Racconti Archive

mia moglie porta i pantaloni

La porta è chiusa. Quasi sempre. Sulla scrivania ampia, pulita, mi piace perdermi a guardare lo schermo del computer diverso dagli altri (sono il capo, che la tecnologia funzioni almeno per me) e la carta. Amo la carta ordinata, con qualche segno di matita a grafia piccola e le rilegature a tenere insieme i documenti grossi. E le diapositive, anche quelle mi piacciono: le studio una per una, invento l’animazione e scovo immagini che spiazzano. Ho imparato a infilarci dentro i filmati che prendo con il cellulare, quando noto la noia lancio un intermezzo e mi diverto a osservare il volto di chi era lì lì per addormentarsi. Si tirano su, si raddrizzano all’improvviso, lo sguardo acuto e interessato e le gote che, immagino, si riempiono di vergogna. Imbarazzarli è il mio piacere segreto, lascio scivolare la voce nelle diapositive e non mi concedo di sorridere. Poi chiedo: “Vi è piaciuto?”. E so che non potranno fare altro, si complimenteranno con me. Poveri scemi. Polli destinati al macello, teste da fare volare con la mannaia mentre le gabbie tonde ruotano a vortice.

Mi chino avanti, allungo il braccio, con le dita tocco la fotografia di mia moglie. Come è ovvio mostrarla alla gente che arriva da me, nei giorni peggiori vorrei provocare la curiosità e lo scandalo e sussurrare: “Sa, è la mia amante”. Ma sarebbe stupido, e inutile. La conoscono tutti. Si dice che abbia più carattere di me, che sia bella e atletica e volitiva e in casa porti i pantaloni. Certo che li porta, come le altre donne. Volitiva? Anche questo è vero, l’ho scelta apposta; chi di noi decide di sposare una mezza donna, una che da sola non riesce a prendere un accenno di decisione? Lei mi è piaciuta subito, ho capito a istinto che avrei potuto proseguire nei miei progetti senza deviare troppo, avremmo fatto figli e li avrebbe gestiti senza chiedermi attenzione eccessiva. Così è stato. Non mi sono mai posto il dubbio che fosse lei a comandare, da noi nessuno comanda. Non veramente. Se tutti facessero come noi ci sarebbero meno divorzi: applicare sempre la logica. E’ logico comportarsi in un certo modo e non in un altro. E’ logico andare d’accordo e non porsi domande, notare le sfumature e farsele bastare. E’ logico fare funzionare la casa, tenerla in ordine, imparare a cucinare bene per non sfigurare con gli amici e tenere le proprie cose per sé. Cioè tacere. Si chiede aiuto quando non se ne può fare a meno, ci si espone mai.

E la mia porta chiusa, anche quella non espone. Alla mia destra la finestra che occupa la parete spacca con le righe della tenda moderna il cielo latte sporco e la pioggia. Piove, e piove. Poca gente cammina intorno, e se lo fa non si ferma davanti alla mia finestra. Sono di passaggio anche qui, anche nei vetri affacciati sul giardino nella sua parte posteriore.

Le dita sfiorano la fotografia di mia moglie e la posta elettronica ingrassa di messaggi. Sembra incinta, si gonfia e prima o poi dovrà sputare fuori. C’è la donna che sta nell’altra palazzina, quella quarantenne rompicoglioni. Scrive, scrive troppo. Propone poi si incazza, troppo passionale per i miei gusti. Qualcuno se la porta a letto, io ci ho fatto un pensierino tempo fa ma è stata una fantasia da niente. Deve essere un diavolo, infoiata e calda, ma non fa per me. Non mi piace il corpo, troppo pieno e formoso (per me è grassa), detesto il suo carattere. Elimino il suo messaggio senza guardare, tanto ci saranno altri pronti a risponderle e a mettermi copia conoscenza. Figurati se tacciono alle sue provocazioni, ti tira fuori le sberle dalle mani. E l’altro, guardalo lì. Non dovrebbe essere in ferie? Riesce a mandare messaggi anche dal mare, dove vorrei tanto che rimanesse a vita. Eppure non posso, non devo tirare fuori l’antipatia, non tutta. Lo sanno, la gente conosce i miei fastidi e le intolleranze ma deve mantenere un dubbio. Chissà se è vero o no. Perché in fondo, molto in fondo (secondo loro), dirigo tutta la baracca e il mio equilibrio è necessario. Necessario. Ma dove è scritto? Perché non ammettere almeno oggi, almeno questa volta, che l’equilibrio non esiste e vorrei che il mondo fosse solo il mio sogno, il desiderio che non riesco a nascondere? Lei, lui, l’altro. Il resto fuori, morti o altrove non importa. Vorrei vederli, gli stronzi che mi giudicano. Vorrei vedere loro al mio posto. Fare quadrare i conti e rispondere al consiglio di amministrazione, poi infilare il cappotto e andare a casa, aiutare Carla con la tavola e accarezzare i bambini. I piatti, le posate, i tovaglioli piegati perfetti. E il cinema d’essai, dopo, con la coppia che abbiamo conosciuto in viaggio di nozze cento anni fa. Non si dovrebbe andare in viaggio di nozze, non si dovrebbe fare amicizia con chi ha avuto la medesima, stupida idea. Sorrido e non tolgo la cravatta, Carla sorride e sembra piena di luce. Le piace davvero questa nostra vita, credo.

Mi succede poi di mettere a posto l’automobile in piena notte. Carla scende, apre il portone e mi dice che mi aspetterà a letto. La troverò profumata e stanca, mai che si faccia l’amore. E’ logico farlo quando c’è una festa, quando il momento assomiglia a un’occasione romantica, quando devo consolarla o è San Valentino. Comunque andrò avanti piano lungo la via, controllerò i marciapiedi senza convinzione: non ho paura, me ne frego di chi attenta al mio portafogli. Sono più alto e allenato della media dei bastardi che girano intorno a casa mia. Piano, smozzicherò metro per metro e mi verrà la voglia di altre case, altre braccia. Di sorrisi con la saliva che imperla i denti, e sesso che se non c’è ti strazia di nostalgia. Mi chiederò dove sto andando, magari mi verrà da credere che la quarantenne grassa e impetuosa che si incazza perché non concordo mai con lei sia meglio di una moglie bellissima, atletica e perfetta. E chissà quali altre cazzate. Nella mia mente che rotola.

Non troverò speranza, non avrò appigli. La notte mi darà due pacche sode sulla testa e un morso nel cuore.

La mia porta chiusa e la segretaria poco oltre sono la barriera da niente delle ore di luce. Poi niente. Poi sono sempre io. Dicono che mia moglie porti i pantaloni, che comandi lei. Io dico che non me ne importa niente.

abbaglio e finzione nell’hotel di Venezia: un uomo con il panama in testa

E’ nato nel 1913. Leggo due, tre volte. La data di morte manca. Quindi niente è facile come credevo.
Perché quando mi sono accomodata sul treno, carrozza uno posto trentasei, il pensiero girava e rimbalzava tra i neuroni come una biglia, si divertiva a stuzzicarmi senza prendere forma. Ero sicura che fosse morto. Per me la sua morte era il rifugio confortevole, la conferma che stessi affrontando lo scherzo della mia immaginazione da bambina sempre sovreccitata. Lui, che avevo incontrato poco prima. Invece no. Internet butta in aria le idee e muove qualcosa in fondo al mio stomaco, la data di morte non si trova. Lui è ancora vivo. E’ vivo, capite?
Ordine, ci vuole ordine. Soprattutto con lui. Racconto da capo.
Questa mattina ho scritto, nascosta nella camera piccola dell’albergo con il canale che sciaguattava sotto la portafinestra. Notte tarda, fatica e vino rosso mi hanno reso pigra, ho rinunciato alle ultime ore del congresso per lavorare di scrittura. Alle 11 ho raccolto le borse, afferrato la valigia e mi sono infilata nell’ascensore. Apri, chiudi, scendi. Ho pagato il conto e lasciato i bagagli e per venti minuti scipiti ho girovagato nei metri di Venezia intasati di lusso opprimente e turisti la cui andatura rallenta perfino la fantasia. E l’albergo, di nuovo, alle 11.30.
Nella hall pochi passi, controllo la gente che chiede informazioni ed esito. Non so perché, mi volto. E lui è a meno di un metro da me. Ci scontriamo, quasi, e restiamo fermi. Lunghi minuti.
Sono i suoi occhi: il taglio, la piega laterale in giù, le rughe profonde e molli, l’espressione triste e vuota. Poi il volto. Le labbra sottili, anche quelle piegate, curve appena. Come nelle fotografie. E la postura. E’ molto vecchio ma sta dritto come un palo, elegante in una giacca scura e con il panama in testa. Il suo nome balena in un’immagine, solo dopo arrivano cumuli di parole.
- Ma guarda. Incredibile. Lui è… Ma no, è morto. Figurati. Se anche fosse vivo non potrebbe essere qui.
Sono io a smentire me stessa, e approfitto dell’inerzia, della nostra esitazione. Mi dilungo nell’osservazione e lui scambia qualche parola in tedesco con una donna. La donna si rivolge al personale dell’albergo, poco più in là. In italiano. Anche lui conosce l’italiano, l’accento è tedesco. Dovessi definirlo in poche parole, in questi primi e unici istanti, direi che è antipatico e nervoso, e i miei occhi addosso gli creano fastidio. Ma non posso mollare. Perché sto cercando appigli per smentire me stessa, per convincermi che lui e l’altro, il tizio che ho visto così tanto sui giornali, si assomigliano ma non sono la stessa persona. Impossibile che lo siano. Eppure i dettagli contrari non arrivano. Sono identici.
Stordita, riesco a spostarmi e gli dedico qualche altra occhiata. Si volta, va via. Non gli piaccio, è chiaro.
Divago e chiedo i miei bagagli, non riesco a concentrarmi su ciò che faccio. Metto in un cassetto la voglia di controllare subito, la parcheggio più in là. Poi vado in stazione. Il canale, le nuvole, la pioggia e un quarto di sole negli angoli. Venezia tormentata mi saluta. E in treno scrivo un articolo sul disturbo bipolare e la creatività.
Tempo, e il viaggio bianco verso Milano.
La mente libera si riaccende divertita quando stacco dall’articolo. iPad in mano, cerco il suo nome.
- Dai, vediamo quando è morto. Non può essere vivo.
Rido di me e degli eccessi che il cervello sa creare. Nome, cognome nel motore di ricerca. Risposte immediate, decine di pagine. E la data di morte non c’è. Confusa, leggo le notizie che posso. Dovrebbe essere altrove, agli arresti domiciliari, qualcuno l’ha incontrato al ristorante e ha protestato ma lo può fare, non è un reato. Può uscire di casa nella città dove è agli arresti.
Un uomo alto, tedesco, che conosce l’italiano. Molto vecchio. Il panama in testa.
Non sto più giocando. Racconto a qualcuno, le risposto sono diverse. Un’amica non mi crede e abbozza (solo la solita irrazionale), un’altra invece pensa che sia possibile. Poi ancora parole, e altri credono a ciò che racconto.
Abbaglio. Illusione. Incubo. Fatalità bizzarra.
Non so. Ma sulle rotaie macinate dal treno non abbandono i suoi occhi, e la data di morte che manca. Sono pazza, ipersensibile e facile alle impressioni devastanti. Bipolare il tanto che basta per scrivere. Ma potrei alzare la mano destra e dire che giuro. Giuro sulla somiglianza assoluta, sul caso della vita che vuole che due uomini siano così simili. Non serve che la gente mi creda e forse non ha senso raccontare; conta che dentro di me sia nata una deriva, il rombo tonante di emozione e sgomento. Il volto dell’uomo è il colpo secco di una campana che ha suonato all’improvviso. La breccia temporale si è aperta ai miei piedi, mi ha chiesto di saltare dentro e cambierà la mia vita. Ho visto un passato che, incarnata nella donna di oggi, non ho potuto conoscere. Seminascosti dal panama, ho visto la Gestapo, e i morti e le divise. E la mia fantasia ha creduto di scorgere, pazza che è, un uomo che le pagine del Mondo definiscono ancora “criminale nazista”.

In un albergo di Venezia un uomo qualsiasi, senza nome e tedesco, ha evocato il fantasma di un criminale nazista.

Questa è finzione, amici. Tutta finzione. Niente è vero. Sono uno scrittore, si sa.

saluti e baci dalla terra di mezzo – confessione di una quarantunenne

Giorno uno, Trastevere.

Non ho molto chiara la mezza età. Non so quando inizi e capisco ancora meno il senso di cercare di individuarla. Chi, come me, ha superato i quaranta da un anno e qualche mese potrebbe essere nel mezzo della vita, e l’oroscopo non manca di sottolinearlo. Il tema natale, per la precisione: non sospettavo ne esistesse uno finché la mia amica L. ha deciso di regalarmelo e mi sono trovata su una sedia, a piedi scalzi, con una donna garbata e colta che mi spiegava che ho paura di essere povera ma non lo diventerò mai, che ho la tendenza a dominare ma un certo pianeta fa sì che mi autolimiti, che fino al 2014 avrò vita sentimentale grama ma una notevole forza interiore. Il tema natale del centro esatto della vita, la mezza età. Certo, ci vuole fortuna per essere qui: ai quarantuno mica arrivano tutte. Incidenti, malattie, violenza, sfortuna di vario genere e grado hanno colpito milioni di donne che oggi, nell’istante in cui scrivo, non possono essere con me a raccontare di esserci arrivate a questi miei quarantuno suonati. Se una certezza esiste è che oggi, adesso sono viva e sto scrivendo. Poi si vedrà.

Insomma, possiamo immaginare che io sia in una mezza età teorica, una terra di mezzo che significa giovinezza meno un tot, ma anche maturità meno un altro tot. Le amiche con qualche anno in più sottolineano che l’età in cui mi trovo è meravigliosa, la luce nelle loro pupille sembra confermare la versione che danno: felice, con un’invidia leggera che passa e va. Gli uomini mi osservano più che mai. Che siano i quarantuno o la sensualità che, presuntuosa, so di possedere anche senza una vistosa bellezza fisica, colgo il loro desiderio e non me ne dispiaccio. Intuisco anche il desiderio delle donne: mai disdegnate, alterno storie erotiche con il mio sesso e l’altro, curiosa e lontana dalla pace che forse mai riuscirò a trovare.

Pace. Ho visto scritto su un muro “pace”, oggi. All’inizio del mio viaggio. Quando PG mi ha accarezzata dopo l’amore, ieri notte, e si è alzato per andare nella sua stanza (non dormiamo insieme, è una sua scelta e mi piace niente), sono scivolata nel sonno e ho aperto gli occhi un paio di volte. Ho dormito fino al mattino. Non so se ci fosse pace, certo ero quieta. Poi il muro, e la scritta. Pace. PG era in treno, ripartito, le lacrime si mescolavano al sudore spiegazzato sotto le lenti degli occhiali da sole e Roma pullulava di umanità. Migliaia di mani e gambe nudi, e teste, e bottigliette di acqua passate sul collo per lenire i quarantaquattro gradi segnati dai termometri sulle automobili. E pace. Non ricordo più da quanto tempo manca, e non recupero il perché. Ho un tormento sottile e continuo acceso da un po’, potrei suggerire a me stessa di cercarne il bandolo appena dopo il compleanno dei quaranta, ma il motivo mi sfugge.

L’anno scorso ho compiuto quarant’anni. Appena dopo ho perso la capacità di riposare sul serio. E oggi sono in fuga. E’ una fuga rimandata, la prima volta che ho tentato non mi è riuscita: avevo programmato ogni dettaglio, prenotato l’albergo e il treno e l’aliscafo. Avevo l’autista pronto ad accompagnarmi a Anzio. E mi sono sciolta di terrore, ho disdetto e perso soldi. Ho deluso me stessa, accovacciata in un silenzio consolatorio, e credo di avere deluso anche PG che è uomo come tutti: adora che io sia tosta e decisa, e che mi levi dalle scatole quando rischio di diventare sentimentale. Non ce l’ho fatta, mi mancava l’aria all’idea di abbandonare i miei gatti per due giorni o tre. Cosa che accade con regolarità assoluta, infatti la mia fuga a Ponza si tramutò comunque in un viaggio dei miei nella città che mi guarda. Roma, perché a Roma anche il dolore si sopporta meglio. Insomma, questa volta devo andare. Domattina l’autista (un altro, diverso dal precedente) mi accompagnerà ad Anzio, mostrerò la mia prenotazione, caricheranno la mia valigia e l’aliscafo partirà. Si tratta di metterci il piede, su quell’aliscafo. Finché non vedrò il mare che corre sotto il mio corpo seduto non potrò credere nella realtà della fuga.

Ponza è nei libri che scrivo, è nel DNA montanaro di una donna di quarantuno anni nata a Lecco che si è scoperta ponzese quando era già adulta. Ponza è, oggi, un esperimento. Perché se non me lo dice lei chi sono e cosa mi sta succedendo nessuno può aiutarmi. Finora ho capito davvero poco.

E’ probabile che accada a tante altre, anzi è certo. La crisi dei quaranta, pare che si dica così. Come la storia della mezza età. Il fatto è che i sintomi sono difficili da raccontare. Primo tra tutti l’estraniamento. L’assenza di un luogo. Viaggio come un rappresentato di commercio ma non trovo il luogo, idealmente non esiste. E neanche la casa è il luogo che cerco. La pace che ho letto sul muro di Roma è evaporata, svanita insieme alle scarne ma solide certezze che da bambina riuscivano a penetrarmi il cuore insieme al brodo caldo se da adolescente piangevo per amore. Mi sento aliena, in transito verso non so dove. E insoddisfatta. Di me. Quando alzo la testa e cerco di affrancarmi, provo a spezzare catene che solo io ho creato mi accorgo che non saprei dove esistere, che di solito la gente si ribella e sa dove arrivare e perché, io invece non lo so. So che scrivo e vorrò essere sempre più scrittore, so che accetto a morsi il mio carattere ipersensibile, debole e forte, mutevole ed egocentrico, so che mi trovo in un’evoluzione che farà epoca. Ma altro non è dato, non vedo luci in fondo alla galleria in cui cammino.

Non hai figli, è anche questo. Lo dico da sola perché interpreto il pensiero di chi invece i figli ce li ha. Chissà se è vero. Mi viene in mente che non ho figli quando vedo i bambini degli altri, quando mi commuovo forse troppo o mi innervosisco e non lo voglio mostrare. Ma parlare di maternità frustrata è eccessivo. Tra un libro e un figlio scelgo il libro e so che per molti lettori questo basterà per terminare la lettura in questo istante. Pazienza, abbandonate pure il mio diario intimo dalla terra di mezzo perché non cambierò versione: non ho avuto figli, capita che sorga una nostalgia tenue e strana ma i libri che scrivo incarnano ciò che di me tengo a trasmettere. E sono importanti, viscerali, concreti e densi di attese e ansia quanto i figli.

Questa sera in albergo rimpiango PG, la sua stanza (accanto alla mia) è diventata estranea: un uomo giovane, ovale, scuro e senza il portamento elegante del mio uomo mi ha salutata e ha osato infilare la chiave nella serratura, ho risposto al saluto mascherando la rabbia. Nel bagno, sbirciato mentre passavo, un accappatoio abbandonato sul pavimento. Orrore. La notte scorsa e questa mattina il tuo letto, caro uomo ovale, ha visto PG con me, e il sesso e l’amore. E tu non saprai quale differenza faccia. Ho chiesto due bottiglie di acqua al bar prima di salire, mi hanno risposto che l’acqua è nel frigobar. Ho detto che quando scrivo bevo tanto, l’acqua del frigobar non mi basta. E ho pensato che era sciocco giustificare, ancora più sciocco obiettare da parte del personale dell’albergo. Ti chiedo l’acqua e firmo il conto, allora? Ma ho taciuto, non ho voglia di confermare il sospetto atavico di ogni albergatore: gli scrittori sono instabili, folli e avanzano richieste bizzarre. Meglio non ospitarli, anche se danno lustro e un certo senso di elevazione culturale. Così, con le due bottiglie in braccio, mi sono infilata in ascensore e ho acceso il computer. Non ho raccontato che prima di ritornare a Trastevere sono entrata in farmacia e ho chiesto una scatola di ansiolitico, ho usato la prescrizione che un’amica medico mi ha fatto prima che decidessi di scappare a Ponza. Sapere che la scatola degli ansiolitici è in borsa aiuta, spesso è sufficiente che la sfiori, o se la situazione è grave la stringa nel palmo senza schiacciarla: mi fa bene sapere che è là. China sulla scrivania piccola della stanza osservo i caratteri dodici Cambria che si accumulano nella pagina. Saluti e baci dalla terra di mezzo, è arrivato prima il titolo. Il resto, se avrò il coraggio di mettere il piede sull’aliscafo, accadrà in seguito.

Giorno due, Ponza

Ho messo i piedi sull’aliscafo, aperto il libro e perso il senso del tempo finché ci siamo abbassati e la velocità è diminuita. Ho dato un’occhiata a Zannone e intuito il profilo di Ponza. Sono scesa tra gli ultimi, aspettavo l’effetto. L’effetto dell’isola e di questa fuga. E sembrava fosse niente.

Giù dall’aliscafo ho atteso la valigia ed evitato di salire su uno dei tanti taxi fermi in attesa, ho trascinato corpo, valigia e borse su per la salita fino all’albergo. Non il solito, al Bellavista non c’erano stanze: ancora più su, fino alla torre borbonica.

-       Ma se è da sola avrebbe dovuto dirlo, le ho dato una camera grande.

Benvenuta a Ponza, eccomi nella normalità di questo luogo magico e brutale. Non merito una camera grande perché sono-una-donna-sola. Ma ormai ho imparato e baro ogni volta che prenoto: fingo che si sia in due e che il mio compagno abbia cambiato idea all’ultimo momento. Comunque ho spiegato che l’ho fatto apposta, la volevo proprio così. L’ultima stanza, quella più alta, cinque o sei rampe di scale a picco senza ascensore e la finestra che si apre su Zannone. Quando ho appoggiato le borse sulle sedie con il cuscino a fiori i miei vestiti leggeri erano fradici di sudore, ci sono voluti tre o quattro minuti perché la brezza li staccasse dalla pelle. Ho scattato fotografie e bevuto il mare, il cielo turchese e la scia di poche barche. Le stesse barche che adesso, qualche ora più tardi, rientrano in porto. La Carloforte, lenta, sembra offrire il passaggio alle altre con pazienza benevola: è un animale grosso che ha imparato a comportarsi, dietro di sé ha un tratto di acqua piatta, traslucida, senza la scia. Intorno corrono come piccole mosche yacht bianchi e motoscafi, si affannano per arrivare prima e non trovarsi nel mezzo delle sue manovre. Di notte ho l’abitudine di passeggiare fino alla Carloforte: lascia aperto il portellone ed espone un cartello con l’ora di partenza. Sempre troppo presto per me. Lenta, va avanti lenta. La barca dei gitanti di Settemari guizza oltre lo scoglio e accelera, vedo corpi appollaiati a prua: sono abbronzati, lucidi di olio solare. Probabile che nascondano borse gonfie di avanzi del pasto, teli di spugna e qualche bottiglia bevuta a metà. Ricordo quando ho incontrato questa barca a Palmarola: fregandosene dei passaggi e delle gole tra le rocce, il comandante permetteva a tutti di lanciarsi in mare a destra, a sinistra, a poppa e prua. Un carnaio sconnesso tra le pale dei motori degli altri.

A destra, poco più in qua rispetto all’orizzonte del mare aperto, la nave che trasporta l’acqua. O forse il carburante per la centrale elettrica, ancora non riesco a distinguere. E’ carica, pesante, affonda per buona parte. La sua scia è turchina, solleva piccole onde blu scuro. Ancora lontana, lascia scendere l’ancora: il clangore della catena è spesso, corposo, enorme. Clang, clang, clang, la nave scivola verso il porto e a un tratto si ferma, il rumore svanisce: mi sporgo per seguirla, sta virando su se stessa in un cerchio perfetto. Penso alle serate quiete al ristorante, la luce che cala sul porto e quella nave come un ammasso di ferro sinuoso e placido legato alla terra solo perché deciso a lasciarsi ammaestrare. Mi fanno impressione i motori delle navi, mi intimidiscono le ancore grandi che con un colpo potrebbero sollevare il mare. L’ancora è un’incognita: quando la tiri su non sai se è libera o se con sé porterà qualcosa. La osservo mentre esce dall’acqua e aspetto, se sono io a salpare non posso staccare gli occhi dalla superficie del mare; resto ferma per intuire il profilo e il suo colore, e se vedo alghe so che sarà facile ripulire. Ma se abbracciata all’ancora c’è una sorpresa ignota ecco la paura; ho agganciato la catena di una boa, una volta, e per staccarla ho dovuto lasciare andare il mezzo marinaio. L’ho visto schizzare sotto, travolto dal peso, gli ho detto addio.

La pace che cercavo mi è calata addosso insieme all’isola. Ho camminato e camminato, conscia delle ore e dei giorni e del tempo ristretto. Il Brigantino di corso Pisacane aspettava i miei libri: ho vuotato la borsa e li ho lasciati, poi sono andata avanti fino a Santa Maria. Ritrovo i metri, i centimetri inspiegabili dell’isola che mi fa sentire a casa. Le rondini giocano, le barche continuano a rientrare nel porto. Mi sposto e cerco qualcuno, vorrei una bottiglia di acqua. Vorrei. Riconosco il bar perché alcune piccole bottiglie di analcolico rosso spiccano sulla murata bianca, ma niente oltre a loro evoca la possibilità che riceva l’acqua che desidero.

Sposto lo sguardo sulla torre borbonica: una crepa larga quanto il mio torace mostra le pietre, toppe di intonaco ingialliscono qua e là. Decido che non potrà cadere finché sono ospite in albergo, perché dovrebbe? Lo spirito dell’isola mi possiede, il fatalismo molle e pigro si mescola al calore e alle piccole furbizie di un ex confino. Ho imparato solo dopo anni che se compro più di un giornale devo controllare che non me ne sfilino uno dalla pila dopo che ho pagato; sono ormai capace di sedermi ad alcuni ristoranti accettando che non sia mia la scelta, ma, perché sola, davanti a me si appoggino i piatti decisi dai proprietari. E questo albergo non si sbriciolerà, non oggi e neanche domani. Se avessi potuto comprare il faro della Guardia l’avrei ridipinto di bianco, e dentro avrei voluto tende candide e leggere. Ho infilato l’isola e il faro in tutte le storie che ho scritto, la stanza da letto affacciata su Palmarola ha visto amori e solitudine e uomini che seducevano, amavano, possedevano le mie protagoniste con il rumore delle onde sbattute sulle rocce centinaia di metri più sotto.

Cosa cerco qui, oggi? Una telefonata mi riporta indietro, su un’autostrada dove qualcuno mi racconta che ha confuso la pompa della benzina con quella del gasolio e aspetta il soccorso stradale. Sono lontana, il mio ruolo di amica e assistente è impossibile, ma l’ansia mi strappa al mare. Vedo a malapena le barche e le loro scie, i profilo di Zannone sfuma con la voce fioca delle rondini. E’ questo, è la sensazione che l’equilibrio del mio piccolo mondo dipenda da me. E il senso di colpa, il viaggio mi distoglie dal dovere di essere ciò che per anni sono stata. In un film qualcuno diceva “Sono Wolff, risolvo problemi”. E’ la frase perfetta. Sono io, risolvo problemi. Ho creduto che l’amore fosse l’aiuto che davo, il bisogno che riuscivo a creare quando sapevo rendermi indispensabile. Quale gratificazione, quale godimento constatare che si è il perno di una realtà che potrebbe essere amore! Poi si capisce che funziona tutto a rovescio. Il bisogno è bisogno: se si chiama così e non si chiama amore esiste un motivo. Perché il bisogno non è amore.

Negli anni ho sempre scelto uomini che, in un modo o nell’altro, avessero bisogno di me. Lavoro, salute, esigenze concrete di una vita da organizzare. Ho costruito tassello dopo tassello la mia prigione perché potesse darmi la sensazione dell’amore. Peccato che oltre le pareti della prigione siano esistite altre donne che tutto avevano in mente tranne l’aiuto, la sollecita presenza, la saggezza dei consigli e l’assistenza vivace e operosa. Erano deboli, loro, avevano voglia di ricevere attenzione. Nessuna si sarebbe sentita come mi sento io ora, a centinaia di chilometri dal distributore di benzina dell’autostrada e con il pensiero che stia mancando a un dovere. Non sono stata io a confondere la benzina e il gasolio, non io ho infilato la pompa sbagliata nel serbatoio, però sono a Ponza, seduta davanti al mare con il romanzo che si scrive sotto le dita e la brezza che solletica il collo e accarezza la schiena. Male, molto male: avrei dovuto pensarci e non allontanarmi così, non mettere il mare tra me e i problemi che avrebbero potuto nascere.

Le rondini e il silenzio, per la prima volta la Carloforte è ripartita subito. Stupita, l’ho seguita mentre si allontanava e fendeva il tratto di mare a spicchio sotto la terrazza dell’albergo. Mi piace che le rondini aprano le ali a pochi metri dai miei occhi, ho la sensazione che lo sguardo le trapassi senza fare male. Per un paio di anni ho affittato una casa bellissima a Firenze, era affacciata su Ponte Vecchio; era stata la casa di Adriana Pincherle, pittrice e sorella di Alberto Moravia. Le rondini a centinaia giocavano intorno a Ponte Vecchio, mi capitava di osservarle per ore girare intorno e sfiorare l’acqua, andare su e rincorrersi e fare voci che strapazzavano il tramonto. Il cielo aveva nuvole sfiocchettate oppure sfumava rosso nell’indaco e nella notte, e le rondini garrivano nella danza folle dell’amore e del gioco, ed erano manciate, nugoli, stormi pieni a non finire. Ho imparato là a conoscere il volo spregiudicato e veloce della rondine, ti viene incontro e non ha paura, piega in alto o in basso in tempo perché tu non possa toccarla. Sfila, corre via, ti mostra l’arte dei suoi volteggi e ritorna. E grida, canta, non puoi ignorare che esista e neanche dimenticarla più. Se solo ricordassimo come è l’istinto dell’animale, se solo lo tenessimo anche per noi. Ho incontrato un gatto morente, prima. A Santa Maria una donna me lo ha indicato al margine della strada, all’imboccatura della galleria. Era stremato e miagolava, metà del corpo senza più peli. La donna l’ha sollevato e portato più in là, tra due case, l’ha appoggiato a una roccia dipinta di bianco; si è alzato e si è nascosto in un pertugio, sdraiato con le mosche addosso. Sono rimasta a guardarlo, l’ho accarezzato con la mente e pensavo che stesse morendo, e che la morte fosse la guarigione. Lasciare andare, mai stata capace. Aprire le mani e mollare il controllo (un controllo impossibile, ma vallo a spiegare ai miei neuroni ipersensibili). Il gatto disteso, sempre più calmo, respirava piano e ogni tanto chiudeva gli occhi; le mie mani, metri sopra, lo accarezzavano e volevano che accadesse il meglio. La guarigione, le forza a ritornare oppure la morte.

Oggi non potrò ritornare indietro. L’ultimo aliscafo se ne va. Eppure, nonostante l’autostrada e il senso di colpa fulmineo e la distanza che mi impedisce di essere la solita io-che-risolve-problemi, respiro la vita che solo qui addensa significati diversi. E sono in pace. E non mi preoccupa troppo che il cellulare ogni tanto non abbia campo. Ho quarantuno anni, non ho avuto figli e mi sono sempre lasciata amare per bisogno, senza rendermi conto che non è mai stato amore. Poi sono fuggita. Quando ho visto il gatto e pensato che forse avrebbe fatto meglio a morire ho tentato di aprire le mani per lasciare andare un pezzo di me.

Giorno tre, Ponza

Ho sempre avuto una strana curiosità nei confronti della morte. Da bambina dichiaravo che le alternative professionali sarebbero state camionista oppure becchino; ovvio che mentivo, sapevo bene che mai avrei scelto di diventare becchino oppure camionista. Massimo rispetto per queste due professioni, ma non sono per me. Amavo l’espressione esterrefatta di chi mi ascoltava e il divertimento lieve che scorgevo sui volti. Perché avessi voglia di provocare parenti e amici con l’idea di diventare becchino non so, ci pensavo questa mattina al cimitero. Arrancavo su e giù, leggevo lapidi e fotografavo le frasi più toccanti e rimuginavo sulla curiosità per la morte. Che ho sempre avuto.

Ricordo quando mia nonna mi portava con sé ai funerali: entravo nella parte e, nonostante avessi solo tre o quattro anni, mi sentivo vicina alla persona defunta che il più delle volte non avevo mai visto. Sconosciuti chiusi nelle bare o esposti nella camera ardente dove mia nonna non mancava di piangere due o tre minuti stringendo le mani dei familiari. Mi commuovevo tanto da mettere in piedi lunghi monologhi notturni, vere lettere postume a mezza voce che strappavano (a me) lacrime di addio. Parlavo con i morti, insomma, e mi straziavo per la loro dipartita. Penso che le passeggiate pomeridiane ai funerali per mia nonna fossero un diversivo, con il sollievo sottile di essere viva e arzilla nella coda di persone che seguiva il feretro. Teneva la mia mano e ripeteva il rosario, non sempre mi sembrava troppo partecipe del lutto ma può darsi che questa sia la mia lettura adulta di eventi troppo indietro nel tempo. Poi c’è stata la storia del becchino, ma è venuta dopo. Come esperti bookmaker, i parenti giuravano che sarei diventata medico e il nonno, il più saggio e inascoltato, scuoteva la testa convinto che avrei dovuto seguire la mia inclinazione e lavorare come scrittore o giornalista. Il fatto che il mio futuro fosse stabilito da altri mi spinse a optare per alternative irrealistiche e per niente vicine alla mia personalità: camionista (mi intrigava la libertà) oppure becchino. Una leggera inclinazione alla prossimità fisica con i cadaveri esiste sul serio, a lungo la morte mi ha insinuato orrore ma anche un’attrazione che non saprei spiegare.

Ogni volta che ritorno a Ponza vado a visitare il cimitero. Mi commuovono le lapidi ingenue, creative, i numeri e nomi scritti a mano e i pensieri strazianti di genitori, sposi, nipoti. I cognomi sono quasi sempre gli stessi: Mazzella e Feola, per esempio. La disposizione dei sepolcreti e delle tombe è bizzarra, obbligata dalla conformazione del cimitero abbarbicato alle rocce: scale che vanno giù e su, sentieri quasi mai comunicanti tra loro, non esiste una strada unica che permetta di girare tra i sepolcri senza stare attenti a dove si mettono i piedi e memorizzare come Pollicino il tragitto più semplice. L’acquisizione recente è il profilo nero dipinto sulla calce bianca perché si eviti di cadere: è un’evoluzione che condivido, mi sono chiesta spesso quanta gente, colpita dal caldo a picco sulla testa e dalla confusione di viottoli, si sia fatta male nel giorno dedicato alla visita ai morti. Certo è che dal cimitero la vista dell’isola è meravigliosa: difficile inquadrarla nelle fotografie conservandone la magia, se si sale fino al cimitero si colgono dettagli che altrimenti potrebbero sfuggire. Con gli amici più suscettibili evito di raccontarlo, ma le immagini migliori che mi capita di donare loro sono colte dagli angoli aggrovigliati di sterpi e rocce ai margini del cimitero.

Uno dei pensieri strani che questa mattina mi hanno colpita è che nel 2006 Ponza abbia perso tanta gente, e che l’amore per alcuni defunti più giovani o popolari si possa quasi toccare. Ci sono bambini con fotografie vivide, giocattoli, piccole statuette di santi souvenir di pellegrinaggi e messaggi straziati dei genitori, giovani le cui vite si sono interrotte a sedici, venti, trentasei anni, e c’è la tedesca di Santa Maria che, come spiega la lapide semicancellata, “amava Ponza”. C’è una donna il cui ritratto fa pensare alla follia o a una disabilità: sulla sua tomba una Minnie in pupazzo è appesa da che ho memoria; quale tenerezza di fronte alla fotografia di questa donna, quali carezze riesce a strapparmi. Alcuni di loro mi paiono familiari: fu la mia prima visita al cimitero, tanti anni fa, a mostrarmi la giovane e avvenente ragazza fotografata di tre quarti, i capelli lunghi e scuri sciolti sulle spalle e la scritta “sei stata il nostro sogno più bello, mamma e papà”.  L’anno scorso la lapide lunga, orizzontale, sempre lucida ha ospitato una fotografia più piccola, un uomo nato nel 1922 con lo stesso cognome della ragazza. Suo padre. Mi sono fermata da loro, oggi, e ho immaginato come sia stato il loro incontro. Il padre l’ha raggiunta e, non so dove, probabilmente si sono abbracciati.

Il labirinto faticoso di scale e viottoli qualche volta mi ha scoraggiato. Forse avevo un rapporto differente con la morte, non ero ancora saltata oltre il guado della consapevolezza. Insomma, mi è capitato di concludere le mie visite al cimitero con un’inquietudine storta e la rinuncia a raggiungere le parti più lontane e basse scavate nella roccia. Cinque o sei anni fa sono scappata quasi di corsa, avevo la sensazione che i passi di un uomo (che però non riuscii a scorgere) mi seguissero. Questa mattina sono arrivata agli estremi limiti, ho scoperto zone mai viste. E il monumento isolato, in fondo, in un piccolo riquadro di terreno con gli alberi davanti: ho preso un’immagine e chiederò a qualcuno di tradurre la lingua (araba?) di questa specie di piramide chiara. Di nuovo sono entrata nella chiesa appena oltre il cancello: la statua della Madonna è un’invenzione ingenua, e ingenua e tragica è la lapide di un bambino che, forse perché ricco, ha meritato il sempiterno ricordo proprio accanto all’altare.  Ricco e sfortunato, non sono sicura che la lapide in chiesa fosse ciò che sognava per sé. E il sedicenne con la maglia della squadra del cuore appesa nel sepolcreto? Cosa avrebbe voluto ottenere per la propria età adulta?

La morte è metafora finché smettiamo di respirare, la mia analista direbbe che per evolvere e diventare altro, per andare avanti è necessario che muoia una parte di noi.

Ieri sera sono andata a cercare il gatto. Nonostante la stanchezza ho oltrepassato le due gallerie: quella più breve tra Ponza e Giancos e l’altra, lunga, fino a Santa Maria. Tre o quattro scalini a sinistra, una nicchia di roccia bianca e non l’ho più ritrovato. Era buio, ho creduto che fosse più in là, nascosto in un angolo, ma non sono riuscita a vederlo. Può darsi che sia morto e qualcuno l’abbia spostato, oppure l’energia è ritornata e ha scosso da sé le mosche per ritornare a vivere. Oppure, ma per una come me questa soluzione è la peggiore, si è trascinato altrove senza risolvere la propria via di mezzo tra morte e vita, il respiro di pancia inframmezzato a miagolii di dolore.

La finestra aperta mostra un rettangolo di cielo, il verde della vegetazione e accenni delle onde del mare. Hanno gettato un’ancora pesante, poco fa. L’aria condizionata è spenta, la brezza che riesce a filtrare è sufficiente. Scrivo con il computer sulle gambe, seduta sul letto che è su un soppalco; scale, scale, ancora scale. Troppe scale e il sudore che cola addosso e impregna i vestiti. La stanza che mi hanno dato (troppo grande per una donna sola) ha due porte di ingresso, e una è aperta. La chiave ne chiude solo una. La notte scorso ho piazzato la valigia e una sedia dietro la porta che non si chiude, è difficile che abbia paura ma l’idea che si possa entrare qui mentre sono addormentata mi piace niente. In più, il telefono è ponzese cioè finto: bianco, pulito, con il filo nero che penetra in una presa nel muro, ma inutile. Non è collegato. Questa mia favolosa vista sull’isola è l’unico merito di un albergo che, per fortuna, non è quello abituale. Dopo il cimitero sono andata a trovare gli amici del Bellavista. Mi hanno mostrato il ristorante nuovo sulla terrazza e una stanza singola che occuperò quando ritornerò ad agosto. Avrò il mare negli occhi, la porta sarà in grado di chiudersi e il telefono avrà un senso funzionale e non solo estetico.

Un elicottero basso, il rumore alle mie spalle nel cielo spaccato dalle linee dell’isola. Si dice che il faro della Guardia sia in vendita con il vincolo che sia trasformato in un resort di lusso. Al Brigantino ipotizzano che non sia quello il faro in vendita, e una piccola e minuscola e luminosa speranza si è accesa nella mia testa. La speculazione su Ponza è appena percettibile, siamo agli albori della trasformazione in un’altra Disneyland che piacerà ai milanesi modaioli che giocano a golf. Agli albori, non ci siamo ancora. Per un po’ di tempo Ponza sarà ancora la mia isola, poi dovrò emigrare. Insomma, sentire che forse non è il mio faro che è stato messo in vendita (pare sia zona militare) ha cancellato per qualche istante l’afa e il respiro mozzo. Il mio prossimo romanzo (sarà poi quello il prossimo? Chissà) è parzialmente ambientato nel faro della Guardia, l’ho ricreato a mia immagine e fantasia, a mio bisogno e realtà parallela. Il resort di lusso proprio non ci sta. La prima volta che mi accorsi del faro della Guardia ero in barca, su un gozzo di legno con il tendalino. GP. conosce Ponza, è venuto qui da studente di medicina almeno quaranta anni fa; nei primi anni della nostra relazione volle mostrarmela, e ogni volta che ritorniamo affittiamo un gozzo che carichiamo con teli di spugna, fichi, mozzarelle e pane. E litri e litri di acqua. Poi le pinne, gli occhiali e le maschere. Quella prima volta fui colpita da quanto conoscesse ogni anfratto, perfino le manovre migliori per le rocce affioranti; amo che sia lui a pilotare, lasciavo che gli occhi viaggiassero alla velocità del gozzo, il tratta di mare tra Ponza e Palmarola era calmo. E il faro colpì la mia attenzione. Fu la coscienza della perfezione. Era la mia casa, il rifugio necessario. Sono nata per abitare al faro della Guardia. Fu la prima e ultima volta che mi capitò un innamoramento del genere, e forse non è un innamoramento: è il riconoscimento tra due entità che si appartengono. Il faro e io, io e il faro.

Mi chiedo cosa accadrà di queste pagine. La mia fuga, e l’isola. Ponza si infila nelle storie che scrivo, nei sogni e nei sospiri. Voglio vivere qui? La domanda è nata oggi davanti a un piatto saporito di pesce servito quaranta minuti dopo l’ordinazione. I giornali spiegazzati, la linea del cellulare che andava e veniva, un motoscafo grosso e viola in attracco a un pontile. Voglio vivere qui? Non ne ho idea. Certo, l’isola interrompe e rallenta. Soffia lentezza appiccicosa e placida sui pensieri e sulla rapidità dei gesti. E non ho il problema di inventare chi sono, di costruire la giornata. Solo qui succede, non mi importa di decidere cosa e quando. Rientro nell’albergo temporaneo (ogni albergo è temporaneo, questo lo è più degli altri) e scrivo, vomito confessioni e ricordi e parole accaldate senza sapere cosa ne farò. Parlo di morti, di cimiteri, di gasolio e benzina, di gatti in agonia che spariscono dalle rocce bianche. E non ho dentro la trama di un romanzo, non ho il sapore di personaggi nati e destinati a vivere. Ho me, e la scrittura. E dubbi giganteschi su cosa sia la mezza età e quale significato abbia. Quarantuno anni mi fanno dire che non andrò al faro a piedi, non con questo caldo. E’ questa l’età di mezzo? L’inizio del non fare per preservare una salute che è questione di equilibri a noi inaccessibili?

Lo specchio sulla parete riflette la finestra, e la finestra racconta case con i colori pastello che digradano fino al mare. Sulle labbra il sale. I capelli arricciati senza una forma.

A Ponza, da sola. Chi l’avrebbe detto.

Che poi forse avrei dovuto aspettarmelo. Abbiamo ciò che attiriamo nella nostra vita, io ho attirato tutto questo. Non che abbia da lamentarmi: ho una professione che mi riesce bene, ho la salute e persone che si ricordano di me. Conosco il mondo, il mondo conosce me. Quando scappo posso arrivare a Ponza e potrei anche andare oltre. Posso, posso, posso. Il punto è che cammino sulle strade delle città meravigliose che mi va di visitare e mi accorgo che al mio fianco c’è nessuno. Sono sicura che il tempo arriverà, me l’ha detto la donna che mi ha letto il tema natale ma il suo sforzo non sarebbe stato necessario. So che la solitudine appuntita di questo periodo, una solitudine densa di persone ma vuota di vicinanza intima, cambierà il proprio aspetto, si plasmerà all’età e alle circostanze.

Nel tardo pomeriggio sono salita su un autobus delle autolinee ponzesi, ho agganciato gli occhi al finestrino e osservato dall’alto l’isola che sfilava. Lucia Rosa, Le Forna, Forte Papa. Avrei voluto cenare al Tramonto ma il tavolo non c’era. Peccato per la cena e per le fotografie che non ho potuto scattare. Sulla strada del ritorno Palmarola così vicina, lavata dal sole perfetto e da una luce emanata dalle rocce scure mi ha tolto la capacità di pensare. Avrei pianto, ma di gioia. Se il faro fosse davvero la mia casa avrei Palmarola così tutte le sere: il profilo frastagliato che muta con il vento e gli anni, il corpo massiccio e l’esplosione del sole. Amerei anche i temporali, e il vento impetuoso a spaccare gli scogli.

Dentro il paese di Ponza c’è una via piccola che mi affascina più delle altre. Si chiama via del corridoio, costeggia a mezz’aria (sembra proprio di essere sospesi) la roccia vulcanica nera e gigantesca, è un passaggio lungo su cui si aprono le porte delle case con i contatori per l’elettricità a vista e poco spazio per camminare in due. Più avanti, verso le gallerie e “Gennarino a mare”, si sale e si arriva al piccolo hotel Luisa. Non vede il mare, ma a me piace ciò che sta accanto al mare senza la spudoratezza di una vista assoluta. Come la mia casa di Tellaro: è un bilocale silenzioso e quieto, piccolo e rivolto alla valle. Guarda la vegetazione e ascolta muta la realtà cruda di un centro per disabili. Auguro a tutti di trascorrere almeno qualche ora in prossimità di un luogo dove si possano incontrare persone disabili: è un bagno di saggezza e pensiero, e riflessione che non può lasciare indifferenti. A Tellaro la casa non vede il mare nonostante sia a meno di cento metri dall’acqua, ma la terra con il suo silenzio e la presenza di adulti e ragazzi con disabilità gravi rendono i miei soggiorni unici. E la scrittura fluida e profonda. Il piccolo hotel Luisa mi ha ricordato la casa di Tellaro: quieto, lindo, tanto verde e i fiori, il mare solo nell’odore del vento. Non sono sicura che questo sia un ricordo, forse è una semplice suggestione, ma l’albergo evoca scrittrici che amavano Ponza, donne cui mi sento vicina oltre i limiti temporali e fisici.

Il ronzio lieve dell’aria condizionata e la voce di Claudio Lippi dalla finestra: arriva dal porto dove hanno montato un’impalcatura di ferro e questo pomeriggio qualcuno, una donna, cantava l’inno nazionale. Il libraio del Brigantino mi ha spiegato che questo 9 luglio è speciale, c’è la sfilata. Non ho chiesto quale sfilata, né ha tenuto a spiegarmelo: era chiaro che il mio acquisto di libri significasse che mi sarei ritirata in albergo, ed era altrettanto chiaro che lui apprezzasse la mia scelta. Comunque Ponza oggi assomiglia a Beverly Hills. La cena all’Aragosta (posso definirlo il mio ristorante preferito? Non so se lo sia, certo è il ristorante che finora ha trovato posto nei miei romanzi, insieme al Bellavista di Erasmo e Giovanni) è stata pennellata da visioni famose: nella folla di gambe e braccia e cosce tornite e scure di sole ho scorto la presidente della Regione Lazio (che gorgheggia ora sotto le mie finestre), un regista famoso per film di leggerezza becera, due o tre giornalisti, il presidente della RAI, un cantante e pletore di visi che “sono qualcuno ma non so bene chi”. Non mi aspettavo una folla di questo genere all’inizio di luglio, il viavai di lucernari (questa ve la spiego, arriva da Umberto Veronesi che un giorno fu apostrofato da un tizio più o meno così: “Professore, quale onore per me incontrare un lucernario come lei”) è più tipico del mese di agosto.

E rallento. Il terzo giorno della mia fuga, lungo e intriso di calore e pace. La pace scritta sul muro a Roma, una pace strana che, ancora, sussurra al mio orecchio che sono nata in questo luogo, a questa isola appartengo. Il lago di Lecco, il piccolo paese di Calco? Non so dire quale relazione abbiano con Ponza, ma è qui che l’anima si placa. E rallenta. Come accade ora, la mente evapora pensieri che non servono e rimanda. Potrò scrivere ancora, domani, e aggiungere parole e pagine. Domani. Per anni ho invidiato Jack Nicholson che in Shining aveva a disposizione l’Overlook Hotel e la neve, e gli alberi, e una dispensa inesauribile, e il camino. E la scrittura. Forse è questo, il ritiro in una solitudine obbligata ma voluta, l’abbandono di ciò che non è scrittura. Di ciò che, in effetti, non è.

Perché scrivere è creare, mescolare e fondere. Ho infilato me stessa e la fantasia, ho inventato e modificato, plasmato e strappato, poi ricucito. Ho lasciato andare i sensi e immaginato cosa accadrebbe se… Tutto e niente è vero nelle parole che ho messo in fila. Succede che incontri persone che non conoscerò mai, ma riesco a inventare relazioni e amicizie che acquistano l’odore della pelle e il senso dell’amore. Dell’odio. Di un legame karmico. Comunque. Ho sfiorato fatti e persone, stravolgendoli nello stesso momento, tanto da intirizzire la pelle di brividi freddi e piccoli. E a ciascuno lo propria verità.

Perché io sono la mia scrittura.

Pace a voi.

dal porto, diario spezzato

L’ultima barca sul pontile si chiama “Croce del sud”. Mi chiedo, guardandola, se il mio ricordo dei proprietari corrisponda alla verità. La verità intesa come corrispondenza del ricordo con ciò che effettivamente è in questa dimensione della vita. Perché se corrisponde significa che qualcosa di strano accade. Nei miei pensieri, in fondo al pontile la barca a vela piccola è di un uomo giovanile e la sua compagna bionda, magra e sempre abbronzata. Fanno parte del porto, mai che siano stati assenti nei miei anni spesi sulla barca bianca al P70. Eppure da un po’ di tempo “Croce del sud” è sola. Mesi fa Claudio, un avvocato scrittore con il motoscafo qui a fianco, ha detto a qualcuno “Hanno cambiato pontile”, e non ho capito (né ho voluto chiedere) se si riferisse a loro. L’aura scintillante dei capelli argento dell’uomo giovanile e la linea invidiabile anche se secca della compagna bionda hanno abbandonato il piccolo borgo P e raggiunto un altro microcosmo portuale, chissà dove. Perché un pontile è un borgo, potrei raccontarvi chi ha la televisione e la domenica si allunga e segue le puntate del “Tenente Colombo” e chi invece cambia fidanzata di fine settimana in fine settimana. E loro potrebbero dirvi di me: vi racconterebbero che il mio umore è mutevole, capita che parli anche con le cime tirate e i parabordi e succede invece che sia scostante, brusca, facile alla rabbia. Potrebbero spifferare che ingrasso e dimagrisco, detesto chi non rispetta le regole, chi sorpassa troppo vicino e solleva onde che rovesciano tutto e mi infastidisce parlare se sto scrivendo sprofondata a poppa. I vicini della “Croce del sud” mi seguivano con gli occhi, erano presenze mute ma certe. Se ne sono andati, quindi. Ma la “Croce del sud”? Non è che si trasferiscano solo gli armatori, dovrebbe spostarsi anche la barca. Invece è là, sola e beccheggiante mentre scrivo e tiro su la testa per osservarla.

Ho mandato giù spicchi di limone prima di appoggiare il computer alle gambe. Due, tre, quattro tagli e in gola gli spicchi, occhi strizzati e la lingua ancora brucia. Una tortura autoinflitta nell’ozio del cielo pesante di nuvole sfiocchettate e dense. Sono grigie, qualcuna è pallida e bianca; lontano, sopra Portofino, vira un Canadair. Nella passeggiata fino al margine del porto ho messo insieme silenzio e pensieri, ho fatto fatica a rispondere a qualche sms che chiedeva di definire come mi sentissi. In una danza sconnessa e necessaria, credo. Più avanti, molto più avanti di prima, ma in un vicolo di passaggio. E vira ancora il Canadair, non capisco perché. Non sta cercando acqua. Mi fa pensare all’elicottero che ieri a Como è sceso all’imboccatura dell’autostrada: l’ho visto venire giù, giallo e rosso, poco più avanti aspettava un’ambulanza. Ho immaginato, nella mia banalità, che l’elicottero scaricasse e l’ambulanza fosse destinata a schizzare via verso l’ospedale. Non so se sia stato così, sono passata avanti e mi sono infilata nel traffico verso Milano. Non amo le ambulanze, e non solo perché evocano malattie e dolore: avevo venti anni e l’ambulanza dove ero volontaria uscì di strada e centrò un muro. La sirena non è il rumore più intrigante rimasto nelle orecchie della mia memoria.

Capisco poco di ciò che accade, so che devo aspettare. Più del solito, più di sempre. So anche che sono così cambiata che dovrei concedere al mondo un po’ di tregua. Se voglio che qualcuno rimanga devo recuperare indulgenza e comprensione nei miei accessi infiammati di impazienza. L’ultimo viaggio a Roma mi ha deliziata e ricostituita, peccato che mi sia venuto in mente di accennarne in un social network. Così, a mio marito è stato chiesto perché fossi là e cosa stessi facendo (quale motivo spinge una moglie a non essere sempre con suo marito?). Per un’anima come la mia metabolizzare un’idiozia è difficile. Allora smetto di dire, sono affari miei. Ma è un peccato, peccato che si debba tacere sulla semplicità di un viaggio (sono sempre in viaggio, se taccio su questo mutilo la mia vita) per evitare di suscitare la curiosità altrui. Le insinuazioni altrui, diamo loro il nome che meritano. Ecco, ora comprendo che ancora non sono arrivata là dove è destino. Perché là, al traguardo della donna che sono, esploderò in una risata e ignorerò ogni stupidità che non sia la mia. La libertà che è aria e nutrimento non si discute; libertà mia, libertà di chi amo e libertà di chi non conosco. La libertà di scrivere ciò che invento, sogno, vivo e la libertà di assomigliare al tizio con l’aspetto di un grosso e sensuale felino che tanti anni fa in uno spot si limitava a dire: “Sono affari miei”.

Di recente ho letto una frase interessante, non so più dove. La saggezza dissemina sillabe che si incollano in testa poi ritornano. Più o meno la frase diceva che se di un amore si parla spesso con le amiche, se è l’argomento principale, allora qualcosa non va. Ci penso adesso e aumenta il beccheggio, si è alzato un vento più fresco e il gabbiano maschio che stava sulla massicciata vola sopra la mia testa. La barca dei sub esce: un uomo solo siede con la muta, le braccia incrociate nell’attesa dell’immersione. E ritorniamo alla frase. Se un amore è l’argomento dominante delle discussioni con le amiche i casi sono due: qualcosa non va perché quell’amore è vissuto senza equilibrio oppure con le amiche in questione non esistono altri argomenti. Si tratta di scegliere le relazioni che sentiamo giuste, nell’amore e nell’amicizia. Altra riflessione vomitata fuori nella passeggiata portuale, più o meno all’altezza di Lupacante (la barca verde di Harry Potter, ma questa non ve la spiego).

E’ bello sapere che ho scritto parole senza dire granché. Quando sono seduta qui a poppa, con il tempo brusco e plumbeo senza il sole, intuisco l’energia delle parole da scrivere e non importa cosa abbiano da raccontare. Concludo con una constatazione. Gli uomini che mi interessano sono sensibili al clima: se piove e il sole si nasconde diventano eremiti. E’ triste per loro, ma anche per me. Sarebbe il pomeriggio adatto a una chiacchierata molle e sincera.

ragnatele

Ragnatele. Le vide sull’angolo del balcone, appena dietro la zanzariera: lunghe e biancastre come stelle filanti, ballavano al vento e qualche insetto penzolava muto. Morto da chissà quanto.
- Accidenti!
Pensò senza muoversi dalla sedia di legno piazzata sul balcone. Non ce l’avrebbe fatta a pulire in tempo, Andrea sarebbe ritornato da lì a un’ora e avrebbe trovato ancora polvere e ragnatele.
Ricordò l’ultimo incontro nel parlatorio: sembrava felice, mancavano pochi giorni al termine della pena e forse credeva che il mondo sarebbe tornato nelle sue mani. Come sempre era stato: aveva vissuto anni di certezza, di limpida incoscienza convinto che ogni cosa fosse stata creata per compiacerlo, per servire ai suoi piani complessi e ambiziosi, per trastullare il suo ego enorme senza l’ombra di una delusione. Per questo, forse, era caduto, oppure era stata solo la fortuna che – come diceva lui – si era voltata un attimo dall’altra parte e l’aveva abbandonato nel momento meno adatto. Quando aveva deciso di rubare tutti quei soldi con un gesto di pirateria informatica degno di un film. E, per quello che sapeva Clara, il colpo avrebbe anche potuto funzionare: lei non capiva niente di hacker e computer, non sapeva che cosa fosse un conto online quindi accettava a priori l’entusiasmo di Andrea, fidandosi di lui. Peccato che la fortuna (appunto) se ne fosse andata poco dopo il trasferimento dei fondi da qualche conto estero al magro (fino a quel momento) conto di Andrea. Clara non sapeva che cosa fosse andato storto: Andrea aveva provato a spiegarglielo prima di essere arrestato, e anche l’avvocato non aveva risparmiato i termini e le parole, ma non c’era proprio niente da fare. Lei non voleva sapere. Non la riguardava: anche se quel colpo andato male le aveva tolto il marito per anni, anche se si era ridotta a pulire le scale dello stabile e a sorvegliare i bambini dei vicini per arrotondare il lo stipendio scarso dello studio notarile, le cose che riguardavano Andrea e la sua pirateria informatica (così l’avevano chiamata in tanti) non le entravano in testa.
Sospirò. Avrebbe proprio dovuto togliere quelle ragnatele: dopo anni di solitudine non poteva accogliere suo marito in una casa sporca. Forse lui avrebbe voluto sedersi sul balcone, a guardare le piante alte e verdi muoversi nelle prime ombre della sera e ad ascoltare i bambini nel piccolo parco giochi. Oppure avrebbe voluto mangiare, o bere. Chissà. Si chiese che cosa avrebbe fatto se lui avesse chiesto di fare l’amore: la voglia aveva avuto mesi e anni per esplodere, per arrabbiarsi di frustrazione e noia, per correre via dimenticata o rimossa. Non sapeva neanche più come fare a toccare un uomo, ad accogliere le sue carezze e il corpo dentro il suo. All’inizio aveva rifiutato l’idea che Andrea se ne fosse andato: non aveva voluto pensarci, come se potesse esistere un’illusione granitica e consolatoria da portare avanti per tutta la condanna senza guardare la verità. Poi aveva capito di essere da sola, sul serio, e aveva reagito alle avances degli uomini che ogni tanto ci provavano con stizza o disinteresse: le sue mani bastavano per scaricare quel po’ di passione che non poteva più avere da Andrea, non voleva un altro uomo nel letto e altre mani a tastarla penetrarla perforare la sua anima. Però. Andrea stava ritornando, e forse nei lunghi anni di prigione non era stato capace di resistere: la masturbazione, che a lei era sempre sembrava l’ovvia via di fuga per entrambi, forse a lui non era bastata. Se ne dicevano tante sui carcerati, si pensava che le condanne lunghe portassero a perdere l’identità e obbligassero i più deboli a diventare omosessuali. O bisessuali, se si voleva mantenere un po’ di equilibrio nel giudizio. Se Andrea fosse ritornato a casa senza chiederle il suo corpo forse lei avrebbe dovuto capire che non la desiderava più, non aveva voglia di fare l’amore con una donna perché aveva cambiato sogni. Aveva cambiato amori.
- Basta!
Lo disse a voce alta anche se era sola. La irritava indugiare su pensieri sciocchi e dolorosi: aveva avuto anni per tormentarsi di nostalgia e dubbi, e gli incontri in carcere non l’avevano aiutata a capire. Erano stati scarsi e frettolosi, senza poesia o soddisfazione. Anche per lui, ne era sicura.
- Come farai se scoprirai di non avere più niente in comune con lui?
La domanda le era stata ripetuta decine di volte da amiche, parenti e colleghe di lavoro. Tutte sapevano del ritorno di Andrea (non aveva mai nascosto di avere un marito carcerato: non si vergognava di lui, era solo stato sfortunato) ed erano curiose. Probabilmente immaginavano che lui entrasse in casa e le si buttasse addosso per soddisfare istinti smozzicati nelle stanze strette e sporche della prigione, oppure che si sedessero uno davanti all’altra senza riconoscersi. Lei non voleva rispondere a domande come quelle: le sembravano invasioni nella sua intimità, e non aveva molto da dire. Perché neanche lei sapeva. Non sapeva che cosa avrebbe fatto o provato, non sapeva che cosa sarebbe successo con quel marito-non marito assente per anni e ora magicamente destinato a riapparire. Dopo una solitudine forzata in bolge che puzzavano di sudore.
- Lavorava in biblioteca, forse ritornerà più colto e intelligente di me
Pensiero sciocco, ma non poteva toglierselo dalla testa. Andrea aveva trovato una sistemazione che gli andava abbastanza bene in biblioteca, le scriveva e parlava di libri che leggeva anche a due a due. Lei no, lei non aveva mai aperto un libro neanche a scuola: era arrivata al diploma grazie alle bugie e alla sua intraprendenza. Voti appena sufficienti e un calcio nel sedere. Certo non poteva parlare di letture e libri con Andrea, non aveva avuto voglia di seguirlo nei suoi suggerimenti: “Visto che la sera sei sola perché non leggi questo? E se vai da tua sorella in Liguria porta un altro libro”. Aveva annuito qualche volta, ma senza convinzione, e appena uscita dal carcere aveva dimenticato titoli e autori. Quello dei libri non era il suo mondo: era inutile che Andrea tentasse di entusiasmarla. Certo, le loro differenze sarebbero apparse ancora più evidenti: non era più solo la diversa concezione dell’informatica, che riempiva Andrea di passione e lei di sbadigli, ma anche il tempo dedicato alla lettura.
- Insomma, se non andremo più d’accordo divorzieremo
Lo disse, ma sentì un dolore al centro del petto. Aveva aspettato suo marito per tutti quegli anni, aveva rifiutato sesso e nuovi amori e anche i figli. Aveva bloccato i respiri in attesa che lui ritornasse a casa, e adesso non aveva voglia di guardare il suo matrimonio crollare come un rudere abbattuto da una ruspa tra gli OOHHHH della gente.
Si alzò. La cucina era pulita, e due pentole borbottavano piano. L’odore di spezzatino e pomodoro riempiva l’aria.
- Almeno questo ce l’ho, almeno sapere cucinare
Si consolò assaggiando il sugo. Andrea certo non aveva mangiato bene in carcere: lo ripeteva spesso nei loro colloqui. Era stufo di quel cibo, e anche i regali che riusciva a portargli non erano che vaghi accenni a una vita passata che lui non poteva afferrare. Quella sera si sarebbe seduto a tavola con un tovagliolo pulito sulle gambe, avrebbe atteso che lei lo servisse con dolcezza e attenzione, avrebbe gustato la cena con qualche  bicchiere del vino migliore: non aveva badato a spese, aveva comprato due bottiglie di rosso facendosi consigliare dal notaio dove lavorava, e le aveva sistemate nell’angolo dello sgabuzzino dove le sembrava ci fosse la temperatura migliore. Andrea sarebbe stato contento di quella cena, e forse il suo ritorno a casa sarebbe stato meno complicato di quanto lei temesse proprio grazie all’ottimo cibo e al vino prezioso.
Afferrò un piumino e si diresse al balcone: avrebbe tolto le ragnatele in tempo, l’avrebbe fatto per amore di Andrea e lui sarebbe stato felice. Si fermò un istante quando notò la lettera di Carlo, un vecchio amico di suo marito che gli offriva un lavoro nel giro di una settimana: si trattava di un interesse reciproco perché Carlo aveva bisogno della mente geniale di Andrea per i suoi sistemi informatici, e Andrea (che probabilmente non avrebbe avuto una scelta eccessiva all’uscita dal carcere) aveva bisogno di un lavoro. Un reddito per ricominciare davvero. Eppure. Il computer che aspettava suo marito le faceva paura: Andrea era finito in prigione proprio per quel suo talento, per il dialogo con la tastiera più semplice di quello con gli uomini, almeno per lui. Non era sicura di volere che di nuovo si lasciasse tentare dalla pirateria, dal guadagno facile in rete. Non voleva il carcere e la solitudine e gli sguardi della gente. Non voleva il letto vuoto notte dopo notte. Non voleva una vedovanza irreale e il corpo bloccato da ragnatele sul balcone.
- Non devo pensare
Ripeté, come aveva fatto molte volte in quegli anni. Niente pensieri niente angoscia: era un’equazione nella quale riponeva la poca speranza sdrucita che restava.
Non. Pensare.
Strofinò a lungo la zanzariera. Le ragnatele si attaccarono alla mano. Le guardò schifata.
- Ragnatele…
Mormorò, e guardò in basso: la strada e gli alberi e i bambini scomparvero ai suoi occhi vuoti. In fondo non era importante che pulisse quello schifo di balcone, che cucinasse carne e pomodoro per un uomo che ritornava. Non contava neanche che lui la desiderasse e cercasse un sesso frenetico e dimenticato. Perché era il tempo a decidere. Il tempo e due ragnatele attaccate alla mano, con gli insetti morti a farle da bracciale e la polvere a macchiare la pelle.
Ragnatele. Niente di più.

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