Racconti Brevi Archive

“la via per il Paradiso” su Satisfiction

“La via per il Paradiso” è un racconto che ho scritto pensando e vivendo la mia realtà di medico in IEO (Istituto Europeo di Oncologia).

Uscirà su Satisfiction il 15 dicembre, nelle librerie (la distribuzione è gratuita per i lettori) e in abbonamento. Accanto al racconto una breve narrazione LIS di Rosella Ottolini.

Nello stesso numero una riflessione di Umberto Veronesi sul vegetarianesimo e racconti inediti di grandi autori.

Ringrazio di cuore Gian Paolo Serino, direttore di Satisfiction, Rosella Ottolini, Filippo Gatti ed Elisabetta Mandelli per le foto-trailer del racconto.

… E approfitto di questo post per proporvi di aiutare Satisfiction, basta poco e si ha il piacere di una rivista che non solo recensice “soddisfatti o rimborsati” ma propone anche meravigliosi contenuti.

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mia moglie porta i pantaloni

La porta è chiusa. Quasi sempre. Sulla scrivania ampia, pulita, mi piace perdermi a guardare lo schermo del computer diverso dagli altri (sono il capo, che la tecnologia funzioni almeno per me) e la carta. Amo la carta ordinata, con qualche segno di matita a grafia piccola e le rilegature a tenere insieme i documenti grossi. E le diapositive, anche quelle mi piacciono: le studio una per una, invento l’animazione e scovo immagini che spiazzano. Ho imparato a infilarci dentro i filmati che prendo con il cellulare, quando noto la noia lancio un intermezzo e mi diverto a osservare il volto di chi era lì lì per addormentarsi. Si tirano su, si raddrizzano all’improvviso, lo sguardo acuto e interessato e le gote che, immagino, si riempiono di vergogna. Imbarazzarli è il mio piacere segreto, lascio scivolare la voce nelle diapositive e non mi concedo di sorridere. Poi chiedo: “Vi è piaciuto?”. E so che non potranno fare altro, si complimenteranno con me. Poveri scemi. Polli destinati al macello, teste da fare volare con la mannaia mentre le gabbie tonde ruotano a vortice.

Mi chino avanti, allungo il braccio, con le dita tocco la fotografia di mia moglie. Come è ovvio mostrarla alla gente che arriva da me, nei giorni peggiori vorrei provocare la curiosità e lo scandalo e sussurrare: “Sa, è la mia amante”. Ma sarebbe stupido, e inutile. La conoscono tutti. Si dice che abbia più carattere di me, che sia bella e atletica e volitiva e in casa porti i pantaloni. Certo che li porta, come le altre donne. Volitiva? Anche questo è vero, l’ho scelta apposta; chi di noi decide di sposare una mezza donna, una che da sola non riesce a prendere un accenno di decisione? Lei mi è piaciuta subito, ho capito a istinto che avrei potuto proseguire nei miei progetti senza deviare troppo, avremmo fatto figli e li avrebbe gestiti senza chiedermi attenzione eccessiva. Così è stato. Non mi sono mai posto il dubbio che fosse lei a comandare, da noi nessuno comanda. Non veramente. Se tutti facessero come noi ci sarebbero meno divorzi: applicare sempre la logica. E’ logico comportarsi in un certo modo e non in un altro. E’ logico andare d’accordo e non porsi domande, notare le sfumature e farsele bastare. E’ logico fare funzionare la casa, tenerla in ordine, imparare a cucinare bene per non sfigurare con gli amici e tenere le proprie cose per sé. Cioè tacere. Si chiede aiuto quando non se ne può fare a meno, ci si espone mai.

E la mia porta chiusa, anche quella non espone. Alla mia destra la finestra che occupa la parete spacca con le righe della tenda moderna il cielo latte sporco e la pioggia. Piove, e piove. Poca gente cammina intorno, e se lo fa non si ferma davanti alla mia finestra. Sono di passaggio anche qui, anche nei vetri affacciati sul giardino nella sua parte posteriore.

Le dita sfiorano la fotografia di mia moglie e la posta elettronica ingrassa di messaggi. Sembra incinta, si gonfia e prima o poi dovrà sputare fuori. C’è la donna che sta nell’altra palazzina, quella quarantenne rompicoglioni. Scrive, scrive troppo. Propone poi si incazza, troppo passionale per i miei gusti. Qualcuno se la porta a letto, io ci ho fatto un pensierino tempo fa ma è stata una fantasia da niente. Deve essere un diavolo, infoiata e calda, ma non fa per me. Non mi piace il corpo, troppo pieno e formoso (per me è grassa), detesto il suo carattere. Elimino il suo messaggio senza guardare, tanto ci saranno altri pronti a risponderle e a mettermi copia conoscenza. Figurati se tacciono alle sue provocazioni, ti tira fuori le sberle dalle mani. E l’altro, guardalo lì. Non dovrebbe essere in ferie? Riesce a mandare messaggi anche dal mare, dove vorrei tanto che rimanesse a vita. Eppure non posso, non devo tirare fuori l’antipatia, non tutta. Lo sanno, la gente conosce i miei fastidi e le intolleranze ma deve mantenere un dubbio. Chissà se è vero o no. Perché in fondo, molto in fondo (secondo loro), dirigo tutta la baracca e il mio equilibrio è necessario. Necessario. Ma dove è scritto? Perché non ammettere almeno oggi, almeno questa volta, che l’equilibrio non esiste e vorrei che il mondo fosse solo il mio sogno, il desiderio che non riesco a nascondere? Lei, lui, l’altro. Il resto fuori, morti o altrove non importa. Vorrei vederli, gli stronzi che mi giudicano. Vorrei vedere loro al mio posto. Fare quadrare i conti e rispondere al consiglio di amministrazione, poi infilare il cappotto e andare a casa, aiutare Carla con la tavola e accarezzare i bambini. I piatti, le posate, i tovaglioli piegati perfetti. E il cinema d’essai, dopo, con la coppia che abbiamo conosciuto in viaggio di nozze cento anni fa. Non si dovrebbe andare in viaggio di nozze, non si dovrebbe fare amicizia con chi ha avuto la medesima, stupida idea. Sorrido e non tolgo la cravatta, Carla sorride e sembra piena di luce. Le piace davvero questa nostra vita, credo.

Mi succede poi di mettere a posto l’automobile in piena notte. Carla scende, apre il portone e mi dice che mi aspetterà a letto. La troverò profumata e stanca, mai che si faccia l’amore. E’ logico farlo quando c’è una festa, quando il momento assomiglia a un’occasione romantica, quando devo consolarla o è San Valentino. Comunque andrò avanti piano lungo la via, controllerò i marciapiedi senza convinzione: non ho paura, me ne frego di chi attenta al mio portafogli. Sono più alto e allenato della media dei bastardi che girano intorno a casa mia. Piano, smozzicherò metro per metro e mi verrà la voglia di altre case, altre braccia. Di sorrisi con la saliva che imperla i denti, e sesso che se non c’è ti strazia di nostalgia. Mi chiederò dove sto andando, magari mi verrà da credere che la quarantenne grassa e impetuosa che si incazza perché non concordo mai con lei sia meglio di una moglie bellissima, atletica e perfetta. E chissà quali altre cazzate. Nella mia mente che rotola.

Non troverò speranza, non avrò appigli. La notte mi darà due pacche sode sulla testa e un morso nel cuore.

La mia porta chiusa e la segretaria poco oltre sono la barriera da niente delle ore di luce. Poi niente. Poi sono sempre io. Dicono che mia moglie porti i pantaloni, che comandi lei. Io dico che non me ne importa niente.

ragnatele

Ragnatele. Le vide sull’angolo del balcone, appena dietro la zanzariera: lunghe e biancastre come stelle filanti, ballavano al vento e qualche insetto penzolava muto. Morto da chissà quanto.
- Accidenti!
Pensò senza muoversi dalla sedia di legno piazzata sul balcone. Non ce l’avrebbe fatta a pulire in tempo, Andrea sarebbe ritornato da lì a un’ora e avrebbe trovato ancora polvere e ragnatele.
Ricordò l’ultimo incontro nel parlatorio: sembrava felice, mancavano pochi giorni al termine della pena e forse credeva che il mondo sarebbe tornato nelle sue mani. Come sempre era stato: aveva vissuto anni di certezza, di limpida incoscienza convinto che ogni cosa fosse stata creata per compiacerlo, per servire ai suoi piani complessi e ambiziosi, per trastullare il suo ego enorme senza l’ombra di una delusione. Per questo, forse, era caduto, oppure era stata solo la fortuna che – come diceva lui – si era voltata un attimo dall’altra parte e l’aveva abbandonato nel momento meno adatto. Quando aveva deciso di rubare tutti quei soldi con un gesto di pirateria informatica degno di un film. E, per quello che sapeva Clara, il colpo avrebbe anche potuto funzionare: lei non capiva niente di hacker e computer, non sapeva che cosa fosse un conto online quindi accettava a priori l’entusiasmo di Andrea, fidandosi di lui. Peccato che la fortuna (appunto) se ne fosse andata poco dopo il trasferimento dei fondi da qualche conto estero al magro (fino a quel momento) conto di Andrea. Clara non sapeva che cosa fosse andato storto: Andrea aveva provato a spiegarglielo prima di essere arrestato, e anche l’avvocato non aveva risparmiato i termini e le parole, ma non c’era proprio niente da fare. Lei non voleva sapere. Non la riguardava: anche se quel colpo andato male le aveva tolto il marito per anni, anche se si era ridotta a pulire le scale dello stabile e a sorvegliare i bambini dei vicini per arrotondare il lo stipendio scarso dello studio notarile, le cose che riguardavano Andrea e la sua pirateria informatica (così l’avevano chiamata in tanti) non le entravano in testa.
Sospirò. Avrebbe proprio dovuto togliere quelle ragnatele: dopo anni di solitudine non poteva accogliere suo marito in una casa sporca. Forse lui avrebbe voluto sedersi sul balcone, a guardare le piante alte e verdi muoversi nelle prime ombre della sera e ad ascoltare i bambini nel piccolo parco giochi. Oppure avrebbe voluto mangiare, o bere. Chissà. Si chiese che cosa avrebbe fatto se lui avesse chiesto di fare l’amore: la voglia aveva avuto mesi e anni per esplodere, per arrabbiarsi di frustrazione e noia, per correre via dimenticata o rimossa. Non sapeva neanche più come fare a toccare un uomo, ad accogliere le sue carezze e il corpo dentro il suo. All’inizio aveva rifiutato l’idea che Andrea se ne fosse andato: non aveva voluto pensarci, come se potesse esistere un’illusione granitica e consolatoria da portare avanti per tutta la condanna senza guardare la verità. Poi aveva capito di essere da sola, sul serio, e aveva reagito alle avances degli uomini che ogni tanto ci provavano con stizza o disinteresse: le sue mani bastavano per scaricare quel po’ di passione che non poteva più avere da Andrea, non voleva un altro uomo nel letto e altre mani a tastarla penetrarla perforare la sua anima. Però. Andrea stava ritornando, e forse nei lunghi anni di prigione non era stato capace di resistere: la masturbazione, che a lei era sempre sembrava l’ovvia via di fuga per entrambi, forse a lui non era bastata. Se ne dicevano tante sui carcerati, si pensava che le condanne lunghe portassero a perdere l’identità e obbligassero i più deboli a diventare omosessuali. O bisessuali, se si voleva mantenere un po’ di equilibrio nel giudizio. Se Andrea fosse ritornato a casa senza chiederle il suo corpo forse lei avrebbe dovuto capire che non la desiderava più, non aveva voglia di fare l’amore con una donna perché aveva cambiato sogni. Aveva cambiato amori.
- Basta!
Lo disse a voce alta anche se era sola. La irritava indugiare su pensieri sciocchi e dolorosi: aveva avuto anni per tormentarsi di nostalgia e dubbi, e gli incontri in carcere non l’avevano aiutata a capire. Erano stati scarsi e frettolosi, senza poesia o soddisfazione. Anche per lui, ne era sicura.
- Come farai se scoprirai di non avere più niente in comune con lui?
La domanda le era stata ripetuta decine di volte da amiche, parenti e colleghe di lavoro. Tutte sapevano del ritorno di Andrea (non aveva mai nascosto di avere un marito carcerato: non si vergognava di lui, era solo stato sfortunato) ed erano curiose. Probabilmente immaginavano che lui entrasse in casa e le si buttasse addosso per soddisfare istinti smozzicati nelle stanze strette e sporche della prigione, oppure che si sedessero uno davanti all’altra senza riconoscersi. Lei non voleva rispondere a domande come quelle: le sembravano invasioni nella sua intimità, e non aveva molto da dire. Perché neanche lei sapeva. Non sapeva che cosa avrebbe fatto o provato, non sapeva che cosa sarebbe successo con quel marito-non marito assente per anni e ora magicamente destinato a riapparire. Dopo una solitudine forzata in bolge che puzzavano di sudore.
- Lavorava in biblioteca, forse ritornerà più colto e intelligente di me
Pensiero sciocco, ma non poteva toglierselo dalla testa. Andrea aveva trovato una sistemazione che gli andava abbastanza bene in biblioteca, le scriveva e parlava di libri che leggeva anche a due a due. Lei no, lei non aveva mai aperto un libro neanche a scuola: era arrivata al diploma grazie alle bugie e alla sua intraprendenza. Voti appena sufficienti e un calcio nel sedere. Certo non poteva parlare di letture e libri con Andrea, non aveva avuto voglia di seguirlo nei suoi suggerimenti: “Visto che la sera sei sola perché non leggi questo? E se vai da tua sorella in Liguria porta un altro libro”. Aveva annuito qualche volta, ma senza convinzione, e appena uscita dal carcere aveva dimenticato titoli e autori. Quello dei libri non era il suo mondo: era inutile che Andrea tentasse di entusiasmarla. Certo, le loro differenze sarebbero apparse ancora più evidenti: non era più solo la diversa concezione dell’informatica, che riempiva Andrea di passione e lei di sbadigli, ma anche il tempo dedicato alla lettura.
- Insomma, se non andremo più d’accordo divorzieremo
Lo disse, ma sentì un dolore al centro del petto. Aveva aspettato suo marito per tutti quegli anni, aveva rifiutato sesso e nuovi amori e anche i figli. Aveva bloccato i respiri in attesa che lui ritornasse a casa, e adesso non aveva voglia di guardare il suo matrimonio crollare come un rudere abbattuto da una ruspa tra gli OOHHHH della gente.
Si alzò. La cucina era pulita, e due pentole borbottavano piano. L’odore di spezzatino e pomodoro riempiva l’aria.
- Almeno questo ce l’ho, almeno sapere cucinare
Si consolò assaggiando il sugo. Andrea certo non aveva mangiato bene in carcere: lo ripeteva spesso nei loro colloqui. Era stufo di quel cibo, e anche i regali che riusciva a portargli non erano che vaghi accenni a una vita passata che lui non poteva afferrare. Quella sera si sarebbe seduto a tavola con un tovagliolo pulito sulle gambe, avrebbe atteso che lei lo servisse con dolcezza e attenzione, avrebbe gustato la cena con qualche  bicchiere del vino migliore: non aveva badato a spese, aveva comprato due bottiglie di rosso facendosi consigliare dal notaio dove lavorava, e le aveva sistemate nell’angolo dello sgabuzzino dove le sembrava ci fosse la temperatura migliore. Andrea sarebbe stato contento di quella cena, e forse il suo ritorno a casa sarebbe stato meno complicato di quanto lei temesse proprio grazie all’ottimo cibo e al vino prezioso.
Afferrò un piumino e si diresse al balcone: avrebbe tolto le ragnatele in tempo, l’avrebbe fatto per amore di Andrea e lui sarebbe stato felice. Si fermò un istante quando notò la lettera di Carlo, un vecchio amico di suo marito che gli offriva un lavoro nel giro di una settimana: si trattava di un interesse reciproco perché Carlo aveva bisogno della mente geniale di Andrea per i suoi sistemi informatici, e Andrea (che probabilmente non avrebbe avuto una scelta eccessiva all’uscita dal carcere) aveva bisogno di un lavoro. Un reddito per ricominciare davvero. Eppure. Il computer che aspettava suo marito le faceva paura: Andrea era finito in prigione proprio per quel suo talento, per il dialogo con la tastiera più semplice di quello con gli uomini, almeno per lui. Non era sicura di volere che di nuovo si lasciasse tentare dalla pirateria, dal guadagno facile in rete. Non voleva il carcere e la solitudine e gli sguardi della gente. Non voleva il letto vuoto notte dopo notte. Non voleva una vedovanza irreale e il corpo bloccato da ragnatele sul balcone.
- Non devo pensare
Ripeté, come aveva fatto molte volte in quegli anni. Niente pensieri niente angoscia: era un’equazione nella quale riponeva la poca speranza sdrucita che restava.
Non. Pensare.
Strofinò a lungo la zanzariera. Le ragnatele si attaccarono alla mano. Le guardò schifata.
- Ragnatele…
Mormorò, e guardò in basso: la strada e gli alberi e i bambini scomparvero ai suoi occhi vuoti. In fondo non era importante che pulisse quello schifo di balcone, che cucinasse carne e pomodoro per un uomo che ritornava. Non contava neanche che lui la desiderasse e cercasse un sesso frenetico e dimenticato. Perché era il tempo a decidere. Il tempo e due ragnatele attaccate alla mano, con gli insetti morti a farle da bracciale e la polvere a macchiare la pelle.
Ragnatele. Niente di più.

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

il programma perfetto

“Ho scritto poi l’ultima parte, ma non voglio anticiparvela… No, neanche un indizio: la storia a un certo punto… Beh, proviamo a dare qualche accenno ma senza sciupare la suspence, cosa ne pensi?”.

“Penso che debbano comprare il tuo libro, è una storia poderosa! Po-de-ro-sa!”.

Prova ad aggiustare l’espressione del volto, ignora il crampo che da alcuni minuti tormenta la sua gamba e si sposta. Pochi centimetri, forse nemmeno: va a destra con il bacino ma sa che è un movimento fittizio, regala l’illusione della novità e del sollievo se le articolazioni fanno male. Il sollievo dura niente, e si ritorna come prima.

“Manca molto?”.

Il sussurro di Angelo le stuzzica un sorriso, lo nasconde subito perché ha scelto una sedia che, per le misteriose regole delle platee, si incunea dritta in un corridoio di spalle e colli e vuoto, e sia la scrittrice che il suo entusiastico relatore la vedono bene. Ha la faccia nelle loro mani, più o meno, anche se è in ultima fila. Le capita di scegliere la seconda o terza fila e trovarsi davanti gente che non sta ferma: poche ore fa avrebbe voluto ascoltare Andrea Vitali e osservare il suo volto, magari scambiare con lui due occhiate, ma il ragazzo inquieto con la maglia di cotone nera e un disegno dark sulla schiena era una rana instabile, si spostava a destra e a sinistra e creava un paravento da vertigine. Adesso che vorrebbe nascondersi, adesso che si è seduta solo perché ha deciso di riposarsi e aspettare la presentazione successiva, quella che realmente le interessa, la gente è disposta in modo tale da renderla visibile e palese.

“Non farmi ridere, quelli mi notano”.

Angelo scuote la testa come a dire “chissenefrega”. Sta giocando con l’iPhone, manda messaggi a qualcuno. Sta sempre scrivendo a qualcuno: testa bassa, occhi fissi sullo schermo, dita in fregola. Gianna si chiede spesso a chi scriva, ma finge di non volerlo sapere. Le piacerebbe essere l’unica amica di sms, ma l’illusione è svanita da tempo: lo vede aggrappato all’aggeggio luccicante, mormora a labbra strette e ride quando gli sms che riceve lo divertono. Sempre così. Qualche ora fa gli ha inviato una cosa anche lei.

“Spegni quel telefono, segui il discorso!”.

L’ha visto ridere, le ha mandato un bacio disegnato con la faccina giapponese. Il programma dell’iPhone che lei stessa gli ha proposto. Parlano anche di questo, dei programmi cretini che finiscono per comprare. Parlano di tutto o quasi, una volta è capitato che inviasse a lui un messaggio erotico destinato a Fabrizio: ancora la prende in giro, anche se sono trascorsi due anni.

Il dolore alla schiena ritorna. Si sposta di nuovo, questa volta la pelle sfrega la sedia.

“Ma lo sai che un tizio ha detto che un termine che ho usato nel romanzo deriva dal mio uso di una lingua dialettale?”.

“Dialettale? Ma se sei impettita che sembra che tu abbia una scopa in c…”.

“Sssshhhttt! Sei pazzo?”.

“Capirai chi mi sente, i due là in fondo mi hanno sfinito. Perché non facciamo un giro? Tanto possiamo lasciare le due borse sulle sedie e le occupiamo”.

“Idea grandiosa, ho la biografia di Carver nella mia borsa. Se me la fregano me la ricompri”.

“La biografia di Carver. L’hai letta sul Kindle in inglese e adesso hai il feticcio dell’edizione cartacea italiana. Un genio, veramente. Meno male che guadagni tanto”.

Non gli risponde. Sa che il discorso degli ebook è pericoloso. Prima o poi lui si arrabbia, pensa che siano la rovina dei libri. Tace e lascia cadere l’argomento. Fissa per qualche minuto il relatore, lo vede muovere le labbra e magnificare il romanzo che ha in mano. La donna deve averci messo anni, saranno ottocento pagine. Ci vuole coraggio a pubblicare ottocento pagine, le viene la curiosità di scoprire chi sia l’editore. Una donna si stacca dal gruppo, si è alzata di scatto e saluta con la mano, si avvicina al relatore che la presenta come un’autrice Mondadori. Gianna cerca nella testa ma non riconosce il suo nome. E nemmeno il titolo che il relatore sciorina con orgoglio, non lo riconosce ed è strano. Scrive ma legge anche, e tanto. La scrittrice Mondadori sputa parole di compiaciuto elogio: romanzo unico, anni di studio e riflessione, talento vero, fosse stato per lei l’avrebbe tenuto nel cassetto ma meno male che non l’ha fatto eccetera. Clichè. Nessuno tiene un manoscritto nel cassetto, e se lo fa non pubblica, ma il Salone è pieno di fenomeni scoperti per caso perché scrittori più noti scartabellano invadenti nei cassetti altrui. Strana mania, quella di ficcare le mani nei cassetti dei talentuosi timidi.

“Ehi, che fai?”.

Angelo la scuote.

“Sorrido, e allora?”.

“Sentimentale. Scommetto che ridi delle due tizie che si elogiano a vicenda. Film già visto. Sarà sua cugina, oppure la sua ghost. Sai quanta gente fa scrivere un ghost poi si trova costretta a patrocinarne l’esordio letterario. A parte che a me ’sta scrittrice Mondadori suona ignota. Tre copie vendute, contando anche quella di suo marito”.

“Smetti. Ognuno fa quello che vuole. E magari hai torto. Tutte le case editrici pubblicano libri che vendono di più e altri libri che vendono meno, ma non sono certo meno belli”.

“Vero, qui hai ragione”.

Angelo fa un cenno, soliti discorsi. Lo abbandona con lo sguardo, sente il collo che scricchiola felice quando volta la testa a destra. Uno stand, una ragazza che sistema alcuni libri nello scaffale e una musica. Musica. Si muove di più, sposta le spalle. Saranno cinque o sei metri.

“Oh, santo cielo”.

Sussurra piano, ma non abbastanza.

“Cosa c’è?”.

“Niente, niente”.

Angelo segue la direzione dei suoi occhi.

“Ammazza, che strafiga. Dove l’hanno trovata?”.

Non sa ribattere. Tre uomini alti, la pelle quasi nera e i capelli a treccine, sistemano una coreografia semplice e imbracciano strumenti musicali. Due donne, di spalle, si muovono per scaldarsi. Sono bianche, il contrasto con gli uomini è perfetto. Inizieranno a suonare, forse, e le donne danzeranno. Una di loro fa ruotare le anche, flessuosa, un sorriso concentrato si intuisce appena.

“Mamma mia, che roba”.

Non ascolta più la voce di Angelo. La bocca è asciutta, niente saliva, le labbra semiaperte all’improvviso. Ne è consapevole, le sente aperte ma può fare niente per modificare l’espressione stolida che sa di avere. La donna ha un paio di pantaloni rosso mattone, di quelli di lino, semplicissimi, una cerniera al lato del fianco. L’addome nudo e magro, ma non secco come quello dell’altra, sale sinuoso fino al seno, che nella posizione obliqua è un disegno pieno e assoluto, morbido e sodo insieme, protetto da un top nero con le spalline a filo. Le braccia aperte ai lati, la donna danza, prova i passi e chiede se va bene. Si vede, ci tiene a fare bella figura. Il collo eretto, i capelli sciolti sulle spalle (sono castani, senza una piega, lisci, tenuti indietro da una fascia che ha il colore dei pantaloni), il profilo le cui proporzioni sembrano studiate da un artista. Danza, e danza, e danza.

Gianna è ferma, ha dimenticato la posizione scomoda e i tizi che dal tavolo possono vederla. Le dita della mano destra aggranchiate alla sedia, la BIC caduta e rotolata chissà dove. E’ ipnotizzata dal movimento, dalla musica muta che fa muovere la donna, dal ritmo sensuale delle forme perfette e dolci, pulite da metterci le mani.

“Sii gentile, dai un segno di vita. Cosa succede?”.

Angelo prova a sfiorarle il gomito.

“Tutto a posto, lascia stare”.

Ma la voce è a frammenti, spezzettata. La bocca non si chiude, resta aperta come gli occhi, spalancati e fissi. La donna si è voltata, danza verso di lei, in piena luce. Danza e tira su la testa, lo fa due o tre volte, poi scuote la massa liscia dei capelli e ritorna molle, lenta, in una piacere concentrato che diventa lascivo. Gli occhi: non li vede, non può indovinarne il colore. Ma luccicano, e sono su di lei.

“Mi sa che guarda te, non me. Ma come cavolo fai? Ti odio, troviamo una così e si incolla a te”.

Angelo è deluso ma ha ragione, la donna sta guardando Gianna. La scarica di adrenalina e desiderio ha colpito entrambe. Per certe cose è inutile cercare conferme: si sono viste, hanno letto oltre la distanza, si sono piaciute. Infatti la donna aumenta l’ampiezza del giro delle anche, lo fa con voluttà, con la voglia di provocare. I tre uomini si fermano e sorridono, l’ironia e il compiacimento scatenano un battito di mani. E’ un frusciare leggero di foglie, le foglie del fitto del bosco spaccato in due dai raggi del sole. Gianna finalmente si muove sul serio, tira indietro le gambe e si alza. Lenta, senza staccare gli occhi da lei. Abbandona la borsa sulla sedia, non ci pensa proprio a portarsela dietro. Scuote da sè la polvere della noia, della fatica e raddrizza le spalle.

“Ciao. Balli molto bene”.

La donna si ferma, nello sguardo un trionfo intasato di voglie.

“Grazie. So chi sei, io mi chiamo Michela”.

So chi sei. Sbrigati, facciamo in fretta. Evita le moine e i convenevoli. Anche lei sorride.

“Michela”.

“Eh, sì. Michela”.

Sulla pelle ha un velo di sudore in microscopiche gocce profumate, il petto va veloce e il respiro caldo colpisce il volto di Gianna. Ancora il pensiero, la sensazione di un fogliame intersecato, vivo, l’energia della terra e dell’aria sulla fantasia nuda. Calcola che abbia dieci anni meno di lei, spera che non siano di più. Si ferma sul viso, anche se i corpi così vicini (come è accaduto che si stiano quasi sfiorando?) intuiscono i seni e i capezzoli improvvisamente tesi. Il suo top nero è casto, senza paillettes, e sotto non c’è reggiseno.

“Cosa fai, dopo?”.

“Vengo a cena con te”.

Ride.

“Mi sembra un programma perfetto”.

La donna le tocca un fianco a mano aperta, con il palmo, e le dice all’orecchio dove la aspetterà. Poi, prima di staccarsi, morde piano. Morde il suo lobo. E si volta e va via, segue gli altri senza guardare indietro.

Gianna si perde. La voce di Angelo, da qualche parte. Ma la mente non sa altro che il dopo. La cena con Michela, e i suoi pantaloni di lino e il top. Il ricordo remoto di una bosco, del sole che si infila tra le foglie. E la pelle giovane, liscia, gli occhi verde scuro e le dita. Michela. Il suo programma perfetto.

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