Racconti brevissimi Archive

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

il cespuglio dei bottoni d’oro e la forma dei segreti

I segreti non hanno forma.  E non è che sia ovvio, in fondo potrebbero avere una forma ma mantenersi segreti ugualmente. Una forma non è altro che la condensazione del pensiero e della riflessione della luce sulla superficie, i segreti devono avere una superficie e possono essere pensati quindi hanno una forma. In teoria ce l’hanno. Ma io non la vedo.

Bambina, amavo nascondermi tra le fronde cadenti dei botton d’oro nel giardino di mio nonno. Era un cespuglio enorme, potevo infilarmi sotto i rami spessi e verdi, coperti da foglie e fiori corposi, carne gialla il cui profumo intontiva, senza chinarmi. Tentavo di passare senza fare rumore, quasi senza spostare quei rami. Due o tre passi e le braccia cariche di fiori si richiudevano dietro di me, mi accudivano in una penombra solcata da strie dei raggi del sole pomeridiano. Potevo sedermi se volevo restare a lungo da sola, nascosta a pensare, oppure mi immobilizzavo in piedi e sbirciavo l’angolo del vialetto, e il margine della casa: speravo che qualcuno passasse e volesse trovarmi. Speravo di notare la nostalgia, la preoccupazione e la sorpresa. E l’amore, anche se non sapevo dare un nome a ciò che avevo in testa. Più di tutto, speravo che passasse mio nonno. Lo ricordo, a proposito: una volta, che per me è una ma sono certa equivalga a dieci, venti, quaranta, entrò nel rifugio dei botton d’oro, chino, quasi piegato in due, con il sorriso buffo e la smorfia degli occhi. Parlava piano, sottile, complice. Si nascose con me e scherzò un poco con la nonna che (fingeva di) cercarci apprensiva. Mio nonno era uno dei segreti del cespuglio con i fiori gialli, per lunghi istanti solo mio, proprietà privata e assoluto dominio: fu forse il mio primo amore, negli uomini cerco ancora la barba, gli occhi chiari e l’andatura pacata un po’ claudicante. Fu senza forma come i segreti, perfetto nella luce pura che gli mettevo addosso; assunse forma ai miei sedici anni, quando ebbe il torto di morire senza curarsi del mio bisogno che rimanesse ancora.

E c’era Roberta, anche. Capitava che si infilasse tra le fronde, sottile come loro e con i capelli castani dritti come spaghi, agile e vivace come io non fui mai. Avevo la sensazione che conoscesse la mia casa in penombra, la conosceva anche se per me era il luogo segreto, dove nessuno sarebbe stato capace di trovarmi. Il luogo che, nato nel pensiero e nella fantasia, aspettava zitto nell’angolo del vialetto senza essere notato da altri. Solo per me. Roberta lo conosceva, invece, e quando si univa a me nelle pause del gioco e nella voglia di ritiro dal mondo un po’ ero felice e un po’ soffrivo. Non ero unica, non lo ero perché avevo un fratello più piccolo ma anche perché Roberta condivideva il segreto senza forma dei botton d’oro. Immaginavo che vi si nascondesse con le bambole o la sua scimmia di peluche, e sua madre la cercasse disperata senza essere capace di intuire. I botton d’oro si spostavano per aprire lo spazio segreto, erano scudo e velo. E protezione che non ho ritrovato, dopo.

C’è stato un tempo in cui ho dovuto chinarmi per passare. E’ accaduto non so bene quando, le fronde non scivolavano più sulle mie spalle piccole e lo spazio interno non era così ampio da permettere che stessi seduta. Soprattutto, il cespuglio rimpiccioliva. A un tratto, senza che mi apparisse una trasformazione graduale, mi accorsi che chiunque avrebbe potuto scorgermi se avesse fissato distratto i rami intricati di fiori: il mio corpo sporgeva, era massa. E il corpo di Roberta era massa. Perfino lei, così magra, ingombrava il mondo magico del cespuglio. Insieme non potevamo borbottare confidenze ed eludere i richiami di sua madre; chine come il nonno anni prima, spezzavamo fili d’erba e rovinavamo i fiori, che cadevano per i movimenti non più bambini. Eppure avrei giurato che i segreti fossero senza forma, che esistesse un luogo dove trovare riparo e protezione senza occupare spazio.

Un cespuglio diventa piccolo nell’angolo del giardino. E’ stata la mia prima delusione, la constatazione fatale di ciò che muta essenza al cambiare della dimensione di noi. E i segreti, quelli che là ho creato e soffiato fuori, quelli che là ho lasciato: non avevano forma, evaporavano sciolti e densi come l’amore. Finché.

Non so se il cespuglio esista ancora. Di tutto il giardino, lì è l’angolo che non riesco a ricordare.

la mia fuga

Capita che non abbia voglia di vedere l’addensarsi delle nubi. Perché tengo gli occhi sullo spicchio di sole che fa finta di scaldarmi, oppure perché mi illudo che se non ci penso la pioggia non arriverà. Capita anche che le luci dei lampioni si spengano all’improvviso mentre cammino e provo a trovare il senso. Oggi ho regalato a due bambini le carte Disney che mi hanno dato alla cassa del supermercato, mi hanno ringraziato felici. Come erano felici. Sono andata alla macchina e alla gioia ho mescolato il significato patetico di ciò che era accaduto. Non so decidere se sia meraviglioso o tremendo. Il momento più bello di oggi è stato riuscire a dare quattro cartoncini nelle mani piccole di bambini che non conosco… Ma va così, e bisogna che prima o poi le nuvole si guardino. Fanno meno paura, il temporale scarica acqua e fulmini e se ne va.

E’ ora di viaggiare. Per conto mio, ma sul serio. E’ ora di lasciare stare la voce e il respiro e l’obbligo di essere sempre chi gli altri si sono abituati a vedere. Troppi angoli con la polvere, troppe ragnatele, troppe e troppe e troppe parole lontanissime dal vero. Lascio il vento e il sole a chi imita senza la capacità di infilare un dettaglio prezioso e unico nello stile di scrittura, a chi pensa sia sufficiente sorridermi e raccogliere quattro confidenze per conquistare la mia anima, a chi ama. Obliquo, fuori rotta. Ma ama. Lascio il senso esausto di una città dove nelle ultime settimane la domanda più importante era “Voti Moratti o Pisapia?”, e che delusione quando dicevo, con un sollievo che non riuscivo a mascherare, “Non sono di Milano, mi dispiace”. Possibile che a nessuno venisse in mente di chiedersi cosa sarebbe accaduto dopo a una città che deve essere amministrata? Tifi Inter o Milan? Sei scrittore quindi voti a sinistra, vero? Sei un medico quindi dovresti votarli entrambi, per giustizia, vero? Per favore, lasciate stare. E altro, lascio altro. Lascio amanti dei libri che si fanno fuori a coltellate per piazzare questo autore o quello alle presentazioni letterarie che organizzo, e pazienza se alcuni libri fanno schifo. Lascio i consigli, sempre opposti tra loro e sempre tendenziosi, e la buona, sacrosanta regola: l’amica medico può farti mille favori perché sopra la salute non c’è niente, ma guai a farglielo anche tu, un favore, perché l’amicizia non si inquina con un “do ut des”. Lascio le stronzate, le regalo perché ne sono piena. Pacchetti freschi di marketing a vendere la tua immagine, e pacchetti stantii quando arriva qualcuno che paga un po’ di più. Lascio i VIP che arrivano agli eventi e rubano i posti prenotati cambiando i cartelli con i nomi sulle sedie e le facce smunte dei benefattori che si offendono se ti dimentichi di ringraziarli dal palcoscenico. Lascio anche la ritrosia e il senso trattenuto del pudore che finora ha messo i blocchi alla scrittura: qualcuno dice che dovrei lasciarmi andare, sporcare con lo stile le visioni brutali che nei libri so costruire. Forse sì, forse questo è vero. Chi sputa vince, chi tira fuori il nero si mette addosso luci di una ribalda modaiola. Pianti e violenza, sangue e abbandono, e qualche guerra etnica qua e là: sale, pepe, agitare bene e il romanzone è fatto.

Porto con me il senso di sconfitta di chi non ho saputo curare. Di chi non avrei potuto curare, ma per me fa lo stesso perché la pace non entra mai e la rassegnazione neanche. Se una persona non guarisce, viene via con me e non la scorderò. Porto con me le BIC e i taccuini, e non so mica se poi leggerete ciò che scrivo. Non  lo so più. Sono stanca dei giochi, delle parentele che fanno pubblicare e delle logiche che gli esperti ti raccontano sapendo di mentire. Ah, e le bugie… Quelle cadranno una a una, spezzettate e morte. Le ho viste tutte, ancora non ho trovato qualcuno che sappia mentire davvero. Il giorno che scoprirò il mentitore perfetto saprò amarlo, avrà compiuto l’impresa più difficile: creare la realtà dalla bugia. Chapeau.

Capita che non mi interessi il giudizio, e la scrittura viva per sè. Capita che decida di partire. E’ la mia fuga.

esco dalla storia

Esco dalla storia. Quando scrivo un romanzo, una storia più lunga (lunga quanto? Neanche io so dirlo, diciamo che scrivo una storia che ha tanti capitoli, e sequenze di eventi e relazioni fluide che mi compaiono agli occhi senza che debba cercarle), sono lì. Sono nella storia. Cambio nome, atteggiamento, pensiero. Cambio città, abitudini, e amo come la storia prevede. Non come amo io. Ammesso che sia ancora capace di amare.

Dunque, oggi avrei dovuto scrivere. Graffiare la carta a righe con l’inchiostro blu spesso, a macchie, di una BIC iniziata ieri. Ne mangio almeno due ogni giorno, due BIC che sono tutte diverse. Avete notato che non c’è una BIC uguale all’altra? Alludo a quelle che hanno la punta media, blu con la cannuccia trasparente. Una succhia via l’inchiostro e resta limpida, senza goccioline che incrostino qua o là la perfezione, l’altra invece si esaurisce con grosse lacrime di colore che non vanno via. Alcune, a metà tra la limpidezza e la lordura, danno l’idea di non consumarsi: restano tutte di un colore, ferme, finché le metti a dormire la sera nell’astuccio e le ritrovi la mattina dopo con una tacca bianca netta, una spaccatura che non avevi visto. E sai che l’hai bevuto eccome quell’inchiostro, sta tutto nella storia che stai scrivendo.

Gli amici mi regalano penne favolose, dicono che a uno scrittore non si può regalare altro. Le amo, quelle penne di sfarzo e lacca e ricariche costose. Però uso la BIC. In un astuccio gonfio che porto nelle borse ho quattro o cinque BIC che aspettano. E una, la prescelta, che non sarà cambiata fino a quando sarà esaurita. Deve finire proprio tutta, impedirmi di andare avanti perché la grafia perde la faccia. Il che accade in giornata, in ogni caso. Non ho cimeli, appena l’inchiostro smette di vergare il foglio lancio nel cestino, e non tengo prigionieri o feticci. Magari penso un attimo a cosa abbiamo scritto insieme, succede che la ringrazi perché non ha perso tempo, ha corso aggranchiata alle mie dita, poi la getto via. La immagino al macero o nel volvolo misterioso della differenziata, con la plastica che chissà dove va a finire. Ci saranno le sue colleghe di lusso, se proprio qualcuno avrà voglia di mostrare i miei cimeli: diranno che queste sono le penne dello scrittore, e non sarà vero. O forse sì, perché sono mie, ma delle storie che avete letto non hanno segnato un rigo.

Sono disordinate e goffe, le mie pagine. Uno scrittore che ho frequentato per un periodo diceva che sono ordinata, che non ho idea di come siano i suoi manoscritti, le prime stesure. Riusciva a leggere, nelle camere degli alberghi dove lo incontravo declamava nudo a voce alta senza sbagliare, anche nei passaggi che perfino a me costavano fatica.

- Come fai a leggere? Non mi capisco neanche io.

- E’ perché non capisci te stessa, io invece ti leggo chiaramente. E mi piace, oh se mi piaci. Sei complicata, a macchie, ma così limpida, così essenziale e intimamente ordinata.

Intimamente ordinata. Ho sempre creduto che mentisse, che avesse trovato una definizione che suonava bene in bocca. Gli piaceva che le parole gli girassero eleganti addosso, sapeva crearle e raccontare come nessuno. Intimamente ordinata. Forse. A me i manoscritti che accumulo fanno venire in mente Lorenzo, un compagno delle elementari che scriveva con la penna nera. Punta fine, le suore volevano che fosse fine e non ho mai capito perché (non mi interessa più chiederglielo). Il tratto di Lorenzo era irregolare e grosso, e lasciava macchie sui fogli. Disordinato, la maestra lo definiva così. E disordinata sono io, nei fogli che spiegazzo e scavo, tanto riesco a calcare con le dita. Ho la voracità della fame anche quando scrivo, lascio segni profondi come binari e piego, plasmo, incurvo. I miei diari, quelli che nascondo da qualche parte senza rileggere, sono libri con la costola increspata. E mi piacciono, mi piacciono così. Mi succede di fantasticare che un giorno un’anima generosa tenti di decifrare i miei pensieri, le riflessioni che ho buttato giù ansiosa, serena, innamorata, erotica, incazzata o sola. Dovrà bere decine di caffè e camminare negli spazi strettissimi del bianco incuneati nelle forme grossolane e scure che quasi ogni giorno ho aggiunto, senza districare il privato dalla consapevolezza che niente, niente resterà segreto. Siamo un’isola dei famosi, e lo siamo tutti. Anche chi scrive una nota su Facebook e fa finta che sia solo per sè. Per qualche amico che, paziente, dovrebbe sgranare la lettura e aggiungere commenti sospirosi. Anche chi nasconde un manoscritto in un forziere poi finge di dimenticare la chiave sul tavolo, accanto a chi potrà aiutarlo a pubblicare. Istrionici, tutti, sappiate che gli scrittori sono così. Altrimenti non sono. Altrimenti non leggerete mai le loro storie, almeno finché sono in vita.

Insomma, oggi non scrivo la storia. Oggi sono la storia, non smetto di esserlo fino alla fine. Ma non scrivo capitoli in serie o in parallelo, stacco e divago e uso questo strumento di tecnologia simpatica, abusata il giusto, per animare il blog. Un blog, uno spazio pubblico di scambio alla pari, immediato e onesto. E il mio rifugio, l’ombra fresca dove scrivo. Da sola. Il mio rifugio remoto ha le caratteristiche di ogni altro luogo, ogni altro rifugio. Non si nasconde sul serio. Non esiste scrittore che voglia realmente nascondersi. Istrionici, l’ho detto. La regola è che si debba essere ritrosi tanto da alimentare il mistero, simpatici non necessariamente, residenti in due luoghi nello stesso momento (vive tra Induno Olona e Canberra, per esempio: nessuno vive in un posto solo; dicevo questa mattina che da marzo in poi dovrò cambiare la mia biografia ufficiale, Firenze è nel passato e forse rivelerò dove si trova l’altro luogo della mia quiete. Ma solo forse). La ritrosia dello scrittore raggiunge vette ineffabili quando alle presentazioni scattano le risse, oppure quando alle feste i più cerebrali siedono sdegnosi e rispondono a mozzichi a chi li si saluta. Esiste una gradazione di ritrosia, dalla più piacevole e leggera all’antipatia voluta, sottolineata, resa vetriolo. Quella cattiva mi annoia e non riesce a impressionarmi.

Non so perché oggi la mia penna esca dalla storia, dal manoscritto, ma non da me. Resto me stessa e svolazzo senza dire troppo. Senza dirvi chi sono, prima di tutto. Perché non sapete chi sia colei che sta parlando. Sono la protagonista di un romanzo, è evidente. E la mano che questo romanzo scrive, è altrettanto evidente. Quale sia il mio nome è un segreto che nessuno può scoprire, cosa sia destinata a fare sono faccende private. Affari miei.

Che espressione retorica, ed efficace. Affari miei. Ho imparato da poco che sia lecito badare agli affari propri senza creare danno agli altri. L’ho imparato quando ho visto che gli altri facevano così. Firmavano contratti e stringevano la mia mano, e le condizioni della firma mutavano nel tempo. Questione di clientela, di importanza degli interlocutori. Questione di scorrettezza resa normalità. Ipocrisia, nelle ore luminose di un giorno con il sole vedo quella. Oltrepassati gli ostacoli degli anni, non sono più capace di mentire e rifiuto i sorrisi quando hanno odore marcio: invidia dissimulata male, falsità, bugia. Ne vedo le perle sottili, i tracciati sinuosi. E mi fanno schifo.

Nel rifugio segreto il sole tramonta. E non ho detto niente. Ma ho scritto, e se a qualcuno importa la scrittura, importa sul serio, sarà in grado di capire.

dormivi, parole che assomigliano al ritmo del tuo respiro

Dormivi. La mia mano sul tuo corpo disteso, soffocato e protetto dal piumone troppo caldo e morbido, il respiro che ti sfiorava insieme al pensiero soffuso di un dopo estatico.

Dopo l’amore. Dormivi. Ho sentito, nel calore del palmo appoggiato sul tuo fianco, la fragilità che amo. “Mi sembra di essere leggero e senza peso”, hai detto. E ho annuito in silenzio, perché il sonno fosse calmo e ti regalasse il sollievo.

La finestra socchiusa beveva il primo buio, la giornata limpida di ghiaccio da respirare sfumava nella sera. Avrei voluto che dormissi ancora, e ancora. Nella mia casa, nelle mie braccia. Ma bastava, bastava così, nella completa saggezza della temporanea gioia dell’appagamento, nell’amore che spesso non riusciamo a dire ma è lì, evidente da guardare. Dormivi.

Penso che a nessuno sia concesso giudicare. Non giudicare noi, la passione inebriante e sottilissima, l’equilibrio instabile che mi spiega cosa sia l’amore. E corpi di donne e uomini e ancora donne, che nelle parole tra noi giocano e forse arriveranno, ma se non è non importa. A me, non importa. Perché ciò che sento quando sei con me è il miracolo che non sono capace di dire, non riesco a pensare e non avrei immaginato che fosse. E dormivi, oggi, con la mia mano a sentirti etereo, delicato e fragile. L’uomo che devasta la mia intima certezza, che cambia il sole nella luna e nelle nuvole, era fragile e chiaro. Per me. Finalmente.

Dormivi. Il sapore del vino rosso sgocciolato nei bicchieri rozzi della cucina, gli armadi che piano si riempiono con il mio sguardo incredulo. Passo nella vita di mezzo e cambio, e tieni la mia mano. Ho paura, a volte, oppure aggredisco o fuggo. Ma tu, e la tua impronta nelle mie lenzuola (unica e sola, tua e di nessuno), date senso all’attesa e al cammino che affronto sola. Sola ma con il sospiro intriso dei momenti. Che non sostituisco, non simulo, non regalo ad altri.

Dormivi. Dopo l’amore. O dentro l’amore, credo. La mia mano sul tuo fianco, adesso. Ovunque tu sia.

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