Racconti Erotici Archive

essere in un racconto breve

-       Ti immagini un racconto così, un racconto breve. “E’ meraviglioso sentirlo, sentire quanto”…

-       Lo so, so cosa vuoi dire. E’ meraviglioso davvero.

-       Spiegati.

-       Come si fa a spiegare? Sei dentro di me e sento che prendi, che decidi e dai, offri e strappi. E sorrido. E alla fine, quando…

-       Sì, quando. Dillo.

-       Quando arriva per te il momento.

-       Proprio quello, intendevo così.

-       Appunto, lo so. Quando per te arriva il momento, con nessuno mi è capitato mai che si sentisse tanto. Sento il tuo piacere, ne ricevo ogni istante. E lo sento, capisci?

-       No, ma immagino. Mi piace. Ecco, un racconto così.

Lascia andare il fumo dalla sigaretta.

-       Mi piace immaginare un racconto breve che spieghi ciò che hai detto mentre…

-       Non lo farei mai, è solo mio.

-       Nostro.

-       Mio e nostro. Mio e tuo in modo differente, sai. Ciò che io provo non è lo stesso che provi tu. Ma sei passione, sesso puro.

-       Anche tu.

-       Ottimo incontro, direi.

-       Mi piace, dillo ancora.

-       Tra noi o nel racconto?

-       Nel racconto solo nostro, o in un racconto breve. Dillo di nuovo.

-       E’ meraviglioso sentire quanto, e non continuo. Sai cosa è meraviglioso.

-       Perché non continui?

-       Perché la frase è solo nostra. C’è un limite. Anche alla scrittura.

-       No, è sbagliato. Non c’è.

Il fumo sale, lei lo guarda. La sua bocca aspira ma è lui a fumare.

-       L’amore è il sesso. Il sesso è amore.

-       Non hai mai capito niente.

-       Forse.

Sente il suo corpo, l’hai sentito dentro e addosso e dietro e a sfiorarla. L’ha preso e ricevuto e cercato e voluto. Nei giorni che hanno preceduto l’incontro l’ha pensato e sognato, ha stemperato la fantasia nelle parole di una romanzo che niente ricorda, se non i suoi segreti.

-       Vuoi andare? Vuoi fare l’uomo che quando ha finito si alza e se ne va?

-       No, voglio coprirmi, ho freddo.

-       Io voglio abbracciarti. Sono donna, con te.

-       Con me sei donna, e con le donne?

-       Chissà. Non importa cosa sono o non sono. Sono qui, adesso.

E’ lì, adesso. La neve scioglie i volti che il tempo cancella, una saracinesca chiusa dentro di lei impedisce il passaggio. Ha visto il limite del dolore e l’ha oltrepassato, capisce di avere la felicità abbracciata in un tepore temporaneo e caldo. E sta bene. Non sa come dirlo, forse non dovrebbe aprire bocca. Ma è felice.

-       Un racconto, mi viene in mente questo.

-       Ancora?

-       Sì, ancora. Il racconto di questo e quello, cose che dico o faccio e dici e fai tu. Imprevedibile.

-       Essere dentro un racconto è più che essere dentro di me.

-       Lo so, per questo immagino di esserci.

-       Vuoi essere in un racconto, e sarà più che dentro di me. Anche se non sono sicura, sai penetrare davvero.

Ridono. Ma la piega delle labbra bacia, seria.

-       Perché scrivi erotismo? L’amore si fa e non si dice.

-       Si dice, ma non il mio.

-       Quindi sono fuori da ogni possibile racconto?

Tace. E’ dentro, in realtà. Dentro la scrittura e il silenzio che non permette sia violato, nelle ore che trascorre disciplinata e fissa sulle righe del manoscritto. Dentro, lui c’è. E non sa, non legge.

-       Se leggessi di te stesso in un racconto ti sentiresti ancora tu?

-       Non so, probabile. Io sono io. Sei donna, con me, ti vedo. Nuda più nuda di sempre.

-       Lo penso anche io.

Lo sa. Sente spaccarsi il muro e la resistenza, finisce estenuata tra le sue braccia e si addormenta tranquilla. Indicibile, perché nel loro gioco leggero questo non si può raccontare.

-       Dentro e fuori, io e non io. Piani che si sovrappongono frammentati. Mi piace.

-       Fai l’amore come nessuno.

Cade la notte. Le dita scivolano sulla tastiera in una città lontana.

Racconto breve e parole mutate, o vere. Solo sue. E di lui. Un racconto breve. E gli occhi chiusi sulla felicità inattesa.

Perché scrivo erotismo

Tra le lettere ricevute in questi giorni e accumulate nella memoria e nel computer in attesa di risposte, questa mattina una salta agli occhi e muove riflessioni, mentre il vento piega le foglie fuori dalla portafinestra. Da ore spizzico scrittura e leggo, ho terminato “Il canapè rosso” che mi ha trascinata in lunghi treni e ricordi così diversi eppure simili a quelli dell’autrice nel nucleo profondo, e nella necessità di andare avanti e abbandonare i fantasmi a loro stessi. Ho scambiato un paio di battute su Facebook ma sono ritornata, circolare e insofferente, alla lettera inviata da qualcuno al mio indirizzo email personale. “Perché scrivi erotismo?”, chiede un lettore che chiamerò Cagliostro.

Perché scrivo erotismo, racconti erotici e, in un caso, anche un romanzo in cui l’erotismo sfiora la pornografia (su questo romanzo inedito i pareri sono discordi, secondo me la pornografia non c’è, il trauma per chi legge arriva da altro, non dal sesso esplicito e in parte patologico che ho voluto costruire)? In sé la domanda è sbagliata: non si chiede il perché di una scrittura. La scrittura è, e basta. La ragione per la scelta istintiva o ragionata di un genere letterario o di un argomento non andrebbe chiesta: la si accetta oppure no. Da lettrice avida vera (diffidate degli scrittori che si dichiarano avidi lettori, metteteli sempre alla prova su due cose: invidia per i colleghi e reale passione per la lettura, se avete un po’ di tempo da perdere) non mi chiedo perché uno scrittore abbia deciso di adottare uno stile piuttosto che un altro, o perché preferisca sorvolare su alcuni aspetti della vita piuttosto che insistervi sopra in modo ossessivo. Leggo, amo oppure odio, mi infastidisco se sono costretta all’indifferenza e tiro avanti. L’atto creativo non ha un perché esprimibile, anche se la domanda sulla ragione, sul motore della scrittura è tanto frequente e mortalmente noiosa.

Comunque. Perché scrivo erotismo? Perché sì, ecco ciò che il cuore mi dice. Lo scrivo e se non va bene ad alcuni non mi preoccupo: una pletora di libri esce ogni mese, non c’è bisogno di fissarsi sui miei se quelli che contengono anche erotismo urtano la sensibilità. Scavando a fondo, a tempo perso, posso articolare la risposta in modo da apparire meno scorbutica, presuntuosa e scostante: la parcellizzo e ne offro i dettagli, se vi fa piacere. L’erotismo è parte della vita come mangiare, bere, sognare, muoversi, pettinarsi, e ha una valenza emotiva fortissima. Può essere meraviglioso oppure storto, malato, può diventare pateticamente noioso o routinario, e condiziona il comportamento di ciascuno. Lo condiziona, e di questo andrebbe presa coscienza. Che piaccia oppure no, la presenza o assenza di erotismo e il grado di soddisfazione hanno un peso sul comportamento e sul modo di pensare. L’isteria, per esempio, e molti aspetti dei disturbi alimentari, l’altalena sesso-cibo, il cambiamento del carattere delle donne che entrano in menopausa e si convincono che la sessualità sia morta, l’aggressività: sono esempi qua e là, non necessariamente negativi a priori (chiamiamoli constatazioni) ma concretamente legati alla vita sessuale. La bellezza dell’erotismo supera, a volte, la capacità di dire: sfocia nell’amore, nel piacere assoluto, negli istanti indimenticabili che creano una differenza dopo, allargano la visione di sé e la restituiscono completa e positiva. Il sesso tira su l’autostima come pochi altri eventi di autorealizzazione. Oppure. La malattia, l’erotismo violento e imposto, la coercizione oppure la schiavitù, la pedofilia sottile o palese: ecco che eros, se ancora abbiamo il coraggio di chiamarlo così, si trasforma in mortale e potentissima arma che suscita dolore.

E tutto questo può essere raccontato. Lì sta il punto. L’erotismo può diventare oggetto di letteratura, non c’è ragione perché non lo sia. Sta alla volontà e all’ispirazione di chi scrive decidere se approfondirne o meno la descrizione. Lo scrittore può scegliere di tenersi leggero nei toni quando parla di qualsiasi aspetto della vita (quindi anche dell’eros), oppure di descriverlo. Negli anni recenti, la mia scrittura ha spesso dedicato alla descrizione delle relazioni erotiche tra i protagonisti parole chiare e spazi più lunghi di una riga. Ho deciso, in una buona parte delle mie storie, di parlare di erotismo come lo vedo, come, secondo me, è. Non ho un giudizio particolare su chi dissente, nemmeno sugli scrittori che invece trovano che l’erotismo squalifichi il testo e giudicano me (sorrido, mi piace stuzzicare la loro ritrosia, a volte, ma non mi importa). Scrivere (qualche volta) racconti erotici è una decisione che mi piace e rende giustizia al mio rapporto con la sessualità e, se è il caso, con l’amore: alzo le sopracciglia e ho una risposta preconfezionata quando mi si chiede se descrivo la mia vita sessuale (“Si descrive ciò che si conosce”, e ammicco), ma la verità è che, negli anni, il caos di illazioni e sospetti e battute che, stupidamente, sono andati dietro alla scrittura erotica hanno creato interesse e una forte dose di ironia. In me. Ironia di avere finalmente capito che non si scrive per essere interpretati, si scrive perché si è scrittura e perché ciò che nasce avrà una propria esistenza, un proprio percorso, affidato a mani occhi cervelli sensi che decideranno cosa proiettare sul testo e cosa invece eliminare a priori. Si disegnano gigantesche illusioni, più reali del vero, e se si pretende che il lettore dia della storia la medesima interpretazione che abbiamo dato noi si tradisce il patto di lealtà implicitamente ma rigorosamente stabilito dal consenso alla pubblicazione.

Caro Cagliostro, lei ha ripetuto una domanda che ho sentito più volte. Oggi mi è venuta la voglia di rispondere, anche se, lo ripeto, non ne capisco il senso. Ho scritto racconti erotici con gradi diversi di “calore”, ho infilato nei romanzi già usciti e in quelli che usciranno la descrizione delle relazioni fisiche tra i protagonisti, a volte liquidandola in poche battute altre volte insistendo sugli istanti. Certo non ho sbattuto in piazza la mia vita sessuale, ma cosa importa saperlo? Ciò che l’autore dice è filtrato dal giudizio di chi legge, ed è bello così: tanti continueranno a pensare di riconoscere me o i miei amanti passati, presenti o futuri. E’ il gioco della fantasia, e della creazione, ha un fondo di verità perché tutti conosciamo il sesso e sappiamo come si fa. Gli atti sessuali più o meno sono sempre quelli, dipende da come e chi li fa. Ho un manoscritto che racconta in modo quasi brutale la storia di una schiavitù voluta e mai fuggita, di un’ossessione sessuale e sentimentale: non so quando vedrà la luce per i lettori, ma esiste. Qualcuno ha definito MariaGiovanna Luini dura come pietra perché ha avuto il coraggio sfrontato di scrivere la pedofilia esattamente come accade in molti casi, senza mettere una musichetta e la scritta “intervallo” nelle scene più scabrose, altri invece riempiono la mia posta di messaggi e sogni e musica quando leggono l’amore erotico che descrivo. Accetto tutto questo come una conseguenza necessaria e ovvia, e saltuariamente rifletto sul potere devastante di eros nella sensibilità e nelle sovrastruttura religiose e culturali di ciascuno.
Poi banalizzo, e riduco alla verità del giorno dopo giorno. L’erotismo è vita, in ogni suo aspetto concreto o ideale. E la vita è oggetto e soggetto di scrittura. Voilà.

Cosa fanno le tue mani – Racconto erotico

- Ma cosa fanno le tue mani?
E’ la domanda che ho in testa, mentre ti fisso immobile e annuisco educata alle tue parole. Da qualche minuto parli e sorridi, racconti viaggi e aneddoti curiosi e ogni tanto lanci sguardi al parco, metri più sotto. Ci siamo incontrati eleganti, in un luogo pieno di gente, ci siamo stretti la mano sorridendo e ci siamo dati del lei.
- Pensi che l’ultima volta che sono stato a Napoli.
Dici qualcosa così. E guardo i tuoi occhi.
Mi succede dalla prima volta che hai telefonato: la tua voce è entrata dritta nella mia gola, ha saltato i circuiti neuronali della ragione e dell’educazione ferrea che ho ricevuto e ha colpito. Abbiamo riso, ricordo, quella prima volta, la sintonia è scattata come l’istinto (o con l’istinto, forse dovrei dire) e mi ha fatto pensare: “Chissà che faccia ha”. Confesso che credevo sarei rimasta delusa: quasi mai le voci sensuali assomigliano ai volti, anzi il più delle volte l’incontro reale fa perdere il fascino, scatena sussurri tra amiche e risate tristi e deluse. Invece. Sono arrivata nel palazzo moderno e freddo dove lavori, sono entrata con qualche dubbio (gli ultimi tre gradini erano densi di voglia di andarmene, e tenerti in testa solo con la voce), e gli occhi si sono allagati di soddisfazione.
- Finalmente ci conosciamo.
Hai detto, credo, oppure hai tirato fuori qualche altra cosa che non ricordo. So che mi hai stretto la mano e accompagnata nel tuo studio enorme, con una sala riunioni adatta al livello e tante finestre. E hai parlato e parlato, come fai adesso, offrendomi un caffè o due.
Insomma, anche quella prima volta la mia testa si è staccata subito e ha dedicato ai tuoi discorsi seri una percentuale minima di neuroni: è la percentuale che usavo all’università, quando le lezioni erano importanti ma non stimolavano emozione, è la stessa percentuale cui ricorro nelle riunioni e negli incontri in cui devo essere una donna seria con la camicetta aperta, ma solo un po’, e le gambe accavallate. Tutto il resto del cervello ti guardava, in quello studio grande e luminoso. E nel giro breve di minuti ti ho immaginato tra le mie gambe.
Come adesso.
- Vede? Potremmo sviluppare il progetto in queste nostre sedi straniere, cosa pensa?
Ti dico cosa penso, o almeno “cosa pensi tu che debba pensare io”. Perché se volessi essere sincera dovrei farti tacere con le dita infilate tra i bottoni della tua camicia, ad aprirli piano mentre la tua voce si smorza e cambia tono. Vorrei vedere le tue pupille stringersi mentre la mano sinistra resta sul petto e apre la camicia e la destra scende, scivola lentissima verso l’unica destinazione possibile (quando hai iniziato non puoi fermarti, sei d’accordo?), quella destinazione che, ne sono certa, ha già iniziato a rispondere e ansima tesa, incredula, tiepidamente umida in previsione del mio tocco.
Ti chiederesti quando e come, se adesso ti interrompessi e mettessi le mie mani dove da mesi voglio infilarle. Te lo aspetteresti, sono sicura, ma per qualche istante dovresti fare i conti con la concretizzazione di una fantasia che forse hai tentato di rimuovere o mettere in un posto innocuo della tua coscienza. Vedresti, prima ancora di sentire. Vedresti le dita, le unghie, il palmo della mani avvicinarsi a te e fermarsi a pochi millimetri dal petto. Il tuo respiro si fermerebbe per riprendere subito finto a tranquillo, con il sottofondo roco e nascosto dell’eccitazione ancora incerta dell’inizio; non ti muoveresti, credo, e aspetteresti il tocco morbido e caldo seguendomi con lo sguardo, una tensione impercettibile a crescere pulsando sotto la cerniera dei pantaloni.
- Signora, cosa fa?
Potresti dire così, con un tono sensuale e basso che aumenterebbe la mia voglia. Sorriderei senza rispondere, aumenterei un po’ la pressione delle mani e cercherei la pelle sotto la camicia. Scivolando in basso, verso i pantaloni.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Il cervello correrebbe avanti, al contatto freddo dei polpastrelli con la cerniera da abbassare (mi piace spogliare un uomo, scommetto che non puoi saperlo: fa parte di ciò che non ho potuto dirti, di tutte le informazioni che saltano qua e là riempiendomi la fantasia quando ti ho davanti), e mi vedrei china con la testa tra le tue gambe a scoprire il sapore del sesso turgido che avrei subito voglia di sentire dentro, oppure supina su un letto bianco ad accogliere la tua lingua tra le mie, le gambe, gemendo di tormento. Immaginerei di esserti sopra, infilato al centro di me come un padrone, indemoniata da una danza che mi solleva e mi ributta addosso a te, che ricevi e gemi pronto a riversarti caldo, fremente e sudato prima di un riposo che è solo preludio ad altro. Altro furto ancora, con lo sperma che cola fuori, sulla mia pelle depilata, e il sudore misto di noi appiccicato ai seni.
Insomma. Le mie mani ti toglierebbero la camicia, mentre la testa devia verso il dopo, verso ogni combinazione possibile dei nostri corpi sconosciuti ed eccitati. E rallenterei i gesti con il pollice e l’indice sopra la tua cerniera, chiedendoti di parlare, parlare ancora. Parlami del tuo lavoro mentre la faccio scendere piano, e la saliva mi riempie la bocca e gli occhi sembrano sussulti del respiro. Lo stesso respiro che si ferma, che accelera e rallenta quando senti che la cerniera è giù, e la punta delle dita sta trovando la strada e ha sentito. Il tessuto sottile e morbido che copre il sesso sempre più gonfio.
- Ha voglia di un altro caffè?
Ti alzi e vai verso la porta, sorrido e annuisco. Ho voglia, sì. Ma non di un altro caffè. Avrei voglia del rumore della serratura che si chiude e ci tiene in questa stanza al sicuro, e della zip dei tuoi pantaloni che si abbassa appena prima di un fruscio lieve di tessuto. Il fruscio del sesso che la mia mano destra estrae, e gli occhi guardano per la prima volta.
Dovrei spiegarti alcune cose. Ma non posso. Dovrei dirti che ho immaginato decine di volte di assaggiarlo, il tuo sesso che non ho mai visto. Ne ho immaginato il sapore e la consistenza, ho pensato di circondarlo con il palmo delle mie mani piccole e le labbra sottili, l’ho stuzzicato con la lingua fino ai testicoli poi di nuovo su, verso la punta. E l’ho fatto esplodere, anche, mille e mille volte, mentre con il volto serio e interessato ti ascoltavo raccontare le idee per la nuova strategia aziendale. E sapessi quante altre volte ti ho avuto dentro. Mi hai presa in piedi, in un angolo della città a caso, sei venuto dentro di me con un sospiro straziante da togliere la vista, hai piantato le unghie nella mia carne e spinto il bacino contro il mio colando sudore sul mio vestito elegante, mi hai girata per prendermi dietro e chinata con un gesto brusco della mano e le dita a tirarmi i capelli. Hai dilaniato l’intimità calda che si sta abituando ad ascoltarti impassibile e fradicia con i colpi di un desiderio frettoloso ed egoista, abbastanza sguaiato da rendersi assoluto.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Ti sto dicendo qualcosa, rispondo a tono e fingo di seguire il tuo progetto fino in fondo. Ma è alle tue mani che penso, le vedo muoversi e ridere insieme a te, le vedo porgermi l’ennesimo bicchierino di carta con il caffè dentro e le vorrei succhiare, dito per dito, poi accompagnarle tra le mie gambe aperte chiedendoti di usarle tutte, leccandomi con il gorgoglio rumoroso della tua voglia e preparando, rimandando, affrettando il momento unico che ti chiedo urlando. Il momento di te, della punta del tuo sesso ignoto, a dilatarmi torbido.
Lo sento entrare, sai, adesso. Le mie gambe accavallate nei pantaloni neri nascondono la voglia nera e bagnata del tuo corpo che spinge. Osservo il computer sulla scrivania e i documenti quasi in ordine, un telefono bianco con decine di tasti e le fotografie, sparse qua e là per ricordare che hai una vita oltre questa vetrata pulita e dura. Bella, la tua vita da manager di un’azienda i cui confini si perdono nei grattacieli che prima o poi riuscirò a visitare tutti. Ci penso, provo a pensarci, e ascolto gli ordini mascherati da richieste morbide di collaborazione. Intanto. Ti sento ansimare nel mio orecchio e ho il tuo sesso addosso, sta aprendo la mia voglia caldissima e la dilata, la prende lento prima dell’affondo, prima di iniziare la danza ruvida dei colpi che, sono sicura faranno esplodere il mio orgasmo a testa indietro, le dita aggrappate a letto per non cadere. La voglia del tuo liquido in fondo, da tenere e mordere, appena urlerai che non riesci più a fermarti.
Lo voglio sentire, il senso viscido di te che mi esplode in gola o nella cavità umida dove ti aspetto da mesi. Voglio ricordarlo mentre cammino seria nei corridoi vuoti d’acciaio e vetro, sentirlo uscire e impregnarmi i vestiti di piacere molle e tensione urgente, voglio desiderarlo in sms da ricevere di notte, in previsione di un incontro. Lo voglio bere, risucchiato dalla mia voglia e dalle tue mani che prendono il mio corpo aperto alle fantasie che vorrai gridare. Sicuro che, in ginocchio oppure in piedi sopra di te supino, saprò esaudirle tutte.
- Ma cosa fanno le tue mani?
Vorrei dirti questo mentre scrivo, da sola in una stanza che puoi solo immaginare. Ho un letto disfatto dietro le spalle e una finestra aperta su qualcosa. Ma le mani, quelle tue mani che ancora non conosco, dovrebbero proprio essere qui.

un racconto erotico nell’antologia di Giulio Perrone Editore (LAB)

Non serve dire che scrivere erotismo mi piace, lo sapete. Probabilmente è anche superfluo raccontare che Giulio Perrone è tra gli editori del mio cuore: l’ho detto qua e là e l’ho dimostrato partecipando volentieri alle iniziative di questo editore. L’ultimo piacere che ho deciso di regalarmi è stato il racconto erotico “La sua presenza, fuori” nell’antologia “Danzando nel sapore dell’uva”, uscito il 24 Febbraio 2010 con Perrone LAB.

Ecco il LINK

Cosa sto facendo, adesso – Racconto Erotico

Dovrei raccontare ciò che è accaduto prima. Per farvi capire, almeno, per non concentrarci squallidi e arrapati su gesti che in fondo sono sempre gli stessi.
Perché c’è stato un prima. E ve lo descrivo, poi si vedrà.
Questa mattina mi sono alzata con il male alla gola. La notte avevo tossito fino a sfinirlo, lo sentivo girarsi e rigirarsi nel letto nervoso e con la voglia di dire qualcosa, ma ha taciuto. Mi ha lanciato due o tre carezze stanche, si è messo con la schiena rivolta a me e si è addormentato. Quando mi sono svegliata, la seconda volta (mi sveglio sempre una prima volta, verso le cinque, per scrivere, ma non sempre mi alzo, e soprattutto non mi alzo quando nel mio letto c’è lui, in presenza rara durante i giri stabiliti dalla casa cinematografica, poi mi sveglio una seconda volta, non più tardi delle otto, di cattivo umore), gli ho chiesto:
-    Mi hai sentita tossire? -
-    Tossire, quando? -
Ha mormorato ancora intontito, e mi ha fatto sorridere. Sono belli i primi mesi dell’amore. Si pensa che tutto sia diverso da ogni altro momento di infatuazione, si crede che la gentilezza sia destinata a durare. Insomma, sono mesi speciali. Giorgio ha finto di non avere sentito la mia tosse, di non essere stato disturbato. L’ho amato, e ho sorriso.
-    Cosa vuoi fare? -
Ho chiesto al suo corpo rallentato dal sonno.
-    Dormire -
Ha risposto, e mi ha fatto ridere. Mi sono buttata fuori dalle coperte, risvegliata sotto una doccia quasi fredda e vestita di tuta da ginnastica nera e biancheria intima bianca. Come piace a lui. Poi, dopo la colazione per camionisti che è la mia passione (da camionisti per la dose, non per ciò che mangio: non ho idea se i camionisti abbiano preferenze particolari sulla qualità del breakfast), mi sono trascinata verso lo studio. Dovete sapere che, in questa casa nuova, ho uno studio solo per me che misura poco più della scrivania che ci ho infilato dentro. Ci sono librerie a tutte le pareti, una poltrona ergonomica verde, le matrioske che colleziono pigra e i libri. Libri orizzontali, verticali e obliqui, italiani, inglesi, francesi e olandesi, autografati oppure sottolineati da me, stropicciati o nuovi, amati oppure disprezzati, ma tenuti tutti come acqua in un deserto. Ho stipato roba in questo studio una settimana fa, quando Giorgio era ancora da qualche parte sul palcoscenico, e in fretta e furia ho iniziato a dare alla stanza forma e odore umani. La amo, sapete, è un rifugio che mi sta proprio bene. Sembra nato per me. Perfino il gatto si è insediato sulla sedia ergonomica verde, appoggia la schiena al cuscino arancio a forma di cuore e dorme oppure guarda fuori dai vetri, osserva l’anemometro che gira sul balcone e la vicina che sbatte i tappeti nella pioggia battente.
-    Cosa fai? -
Ha chiesto Giorgio l’altroieri sera, quando finalmente è arrivato.
-    Questo è il mio studio, ti piace? -
E’ entrato, ha guardato a destra e a sinistra e annuito.
-    Sì, molto. Cosa sono quelle carte? -
Ha indicato con un braccio un mucchio sfatto di cartoncino e carta, quaderni e giornali.
-    Cose da buttare, li sto infilando nel sacco nero -
Si è chinato, ha letto qua e là.
-    Sono lettere, anche. Qui un tizio ti augura felice compleanno -
-    Si fotta -
-    Ah, ho capito chi sia il tizio. Perché butti via i ricordi? -
-    Non li butto tutti, solo quelli che si sono rivelati falsi -
Non ha insistito. Non gli interessa, conosce l’argomento e ha già tentato più volte di convincermi che sono estrema, e rigida, e che non posso trasformare in bugia barlumi di amore che forse ho ricevuto. Forse. E’ il forse, che frega. Comunque. Con le braccia robuste si è appoggiato sul petto tutto il mucchio e l’ha rovesciato nel sacco, poi mi ha aiutata fino a notte, ridendo dell’ossessione che avevo nell’eliminare, eliminare, eliminare.
-    Attila, ora voglio dormire -
Ha detto alla fine, e abbiamo fatto l’amore.
Mi sto perdendo. Vi ho detto che avrei raccontato il prima, ma sto andando troppo prima. Non serve camminare indietro così tanto. Dirvi che abbiamo fatto sei volte l’amore dal suo arrivo non credo aggiunga vitalità ai vostri pensieri, sono affari nostri. Vediamo di capire cosa stia accadendo adesso, e perché.
Mentre Giorgio dormiva, sono venuta nel mio studio e ho goduto dell’ordine che è quasi completo, ho aperto un altro sacco nero contenta di avere altre cose da buttare via: si fa sempre così, vero? Si inizia dal poco poi si fa un repulisti estremo, totale. E si fa spazio per la vita nuova, per i nuovi amori e per ricordi freschi da non affastellare con il ciarpame.
Sulla scrivania ho messo il mio Buddha di pietra, qualche fotografia e i mala. A proposito di mala, voglio raccontarvi di un idiota che ho frequentato tempo fa. Gli ho dato un mala cui tenevo molto, l’ho fatto perché credevo potesse aiutarlo in un periodo difficile e lui, che è spesso preda di attacchi di cattiveria inspiegabile soprattutto con chi lo ama, l’ha afferrato, annusato e gettato via, dicendo:
-    Puzza, che schifo -
Credo non dimenticherò mai il momento. La figlia lo guardò, ricordo, con incomprensione e orrore, l’imbarazzo scese sul tavolo apparecchiato sul porto di Marina di Campo. Fu un gesto tanto inutile quanto volgare, la voglia di offendere che, credo, prima o poi gli tornerà contro. Perché è così, non c’è niente da fare. La cattiveria volontaria ritorna a boomerang, e non serve che siano gli altri ad augurarla: succede e basta.
Allora, dicevo che ho i miei mala, un pezzo di corteccia d’albero, un faro in pietra e il computer gigantesco su cui scrivo. E altro, molto altro che non serve sapere. Questa mattina ho infilato le mani, ho lavorato e ho perso il senso delle ore. Fino ai passi di Giorgio nel corridoio.
-    Credevo ritornassi a letto -
Ho alzato la testa, l’ho visto sveglio e tonico, con il sorriso furbo dei preliminari d’amore. Indossava uno slip bianco candido, il petto lucido di gocce piccole. Non mi ero accorta dello scroscio della doccia.
-    Ciao! Scusa, ero immersa… -
Il suo sguardo mi ha persa. Ho fermato i denti, la lingua, le corde vocali. Immobile nell’ingresso dello studio mi ha fissata, con le pupille strette e il tessuto bianco dello slip che, lentamente, si tendeva: potevo intuirlo anche senza spostare gli occhi, sapevo che il suo sesso ingrossava gli slip e i testicoli si gonfiavano mentre fingeva di niente nel chiaroscuro della porta.
-    Puoi anche stare qui -
Ha detto, lentissimo, la voce profonda e roca che mi scioglie quando vado a teatro a vederlo. Adoro la sua voce. Adoro quando la alza progressivamente oppure in un colpo solo, quando urla senza gridare, quando inchioda alla poltrona i corpi striminziti delle giovani donne che poi gli si chinano davanti mostrando il seno nudo. Mi piacerebbe guardarlo, con una di loro, mentre, lontano da me, la lava nella vasca da bagno piena di schiuma poi la china in avanti e la prende, si infila in lei e tira il bacino indietro facendola gemere. So che lo fa. Ogni tanto, quando proprio non riesco a trattenermi, guardo la sua pagina su internet e capisco tutto. Mi arrabbio e decido di lasciarlo, detesto che sia tanto facile andare a letto con lui, poi lui fa qualcosa. E so che mi ama. Tutto cambia, quando capisco che mi ama, non so perché.
-    Puoi stare anche qui. Non andiamo a letto. Non l’abbiamo mai fatto nel tuo studio nuovo -
Si avvicina, piano. Sa che un angolo del mio sguardo è nei suoi slip. Non sopra, dentro. Sto anticipando la vista, mi piace farlo. Il suo sesso più grosso del normale, la punta lucida che mi fissa quando apro le labbra e le appoggio, e muovo la lingua su di lui, in lui, e spingo un po’ dentro, e lo sento ansimare. Non mi alzo dalla poltrona, la giro verso di lui. Alzo la mano destra, la infilo tra le sue gambe. Sento il peso dei testicoli, grossi e pieni anche loro, più del normale. Si inclina indietro, sospira.
-    Sì, così. Mi piacciono le tue mani. Sono piccole e morbide, mi piacciono -
Chissà quante altre mani ha avuto addosso, nell’ultima settimana. Il pensiero si insinua in testa, lo scaccio immediatamente. Non importa, adesso è qui. Ed è mio. Lo è dal maggio scorso, e nessuna delle donne con il seno nudo potrà cambiare le cose.
Ho le sue gambe di fronte, le allarga un po’. Tolgo la mano dai suoi testicoli, sul palmo il calore umido della sua eccitazione. Scivolo di lato, con le dita inizio a fare scendere gli slip. E guardo, guardo fisso il sesso che, enorme e gonfio, sembra una scultura bianca su cui il cotone si tende, si tira, e lo muove.
-    Stai fermo -
Non risponde. Lo sa. Con le mani tiro in giù, ancora. Il sesso segue gli slip, l’elastico per un po’ ce la fa a trattenerlo, poi desiste, si allenta, cede, e il sesso scatta fuori, va in alto e ricade avanti, dritto. Verso di me.
-    Oh -
Geme, quando la punta sbatte sulla mia guancia. Mi sono avvicinata, ho lasciato che il sesso ricadesse sul mio viso. Ha fatto un rumore opaco, sensuale quando mi ha colpita. Plop, il sesso enorme e tozzo sulla pelle del mio viso, sulla guancia pronta a riceverlo.
Lo muovo, mi metto sotto e, con le mani ancora sugli slip a metà coscia, lo sollevo, mi giro e vado avanti e indietro, lo appoggio sulle mie labbra semiaperte che sembrano bere da una fontana, tiro fuori la lingua e la ritraggo, poi scivolo ancora e me lo metto sugli occhi chiusi, e ancora sulle guance. E lui lascia fare.
Il sesso turgido, teso in avanti, accarezza il mio viso e lo bagna di poco liquido che è già uscito dalla punta rossa, lucida, che si contrae e non sta ferma, odora di carne eccitata e di lui, del sapone che ha usato a chili nella doccia e delle mie mani, che hanno toccato carta e computer e mobili e hanno affettato la cipolla, questa mattina, per preparare il pranzo. Mi muovo, lo spingo in alto con la testa poi lo riprendo, me lo passo sulla bocca, lascio che vada dove vuole, e il sudore si mescola alla voglia, e ricade e si tende, e diventa ancora più grosso.
Gli slip cadono alle sue caviglie, non si cura di spostarli.
Le mie mani salgono e lo prendono, abbandonano la lentezza per afferrarlo tutto. La sinistra si infila sotto e stringe i testicoli, la destra prende il sesso e lo tiene, mentre le labbra si aprono. La prima carezza me lo fa entrare in bocca, lo lavo di saliva che ho accumulato mentre muovevo il viso sotto di lui, spalanco le labbra e i denti e do un colpo in avanti, veloce, lo butto in gola e sento che mi ferma il respiro. Poi chiudo, e succhio, succhio con tutta la forza che ho mentre la testa ritorna indietro. Mi fermo quando ho solo la punta tra le labbra, mi fermo e succhio ancora, la mano sinistra massaggia i testicoli e i suoi gemiti aumentano, le sue dita afferrano la mia testa e tirano, strappano i capelli mentre i muscoli delle gambe si contraggono, e io. Io. Mi muovo, ancora.
-    Fammi venire così -
Riesce a dire, ed è inutile. Vi ho detto il prima, ora sapete dove sono e cosa sto facendo. Piano, vado di nuovo avanti, percorro ogni millimetro del sesso inondato di saliva. Lo succhio, lo lecco con la lingua che, sotto, si muove e va avanti, insieme alle labbra.
-    Fammi venire così -
Banale, in fondo. Ma è proprio ciò che ho in mente di fare.

Questo racconto erotico è stato pubblicato anche su Rosso Scarlatto

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