Racconti Archive

piccoli ricordi

Siamo fatti di ricordi piccoli.

Al funerale ho raccolto una rosa bianca, staccata dal grande cuscino che stava sopra la bara. E nella bara un corpo. L’ho visto, il corpo vuoto. Porta i segni della malattia e degli anni che ti sono caduti addosso tutti insieme, grigi e spezzati. Gli ho detto ciao, poi ho taciuto: non aveva senso parlarti, non se mi rivolgevo al corpo sdraiato in una camera fredda e tetra. Viene il momento in cui devi essere coerente, se sai che la vita diventa Vita è inutile chiacchierare con l’involucro dell’anima quando è volata via. Magari ce l’hai di fronte, magari ti sfiora una mano e tu ti affanni a non spaccarti il cuore con il dolore di un cadavere che non avresti mai voluto vedere.

Qualche lacrima è scesa, è successo mentre Olly parlava e raccontava l’amore che abbiamo avuto per te. Che abbiamo per te. Però non riuscivo a essere triste, ero incredula e leggera. Soffrivo per Olly, per i tuoi figli e tua moglie, per la tristezza di chi è rimasto. Non per te. Ti sentivo forte, ero serena, curiosa. Sapevo, ma non capivo dove ti fossi seduto a guardare. Sapevo il tuo sguardo fisso su di noi e un po’ divertito. Avevo la certezza che se fossi riuscita a cercare bene ti avrei scovato, perché c’eri. Non certo dentro la bara sotto il cuscino di rose. Ho capito ieri, quando ti ho avvertito dentro l’alba rossa e viola sulla campagna (ancora non sapevo che il tuo corpo fosse morto, l’avrei scoperto dopo qualche minuto), la tua presenza viva sarà silenziosa e divertita, amorevole e quieta. L’ho ritrovata oggi. Ho lasciato girare gli occhi sui volti, centinaia, nella chiesa, mi sono bloccata sulle loro lacrime con uno stupore che avrebbero pensato sciocco. Perché piangete? Aiutatemi a vederlo, qualcuno di voi lo vede? Perché io so che c’è, è qui. Aiutatemi a intuire dove. Ma perché state piangendo? Non è evidente anche per voi? Lo chiedeva un istinto, una parte della mente così libera e fresca che a stento tratteneva il sorriso. Non sono riuscita a vedere il tuo volto ma c’eri, eccome se c’eri. Ne aveva certezza ogni cellula, sentivo (scelgo un verbo, ma dovrei trovarne un altro più adatto che ora non raggiunge le mie dita sulla tastiera) che eri là.

Il confine tra noi vivi temporanei e voi vivi per sempre è diventato così sottile, siamo tanto vicini. Si tratta di scoprire come si guarda meglio, secondo me. Tu oggi c’eri, e non sta parlando la donna emotiva e passionale che so di essere, parla qualcuno che ai funerali di solito si sgretola e piange. Parla chi non sa resistere e crolla. Parlo io, che oggi ti ho visto. Non gli occhi, ma più di loro. E so di avere sorriso, non ce l’ho fatta a trattenermi. C’eri, e anche tu sorridevi radioso e pacato, e zitto. Era la tua Luce a sussurrare l’Amore a chi piangeva.

I nostri ricordi sono piccoli. Non posso evocare grandi momenti di amicizia e confidenza, nessuna frase epocale (o forse qualcuna, ma per me e per te, tirate là nelle giornate di un ospedale che abbiamo amato). Ricordi piccoli, così. Abbiamo scritto insieme. Abbiamo confessato passioni letterarie diverse, imparato e scambiato. Eri imbattibile, non ti stavo dietro. Abbiamo provato a dare alla comunicazione un senso e una direzione. E la malattia, poi. Se conto le parole che ci siamo detti dopo che l’hai scoperta e combattuta esaurisco in fretta le dita delle mani, ma per gli sguardi non è lo stesso. Non ci siamo mai guardati tanto, e a lungo, e senza imbarazzo. Appena ti ho ritrovato dopo l’intervento ci siamo inchiodati al pavimento in un corridoio e ti ho detto cosa vedevo. Mi è scappato dalla bocca, la razionalità ha sussurrato “Sei matta? E’ il direttore”, ma tu avevi già allargato il sorriso. “Lo so”, hai detto. Credevo che te ne andassi invece restavi fermo, volevi sentire di più. Ho compreso in un istante che non avevo bisogno di spiegarti che da qualche tempo succedono strane cose, l’Amore e l’Energia e la Luce e tutto il resto. Non ne avevo bisogno perché vibravi alto e avevi visto anche tu. Immobile, con nessuna intenzione di allontanarti, eri curioso. Chiedevi, hai chiesto con garbo e speranza fino all’ultimo. Anche tu leggevi in me, eri oltre la barriera di una ragione che è buona solo per chi è sano o crede di esserlo. C’era di mezzo Dio, quando Dio arriva (è sempre lì ma non ci accorgiamo, peccato… Pensa al tempo che si perde) si ribaltano le verità. Abbiamo il ricordo piccolo di un contatto fisico muto e discreto, fatto di mani che tentano di dare e mani che vogliono ricevere. E una medaglietta santa che abbiamo condiviso. “Ma tu come fai se la dai a me?”. “Ne hai più bisogno tu, e comunque è lo stesso. Non c’è distinzione, capisci? Siamo tutti separati solo in apparenza”. Abbiamo parlato di Dio con la lingua e la mente, siamo ancora qui a parlarne adesso. Solo che tu fai meno fatica, sento che ridi degli sforzi per scrivere una follia sensata. Riempi la stanza, sono leggera e calma, espansa e gioiosa. Il mio delfino di stoffa sogghigna con il muso appoggiato a un portamatite.

L’ultima volta che ho visto il tuo corpo vivo eri seduto nella penombra. Nessuna parola, fuori dalla porta ricevevo il tuo sguardo. E lo ricambiavo. Siamo rimasti così nei minuti a manciate, non sono entrata e tu non hai chiuso la porta. Mi sono chiesta, nelle settimane, quale fosse il Bene che Dio ti stava offrendo. Perché c’è, il Bene. E’ che non lo comprendiamo. Lo sai tu, adesso.

Abbiamo ricordi piccoli che non si possono spiegare. Per fortuna non c’è bisogno di raccontarli.

Ciao, Leonardo (non è un commiato e non so perché lo scrivo, ma un tocco poetico mi sia concesso). Luce.

“la via per il Paradiso” su Satisfiction

“La via per il Paradiso” è un racconto che ho scritto pensando e vivendo la mia realtà di medico in IEO (Istituto Europeo di Oncologia).

Uscirà su Satisfiction il 15 dicembre, nelle librerie (la distribuzione è gratuita per i lettori) e in abbonamento. Accanto al racconto una breve narrazione LIS di Rosella Ottolini.

Nello stesso numero una riflessione di Umberto Veronesi sul vegetarianesimo e racconti inediti di grandi autori.

Ringrazio di cuore Gian Paolo Serino, direttore di Satisfiction, Rosella Ottolini, Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli per le foto-trailer del racconto.

… E approfitto di questo post per proporvi di aiutare Satisfiction, basta poco e si ha il piacere di una rivista che non solo recensice “soddisfatti o rimborsati” ma propone anche meravigliosi contenuti.

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la lirica di una nebbia

Succede che mi alzi presto ed esca dal letto con la voglia di guardare fuori. Le case con le finestre chiuse, cieche, sono senza vita; appena recupero la posizione verticale annaspo verso i vetri e apro, faccio entrare il giardino e controllo se piova o ci sia il sole. Mi vengono in mente le persone meteropatiche, coloro che popolano la mia esistenza e variano insieme al meteo: se noto la pioggia mi preparo ai loro silenzi, altrimenti prefiguro messaggi lieti e splendide carezze.

Insomma, mi alzo e apro le finestre. Da qualche giorno vedo la nebbia. Ed è speciale, questa nebbia. Potreste dirmi che abito a Milano Sud, zona di risaie e zanzare e nebbia (appunto), e sarebbe vero. Potreste ricordarmi che il mondo, questa parte di mondo, è nato insieme alla densità spessa ed evanescente di un latte sporco che copre e fa tacere, esistere per questa terra è coprirsi di nebbia. Tutto vero. Ciò che mi colpisce ed eccita la mia fantasia è il confine. La nebbia ha un recinto, inizia e finisce all’improvviso, quasi ci fossero cancelli che non le permettono di andare oltre un limite che sta più o meno a sei chilometri dalla mia casa. Ed è incredibile, se ci pensate: come fa a lasciarsi imprigionare?

Da quattro o cinque giorni provo a misurarlo, il confine. Esco, scelgo se usare l’automobile o l’autobus e sono già immersa nel silenzio. E’ un silenzio che non oso definire grigio perché la nebbia non è grigia. E’ bianchiccio, bianco rarefatto eppure compatto, una specie di neve che resta sospesa simile a farina e non si decide a cadere. Esco e sono avvolta, la sento premere delicata sulla pelle del viso e sulle mani, la respiro e ha un odore inconfondibile. Immagino piccoli, minuscoli frammenti che solidificano appena oltre il naso e scendono nella trachea, e giù nei bronchi, come un elemento che ha forma ma non durezza, che accarezza ma non fa male. Mi placa. Ho sempre amato la neve e la nebbia. Sono mani che abbassano i toni, che zittiscono e chetano. Non ho paura di restare nella loro prigione, io che non sto ferma, che detesto i legami e le imposizioni accetto docile il loro volere. Neve e nebbia, bianche e palpabili, differenti solo agli occhi.

Mi basta qualche chilometro per raggiungere l’istituto dove lavoro. La strada, le altre automobili nella doppia fila lenta con gli autobus 222 e 99 che premono per tagliare la strada, qualche camion che ha fretta e spesso schiaccia di lato le utilitarie. E la nebbia, che non si alza e non cambia, bianca e rara e spalmata sui campi. Nasconde il carcere a sinistra, dissimula e scompone la forma delle case. Gli alberi, marrone scuro o nero, filano ai margini quando vado oltre il semaforo e a destra la campagna piatta, dove con il tempo favorevole posso fotografare il sole rosso che sorge all’orizzonte, la distesa piena, omogenea, inafferrabile delle pagliuzze fresche della nebbia. Due gradi e mezzo, il termometro della macchina questa mattina diceva così. Avanti, ancora avanti. Anche l’istituto è nella nebbia, parcheggio e saluto e cammino, e non c’è spiraglio nel cielo confuso con la terra. Con i guanti e la sciarpa stretta al collo tengo su la borsa, troppo pesante e grossa, mangio l’aria fresca e densa in una panna lieve senza sapore. Ed è pulita a sentirla sulla lingua. Le ombre che si muovono intorno scolorano in bianco, spiriti o fantasmi. Il piazzale grande davanti alla hall A luccica e rimbalza, sembra lavato e impegnato ad asciugarsi senza risutato.

Il confine della nebbia, dicevo questo. L’ho notato per la prima volta qualche giorno fa quando sono uscita per l’incontro con un editore. A pranzo in centro. Con il mio piumino pesante e la sciarpa, i guanti infossati nella tasca ho perso tutto a un tratto, a nemmeno un chilometro dal’istituto, il latte chiaro che mi avvolgeva. E ho trovato il sole. I colori ricomparsi come miracoli, il cielo che non ricordavo potesse assomigliare a al mare, e la gente che era gente, in carne e senza sfumature. A pranzo mi sono vergognata del mio piumino, l’editore è uscito solo con la giacca e ho creduto che il freddo e i cristalli di nebbia a grondarmi addosso fossero stati una follia. Non c’erano, era impossibile che li avessi visti sul serio.

Il giorno dopo e quello dopo ancora mi sono trovata ad andare qua e là e sempre, senza un digradare ma con un cambiamento brusco e lontano dal credibile, la nebbia che avvolgeva la casa e l’istituto, la zona della risaie e delle zanzare diventava un’illusione. Scoprivo il sole, il cielo azzurro e perfino qualche nuvola scolpita nell’ovatta bianca dell’inverno. Ed erano ovvii, le persone che incontravo non potevano credere ad altro che alle giornate fredde ma perfette del centro della città.

Ritornando a casa, ieri sera, ho tentato di fotografare. Il risultato, complice il flash scattato senza che lo chiedessi, è orribile. Ma lo pubblico lo stesso. Le fotografie per me sono istanti di vita che per qualche motivo voglio portarmi dietro. Una volta ho fotografato la luna attraverso una grata, oppure un angolo di muro sporco. Queste fotografie hanno significato per me, questo solo conta. Per me che fatico a riconoscermi allo specchio, e non c’entrano le rughe o i chili persi. C’entra che sono cambiata, e le definizioni di prima non valgono più. Ho buttato i “sempre” e i “mai” e mi sono avvolta nella nebbia che placa e rassicura. Ecco, forse questa nebbia è dono oppure metafora. Per giorni o mesi o anni resterò nei chilometri stretti di questa nebbia necessaria. So che c’è un confine, e so che al di là la luce esiste. Ma aspetto, e non fa male. Nebbia e neve mi sono amiche, poi vedremo.

mia moglie porta i pantaloni

La porta è chiusa. Quasi sempre. Sulla scrivania ampia, pulita, mi piace perdermi a guardare lo schermo del computer diverso dagli altri (sono il capo, che la tecnologia funzioni almeno per me) e la carta. Amo la carta ordinata, con qualche segno di matita a grafia piccola e le rilegature a tenere insieme i documenti grossi. E le diapositive, anche quelle mi piacciono: le studio una per una, invento l’animazione e scovo immagini che spiazzano. Ho imparato a infilarci dentro i filmati che prendo con il cellulare, quando noto la noia lancio un intermezzo e mi diverto a osservare il volto di chi era lì lì per addormentarsi. Si tirano su, si raddrizzano all’improvviso, lo sguardo acuto e interessato e le gote che, immagino, si riempiono di vergogna. Imbarazzarli è il mio piacere segreto, lascio scivolare la voce nelle diapositive e non mi concedo di sorridere. Poi chiedo: “Vi è piaciuto?”. E so che non potranno fare altro, si complimenteranno con me. Poveri scemi. Polli destinati al macello, teste da fare volare con la mannaia mentre le gabbie tonde ruotano a vortice.

Mi chino avanti, allungo il braccio, con le dita tocco la fotografia di mia moglie. Come è ovvio mostrarla alla gente che arriva da me, nei giorni peggiori vorrei provocare la curiosità e lo scandalo e sussurrare: “Sa, è la mia amante”. Ma sarebbe stupido, e inutile. La conoscono tutti. Si dice che abbia più carattere di me, che sia bella e atletica e volitiva e in casa porti i pantaloni. Certo che li porta, come le altre donne. Volitiva? Anche questo è vero, l’ho scelta apposta; chi di noi decide di sposare una mezza donna, una che da sola non riesce a prendere un accenno di decisione? Lei mi è piaciuta subito, ho capito a istinto che avrei potuto proseguire nei miei progetti senza deviare troppo, avremmo fatto figli e li avrebbe gestiti senza chiedermi attenzione eccessiva. Così è stato. Non mi sono mai posto il dubbio che fosse lei a comandare, da noi nessuno comanda. Non veramente. Se tutti facessero come noi ci sarebbero meno divorzi: applicare sempre la logica. E’ logico comportarsi in un certo modo e non in un altro. E’ logico andare d’accordo e non porsi domande, notare le sfumature e farsele bastare. E’ logico fare funzionare la casa, tenerla in ordine, imparare a cucinare bene per non sfigurare con gli amici e tenere le proprie cose per sé. Cioè tacere. Si chiede aiuto quando non se ne può fare a meno, ci si espone mai.

E la mia porta chiusa, anche quella non espone. Alla mia destra la finestra che occupa la parete spacca con le righe della tenda moderna il cielo latte sporco e la pioggia. Piove, e piove. Poca gente cammina intorno, e se lo fa non si ferma davanti alla mia finestra. Sono di passaggio anche qui, anche nei vetri affacciati sul giardino nella sua parte posteriore.

Le dita sfiorano la fotografia di mia moglie e la posta elettronica ingrassa di messaggi. Sembra incinta, si gonfia e prima o poi dovrà sputare fuori. C’è la donna che sta nell’altra palazzina, quella quarantenne rompicoglioni. Scrive, scrive troppo. Propone poi si incazza, troppo passionale per i miei gusti. Qualcuno se la porta a letto, io ci ho fatto un pensierino tempo fa ma è stata una fantasia da niente. Deve essere un diavolo, infoiata e calda, ma non fa per me. Non mi piace il corpo, troppo pieno e formoso (per me è grassa), detesto il suo carattere. Elimino il suo messaggio senza guardare, tanto ci saranno altri pronti a risponderle e a mettermi copia conoscenza. Figurati se tacciono alle sue provocazioni, ti tira fuori le sberle dalle mani. E l’altro, guardalo lì. Non dovrebbe essere in ferie? Riesce a mandare messaggi anche dal mare, dove vorrei tanto che rimanesse a vita. Eppure non posso, non devo tirare fuori l’antipatia, non tutta. Lo sanno, la gente conosce i miei fastidi e le intolleranze ma deve mantenere un dubbio. Chissà se è vero o no. Perché in fondo, molto in fondo (secondo loro), dirigo tutta la baracca e il mio equilibrio è necessario. Necessario. Ma dove è scritto? Perché non ammettere almeno oggi, almeno questa volta, che l’equilibrio non esiste e vorrei che il mondo fosse solo il mio sogno, il desiderio che non riesco a nascondere? Lei, lui, l’altro. Il resto fuori, morti o altrove non importa. Vorrei vederli, gli stronzi che mi giudicano. Vorrei vedere loro al mio posto. Fare quadrare i conti e rispondere al consiglio di amministrazione, poi infilare il cappotto e andare a casa, aiutare Carla con la tavola e accarezzare i bambini. I piatti, le posate, i tovaglioli piegati perfetti. E il cinema d’essai, dopo, con la coppia che abbiamo conosciuto in viaggio di nozze cento anni fa. Non si dovrebbe andare in viaggio di nozze, non si dovrebbe fare amicizia con chi ha avuto la medesima, stupida idea. Sorrido e non tolgo la cravatta, Carla sorride e sembra piena di luce. Le piace davvero questa nostra vita, credo.

Mi succede poi di mettere a posto l’automobile in piena notte. Carla scende, apre il portone e mi dice che mi aspetterà a letto. La troverò profumata e stanca, mai che si faccia l’amore. E’ logico farlo quando c’è una festa, quando il momento assomiglia a un’occasione romantica, quando devo consolarla o è San Valentino. Comunque andrò avanti piano lungo la via, controllerò i marciapiedi senza convinzione: non ho paura, me ne frego di chi attenta al mio portafogli. Sono più alto e allenato della media dei bastardi che girano intorno a casa mia. Piano, smozzicherò metro per metro e mi verrà la voglia di altre case, altre braccia. Di sorrisi con la saliva che imperla i denti, e sesso che se non c’è ti strazia di nostalgia. Mi chiederò dove sto andando, magari mi verrà da credere che la quarantenne grassa e impetuosa che si incazza perché non concordo mai con lei sia meglio di una moglie bellissima, atletica e perfetta. E chissà quali altre cazzate. Nella mia mente che rotola.

Non troverò speranza, non avrò appigli. La notte mi darà due pacche sode sulla testa e un morso nel cuore.

La mia porta chiusa e la segretaria poco oltre sono la barriera da niente delle ore di luce. Poi niente. Poi sono sempre io. Dicono che mia moglie porti i pantaloni, che comandi lei. Io dico che non me ne importa niente.

abbaglio e finzione nell’hotel di Venezia: un uomo con il panama in testa

E’ nato nel 1913. Leggo due, tre volte. La data di morte manca. Quindi niente è facile come credevo.
Perché quando mi sono accomodata sul treno, carrozza uno posto trentasei, il pensiero girava e rimbalzava tra i neuroni come una biglia, si divertiva a stuzzicarmi senza prendere forma. Ero sicura che fosse morto. Per me la sua morte era il rifugio confortevole, la conferma che stessi affrontando lo scherzo della mia immaginazione da bambina sempre sovreccitata. Lui, che avevo incontrato poco prima. Invece no. Internet butta in aria le idee e muove qualcosa in fondo al mio stomaco, la data di morte non si trova. Lui è ancora vivo. E’ vivo, capite?
Ordine, ci vuole ordine. Soprattutto con lui. Racconto da capo.
Questa mattina ho scritto, nascosta nella camera piccola dell’albergo con il canale che sciaguattava sotto la portafinestra. Notte tarda, fatica e vino rosso mi hanno reso pigra, ho rinunciato alle ultime ore del congresso per lavorare di scrittura. Alle 11 ho raccolto le borse, afferrato la valigia e mi sono infilata nell’ascensore. Apri, chiudi, scendi. Ho pagato il conto e lasciato i bagagli e per venti minuti scipiti ho girovagato nei metri di Venezia intasati di lusso opprimente e turisti la cui andatura rallenta perfino la fantasia. E l’albergo, di nuovo, alle 11.30.
Nella hall pochi passi, controllo la gente che chiede informazioni ed esito. Non so perché, mi volto. E lui è a meno di un metro da me. Ci scontriamo, quasi, e restiamo fermi. Lunghi minuti.
Sono i suoi occhi: il taglio, la piega laterale in giù, le rughe profonde e molli, l’espressione triste e vuota. Poi il volto. Le labbra sottili, anche quelle piegate, curve appena. Come nelle fotografie. E la postura. E’ molto vecchio ma sta dritto come un palo, elegante in una giacca scura e con il panama in testa. Il suo nome balena in un’immagine, solo dopo arrivano cumuli di parole.
- Ma guarda. Incredibile. Lui è… Ma no, è morto. Figurati. Se anche fosse vivo non potrebbe essere qui.
Sono io a smentire me stessa, e approfitto dell’inerzia, della nostra esitazione. Mi dilungo nell’osservazione e lui scambia qualche parola in tedesco con una donna. La donna si rivolge al personale dell’albergo, poco più in là. In italiano. Anche lui conosce l’italiano, l’accento è tedesco. Dovessi definirlo in poche parole, in questi primi e unici istanti, direi che è antipatico e nervoso, e i miei occhi addosso gli creano fastidio. Ma non posso mollare. Perché sto cercando appigli per smentire me stessa, per convincermi che lui e l’altro, il tizio che ho visto così tanto sui giornali, si assomigliano ma non sono la stessa persona. Impossibile che lo siano. Eppure i dettagli contrari non arrivano. Sono identici.
Stordita, riesco a spostarmi e gli dedico qualche altra occhiata. Si volta, va via. Non gli piaccio, è chiaro.
Divago e chiedo i miei bagagli, non riesco a concentrarmi su ciò che faccio. Metto in un cassetto la voglia di controllare subito, la parcheggio più in là. Poi vado in stazione. Il canale, le nuvole, la pioggia e un quarto di sole negli angoli. Venezia tormentata mi saluta. E in treno scrivo un articolo sul disturbo bipolare e la creatività.
Tempo, e il viaggio bianco verso Milano.
La mente libera si riaccende divertita quando stacco dall’articolo. iPad in mano, cerco il suo nome.
- Dai, vediamo quando è morto. Non può essere vivo.
Rido di me e degli eccessi che il cervello sa creare. Nome, cognome nel motore di ricerca. Risposte immediate, decine di pagine. E la data di morte non c’è. Confusa, leggo le notizie che posso. Dovrebbe essere altrove, agli arresti domiciliari, qualcuno l’ha incontrato al ristorante e ha protestato ma lo può fare, non è un reato. Può uscire di casa nella città dove è agli arresti.
Un uomo alto, tedesco, che conosce l’italiano. Molto vecchio. Il panama in testa.
Non sto più giocando. Racconto a qualcuno, le risposto sono diverse. Un’amica non mi crede e abbozza (solo la solita irrazionale), un’altra invece pensa che sia possibile. Poi ancora parole, e altri credono a ciò che racconto.
Abbaglio. Illusione. Incubo. Fatalità bizzarra.
Non so. Ma sulle rotaie macinate dal treno non abbandono i suoi occhi, e la data di morte che manca. Sono pazza, ipersensibile e facile alle impressioni devastanti. Bipolare il tanto che basta per scrivere. Ma potrei alzare la mano destra e dire che giuro. Giuro sulla somiglianza assoluta, sul caso della vita che vuole che due uomini siano così simili. Non serve che la gente mi creda e forse non ha senso raccontare; conta che dentro di me sia nata una deriva, il rombo tonante di emozione e sgomento. Il volto dell’uomo è il colpo secco di una campana che ha suonato all’improvviso. La breccia temporale si è aperta ai miei piedi, mi ha chiesto di saltare dentro e cambierà la mia vita. Ho visto un passato che, incarnata nella donna di oggi, non ho potuto conoscere. Seminascosti dal panama, ho visto la Gestapo, e i morti e le divise. E la mia fantasia ha creduto di scorgere, pazza che è, un uomo che le pagine del Mondo definiscono ancora “criminale nazista”.

In un albergo di Venezia un uomo qualsiasi, senza nome e tedesco, ha evocato il fantasma di un criminale nazista.

Questa è finzione, amici. Tutta finzione. Niente è vero. Sono uno scrittore, si sa.

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