Racconti brevissimi Archive

piccoli ricordi

Siamo fatti di ricordi piccoli.

Al funerale ho raccolto una rosa bianca, staccata dal grande cuscino che stava sopra la bara. E nella bara un corpo. L’ho visto, il corpo vuoto. Porta i segni della malattia e degli anni che ti sono caduti addosso tutti insieme, grigi e spezzati. Gli ho detto ciao, poi ho taciuto: non aveva senso parlarti, non se mi rivolgevo al corpo sdraiato in una camera fredda e tetra. Viene il momento in cui devi essere coerente, se sai che la vita diventa Vita è inutile chiacchierare con l’involucro dell’anima quando è volata via. Magari ce l’hai di fronte, magari ti sfiora una mano e tu ti affanni a non spaccarti il cuore con il dolore di un cadavere che non avresti mai voluto vedere.

Qualche lacrima è scesa, è successo mentre Olly parlava e raccontava l’amore che abbiamo avuto per te. Che abbiamo per te. Però non riuscivo a essere triste, ero incredula e leggera. Soffrivo per Olly, per i tuoi figli e tua moglie, per la tristezza di chi è rimasto. Non per te. Ti sentivo forte, ero serena, curiosa. Sapevo, ma non capivo dove ti fossi seduto a guardare. Sapevo il tuo sguardo fisso su di noi e un po’ divertito. Avevo la certezza che se fossi riuscita a cercare bene ti avrei scovato, perché c’eri. Non certo dentro la bara sotto il cuscino di rose. Ho capito ieri, quando ti ho avvertito dentro l’alba rossa e viola sulla campagna (ancora non sapevo che il tuo corpo fosse morto, l’avrei scoperto dopo qualche minuto), la tua presenza viva sarà silenziosa e divertita, amorevole e quieta. L’ho ritrovata oggi. Ho lasciato girare gli occhi sui volti, centinaia, nella chiesa, mi sono bloccata sulle loro lacrime con uno stupore che avrebbero pensato sciocco. Perché piangete? Aiutatemi a vederlo, qualcuno di voi lo vede? Perché io so che c’è, è qui. Aiutatemi a intuire dove. Ma perché state piangendo? Non è evidente anche per voi? Lo chiedeva un istinto, una parte della mente così libera e fresca che a stento tratteneva il sorriso. Non sono riuscita a vedere il tuo volto ma c’eri, eccome se c’eri. Ne aveva certezza ogni cellula, sentivo (scelgo un verbo, ma dovrei trovarne un altro più adatto che ora non raggiunge le mie dita sulla tastiera) che eri là.

Il confine tra noi vivi temporanei e voi vivi per sempre è diventato così sottile, siamo tanto vicini. Si tratta di scoprire come si guarda meglio, secondo me. Tu oggi c’eri, e non sta parlando la donna emotiva e passionale che so di essere, parla qualcuno che ai funerali di solito si sgretola e piange. Parla chi non sa resistere e crolla. Parlo io, che oggi ti ho visto. Non gli occhi, ma più di loro. E so di avere sorriso, non ce l’ho fatta a trattenermi. C’eri, e anche tu sorridevi radioso e pacato, e zitto. Era la tua Luce a sussurrare l’Amore a chi piangeva.

I nostri ricordi sono piccoli. Non posso evocare grandi momenti di amicizia e confidenza, nessuna frase epocale (o forse qualcuna, ma per me e per te, tirate là nelle giornate di un ospedale che abbiamo amato). Ricordi piccoli, così. Abbiamo scritto insieme. Abbiamo confessato passioni letterarie diverse, imparato e scambiato. Eri imbattibile, non ti stavo dietro. Abbiamo provato a dare alla comunicazione un senso e una direzione. E la malattia, poi. Se conto le parole che ci siamo detti dopo che l’hai scoperta e combattuta esaurisco in fretta le dita delle mani, ma per gli sguardi non è lo stesso. Non ci siamo mai guardati tanto, e a lungo, e senza imbarazzo. Appena ti ho ritrovato dopo l’intervento ci siamo inchiodati al pavimento in un corridoio e ti ho detto cosa vedevo. Mi è scappato dalla bocca, la razionalità ha sussurrato “Sei matta? E’ il direttore”, ma tu avevi già allargato il sorriso. “Lo so”, hai detto. Credevo che te ne andassi invece restavi fermo, volevi sentire di più. Ho compreso in un istante che non avevo bisogno di spiegarti che da qualche tempo succedono strane cose, l’Amore e l’Energia e la Luce e tutto il resto. Non ne avevo bisogno perché vibravi alto e avevi visto anche tu. Immobile, con nessuna intenzione di allontanarti, eri curioso. Chiedevi, hai chiesto con garbo e speranza fino all’ultimo. Anche tu leggevi in me, eri oltre la barriera di una ragione che è buona solo per chi è sano o crede di esserlo. C’era di mezzo Dio, quando Dio arriva (è sempre lì ma non ci accorgiamo, peccato… Pensa al tempo che si perde) si ribaltano le verità. Abbiamo il ricordo piccolo di un contatto fisico muto e discreto, fatto di mani che tentano di dare e mani che vogliono ricevere. E una medaglietta santa che abbiamo condiviso. “Ma tu come fai se la dai a me?”. “Ne hai più bisogno tu, e comunque è lo stesso. Non c’è distinzione, capisci? Siamo tutti separati solo in apparenza”. Abbiamo parlato di Dio con la lingua e la mente, siamo ancora qui a parlarne adesso. Solo che tu fai meno fatica, sento che ridi degli sforzi per scrivere una follia sensata. Riempi la stanza, sono leggera e calma, espansa e gioiosa. Il mio delfino di stoffa sogghigna con il muso appoggiato a un portamatite.

L’ultima volta che ho visto il tuo corpo vivo eri seduto nella penombra. Nessuna parola, fuori dalla porta ricevevo il tuo sguardo. E lo ricambiavo. Siamo rimasti così nei minuti a manciate, non sono entrata e tu non hai chiuso la porta. Mi sono chiesta, nelle settimane, quale fosse il Bene che Dio ti stava offrendo. Perché c’è, il Bene. E’ che non lo comprendiamo. Lo sai tu, adesso.

Abbiamo ricordi piccoli che non si possono spiegare. Per fortuna non c’è bisogno di raccontarli.

Ciao, Leonardo (non è un commiato e non so perché lo scrivo, ma un tocco poetico mi sia concesso). Luce.

la lirica di una nebbia

Succede che mi alzi presto ed esca dal letto con la voglia di guardare fuori. Le case con le finestre chiuse, cieche, sono senza vita; appena recupero la posizione verticale annaspo verso i vetri e apro, faccio entrare il giardino e controllo se piova o ci sia il sole. Mi vengono in mente le persone meteropatiche, coloro che popolano la mia esistenza e variano insieme al meteo: se noto la pioggia mi preparo ai loro silenzi, altrimenti prefiguro messaggi lieti e splendide carezze.

Insomma, mi alzo e apro le finestre. Da qualche giorno vedo la nebbia. Ed è speciale, questa nebbia. Potreste dirmi che abito a Milano Sud, zona di risaie e zanzare e nebbia (appunto), e sarebbe vero. Potreste ricordarmi che il mondo, questa parte di mondo, è nato insieme alla densità spessa ed evanescente di un latte sporco che copre e fa tacere, esistere per questa terra è coprirsi di nebbia. Tutto vero. Ciò che mi colpisce ed eccita la mia fantasia è il confine. La nebbia ha un recinto, inizia e finisce all’improvviso, quasi ci fossero cancelli che non le permettono di andare oltre un limite che sta più o meno a sei chilometri dalla mia casa. Ed è incredibile, se ci pensate: come fa a lasciarsi imprigionare?

Da quattro o cinque giorni provo a misurarlo, il confine. Esco, scelgo se usare l’automobile o l’autobus e sono già immersa nel silenzio. E’ un silenzio che non oso definire grigio perché la nebbia non è grigia. E’ bianchiccio, bianco rarefatto eppure compatto, una specie di neve che resta sospesa simile a farina e non si decide a cadere. Esco e sono avvolta, la sento premere delicata sulla pelle del viso e sulle mani, la respiro e ha un odore inconfondibile. Immagino piccoli, minuscoli frammenti che solidificano appena oltre il naso e scendono nella trachea, e giù nei bronchi, come un elemento che ha forma ma non durezza, che accarezza ma non fa male. Mi placa. Ho sempre amato la neve e la nebbia. Sono mani che abbassano i toni, che zittiscono e chetano. Non ho paura di restare nella loro prigione, io che non sto ferma, che detesto i legami e le imposizioni accetto docile il loro volere. Neve e nebbia, bianche e palpabili, differenti solo agli occhi.

Mi basta qualche chilometro per raggiungere l’istituto dove lavoro. La strada, le altre automobili nella doppia fila lenta con gli autobus 222 e 99 che premono per tagliare la strada, qualche camion che ha fretta e spesso schiaccia di lato le utilitarie. E la nebbia, che non si alza e non cambia, bianca e rara e spalmata sui campi. Nasconde il carcere a sinistra, dissimula e scompone la forma delle case. Gli alberi, marrone scuro o nero, filano ai margini quando vado oltre il semaforo e a destra la campagna piatta, dove con il tempo favorevole posso fotografare il sole rosso che sorge all’orizzonte, la distesa piena, omogenea, inafferrabile delle pagliuzze fresche della nebbia. Due gradi e mezzo, il termometro della macchina questa mattina diceva così. Avanti, ancora avanti. Anche l’istituto è nella nebbia, parcheggio e saluto e cammino, e non c’è spiraglio nel cielo confuso con la terra. Con i guanti e la sciarpa stretta al collo tengo su la borsa, troppo pesante e grossa, mangio l’aria fresca e densa in una panna lieve senza sapore. Ed è pulita a sentirla sulla lingua. Le ombre che si muovono intorno scolorano in bianco, spiriti o fantasmi. Il piazzale grande davanti alla hall A luccica e rimbalza, sembra lavato e impegnato ad asciugarsi senza risutato.

Il confine della nebbia, dicevo questo. L’ho notato per la prima volta qualche giorno fa quando sono uscita per l’incontro con un editore. A pranzo in centro. Con il mio piumino pesante e la sciarpa, i guanti infossati nella tasca ho perso tutto a un tratto, a nemmeno un chilometro dal’istituto, il latte chiaro che mi avvolgeva. E ho trovato il sole. I colori ricomparsi come miracoli, il cielo che non ricordavo potesse assomigliare a al mare, e la gente che era gente, in carne e senza sfumature. A pranzo mi sono vergognata del mio piumino, l’editore è uscito solo con la giacca e ho creduto che il freddo e i cristalli di nebbia a grondarmi addosso fossero stati una follia. Non c’erano, era impossibile che li avessi visti sul serio.

Il giorno dopo e quello dopo ancora mi sono trovata ad andare qua e là e sempre, senza un digradare ma con un cambiamento brusco e lontano dal credibile, la nebbia che avvolgeva la casa e l’istituto, la zona della risaie e delle zanzare diventava un’illusione. Scoprivo il sole, il cielo azzurro e perfino qualche nuvola scolpita nell’ovatta bianca dell’inverno. Ed erano ovvii, le persone che incontravo non potevano credere ad altro che alle giornate fredde ma perfette del centro della città.

Ritornando a casa, ieri sera, ho tentato di fotografare. Il risultato, complice il flash scattato senza che lo chiedessi, è orribile. Ma lo pubblico lo stesso. Le fotografie per me sono istanti di vita che per qualche motivo voglio portarmi dietro. Una volta ho fotografato la luna attraverso una grata, oppure un angolo di muro sporco. Queste fotografie hanno significato per me, questo solo conta. Per me che fatico a riconoscermi allo specchio, e non c’entrano le rughe o i chili persi. C’entra che sono cambiata, e le definizioni di prima non valgono più. Ho buttato i “sempre” e i “mai” e mi sono avvolta nella nebbia che placa e rassicura. Ecco, forse questa nebbia è dono oppure metafora. Per giorni o mesi o anni resterò nei chilometri stretti di questa nebbia necessaria. So che c’è un confine, e so che al di là la luce esiste. Ma aspetto, e non fa male. Nebbia e neve mi sono amiche, poi vedremo.

abbaglio e finzione nell’hotel di Venezia: un uomo con il panama in testa

E’ nato nel 1913. Leggo due, tre volte. La data di morte manca. Quindi niente è facile come credevo.
Perché quando mi sono accomodata sul treno, carrozza uno posto trentasei, il pensiero girava e rimbalzava tra i neuroni come una biglia, si divertiva a stuzzicarmi senza prendere forma. Ero sicura che fosse morto. Per me la sua morte era il rifugio confortevole, la conferma che stessi affrontando lo scherzo della mia immaginazione da bambina sempre sovreccitata. Lui, che avevo incontrato poco prima. Invece no. Internet butta in aria le idee e muove qualcosa in fondo al mio stomaco, la data di morte non si trova. Lui è ancora vivo. E’ vivo, capite?
Ordine, ci vuole ordine. Soprattutto con lui. Racconto da capo.
Questa mattina ho scritto, nascosta nella camera piccola dell’albergo con il canale che sciaguattava sotto la portafinestra. Notte tarda, fatica e vino rosso mi hanno reso pigra, ho rinunciato alle ultime ore del congresso per lavorare di scrittura. Alle 11 ho raccolto le borse, afferrato la valigia e mi sono infilata nell’ascensore. Apri, chiudi, scendi. Ho pagato il conto e lasciato i bagagli e per venti minuti scipiti ho girovagato nei metri di Venezia intasati di lusso opprimente e turisti la cui andatura rallenta perfino la fantasia. E l’albergo, di nuovo, alle 11.30.
Nella hall pochi passi, controllo la gente che chiede informazioni ed esito. Non so perché, mi volto. E lui è a meno di un metro da me. Ci scontriamo, quasi, e restiamo fermi. Lunghi minuti.
Sono i suoi occhi: il taglio, la piega laterale in giù, le rughe profonde e molli, l’espressione triste e vuota. Poi il volto. Le labbra sottili, anche quelle piegate, curve appena. Come nelle fotografie. E la postura. E’ molto vecchio ma sta dritto come un palo, elegante in una giacca scura e con il panama in testa. Il suo nome balena in un’immagine, solo dopo arrivano cumuli di parole.
- Ma guarda. Incredibile. Lui è… Ma no, è morto. Figurati. Se anche fosse vivo non potrebbe essere qui.
Sono io a smentire me stessa, e approfitto dell’inerzia, della nostra esitazione. Mi dilungo nell’osservazione e lui scambia qualche parola in tedesco con una donna. La donna si rivolge al personale dell’albergo, poco più in là. In italiano. Anche lui conosce l’italiano, l’accento è tedesco. Dovessi definirlo in poche parole, in questi primi e unici istanti, direi che è antipatico e nervoso, e i miei occhi addosso gli creano fastidio. Ma non posso mollare. Perché sto cercando appigli per smentire me stessa, per convincermi che lui e l’altro, il tizio che ho visto così tanto sui giornali, si assomigliano ma non sono la stessa persona. Impossibile che lo siano. Eppure i dettagli contrari non arrivano. Sono identici.
Stordita, riesco a spostarmi e gli dedico qualche altra occhiata. Si volta, va via. Non gli piaccio, è chiaro.
Divago e chiedo i miei bagagli, non riesco a concentrarmi su ciò che faccio. Metto in un cassetto la voglia di controllare subito, la parcheggio più in là. Poi vado in stazione. Il canale, le nuvole, la pioggia e un quarto di sole negli angoli. Venezia tormentata mi saluta. E in treno scrivo un articolo sul disturbo bipolare e la creatività.
Tempo, e il viaggio bianco verso Milano.
La mente libera si riaccende divertita quando stacco dall’articolo. iPad in mano, cerco il suo nome.
- Dai, vediamo quando è morto. Non può essere vivo.
Rido di me e degli eccessi che il cervello sa creare. Nome, cognome nel motore di ricerca. Risposte immediate, decine di pagine. E la data di morte non c’è. Confusa, leggo le notizie che posso. Dovrebbe essere altrove, agli arresti domiciliari, qualcuno l’ha incontrato al ristorante e ha protestato ma lo può fare, non è un reato. Può uscire di casa nella città dove è agli arresti.
Un uomo alto, tedesco, che conosce l’italiano. Molto vecchio. Il panama in testa.
Non sto più giocando. Racconto a qualcuno, le risposto sono diverse. Un’amica non mi crede e abbozza (solo la solita irrazionale), un’altra invece pensa che sia possibile. Poi ancora parole, e altri credono a ciò che racconto.
Abbaglio. Illusione. Incubo. Fatalità bizzarra.
Non so. Ma sulle rotaie macinate dal treno non abbandono i suoi occhi, e la data di morte che manca. Sono pazza, ipersensibile e facile alle impressioni devastanti. Bipolare il tanto che basta per scrivere. Ma potrei alzare la mano destra e dire che giuro. Giuro sulla somiglianza assoluta, sul caso della vita che vuole che due uomini siano così simili. Non serve che la gente mi creda e forse non ha senso raccontare; conta che dentro di me sia nata una deriva, il rombo tonante di emozione e sgomento. Il volto dell’uomo è il colpo secco di una campana che ha suonato all’improvviso. La breccia temporale si è aperta ai miei piedi, mi ha chiesto di saltare dentro e cambierà la mia vita. Ho visto un passato che, incarnata nella donna di oggi, non ho potuto conoscere. Seminascosti dal panama, ho visto la Gestapo, e i morti e le divise. E la mia fantasia ha creduto di scorgere, pazza che è, un uomo che le pagine del Mondo definiscono ancora “criminale nazista”.

In un albergo di Venezia un uomo qualsiasi, senza nome e tedesco, ha evocato il fantasma di un criminale nazista.

Questa è finzione, amici. Tutta finzione. Niente è vero. Sono uno scrittore, si sa.

l’uomo, il cane e un basista

C’è un uomo con un cane. Non so descrivere il volto, ce l’ho in testa ma sfugge, conosco l’altezza e l’età apparente e sono certa di una cosa: è capace di restare fermo, dritto sulla schiena, a osservare chi passa senza flettere lo sguardo. E il cane è marrone chiaro, taglia medio-grande. Sono loro, l’uomo e il cane. Chissà perché li ho notati. Tra tanta gente e tanti cani, non ho potuto togliermi dalla memoria quella notte di marzo, quando mi sono infilata nel letto con la sensazione che non fossero soliti, nella loro presenza non ci fosse un tratto usuale. Ricordo di avere girato un po’, prima di salire in casa: ho parcheggiato la macchina, li ho visti e non sono riuscita ad andarmene subito. L’uomo fermo a pochi metri da me aveva un ruolo bizzarro nell’evoluzione del tempo. Come il suo cane, che gironzolava senza passione e non si allontanava. Poi, la mattina dopo, ho trovato un messaggio sul cellulare: “Tentativo di effrazione nel veicolo targa XXXXX”. Il mio.

Ho ripensato questa mattina all’uomo con il cane quando il telefono ha squillato alle cinque meno venti. Confusa, stordita dal sonno, non ho avuto il tempo di spaventarmi: dal sogno alle parole nel telefono una frazione di istante e nessuna preoccupazione specifica. “Signora, è di suo marito la macchina targata YYY?”. La guardia che di notte sta in portineria non ha avuto bisogno di aggiungere granché: mi sono vestita, ho afferrato le chiavi dell’automobile e il portafogli con i miei documenti e sono scesa. Vetri infranti, l’interno strappato, divelto tanto in fretta da spezzare l’asta del cambio. E la tristezza dell’ambivalenza: devo prendermela per il furto a una macchina? Certo, in due mesi l’hanno fatto alla mia e a quella di mio marito, ma non sono legata al possesso degli oggetti e mi rendo conto che esiste il peggio. E questo non è il peggio. Però nell’ambivalenza c’è la rabbia. E la rivelazione: “Sa, è venuto un uomo con un cane. Dice che la sirena di allarme dell’auto l’ha svegliato”. Un solo, trascurabile dettaglio: la macchina ha l’antifurto satellitare ma non la sirena. Non suona, non ha mai suonato e mai suonerà. L’uomo con il cane passeggiava alle quattro del mattino, ha udito una sirena che non c’era e avvisato del furto. Poi è sparito, evaporato nelle nuvole cariche di pioggia.

“Il basista abita qui, stia sicura”. E’ lo sguardo dei Carabinieri a confermare. E mi chiedo, mentre aspetto che arrivi un’ora decente per portare la macchina al concessionario: ma il basista sarà l’uomo o il cane?

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

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