Racconti Erotici Archive

il rumore di un libro al mattino

Questo è un racconto che risale a qualche anno fa. Pubblicato nel sito “Caffè storico letterario” nel “cassetto di MariaGiovanna”, mi è capitato sotto gli occhi questa sera. Ho pensato di soffiare sulle parole e restituire vita qui, nel mio blog. Senza interferire con lo stile, anche se la tentazione c’è stata, qua e là…

E’ salita a Firenze. Me ne sono accorto perché è riuscita a svegliarmi: dormivo da almeno un’ora e lei si è avvicinata al mio posto e ha sbattuto con malagrazia un libro sul piccolo tavolino che dovrebbe separarci. Ho aperto gli occhi e notato i suoi goffi tentativi di farsi aiutare per sistemare la valigia sopra la nostra testa: ho finto di niente, più per l’irritazione di essere stato svegliato che per mancanza di galanteria. Sono gentile, di solito. Molto gentile. Lei ha guardato in giro e ha visto un uomo in giacca scura, che si è alzato e l’ha aiutata a piazzare l’enorme borsa al suo posto.

Si è seduta, poi. Ha afferrato il libro senza aprirlo e mi ha osservato nascosta dietro un paio di occhiali da sole dozzinali, di quelli che usano quasi tutte le donne: lenti ampie e griffate, poca sostanza e molta apparenza. Ma sono cattivo, oggi: sarà la sveglia alle quattro e mezza, sarà la cena di ieri sera che non ho digerito, sarà questo viaggio inutile stupido completamente fuori senso, ma ho voglia di prendermela con il mondo. Senza pietà. Senza dare spazio a sensi di colpa.

Comunque.

Questa donna di fronte a me ha i capelli castani con qualche stria bionda inventata da un parrucchiere poco creativo, indossa un cardigan marroncino con qualche stupido strass e un orologio d’oro. Di quelli che potrebbero anche piacermi, se non fosse oggi se non fossimo qui e se non si trattasse di lei. Che mi ha svegliato lanciando un libro con un’irruenza che una donna non dovrebbe conoscere. Tenta di leggere, adesso, ma ha nelle orecchie gli auricolari di un piccolo aggeggio che squilla spara eiacula musica a volume spaventoso: come possa leggere e capire quel giallo da due soldi che ha in mano è incomprensibile.

Devo bere un caffè. Sta passando il baracchino che scampanella, ho visto che per un euro di può avere un caffè stitico in tazza piccola: l’uomo me lo porge ma prima afferra l’euro. Bevo. Così forse mi passa la nausea. Oppure dimentico per qualche istante la sveglia di questa mattina e la stazione vuota con due poliziotti e un cane che mi ha annusato, il treno pieno di zanzare, la donna lamentosa dietro di me che non ha stampato il biglietto e pretendeva di avere ragione con il controllore, e lei. Lei qui davanti, con la faccia da stronza e il coraggio di svegliarmi sbattendo un libro sul tavolino.

Quest’arpia con la musica a palla nelle orecchie mi ricorda la ragazza che avevo al liceo. Si chiamava Clara e i suoi genitori erano morti in un incidente stradale: la aiutavano tutti, perfino i professori, perché era orfana. Ma io la conoscevo bene. Perché la scopavo. Era cattiva, cattiva dentro, e la morte dei genitori non c’entrava affatto: doveva essere il DNA, quell’insieme di geni che non si sa bene da dove venga a renderla tanto sgradevole. Se la prendeva con il mondo e sembrava trarre piacere dal tormentare provocare stuzzicare offendere la sensibilità di chi aveva la sfortuna di incrociarla. A me piaceva perché allargava le gambe senza fare storie e non disdegnava la mia creatività nelle pratiche sessuali più estreme. Le piaceva, anzi, che le chiedessi di provare cose nuove. Per un po’ feci finta di non notare la sua assoluta mancanza di grazia, la maligna bestialità, poi mi stancai: le posizioni sessuali erano diventate sempre le stesse e non mi divertivo più.

La donna qui davanti ha chiuso il libro. Guarda impettita, con una ruga antipatica ai lati della bocca, una tizia che legge qualcosa. La giudica, sono sicuro: esistono persone che giudicano all’istante, come se fossero convinte di essere nate per quello. Non mi piacerebbe vivere con una donna così, e non è solo perché non ho mai vissuto con una donna: il problema è che ho in mente il modello preciso di femmina che vorrei, e non riesco a trovarne uno in carne e ossa. La dolcezza, quella pulizia che solo una donna può avere sono utopie. Forse. In ogni caso, non vivrei mai con la donna che adesso mi sta fissando.

-         Che cosa legge?

Mi ha parlato. Ha aperto la bocca all’improvviso e ha emesso suoni, e ora aspetta che risponda.

-         La vita di una poetessa russa

Ho dovuto risponderle. So che non capirà: a malapena sa che cosa sia una poesia, si vede dagli occhi porcini e dalle sopracciglia arcuate. Infatti mi fissa senza espressione.

-         Chi è?

Stiamo scivolando nel dramma. Nella discussione inutile paradossale sterile. Vuole riempire il vuoto della sua testa con qualche minuto di chiacchiere.

-         Una poetessa morta suicida

Il suo telefono squilla. Meno male. Appoggia all’orecchio un aggeggio colore della sabbia e dell’oro da mercato arabo, dal quale pende un’insulsa treccina marrone, e pigola.

-         Ciao, Anna. Sono in treno. Parlavo di poesia con un signore

“Un signore che hai svegliato sbattendo un libro giallo da dementi sul tavolino, un signore che ti trova odiosa e non vuole parlare con te. E ha capito benissimo che tu di poesia sai al massimo la litania che ti hanno insegnato all’asilo per la festa della mamma”. Sì, sono nervoso, ma non posso farne a meno. Non sopporto che si invada la mia vita come sta facendo questa donna.

-         No, non so come si chiami

“Mi chiamo Sergio ma la cosa non ti riguarda, e se me lo chiederai ti dirò che mi chiamo Mario”.

-         Come si chiama?

Banale. Mi sorride come se fossimo complici.

-         Mario

-         Si chiama Mario. Sì, esistono ancora uomini con un nome così

Fantastico. Vorrei che in questo vagone ci fosse un Mario incazzoso quanto lo sono io: mi piacerebbe vederlo alzarsi e schiaffeggiare questa cretina che squittisce dentro un cellulare improbabile.

-         Non so, ora chiedo. Lei scende a Roma?

Non posso mentire. O Roma o Napoli, non si sbaglia.

-         Sì

-         Sì, scende a Roma. Bé, ora vado. Chiudo, la linea va e viene e non sento ciò che dici

Clic. Mi guarda con gli occhiali da sole da maliarda.

-         Va a lavorare, a Roma?

“No, ogni mattina mi alzo alle quattro e mezza e prendo questo treno del cazzo perché mi diverto”.

-         Sì

-         Peccato, avremmo potuto bere qualcosa insieme

Bere qualcosa insieme. E’ peggio di quanto credessi. E’ una donna che non esita a proporre una bevuta al primo uomo che incontra in treno. Dopo averlo sgarbatamente svegliato con libri sbattuti, rintronato con musica vomitevole e disturbato nell’unico tentativo di leggere qualcosa.

-         Magari un’altra volta

Ho cercato di essere neutro. Non dico gentile, ma neutro. Lei sorride.

-         Non ha proprio tempo per un caffè?

I miei occhi cercano aiuto. Siamo a Roma, ormai: lo capisco dalle quattro case con le scritte sui muri e dai cavalcavia annodati come serpenti.

-         Va bene

Avrei voluto evitare, questa volta. E’ già successo e so come è andata. Devo lasciare stare le donne come lei: sono cattive vuote stupide e se scopano lo fanno con astio, quasi volessero dimostrarti che sei un porco. Come tutti. Però il “Va bene” mi è scappato, e non posso più tirarmi indietro.

-         Benissimo!

Il treno è in stazione. Scendiamo senza parlare.

-         Abito qui vicino, posso invitarla a casa mia?

Ci penso solo due secondi: non fa differenza ormai, ho messo il mio libro in borsa e deciso di non pensare. Di non notare la faccia arcigna di questa donna che mi provoca e non si rende conto.

-         D’accordo

La casa è piccola e buia: l’odore di chiuso soffoca la gola, lei apre la finestra e si appoggia al davanzale.

-         Ho visto come mi guardavi

Annuisco. Tanto sarebbe inutile spiegare.

-         So che mi vuoi

Le altre volte. Le ho tutte davanti come scene di un film in bianco e nero. Le mani prudono, vorrei uscire. Sono ancora in tempo.

Si avvicina.

-         Sei uno di poche parole. Mi piacciono gli uomini come te, sembrano sempre un po’ cattivi

Cattivo. No, non sono cattivo. Io. Sei tu a rendere tutto difficile. Allontanati. Le altre volte non sono riuscito a scappare, prima. Solo dopo. Oggi voglio andare via. E’ meglio anche per te.

-         Non essere ritroso. Mi piaci. Forza, sii coraggioso

Mi tocca. Ha messo la mano sui miei pantaloni.

-         Eddai

Non capisce, non riesce proprio a capire. Muove la mano e io mi sto eccitando. Adesso che la guardo da vicino vedo che è vecchia, ha gli occhi freddi e non conosce dolcezza. Sono sicuro che faccia la stessa cosa con tutti gli uomini che incontra. Tutti. Le mie mani prudono di più, sono sul suo seno adesso.

-         Bravo, così

Sospira e chiude gli occhi. Non posso fermarmi, non ci riesco più. Ma è colpa sua. Solo sua. Ero in treno e dormivo, mi ha svegliato con un libro giallo sbattuto sul tavolino, ha voluto parlare e portarmi a casa sua. Ha messo la mano lì e ora mi bacia. E’ lei che insiste. E non posso fermarmi, adesso.

-         Il letto è di qua

Mi prende per mano, andiamo in una camera ancora più buia. Sposta il copriletto che sa di polvere: sono sicuro che dovrò lavarmi molto bene. Non sopporto la sporcizia, mi si attacca al corpo e non se ne va più. Mi sdraio accanto a lei e la spoglio: sembra contenta mentre lo faccio. Sembrano tutte contente. Sempre.

-         Bravo

Sospira. Le mie mani le piacciono.

-         Continua

Non posso continuare. E’ tutto il corpo a prudere adesso. Sarà la sporcizia di questo posto, sarà lei che mi disgusta sarà che mi sono svegliato presto, devo finire. Finire subito. Per andare via.

Apre le gambe e mi accoglie. Sembra avere capito come andrà a finire. Sospira ancora e ancora mentre lo faccio.

Poi.

Sono le mani, come le altre volte. Non le posso comandare. Si avvicinano al suo collo e lo sfiorano. Lo afferrano come per caso.

E stringono. Stringono. Stringono ancora.

Diventa blu: i suoi occhi mi fissano stupiti, li vedo attraverso la nebbia della stanza. Mi guardano tutte così quando le mie mani stringono forte: forse si chiedono perché. Eppure dovrebbero saperlo: si offrono al primo che arriva, lo trattano senza dolcezza poi chiedono perché. E’ un nonsenso.

Stringo.

Non respira più. Devo chiuderle gli occhi. E lavarmi, subito. Per andare via.

Non voglio pensare al suo viso bovino e al libro che ha sbattuto sul tavolino, agli occhiali da sole dozzinali e a questa casa buia con la puzza di chiuso.

Spero abbia tanto sapone in bagno. C’è molta polvere qui.

il programma perfetto

“Ho scritto poi l’ultima parte, ma non voglio anticiparvela… No, neanche un indizio: la storia a un certo punto… Beh, proviamo a dare qualche accenno ma senza sciupare la suspence, cosa ne pensi?”.

“Penso che debbano comprare il tuo libro, è una storia poderosa! Po-de-ro-sa!”.

Prova ad aggiustare l’espressione del volto, ignora il crampo che da alcuni minuti tormenta la sua gamba e si sposta. Pochi centimetri, forse nemmeno: va a destra con il bacino ma sa che è un movimento fittizio, regala l’illusione della novità e del sollievo se le articolazioni fanno male. Il sollievo dura niente, e si ritorna come prima.

“Manca molto?”.

Il sussurro di Angelo le stuzzica un sorriso, lo nasconde subito perché ha scelto una sedia che, per le misteriose regole delle platee, si incunea dritta in un corridoio di spalle e colli e vuoto, e sia la scrittrice che il suo entusiastico relatore la vedono bene. Ha la faccia nelle loro mani, più o meno, anche se è in ultima fila. Le capita di scegliere la seconda o terza fila e trovarsi davanti gente che non sta ferma: poche ore fa avrebbe voluto ascoltare Andrea Vitali e osservare il suo volto, magari scambiare con lui due occhiate, ma il ragazzo inquieto con la maglia di cotone nera e un disegno dark sulla schiena era una rana instabile, si spostava a destra e a sinistra e creava un paravento da vertigine. Adesso che vorrebbe nascondersi, adesso che si è seduta solo perché ha deciso di riposarsi e aspettare la presentazione successiva, quella che realmente le interessa, la gente è disposta in modo tale da renderla visibile e palese.

“Non farmi ridere, quelli mi notano”.

Angelo scuote la testa come a dire “chissenefrega”. Sta giocando con l’iPhone, manda messaggi a qualcuno. Sta sempre scrivendo a qualcuno: testa bassa, occhi fissi sullo schermo, dita in fregola. Gianna si chiede spesso a chi scriva, ma finge di non volerlo sapere. Le piacerebbe essere l’unica amica di sms, ma l’illusione è svanita da tempo: lo vede aggrappato all’aggeggio luccicante, mormora a labbra strette e ride quando gli sms che riceve lo divertono. Sempre così. Qualche ora fa gli ha inviato una cosa anche lei.

“Spegni quel telefono, segui il discorso!”.

L’ha visto ridere, le ha mandato un bacio disegnato con la faccina giapponese. Il programma dell’iPhone che lei stessa gli ha proposto. Parlano anche di questo, dei programmi cretini che finiscono per comprare. Parlano di tutto o quasi, una volta è capitato che inviasse a lui un messaggio erotico destinato a Fabrizio: ancora la prende in giro, anche se sono trascorsi due anni.

Il dolore alla schiena ritorna. Si sposta di nuovo, questa volta la pelle sfrega la sedia.

“Ma lo sai che un tizio ha detto che un termine che ho usato nel romanzo deriva dal mio uso di una lingua dialettale?”.

“Dialettale? Ma se sei impettita che sembra che tu abbia una scopa in c…”.

“Sssshhhttt! Sei pazzo?”.

“Capirai chi mi sente, i due là in fondo mi hanno sfinito. Perché non facciamo un giro? Tanto possiamo lasciare le due borse sulle sedie e le occupiamo”.

“Idea grandiosa, ho la biografia di Carver nella mia borsa. Se me la fregano me la ricompri”.

“La biografia di Carver. L’hai letta sul Kindle in inglese e adesso hai il feticcio dell’edizione cartacea italiana. Un genio, veramente. Meno male che guadagni tanto”.

Non gli risponde. Sa che il discorso degli ebook è pericoloso. Prima o poi lui si arrabbia, pensa che siano la rovina dei libri. Tace e lascia cadere l’argomento. Fissa per qualche minuto il relatore, lo vede muovere le labbra e magnificare il romanzo che ha in mano. La donna deve averci messo anni, saranno ottocento pagine. Ci vuole coraggio a pubblicare ottocento pagine, le viene la curiosità di scoprire chi sia l’editore. Una donna si stacca dal gruppo, si è alzata di scatto e saluta con la mano, si avvicina al relatore che la presenta come un’autrice Mondadori. Gianna cerca nella testa ma non riconosce il suo nome. E nemmeno il titolo che il relatore sciorina con orgoglio, non lo riconosce ed è strano. Scrive ma legge anche, e tanto. La scrittrice Mondadori sputa parole di compiaciuto elogio: romanzo unico, anni di studio e riflessione, talento vero, fosse stato per lei l’avrebbe tenuto nel cassetto ma meno male che non l’ha fatto eccetera. Clichè. Nessuno tiene un manoscritto nel cassetto, e se lo fa non pubblica, ma il Salone è pieno di fenomeni scoperti per caso perché scrittori più noti scartabellano invadenti nei cassetti altrui. Strana mania, quella di ficcare le mani nei cassetti dei talentuosi timidi.

“Ehi, che fai?”.

Angelo la scuote.

“Sorrido, e allora?”.

“Sentimentale. Scommetto che ridi delle due tizie che si elogiano a vicenda. Film già visto. Sarà sua cugina, oppure la sua ghost. Sai quanta gente fa scrivere un ghost poi si trova costretta a patrocinarne l’esordio letterario. A parte che a me ’sta scrittrice Mondadori suona ignota. Tre copie vendute, contando anche quella di suo marito”.

“Smetti. Ognuno fa quello che vuole. E magari hai torto. Tutte le case editrici pubblicano libri che vendono di più e altri libri che vendono meno, ma non sono certo meno belli”.

“Vero, qui hai ragione”.

Angelo fa un cenno, soliti discorsi. Lo abbandona con lo sguardo, sente il collo che scricchiola felice quando volta la testa a destra. Uno stand, una ragazza che sistema alcuni libri nello scaffale e una musica. Musica. Si muove di più, sposta le spalle. Saranno cinque o sei metri.

“Oh, santo cielo”.

Sussurra piano, ma non abbastanza.

“Cosa c’è?”.

“Niente, niente”.

Angelo segue la direzione dei suoi occhi.

“Ammazza, che strafiga. Dove l’hanno trovata?”.

Non sa ribattere. Tre uomini alti, la pelle quasi nera e i capelli a treccine, sistemano una coreografia semplice e imbracciano strumenti musicali. Due donne, di spalle, si muovono per scaldarsi. Sono bianche, il contrasto con gli uomini è perfetto. Inizieranno a suonare, forse, e le donne danzeranno. Una di loro fa ruotare le anche, flessuosa, un sorriso concentrato si intuisce appena.

“Mamma mia, che roba”.

Non ascolta più la voce di Angelo. La bocca è asciutta, niente saliva, le labbra semiaperte all’improvviso. Ne è consapevole, le sente aperte ma può fare niente per modificare l’espressione stolida che sa di avere. La donna ha un paio di pantaloni rosso mattone, di quelli di lino, semplicissimi, una cerniera al lato del fianco. L’addome nudo e magro, ma non secco come quello dell’altra, sale sinuoso fino al seno, che nella posizione obliqua è un disegno pieno e assoluto, morbido e sodo insieme, protetto da un top nero con le spalline a filo. Le braccia aperte ai lati, la donna danza, prova i passi e chiede se va bene. Si vede, ci tiene a fare bella figura. Il collo eretto, i capelli sciolti sulle spalle (sono castani, senza una piega, lisci, tenuti indietro da una fascia che ha il colore dei pantaloni), il profilo le cui proporzioni sembrano studiate da un artista. Danza, e danza, e danza.

Gianna è ferma, ha dimenticato la posizione scomoda e i tizi che dal tavolo possono vederla. Le dita della mano destra aggranchiate alla sedia, la BIC caduta e rotolata chissà dove. E’ ipnotizzata dal movimento, dalla musica muta che fa muovere la donna, dal ritmo sensuale delle forme perfette e dolci, pulite da metterci le mani.

“Sii gentile, dai un segno di vita. Cosa succede?”.

Angelo prova a sfiorarle il gomito.

“Tutto a posto, lascia stare”.

Ma la voce è a frammenti, spezzettata. La bocca non si chiude, resta aperta come gli occhi, spalancati e fissi. La donna si è voltata, danza verso di lei, in piena luce. Danza e tira su la testa, lo fa due o tre volte, poi scuote la massa liscia dei capelli e ritorna molle, lenta, in una piacere concentrato che diventa lascivo. Gli occhi: non li vede, non può indovinarne il colore. Ma luccicano, e sono su di lei.

“Mi sa che guarda te, non me. Ma come cavolo fai? Ti odio, troviamo una così e si incolla a te”.

Angelo è deluso ma ha ragione, la donna sta guardando Gianna. La scarica di adrenalina e desiderio ha colpito entrambe. Per certe cose è inutile cercare conferme: si sono viste, hanno letto oltre la distanza, si sono piaciute. Infatti la donna aumenta l’ampiezza del giro delle anche, lo fa con voluttà, con la voglia di provocare. I tre uomini si fermano e sorridono, l’ironia e il compiacimento scatenano un battito di mani. E’ un frusciare leggero di foglie, le foglie del fitto del bosco spaccato in due dai raggi del sole. Gianna finalmente si muove sul serio, tira indietro le gambe e si alza. Lenta, senza staccare gli occhi da lei. Abbandona la borsa sulla sedia, non ci pensa proprio a portarsela dietro. Scuote da sè la polvere della noia, della fatica e raddrizza le spalle.

“Ciao. Balli molto bene”.

La donna si ferma, nello sguardo un trionfo intasato di voglie.

“Grazie. So chi sei, io mi chiamo Michela”.

So chi sei. Sbrigati, facciamo in fretta. Evita le moine e i convenevoli. Anche lei sorride.

“Michela”.

“Eh, sì. Michela”.

Sulla pelle ha un velo di sudore in microscopiche gocce profumate, il petto va veloce e il respiro caldo colpisce il volto di Gianna. Ancora il pensiero, la sensazione di un fogliame intersecato, vivo, l’energia della terra e dell’aria sulla fantasia nuda. Calcola che abbia dieci anni meno di lei, spera che non siano di più. Si ferma sul viso, anche se i corpi così vicini (come è accaduto che si stiano quasi sfiorando?) intuiscono i seni e i capezzoli improvvisamente tesi. Il suo top nero è casto, senza paillettes, e sotto non c’è reggiseno.

“Cosa fai, dopo?”.

“Vengo a cena con te”.

Ride.

“Mi sembra un programma perfetto”.

La donna le tocca un fianco a mano aperta, con il palmo, e le dice all’orecchio dove la aspetterà. Poi, prima di staccarsi, morde piano. Morde il suo lobo. E si volta e va via, segue gli altri senza guardare indietro.

Gianna si perde. La voce di Angelo, da qualche parte. Ma la mente non sa altro che il dopo. La cena con Michela, e i suoi pantaloni di lino e il top. Il ricordo remoto di una bosco, del sole che si infila tra le foglie. E la pelle giovane, liscia, gli occhi verde scuro e le dita. Michela. Il suo programma perfetto.

Intermezzo, pomeriggio nell’isola

- Fa tanto caldo che mi sembra di vederlo.
- Cosa?
- Come?
- Cosa ti sembra di vedere?
- Ah, intendi questo. Il caldo. Mi sembra di vederlo, come se fosse un vapore denso e trasparente da prendere in mano.
- Cosa vedi?
- Da qui? Il solito. Il mare, la nave grande.
- Si è rifugiata là durante il Levante della notte scorsa.
- Me l’hai detto. E’ ancora là, aspetta la sera. Poi vedo una vela che ha tirato giù tutto, fiocco e il resto, è immobile tra noi e Palmarola.
- Come fa a essere immobile?
- Vieni a vedere, sembra ferma.
Alza le spalle. Manda avanti un braccio, muove le dita e ride.
- Non ho voglia. Vieni qui tu, invece. Mi ritorna un’altra voglia, molto più interessante.
Paola scuote la testa, non si sposta. Con la mano destra tiene ferma la tenda bianca sottile, con la sinistra si accarezza i fianchi e forse non se ne rende conto: sono movimenti automatici e lenti, pigri, involontari. Osserva la vela ferma nel mare, e la nave con la catena enorme tuffata in acqua.
- Come sta lui?
- Lui chi?
- Il tuo amante.
Silvia sospira.
- Oh, dai. Non ricominciare.
- Ho solo chiesto come sta. Non sono abituata a pensarti con un amante. E se per caso scriverai un racconto con noi due dentro, noi due adesso, ricorda di scrivere un amante senza apostrofo. Amante uomo.
- Non metterò l’apostrofo, ma ho già scritto di noi, di te in piedi dietro la tenda di quella finestra.
- Lo so, mi sembra di stare nella tua scrittura. Ma hai scritto anche di lui, e si sentiva che ti piace.
- Certo che mi piace. E’ bugiardo ma mi piace. Sa fare e dire cose che altri neanche sognano. E per le bugie pazienza, fingo di non accorgermi.
- Non lo sopporterei.
- Cosa?
- Che sia bugiardo.
- E perché? Ci sono caratteristiche peggiori, e poi credo che abbia qualche motivo per mentire su alcune cose.
- Quali cose? Nessun motivo è valido per mentire, se tiene a te.
- Non è vero. Non mi piace, ma posso anche arrivare a capire. Mi dispiace solo che non  me lo dica.
- Cosa, che ti mente? E’ un controsenso. Te lo immagini? Amore, ti mento ma non prendertela. Sono un bugiardo, che vuoi farci.
- Non è così che intendevo.
- E’ un controsenso comunque, Silvia, ammettilo.
- Non lo è. Un conto è mentire sperando che io beva ciò che dice, un altro conto è offrirmi una parziale verità: cioè mento perché devo, non mi fare spiegare perché sono cose mie ma credimi, tengo a te. Insomma, lascia perdere. Chi se ne frega, in fondo. Ci vado a letto, non lo devo sposare.
- Vorrei vedere. Ma dimmi su cosa mente con te, non mi piace che lo faccia.
- Niet. Ferma. Lo sai. Tu e io abbiamo segreti, ma li ho anche con lui.
- Questo mi fa incazzare.
- Fa niente, lo devi accettare.
- Dio, come si fa? Non ci credo. Hai un uomo, ci vai a letto, ma che schifo.
- Senti chi parla.
- Non iniziare tu, adesso. E’ diverso.
- In cosa? Bruno non ti tocca?
- Mi tocca. Gliel’hai visto fare, anche.
- E non mi sono divertita granché.
- Ma è diverso, e se ci pensi lo sai.
Paola gira appena la testa.
- E’ sempre stato diverso. Bruno esisteva prima, come Salvatore. Poi Salvatore grazie al cielo ti ha lasciata.
- Che carina, grazie.
- Sai cosa intendo. non riesco a pensare che sei stata finalmente libera e solo mia e ti sei messa con un altro.
- Egoista. Non è andata così.
- E come allora? A te della coppia non frega niente, potevi scoparlo e basta.
- Scusa, che discorsi sono? Sono affari miei, non ti toglie proprio niente.
- Mi toglie te.
- Figuriamoci.
Paola mormora qualcosa, ma Silvia non riesce a sentire. E’ bella da togliere il respiro, è quello il suo problema. Ha sguardi e desideri incollati addosso, cammina senza il beneficio dell’anonimato e non sempre è pronta all’attenzione che la segue. Esibizionista per gioco, timida trasformata in donna fatale. Silvia non sa guardarla senza volerla spogliare, senza ricordare il gusto sodo e salino della sua carne e il rumore agghiacciante delle sue urla di piacere. In un tempo passato l’ha amata, adesso gioca con il suo corpo che la abbatte, la lega a sè più di quanto sia disposta ad ammettere.
- Noi due, contiamo solo noi. Hai capito, Silvia? Ho bisogno di te.
- Non dire così. Mi hai, e comunque non hai bisogno di me.
- Sì, ne ho. Non ce l’ho fatta senza te.
- Il problema non si pone. Sono qui.
- Certo. Oggi. Ma decine di volte non sei venuta da me quando te l’ho chiesto.
- Uffa!
Silvia butta una gamba fuori dal letto. Piega il ginocchio ma la forza di alzarsi sparisce. Non ne ha voglia. Se Paola smettesse di parlare sarebbe molto meglio, perde tempo e non capisce che i minuti non vanno sprecati. Dovrà ripartire. Presto, riparte sempre più presto. La vuole nel letto, l’odore del suo corpo è ancora sulle dita e la spossatezza dei muscoli lascia spazio al desiderio. Non passa, il desiderio di lei non se ne va, non muore neanche quando immagina il suo corpo perfetto nelle mani di Bruno. Le mani che odia. Basta che Paola sorrida e muova le labbra, basta che la sovrasti dai tacchi alti delle scarpe che sa portare anche in mezzo ai sampietrini e la volontà cede. E diventa voglia, e bisogno, e piacere.
- Vieni qui, adesso.
- No.
- Perché?
- Lo devi lasciare.
- Paola, sei impazzita? Non ci penso proprio.
- Perché? Non hai bisogno di lui.
Potrei dirti che non ne ho bisogno e lo so, potrei lasciarlo per amore o acquiescenza o noia, tanto per renderti contenta e lasciarti assaggiare di nuovo il potere, ma non lo farò. Non adesso, non per le tue parole. La guarda e sorride, pensa cose che non dirà. Paola sa che non lascerà Mario, Silvia sa che Paola non crede sul serio di convincerla. Ci prova, è gelosa del piacere. Perché sono questo per te, piacere puro. Il massimo del piacere, dici, e temi che lo sia anche per lui, e che sia lui a darlo a me. In vece tua. Allunga il braccio, lo tende e vede la pelle abbronzata luccicare per un attimo.
- Vieni, amore. Vieni qui.
- No.
- Non essere stupida. Ti voglio, avvicinati.
Fa tre passi indietro ma non si volta, cammina e rischia di inciampare. Non le dà la soddisfazione di guardarla.
- Non so se riesco a fare l’amore con te, adesso. Penso a lui, mi viene in mente che ti tocca e ti fa godere.
- E tu cancellalo dalla testa. Ci penso io, fai altri due passi. A letto, qui. Fidati di me, lo dimenticherai. Vieni qui.
Indietro, ancora. Paola siede sul letto. Le tocca una coscia.
- Non voglio che mi abbandoni per lui.
- Abbandonare. Che verbo pesante e arcaico. Perché dovrei farlo, comunque? Lui è pieno di donne, e…
- Anche tu sei piena di donne. Lo sa, lui?
- Attenta. Questo è un argomento che non vale, tra noi.
- Lo sa, lui, che le donne ti adorano?
- Ma piantala.
Silvia la tira su di sè, sente il suo corpo tonico aderire, cerca le labbra. Con la lingua le forza, e succhia il suo sapore. Poi le sposta i capelli dal viso.
- Sei la mia unica donna. E lui l’unico uomo. Nessuno di voi due ha da temere, e non credo lui tema granché. Sei tu che ti inventi paranoie inutili nonostante l’evidenza. Sono soddisfatta e libera, non prometto niente ma non cerco altro. Per ora va così.
- Mi tradisci, l’hai sempre fatto.
- Anche tu.
- Non è vero!
La bacia di nuovo. Certo che mi tradisci amore, potrei elencarle tutte le donne che hai visto negli ultimi mesi. In parte sono le stesse che vorrebbero anche me, in parte arrivano con il vento del pettegolezzo e dell’intuizione. Ma ti conosco, so chi sei. Sono il tuo massimo piacere, ne sono sicura e non perché sei tu a dirlo. Ti guardo, ti ho vista prima mentre cercavi aria e voce per resistere ancora un istante e lasciare andare l’orgasmo appena dopo, appena più in là, lo vedo quando ti incazzi a morte perché rifiuto i tuoi inviti a cena. Lo vedo, e lo so dal tuo corpo. Sposta le dita sul suo seno. Il capezzolo le riempie il respiro, lo stringe e la sente gemere.
- La smettiamo con le menate?
- Non sono menate.
- Oh, sì, lo sono. Gigantesche. E io ho voglia di fare l’amore.
- Sei peggio di un uomo.
- Lo so, amore. Mi vuoi per questo.
La spinge di lato, il suo corpo rotola e il sudore lo copre. E’ sottile, a piccole gocce.
- Mi fai dannare, Paola.
- Sei una stronza, Silvia.
L’aria condizionata al minimo smette di fare rumore, Silvia se ne accorge all’improvviso. Tra poco avranno ancora più caldo. Non ha voglia di alzarsi per farla ripartire: ci penserà dopo. Piano, spinge le gambe di Paola e le divarica, poi scivola in basso. La sentirà gridare, ed è l’unica cosa che importa.

Roma erotica in silenzio

Il balcone buio e la strada, pochi metri sotto. Gente che cammina, lingue mescolate a tirare fuori niente. Fuma e osserva la luce gialla che sfiora appena la ringhiera, seduta su un divano sfondato rosso e china su un libro appoggiato al tavolo rotondo con cianfrusaglie sparse che fanno casa. Le succede così: arriva e butta qua e là, si libera di cose che intasano la borsa e le vuole vedere sui mobili, intorno al televisore spento. I telefoni muti e con poco segnale urtano il libro, i bracciali fanno rumore ogni volta che si muove. Le fa male la schiena, ma non cambia posizione. Potrebbe alzarsi e leggere sul letto, quello che ha di fronte il muro e poco spazio per camminare.

-       Come si fa a fare l’amore qui? Soffoco, mi manca il fiato.

Ha detto Luca una notte, molto tempo fa. Ma l’hanno fatto e rifatto, nei secoli della loro relazione che non esiste. Hanno fatto l’amore quando le riusciva, quando il corpo accettava che lui entrasse e la facesse piangere di dolore o ridere di passione.

Legge, adesso. Ha camminato ore nelle solite strade, ripetendo vie e cancellando i pensieri. Perché detesta il culto dei ricordi. Roma l’ha vista ridere e gridare e ammutolirsi, l’ha vista appesa a un braccio o a un telefono e persa di divertimenti con gli amici o gli amori che adesso non ricorda. Ha cercato di spiegare, ha detto una volta che Roma è Roma, e per lei sarà sempre il nido che l’ha accolta senza tentare di capirla. Ma non deve essere un simbolo, ciò che è stato è perso indietro. Ostinata, ritorna su luoghi che non devono ricordarle un passato che l’ha costruita ma non esiste più: è riuscita, questa sera, a camminare fino a sfinirsi senza cedere alla tentazione di pensare. Rievocare è peccato, i luoghi sono solo luoghi e assumono la forma attuale che non è più quella di ieri. Piazza Argentina, per esempio: a lungo non ha potuto fermarsi, schiacciata da un ricordo storto che l’ha abbattuta, agghiacciata e fatta piangere. Ma è piazza Argentina oggi, solo questo. Come le vie, e gli angoli, e la casa a Trastevere che qualcuno ha affittato snaturando i mesi e gli anni con lei dentro, con l’amore fatto e qualche volta ricevuto e le parole buttate giù in romanzi già usciti. E andati lontano, oltre lei. Ha scattato fotografie e girato angoli, zigazagato in piazza Navona osservando donne con il vestito rosso ritratte su quadri che avrebbe voluto appendere in case ancora da costruire.

-       Ma sei a Roma?

Due o tre sms, e a tutti ha detto che voleva stare sola. La conoscono, a Roma gli amici sanno chi sia, sanno il suo bisogno di fuggire e inseguire e tacere, se deve. Milano la guarda vivere e non riesce a comprenderla, Roma la abbraccia subito e gli inviti piovono addosso da ogni parte. Ma se vuole il silenzio, gli amici accettano. E tacciono con lei.

Scesa a Termini, ha capito di non volere compagnia. Allegra, ha atteso un taxi nella fila lunga di gente che fumava e guardato la strada correre lenta fuori dal finestrino. Ha appoggio la borsa sulla moquette ed è uscita subito, per perdersi. Cancella il rito nelle sere come questa, butta via la polvere dai vestiti e le ragnatele appiccicate alla sua emotività eccessiva. Cammina, allunga il passo, fa fatica per sentire i muscoli tirare e gli occhi stretti sulla città. Niente mani, nemmeno un abbraccio rassicurante e il sesso noto, abituale, affettuoso. Niente, non questa sera. Ha forzato l’andatura e pensato ai muri che hanno nascosto segreti, ai libri che ha letto e a quelli ancora da scrivere. Ha goduto delle piazze deserte durante la partita dei Mondiali. Poi, per qualche istante, ha fissato gli occhi sui corpi delle donne che la sfioravano senza vederla. Se avesse avuto voglia di passione, avrebbe scelto loro. Sceglie le donne o gli uomini, dipende dal momento. “Caccia grossa”, la chiama così ed è banale, perché non è caccia a tantomeno grossa, ma deve impressionare se stessa e degli altri se ne frega. Pensino ciò che fa più comodo, non riusciranno mai a capirla. Non l’ha capita neanche Luigi, che sembrava vero ed è scappato appena il suo amore ha rischiato di farlo sentire vivo: non ha voglia di pensarci, le illusioni evaporano e non profumano più. Ha guardato le donne, insomma. Ha accarezzato silenziosa solo con la mente corpi perfetti e giovani, anche snelle e gambe lunghe, e raccolto sguardi complici. Le ha seguite nelle strade senza tentare di fermarle, ha immaginato il loro piacere con le sue mani e le labbra addosso, le ha spogliate divertita dalla loro inconsapevolezza.

-       Oh, scusi.

La ragazza con i capelli rossi e i capezzoli scuri sotto la maglietta bianca è arrossita quando l’ha urtata finendole addosso.

-       Niente, si figuri.

Le ha regalato un sorriso che solo lei leggeva per intero. L’ha desiderata, sarebbe bastato allungare le dita e stringerla, ma non l’ha fatto. Non si è mossa, ha accarezzato tenue i desideri segreti ed è andata avanti. Avanti ancora.

Ha mangiato in un piccolo locale vicino alla casa, buttando parole sul palmare per rispondere a messaggi che ha lasciato dormire qualche ora. Un bicchiere di vino rosso e l’aria, cacciata a forza nei polmoni.

-       Ciao, amore. Domani non posso, non so come dirtelo, ma ho un impegno. Posso dedicarti un’altra mezz’ora della mia giornata, possiamo cambiare?

La voce nel telefono è arrivata mentre beveva dalla bottiglia sorsi lunghi di acqua sul balcone affacciato sulla strada. “Amore”, e “un’altra mezz’ora”: avrebbe sofferto, in un’altra vita. Ma la parola amore è un controsenso che non ha più luogo né minuti, una vecchia abitudine che ha smesso di considerare. Carla usa ancora la parola, dice che solo con lei esiste piacere ma da tempo non lo riceve più. E la mezz’ora nella sua agenda è il dono che può offrire contro ogni logica, contro l’evidenza. Ha accettato, rassegnata e distratta dalle luci di un aereo che sorvolava Roma. L’ha ascoltata guardando in alto, il cielo senza stelle con l’aereo a tracciare un solco giallo vivido. Non fa differenza: la mezz’ora è ghiaccio, come il vestito rosso attillato e i tacchi che la rendono sensuale. Carla è una maschera erotica aggrappata a un’epoca sciolta nelle decisioni, nelle relazioni nuove e già cadute, nelle pretese inutili e capricciose da bambina che non perde il centro della scena.

-       Ti amo, lo sai che ti amo? Non posso stare senza di te, è che non si riesce mai a trovare il momento. Mi manchi tanto, ripensaci, ritorniamo insieme, come faccio senza te.

La ascolta e fa sì con la testa, il libro ha un’impurità al centro della pagina. Legge qualche frase e perde il senso. La nenia della sua voce e una risata che trattiene: è acida, la sputerebbe fuori e rischierebbe di ferirla. Non avrebbe scopo. Ha deciso di accettare la finzione: Carla finge di non avere capito, lei finge di sapere. Fingono, sulle macerie di un amore morto.

-       Ma cosa fai? Sei sola? Perché?

E’ Luca, adesso. Le telefonate si inseguono e lui sa sempre come trovarla. Non ha mezz’ore né agende, per lei. C’è, spacca appuntamenti e disintegra doveri. Non gli racconta, parla del libro e della passeggiata e della carne che ha mangiato.

-       E Carla? Ti ha chiamata?

Nega. Se dicesse di sì dovrebbe spiegare, e lo sentirebbe arrabbiato. Non ha voglia, non gli vuole dire cosa sia accaduto a Roma, e a Milano, protegge volti che sono scivolati indietro. Dice che non esiste amore, e non ci sono corpi che abbiano sfiorato il suo: sa che non le crede, si fa bastare le bugie e la osserva vivere anche quando cade.

-       Non mi convinci. Secondo me è successo qualcosa, e se ti hanno fatto male mi incazzo sul serio. Mi vuoi, questa sera?

Sorride. L’aereo non si vede più. La notte ha inghiottito la voglia di restare sola e il libro e i sampietrini sotto le suole morbide per camminare. Mi vuoi questa sera. Con Luca il mondo è semplice, e i vent’anni non sono mai passati.

-       Allora, mi vuoi?

Non gli risponde e mette via il telefono. Roma è Roma, prima o poi smetterà di fuggire e si fermerà qui.

RTL intervista MariaGiovanna Luini

Il 13 Maggio 2010, MariaGiovanna Luini racconta ai microfoni di RTL il progetto del videoromanzo erotico tradotto ed interpretato in LIS (Lingua dei segni)

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