Racconti Brevi Archive

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

il programma perfetto

“Ho scritto poi l’ultima parte, ma non voglio anticiparvela… No, neanche un indizio: la storia a un certo punto… Beh, proviamo a dare qualche accenno ma senza sciupare la suspence, cosa ne pensi?”.

“Penso che debbano comprare il tuo libro, è una storia poderosa! Po-de-ro-sa!”.

Prova ad aggiustare l’espressione del volto, ignora il crampo che da alcuni minuti tormenta la sua gamba e si sposta. Pochi centimetri, forse nemmeno: va a destra con il bacino ma sa che è un movimento fittizio, regala l’illusione della novità e del sollievo se le articolazioni fanno male. Il sollievo dura niente, e si ritorna come prima.

“Manca molto?”.

Il sussurro di Angelo le stuzzica un sorriso, lo nasconde subito perché ha scelto una sedia che, per le misteriose regole delle platee, si incunea dritta in un corridoio di spalle e colli e vuoto, e sia la scrittrice che il suo entusiastico relatore la vedono bene. Ha la faccia nelle loro mani, più o meno, anche se è in ultima fila. Le capita di scegliere la seconda o terza fila e trovarsi davanti gente che non sta ferma: poche ore fa avrebbe voluto ascoltare Andrea Vitali e osservare il suo volto, magari scambiare con lui due occhiate, ma il ragazzo inquieto con la maglia di cotone nera e un disegno dark sulla schiena era una rana instabile, si spostava a destra e a sinistra e creava un paravento da vertigine. Adesso che vorrebbe nascondersi, adesso che si è seduta solo perché ha deciso di riposarsi e aspettare la presentazione successiva, quella che realmente le interessa, la gente è disposta in modo tale da renderla visibile e palese.

“Non farmi ridere, quelli mi notano”.

Angelo scuote la testa come a dire “chissenefrega”. Sta giocando con l’iPhone, manda messaggi a qualcuno. Sta sempre scrivendo a qualcuno: testa bassa, occhi fissi sullo schermo, dita in fregola. Gianna si chiede spesso a chi scriva, ma finge di non volerlo sapere. Le piacerebbe essere l’unica amica di sms, ma l’illusione è svanita da tempo: lo vede aggrappato all’aggeggio luccicante, mormora a labbra strette e ride quando gli sms che riceve lo divertono. Sempre così. Qualche ora fa gli ha inviato una cosa anche lei.

“Spegni quel telefono, segui il discorso!”.

L’ha visto ridere, le ha mandato un bacio disegnato con la faccina giapponese. Il programma dell’iPhone che lei stessa gli ha proposto. Parlano anche di questo, dei programmi cretini che finiscono per comprare. Parlano di tutto o quasi, una volta è capitato che inviasse a lui un messaggio erotico destinato a Fabrizio: ancora la prende in giro, anche se sono trascorsi due anni.

Il dolore alla schiena ritorna. Si sposta di nuovo, questa volta la pelle sfrega la sedia.

“Ma lo sai che un tizio ha detto che un termine che ho usato nel romanzo deriva dal mio uso di una lingua dialettale?”.

“Dialettale? Ma se sei impettita che sembra che tu abbia una scopa in c…”.

“Sssshhhttt! Sei pazzo?”.

“Capirai chi mi sente, i due là in fondo mi hanno sfinito. Perché non facciamo un giro? Tanto possiamo lasciare le due borse sulle sedie e le occupiamo”.

“Idea grandiosa, ho la biografia di Carver nella mia borsa. Se me la fregano me la ricompri”.

“La biografia di Carver. L’hai letta sul Kindle in inglese e adesso hai il feticcio dell’edizione cartacea italiana. Un genio, veramente. Meno male che guadagni tanto”.

Non gli risponde. Sa che il discorso degli ebook è pericoloso. Prima o poi lui si arrabbia, pensa che siano la rovina dei libri. Tace e lascia cadere l’argomento. Fissa per qualche minuto il relatore, lo vede muovere le labbra e magnificare il romanzo che ha in mano. La donna deve averci messo anni, saranno ottocento pagine. Ci vuole coraggio a pubblicare ottocento pagine, le viene la curiosità di scoprire chi sia l’editore. Una donna si stacca dal gruppo, si è alzata di scatto e saluta con la mano, si avvicina al relatore che la presenta come un’autrice Mondadori. Gianna cerca nella testa ma non riconosce il suo nome. E nemmeno il titolo che il relatore sciorina con orgoglio, non lo riconosce ed è strano. Scrive ma legge anche, e tanto. La scrittrice Mondadori sputa parole di compiaciuto elogio: romanzo unico, anni di studio e riflessione, talento vero, fosse stato per lei l’avrebbe tenuto nel cassetto ma meno male che non l’ha fatto eccetera. Clichè. Nessuno tiene un manoscritto nel cassetto, e se lo fa non pubblica, ma il Salone è pieno di fenomeni scoperti per caso perché scrittori più noti scartabellano invadenti nei cassetti altrui. Strana mania, quella di ficcare le mani nei cassetti dei talentuosi timidi.

“Ehi, che fai?”.

Angelo la scuote.

“Sorrido, e allora?”.

“Sentimentale. Scommetto che ridi delle due tizie che si elogiano a vicenda. Film già visto. Sarà sua cugina, oppure la sua ghost. Sai quanta gente fa scrivere un ghost poi si trova costretta a patrocinarne l’esordio letterario. A parte che a me ’sta scrittrice Mondadori suona ignota. Tre copie vendute, contando anche quella di suo marito”.

“Smetti. Ognuno fa quello che vuole. E magari hai torto. Tutte le case editrici pubblicano libri che vendono di più e altri libri che vendono meno, ma non sono certo meno belli”.

“Vero, qui hai ragione”.

Angelo fa un cenno, soliti discorsi. Lo abbandona con lo sguardo, sente il collo che scricchiola felice quando volta la testa a destra. Uno stand, una ragazza che sistema alcuni libri nello scaffale e una musica. Musica. Si muove di più, sposta le spalle. Saranno cinque o sei metri.

“Oh, santo cielo”.

Sussurra piano, ma non abbastanza.

“Cosa c’è?”.

“Niente, niente”.

Angelo segue la direzione dei suoi occhi.

“Ammazza, che strafiga. Dove l’hanno trovata?”.

Non sa ribattere. Tre uomini alti, la pelle quasi nera e i capelli a treccine, sistemano una coreografia semplice e imbracciano strumenti musicali. Due donne, di spalle, si muovono per scaldarsi. Sono bianche, il contrasto con gli uomini è perfetto. Inizieranno a suonare, forse, e le donne danzeranno. Una di loro fa ruotare le anche, flessuosa, un sorriso concentrato si intuisce appena.

“Mamma mia, che roba”.

Non ascolta più la voce di Angelo. La bocca è asciutta, niente saliva, le labbra semiaperte all’improvviso. Ne è consapevole, le sente aperte ma può fare niente per modificare l’espressione stolida che sa di avere. La donna ha un paio di pantaloni rosso mattone, di quelli di lino, semplicissimi, una cerniera al lato del fianco. L’addome nudo e magro, ma non secco come quello dell’altra, sale sinuoso fino al seno, che nella posizione obliqua è un disegno pieno e assoluto, morbido e sodo insieme, protetto da un top nero con le spalline a filo. Le braccia aperte ai lati, la donna danza, prova i passi e chiede se va bene. Si vede, ci tiene a fare bella figura. Il collo eretto, i capelli sciolti sulle spalle (sono castani, senza una piega, lisci, tenuti indietro da una fascia che ha il colore dei pantaloni), il profilo le cui proporzioni sembrano studiate da un artista. Danza, e danza, e danza.

Gianna è ferma, ha dimenticato la posizione scomoda e i tizi che dal tavolo possono vederla. Le dita della mano destra aggranchiate alla sedia, la BIC caduta e rotolata chissà dove. E’ ipnotizzata dal movimento, dalla musica muta che fa muovere la donna, dal ritmo sensuale delle forme perfette e dolci, pulite da metterci le mani.

“Sii gentile, dai un segno di vita. Cosa succede?”.

Angelo prova a sfiorarle il gomito.

“Tutto a posto, lascia stare”.

Ma la voce è a frammenti, spezzettata. La bocca non si chiude, resta aperta come gli occhi, spalancati e fissi. La donna si è voltata, danza verso di lei, in piena luce. Danza e tira su la testa, lo fa due o tre volte, poi scuote la massa liscia dei capelli e ritorna molle, lenta, in una piacere concentrato che diventa lascivo. Gli occhi: non li vede, non può indovinarne il colore. Ma luccicano, e sono su di lei.

“Mi sa che guarda te, non me. Ma come cavolo fai? Ti odio, troviamo una così e si incolla a te”.

Angelo è deluso ma ha ragione, la donna sta guardando Gianna. La scarica di adrenalina e desiderio ha colpito entrambe. Per certe cose è inutile cercare conferme: si sono viste, hanno letto oltre la distanza, si sono piaciute. Infatti la donna aumenta l’ampiezza del giro delle anche, lo fa con voluttà, con la voglia di provocare. I tre uomini si fermano e sorridono, l’ironia e il compiacimento scatenano un battito di mani. E’ un frusciare leggero di foglie, le foglie del fitto del bosco spaccato in due dai raggi del sole. Gianna finalmente si muove sul serio, tira indietro le gambe e si alza. Lenta, senza staccare gli occhi da lei. Abbandona la borsa sulla sedia, non ci pensa proprio a portarsela dietro. Scuote da sè la polvere della noia, della fatica e raddrizza le spalle.

“Ciao. Balli molto bene”.

La donna si ferma, nello sguardo un trionfo intasato di voglie.

“Grazie. So chi sei, io mi chiamo Michela”.

So chi sei. Sbrigati, facciamo in fretta. Evita le moine e i convenevoli. Anche lei sorride.

“Michela”.

“Eh, sì. Michela”.

Sulla pelle ha un velo di sudore in microscopiche gocce profumate, il petto va veloce e il respiro caldo colpisce il volto di Gianna. Ancora il pensiero, la sensazione di un fogliame intersecato, vivo, l’energia della terra e dell’aria sulla fantasia nuda. Calcola che abbia dieci anni meno di lei, spera che non siano di più. Si ferma sul viso, anche se i corpi così vicini (come è accaduto che si stiano quasi sfiorando?) intuiscono i seni e i capezzoli improvvisamente tesi. Il suo top nero è casto, senza paillettes, e sotto non c’è reggiseno.

“Cosa fai, dopo?”.

“Vengo a cena con te”.

Ride.

“Mi sembra un programma perfetto”.

La donna le tocca un fianco a mano aperta, con il palmo, e le dice all’orecchio dove la aspetterà. Poi, prima di staccarsi, morde piano. Morde il suo lobo. E si volta e va via, segue gli altri senza guardare indietro.

Gianna si perde. La voce di Angelo, da qualche parte. Ma la mente non sa altro che il dopo. La cena con Michela, e i suoi pantaloni di lino e il top. Il ricordo remoto di una bosco, del sole che si infila tra le foglie. E la pelle giovane, liscia, gli occhi verde scuro e le dita. Michela. Il suo programma perfetto.

riflessioni di un’insonne, nel secondo tempo della vita

Esiste qualcosa meglio della notte? Fatico a tirarmi fuori dalle coperte quando il sonno evapora dopo due ore di ottundimento e mi lascia sola davanti allo schermo della televisione che ripete immagini e non riesce a coinvolgermi. La notte, queste notte, ha energia scarsa: ho letto da qualche parte che tra le tre e le quattro del mattino il prana, l’energia appunto, sia a livelli minimi. Siamo come deve essere, a me la notte fa paura. Perché è un buco che sembra non arrivare al mattino, un contenitore che spesso riempio con l’impossibilità di riprendere sonno. Allora scrivo, ho pensato. L’ho pensato questa volta, rottura di una tradizione di noia e sopportazione dell’insonnia. In fondo, la mia cecità mi stanca: non riesco a vedere che sono nata per questo, e se lo vedo perdo l’abitudine a ricordarmene. Se ho un tempo che implode, la scrittura restituisce senso. Che la mancanza di sonno sia l’opportunità?

Non trovo riflessioni sagge o opinionismo facile nelle ore buie che non mi permettono di dormire. Guardo i social network, metto qualche “mi piace” e confronto il mio vuoto con le affermazioni sapienti, oppure scontate (bisogna ammetterlo), di chi sa e riesce, di chi fa opinione. Perché nel mondo enorme e piccolo come una bottega di paese del social network fare opinione è semplice. Puoi crearti una corte di adoratori e detrattori e sentirti qualcuno. Fai lavorare i neuroni o lavori di intuizione, ti illumini quando trovi l’idea e piazzi le frasi nello status. Il segreto è mescolare l’ovvio all’ironia. Che poi è vero che chi pensa prima a una cosa ovvia è creativo, ci credo sul serio: sono bravi tutti, dopo, il punto è pensarci prima, quando nessuno ancora ha verbalizzato. Insomma, non mi sento opinionista. Questa notte mi sento ciò che sono, e non è molto. È scrittura, quella sì è tanta. E’ amore che esprimo, e qui mi fermo senza commenti: il mio amore, il mio modo di amare. Che mistero per gli altri. E per me.

Un evento mi ha tolto il sonno. Una discussione che a un certo punto ha perso i contorni, e il filo del discorso. Osservavo il volto che amo e capivo che avrei potuto dire niente o tutto, non aveva più rilevanza. Ci eravamo infilati nella negatività di un’accusa reciproca che faceva di tutto un niente, sminuiva e offendeva, ribaltava pezzi di verità. Certo, la verità sa ribaltarsi proprio perché non è la stessa ogni giorno, ogni ora. Ma insomma, si ha bisogno di alcuni punti fermi, di certezze che permettono di proseguire senza sgretolarsi. E queste certezze sono mancate, sciolte nella rabbia e nelle recriminazioni. “Ti amo”, ho detto. “Non ha la minima importanza”, è stata la risposta. E so che non è vero, non è così, ma la discussione, le ore, la stanchezza, la voglia di andarsene e lasciare tutto come stava hanno reso cattivo l’impasto di noi.

Avete provato a recriminare? Non con leggerezza, recriminare sul serio. Beh, a me succede e non mi piace. Non mi piace quando chi amo recrimina, anche. Lo trovo una frantumazione della complicità. Complicità. Non ne ho avuta, oggi. Se proprio devo fissare l’attenzione sulle percentuali, ho avuto torto al novanta per cento ma il dieci per cento che è rimasto, quello che a me non apparteneva, è stato usato fino all’ultima goccia. L’ultima goccia di me, della fiducia che riponevo e della forza fisica e mentale necessaria per tenere in piedi una relazione. Qualche riga più in alto ho detto che si è perso il filo, e lo ripeto adesso. In un labirinto che non ha aiutato la confidenza e l’amore le strade si sono separate, le voci hanno superato i muri ma non hanno fatto altro che dividere, ancora e ancora. Abbiamo camminato a tentoni e ogni svolta ci accompagnava più lontani, più soli. Dopo, molto dopo, ho spento i telefoni e mi sono messa a letto. Gocce dolciastre per ritrovare una calma fittizia e il sonno. E’ durato pochissimo, due ore scarse, poi gli occhi si sono spalancati e ho ricordato. Il momento del risveglio, e l’ora non ha importanza, è la resa dei conti: sospesa per alcuni secondi, aspetto che i pensieri mi investano. E’ meraviglioso rimanere lì, nei secondi di oblio, perché esistono tutte le possibilità: come cellule staminali indifferenziate che possono diventare qualsiasi cosa, anche i secondi del risveglio hanno il medesimo valore. Ogni cosa, bellissima o orrenda, può accadere. Poi ricordo, e so. Se il giorno precedente ha avuto il dolore, e accade spesso alla gente tormentata come me, un peso orrendo cade e schiaccia. E non si vede più la strada.

Questa notte il risveglio è stato tanto precoce da rendere ridicolo parlare di sonno. Mi è venuto in mente, e non so perché, che in “Cosa fanno le tue mani” ho lasciato che Anna dormisse. Non credo di averla resa insonne. E’ strano. Una come lei, una come me: la prima cosa che succede ai nostri tormenti è che tolgano il sonno. Invece lei dormiva, o almeno credo. Luca le dava sesso, strazio e prigionia e lei dormiva. Anche se. Il fatto di non avere scritto la sua insonnia non significa che non ci fosse. Silvia (“Le parole del buio”) si aggrappava all’antidepressivo e scriveva sgretolandosi di calli le dita. Lucia, in “Una storia ai delfini”, dormiva pochissimo: anche questa è certezza che non penso di avere scritto, la sento e basta. Ormai conosco Lucia, ci siamo frequentate per qualche anno e l’ho vista dipinta nei racconti dei lettori, l’ho anche fatta rivivere in una storia recente. Dorme poco, ma il porto è un luogo dove l’insonnia non è un problema. La solitudine silenziosa del porto infila nella mente pensieri diversi. Il silenzio del porto è assoluto anche se pieno di rumori piccoli cui fai l’abitudine, e li consideri normali. Ti cullano, quasi, ammesso che le persone come me amino lasciarsi cullare.

Lasciarsi amare. Altro capitolo di un libro complicato. Non so lasciarmi amare. E sono assoluta, troppo per i miei gusti. Chi lo dice che non so lasciarmi amare? Chi dice che sia vero sempre, in ogni situazione? E’ solo che incontro, scelgo amori che non possono amarmi completamente. Come tanti scrittori, difendo la mia solitudine al prezzo della sofferenza.

Non so cosa farò domani, non so come mi sentirò. Ho una storia da rifinire, una persona da incontrare. Dentro, la certezza che molto stia cambiando, e che l’acqua nell’otre della mia psiche stia tracimando. Succede ai quarantenni. Rido riascoltando ossessiva la canzone di Max Pezzali sul secondo tempo della vita (Max, sei un genio), o sghignazzato di banalità condivisa quando leggo che Raoul Bova si sente nella fase nuova dell’esistenza, e adesso non permette più agli altri di giudicarlo. Raoul, hai tutta la mia comprensione: vai così. Cosa succede ai quarantenni? Una carta del cielo, con il passaggio dei pianeti, ha disegnato questi mesi, questi anni: periodo unico per me, il passaggio che una sola volta si verifica, e per qualcuno mai. Che ci creda oppure no, sento che è vero. Pianeti o maree, psiche o energia, sono nel mezzo pieno di una rivoluzione. Non ho mai, mai, avuto così spesso la tentazione di morire, e non ho mai, mai, avuto così spesso la certezza che basti aspettare. Quando si perde il senso o lo si ficca in mano agli altri, che significa comunque non averlo, il cambiamento arriva. E’ il mio secondo tempo, e ancora non sto giocando a mani libere: la paura di restare sola è una caratteristica che mi rende più lenta degli altri, ma ci arrivo. Oh, se ci arrivo. Forse questa notte, con la tristezza infinita per una discussione che ha rotto tanto (tutto?) di un amore, vedo più chiaro di sempre. Vedo ciò che non posso, non voglio più avere. Cominciamo da qui.

Sia Luce a Voi.

la pentola bolle, con un Angelo che parla

La pentola bolle. Ma no, non è la pentola a bollire: è la zuppa di legumi (cereali e verdura, sono legumi?) che ho lasciato ammollare per ore, poi l’ho lavata e sciacquata e ho rimpianto di non poterla strizzare. Chissà perché, quando strizzo qualcosa e vedo cadere l’acqua e giudico se sia limpida o meno ho la sensazione di avere pulito, pulito sul serio. Altrimenti no. Mi piace anche restare ferma, intontita e partecipe, a osservare i giri veloci della lavatrice, e la schiuma che diventa grigia poi bianca poi si perde nel nitore limpido dello scarico. Tengo le mascelle strette, i pugni chiusi, mi chino e seguo la pulizia dei vestiti che ho infilato dentro, e il detersivo e l’ammorbidente con il profumo dei fiori. Amo pulire, tirare via lo sporco. Comunque ho versato i pallottolini di cereali e verdura nella pentola, ho aggiunto acqua, sale e olio di oliva (con una spruzzata di germe di grano) e acceso il fuoco. E’ la zuppa che bolle, non la pentola. Mi piace la zuppa che solidifica dopo qualche ora. Ne mangio una prima porzione (abbondante) quando la vedo pronta e calda, poi lascio lì sul fornello e attendo, golosa. Raffredda e diventa solida, assorbe l’acqua e la spezzo a cucchiaiate, me ne riempio la bocca, non sono felice finché non l’ho finita tutta. Il tempo crea perfezione. Che il tempo esista è un’opinione, ma qualunque cosa sia, tempo o meno, ha il dono di solidificare la zuppa di cereali e stemperare i dolori: solo per queste due cose so di amarlo. Lo amo meno quando tocca aspettare, quando sembra rallentare o accelerare a piacimento tirandomi via dalla gioia o rendendo i sospiri troppo lunghi per la mia impazienza.

Mi sono seduta al computer con la testa semivuota, rilassata abbastanza da sentire la scrittura vicina. L’Angelo che ho intravisto a occhio socchiusi, nella meditazione, ha spinto verso di me aria fresca e profumo di incenso, ma non ha detto quale sia il senso della mia vita. O forse ha sorriso e io non l’ho capito. Ha voluto che allungassi una mano verso la borsa e stringessi la BIC, poi quando ho tentato di scrivere ha detto che non era necessario. Sto facendo ciò che devo, lo faccio già. Non ho sentieri da scavare o rivoluzioni da compiere, ho solo da accettare. Capire e accettare, che non è sempre la stessa cosa. Si può capire e non accettare, succede anche a me quando ciò che comprendo fa male o è scomodo. Poche persone sono pigre quanto me. Ci ho messo anni a ammettere la pigrizia. Curiosità e pigrizia sono caratteristiche tanto mie che le rifiutavo. Mi sono sempre nutrita di curiosità e pigrizia, ma affermavo il contrario, quasi fossero vergogne o diminuzioni orribili della mia superiore capacità di vivere. E’ stato perché mi hanno mandata a scuola dalle suore, le Dame Inglesi: nel contratto hanno la clausola della vergogna verso peccati come la curiosità, e la pigrizia. Peggio la curiosità, comunque, perché ti spinge e origliare, e ficcare le pupille dove non dovresti. Cose che ho sempre fatto, punendomi poi come se uccidessi qualcuno. Ma le suore mi hanno anche insegnato cose belle, e me le ricordo con amore. La mia capacità di vivere, dicevo: meriterebbe una discussione a parte perché sono abilissima a cavarmela, a sopravvivere e tirarmi fuori dal caos, ma non sono certa che questo lato di me possa essere definito capacità di vivere. Ma non divago, non troppo. Mi sono seduta al computer e ho aperto un piccolo pacco crocchiante di aggeggini mangerecci al kamut: non riesco ancora a dare loro un nome, tra soya e kamut e vegetali sparsi sono tanto trasecolata dai miei cambiamenti da dimenticare le basi della lingua italiana. Aggeggini, quei cosi arrotolati grossi un pollice e lunghi un tot. Li ho tirati fuori uno a uno e li ho mangiati entro le prime dieci righe, non mi smentisco. Divoro in fretta quasi senza masticare: cambio qualità del cibo, ma il bisogno di ingoiare e riempire un buco impossibile da raggiungere esiste ancora. Insomma. Mangio senza carne né pesce, ma mi sento autorizzata a nutrirmi ogni ora: dovrei tarare le licenze che mi concedo. Ci penserò. Ho iniziato a battere sui tasti con la voce dell’Angelo nelle orecchie, nei remoti ma vividi meandri di me stessa. Sto già facendo ciò che la mia nascita vuole. L’Angelo mi fa stringere la BIC e non vuole che trascriva i nostri colloqui, gli scambi che a fatica raggiungo perché la mente non riesce a fermarsi e a trovare la concentrazione. Stringo la BIC, l’indice pulsa e si scalda quando la tocco, ma non traccio segni blu quando parlo con l’Angelo; perchè so che la scrittura è altro. E’ questa, questa di adesso.

La pentola bolle, la zuppa nella pentola anche. Il kamut negli aggeggini nuota con circonvoluzioni acide nel mio stomaco. A destra, fuori dalla portafinestra, la stazione metereologica bianca appesa sul balcone gira veloce, il vento gioca come con una giostra. Mi ricorda film americani entrati nell’immaginario della mia formazione occidentale, con le distese di niente e una porta che sbatte, e un esperimento atomico colato nel deserto e i cactus che sospirano a ogni radiazione che ricevono sulla testa. La pianta che assomiglia a una palma ha sofferto, è sul balcone accanto alla stazione meteo e noto che per lei l’inverno è stato duro: vedo increspatura gialle e secche, disidratate, nel verde pallido; la accarezzerò al sole appena avrò finito con questo pezzo che ha bisogno di sgranarsi dalle dita. E c’è un ulivo, invece, fuori dalla camera da letto: ogni anno credo che morirà, ne celebro triste la perdita e mi sento in colpa, eppure vive. Le prime foglie spuntano a gennaio, timide ma irresistibili, e robuste abbastanza da non andarsene. Dalla base, vengono su dai rametti che avevo sottovalutato e lasciato là, senza potarli: crescono e mi dicono che sono più forti, che la loro energia va oltre la mia incapacità di prendermi cura delle piante che metto in casa. Vive, sguscia dalla terra e scrolla i dolori del gelo, dei mesi grigi che a Milano sono più grigi ancora, e sorride. Un ulivo che a primavera rinasce, a Milano.

Devo andare a controllare la zuppa nella pentola. Sento il suono del telefono cellulare, qualche sms aspetta. Cammino scalza e mi circondo di fiamme viola.

Ritornerò.

autori per il Giappone

Lara Manni, e tante altre firme. Tanti cuori, la Luce di tanta creatività. Autori per il Giappone: vi invito a partecipare, e a donare. Quello che si può, quello che si riesce. E parlatene, a tanti. Aiutiamo il Giappone, aiutiamo la Terra a guarire.

Ecco il mio racconti su Autori per il Giappone, “DICONO CHE SONO PAZZO”: LINK

Copyright © 2009 MariaGiovannaLuini.it
Power by Innovation Marketing