere che sussurrare “Ma dai, non è niente” non è la migliore delle soluzioni possibili. “Ma dai, non è niente”: quante volte ho notato lacrime piccole e rimosse al lato delle palpebre perché confutare il “non è niente” è troppo difficile, ma accettarlo impossibile?

Comunque. Ritorniamo a lei. Grazia legge più libri di quanti ne contenga una biblioteca comunale, segue gli eventi culturali del mio istituto e le presentazioni letterarie che io stessa organizzo da noi. La trovo seduta placida, il sorriso impossibile da cancellare dal viso, anche quando presento i miei, i miei libri, e non sono in istituto. Arrivo, controllo la sala e l’uditorio e la vedo. Là, in una fila non troppo avanti ma neanche indietro, seduta laterale. Casomai le arrivasse l’attacco di tosse, se sta laterale può uscire e bere un bicchiere di acqua per calmare i polmoni sfrugugliati dalle chemio e dalle cellule tumorali.

Una volta mi è capitato di incontrarla a un evento di Eric, il guru della Riconnessione.

- Dottoressa, anche lei qui?

Era felice, ci siamo sedute vicine e le ho spiegato che credo all’Energia. Non so cosa sia, ma ci credo.  E mi dispiace che non tutti gli ospedali si siano ancora decisi ad accettarla come supporto e integrazione alle cure.

Mi cerca quando ha paura. Non che lo dica chiaro, non confessa di avere paura, ma pone domande e dagli occhi capisco. Le succede che il cancro faccia finta di arretrare, si nasconda nelle pieghe degli organi e in un marcatore che va giù donando sollievo, poi però una nuova TAC, una PET, un’ecografia del fegato raccontano che è spuntato fuori di nuovo, e si misurano le lesioni, si confrontano con il passato, si cambia la terapia perché faccia più effetto.

Questa mattina nel mio studio c’è poca luce. Il cielo è latte grigio fuori dalle finestre, dall’unica lampadina accesa cade un riflesso giallo tenue. La prima bottiglia di acqua è quasi vuota sulla scrivania, i giornali aspettano che le mie dita si stacchino dalla tastiera. Ho pensato al libro che esce e a quanto avrei ancora da dire. Non solo pazienti e non solo medici, ma la sanità ai tempi di una crisi, e un’eccellenza scientifica ai tempi di una rivoluzione ai vertici. Ci sarà occasione, qui e altrove. Basteranno dieci passi, poi, per uscire nei corridoi e incontrare la vita.

Mai ci fu tanta vita come nel luogo dove si rischia di perderne un pezzo ogni giorno. Vedrò Grazia, credo, e lei vedrà queste parole in un blog. Firmerei la tregua con le sue cellule tumorali, se avessi la penna giusta. Con un inchiostro la cui luce rifulga in blu.

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