Ho cercato di capire. Di leggere la mente delle donne che hanno riempito la mia esistenza fino alla morte di Lidia. L’ho fatto nelle notti sugli aerei, nei viaggi che ho diviso con Carla e con le altre donne (giovani, meno giovani, non importa: nel tempo ho scoperto che ogni donna ha un fascino particolare, e l’età non è che dettaglio da registrare nella mente per poi dimenticarsene come inessenziale) che amano la mia compagnia. Laura non viaggia molto con me: nostro figlio, il nostro Riccardo chiede tempo e attenzioni, e Clara ultimamente è peggiorata. Per un certo periodo ho sperato che potesse salvarsi, poi il tumore è ritornato e i giorni si sono trasformati in un gocciolamento di speranze deluse. So che morirà, e so anche che Laura non trova ancora il coraggio di dirmelo. Pensa che creda alle bugie sulla chemioterapia, sull’ipertermia e sugli interventi che ogni volta tolgono un pezzo di mia figlia per allungarle l’agonia. Pensa che non voglia vedere la verità, ed è convinta che nei suoi confronti abbia gratitudine e un affetto un po’ stanco. Non è vero. Credo di amarla, ma l’amore non è lo stesso che si aspettava da me. Vedo il suo coraggio, la sofferenza e lo sforzo che sta facendo per improvvisarsi madre e moglie. Vedo che mi tiene dentro e fuori dalla nostra famiglia, e quando sono dentro rende tutto soffice e accogliente, qualche volta erotico e imprevedibile, quando sono fuori affronta da sola la morte quotidiana di Clara e i capricci di bambino di Riccardo.
Mi crede cieco, come mi ha sempre creduto cieco Lidia. Invece vedo, vedevo mesi e anni fa. Vedevo l’amore, e credo di averlo provato. Lo sento quando stringo Laura di notte con meno passione e nel silenzio obbligato, con la culla di Riccardo nella stanza accanto e il bip della pompa della morfina di Clara da controllare. Lo sento quando la sua gelosia traspare dalle lacrime che manda giù, e finge di credere che sarò solo nei miei viaggi che durano giorni o settimane. Lo sento quando non telefono, le nego anche un breve SMS perché mi sembra di soffocare e non voglio farle vedere che penso a lei, e non mi fa notare niente, e se le chiedo come sta risponde “Bene, e tu?”. Lo sento, lo sentivo con Lidia, ogni giorno della sua vita e della sua morte. Ma non sono stato capace di dirlo.
Ho scritto la storia di Clara, di Lidia e anche di Laura. Mi sono fermato quando dal quadro è uscita Lidia, strappandomi il cuore. So cosa ha pensato Laura, cosa pensa anche oggi di me. Crede che abbia sostituito Lidia con lei, crede che non la ami sul serio. Eppure mi ama, ostinata. Come la amo io, senza saperlo dire.
Destino dell’uomo è che le donne dicano che non può capire. Forse è vero. Ma leggendo le mie povere pagine forse il dubbio riuscirà a sfiorare anche voi: in realtà ho capito tutto, e se ho finto di non vedere è stato solo perché ho mandato avanti la vita. Per me, per i miei figli e anche per mia moglie. Per la donna che ho sposato e che per me ha rinunciato a essere se stessa. Per Laura, la bambina molestata che aveva paura dell’incesto.
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Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 12 – LAURA
La parete bianca. E Luca seduto sulla sedia in corridoio, i gomiti appoggiati alle ginocchia. Con le dita spezzava una foglia secca presa chissà dove, lasciando cadere briciole sul pavimento. Aveva ombre scure intorno agli occhi.
-Stai attento, siamo in ospedale.
- Me ne frego.
Le rispose, accartocciando ciò che restava della foglia e scagliandolo in un angolo. Un’infermiera attraversò il corridoio fingendo di non accorgersi di loro.
-Sapevi che Lidia aveva problemi di cuore?
- Non ne avevo idea.
- All’elettrocardiogramma c’erano tracce di un’ischemia precedente e nella borsa aveva la nitroglicerina. Possibile che si curasse senza che tu sapessi niente?
Lo fissò, cattivo.
-Sì, a quanto pare è possibile. Non posso sapere tutto di tutti.
“Ma di tua moglie e tua figlia sì”. Fu un pensiero che spinse per diventare parola, avrebbe voluto ferirlo. Non aveva visto il sarcoma di Clara e neanche l’ischemia cardiaca di Lidia, aveva insistito in una vita di viaggi, carriera, lavoro, passioni che andavano e venivano, sesso e illusione. E lei era sua complice, in tutto. Non avrebbe dovuto giudicarlo, l’aveva travolto (o era stata travolta?) e non si era fermata.
-Come farai a dirlo a Clara?
La sue spalle si piegarono in giù.
-Aspetterò che stia meglio e le racconterò come è andata.
- Aspetta che sia uscita dalla terapia intensiva.
“Se esce viva”. Aggiunse dentro di sé. Il pericolo per Clara non era ancora passato.
-Non riesci a essere meno banale di così? Dici cose ovvie!
Ricevette il suo sguardo, consapevole dell’odio che in quel momento provava per lei.
-No Luca, non riesco. Tua moglie è morta e tua figlia lotta per vivere. Mi sento angosciata e piena di senso di colpa. Mi è difficile intrattenerti con conversazioni brillanti.
“E’ ora che ti svegli, metti i piedi sulla terra dove camminano tutti”. Non riusciva a fermare i pensieri. Avrebbe voluto picchiarlo, strappargli i capelli, graffiarlo. E chiedergli di fare lo stesso con lei, di ucciderla facendola soffrire moltissimo per espiare almeno parte degli orrori che aveva commesso. Erano due criminali, ormai legati tra loro dalla vita. Ma lui sembrava non rendersene conto.
Continuò a fissarlo immaginando cosa sarebbe successo. Sapeva. Il presente non era mai stato tanto chiaro. Aveva capito quando Luca, di fronte al corpo immobile di Lidia, aveva preso la sua mano.
-Ha chiamato te prima di morire.
- Sì. Forse voleva dire qualcosa, qualunque cosa, per farmi male. Avrebbe avuto ragione.
- Non credo, la conosco bene. Accidenti, non riesco a parlarne al passato. La conoscevo bene. Era una donna intelligente e sono sicurissimo che abbia capito che moriva.
- Dai, Luca.
- Ascoltami. Ti voleva accanto, ne sono certo. Voleva affidarti Clara.
Era rimasta ferma, con la sua mano a stringerla e il sangue che sembrava scorrere sempre più freddo e lento. Aveva sperato che non si rendesse conto dei brividi che le scuotevano il corpo. Aveva pensato che fosse sotto choc, che non riuscisse a controllare le parole e i pensieri e si lasciasse andare a ragionamenti assurdi.
-Non puoi pensare sul serio queste cose. Anche ammesso che sia andata così, sono cose che si pensano e dicono nei momenti di tragedia, non devono essere per forza reali. Anche tu sei traumatizzato, lascia che il tempo passi: farai le scelte che credi giuste, e anche Clara.
- Le penso invece. Non abbandonarmi, Laura. Non abbandonare Clara.
Agghiacciante, non avrebbe saputo definire altrimenti la conversazione paradossale, abietta, a poche ore dalla morte di Lidia. L’aveva visto scappare fuori dalla stanza mentre Lidia moriva, aveva fatto fatica a credere a quella corsa insensata lontano da lei.
Poi le aveva chiesto come fare per avvisare i parenti e organizzare il funerale.
-Laura, scusami. Non riesco a ragionare. Non so se pensare a Clara o a Lidia, mi preoccupo e mi dispero nello stesso momento. E’ incredibile, ho perso mia moglie e rischio di perdere anche mia figlia.
Chiuse gli occhi e gli circondò la vita con un braccio. Poteva sentire la sua confusione, le era più chiara del suo corpo che tante volte l’aveva penetrata. L’avrebbe odiata, qualche giorno dopo. Si sarebbe reso conto di tutto e non avrebbe potuto sfiorarla o guardarla negli occhi, consapevole della colpa e della follia della propria reazione alla morte della moglie. Poi si sarebbe rassegnato, schiacciato dalla malattia di Clara e dal bisogno.
-Sono qui Luca. Sono qui con te.
Una condanna, era questo. Per lei e per lui. Almeno per qualche tempo. L’uomo che aveva amato con egoismo e passione le era stato regalato dal destino con un colpo di mano inimmaginabile, insieme a un carico di tormento e senso di colpa difficile da affrontare. Che avrebbe bruciato ogni residuo di amore. Eppure lui era suo, finalmente.
-Quando potrò vedere Clara?
- Tra poco. Ha sorriso, prima, ha mosso una mano per salutarmi. Fabrizio verrà a chiamarti appena finita la medicazione.
- Verrai con me? Tu sai tenerla allegra.
- Sì, se vuoi vengo con te.
- Vieni, da solo non ce la faccio.
- Non sei solo, Luca.
Lo abbracciò. Sentì il suo odore.
-Ti amo, Laura.
Anche le parole erano diverse. Le frasi consuete cambiavano tono e significato. Forse l’amore c’era, ma piano piano i colori, l’emozione, i brividi avrebbero perso vivacità. E il figlio che aveva dentro (lo sapeva da giorni, ma non l’aveva mai percepito bene come in quelle ore, come se il cervello si fosse svegliato all’improvviso interpretando segnali fino a quel momento sconosciuti) avrebbe sancito la trasformazione, qualsiasi cosa fosse accaduta dopo.
Rispose con le uniche parole possibili.
-Anche io ti amo.
In fretta, senza pause o spazi di tregua, il caso aveva colpito. E i fiori del suo guardino erano pronti a morire.
-Professore.
Una giovane donna bionda si avvicinò esitante. Luca alzò la testa e provò a sorridere.
-Carla.
Le porse la mano.
-Cosa fai qui?
- Ero in ospedale per il tirocinio in psichiatria e ho saputo di sua moglie, mi dispiace così tanto.
Si alzò per abbracciarla, poi indicò Laura.
-Laura Viti, il medico di mia figlia. La mia compagna.
“E’ pazzo”. L’intuizione la fulminò. No, non era pazzo. Aveva detto a quella donna che lei era la sua compagna perché la sua testa aveva già deciso tutto, e i ruoli sfumavano e si contorceva ancora una volta. L’evidenza la colpì, e la storia di Lidia che aveva affrontato anni di tradimenti e alla fine aveva sfogato tutta la sua rabbia su di lei le apparve perfettamente spiegabile. Luca continuò:
-Carla Santoro, una delle mie migliori allieve. E’ specializzanda dell’ultimo anno, lavora con me.
La stretta di mano fu rapida, Laura non riuscì a parlare. “La mia compagna”, e i capelli biondi di una donna bellissima. Più giovane di lei. E il braccio di Luca sulle sue spalle. Forse era la gravidanza, oppure il crollo delle certezze, ma tutto era tremendamente nitido. E inevitabile.
-Vi lascio soli, professore. Mi dispiace tanto, se posso fare qualcosa per lei mi chiami senza problemi.
“Farai molto per lui”. Non riuscì ad arrabbiarsi. C’era Clara con il cancro, e c’era il funerale di Lidia da organizzare. E un figlio, forse, a cui regalare certezza.
Luca le sfiorò le labbra con un bacio.
-Grazie Laura. Ho bisogno di te, amore.
Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 11 – LIDIA
Luca non era tornato a casa.
Massaggiò la coscia destra intorpidita. Aveva trascorso la notte sulla sedia a dondolo in camera da letto, immaginando i loro corpi viscidi e sudati e l’odore di sesso a riempire la stanza. Luca era con lei, non sarebbe servito a niente controllare ciò che era ovvio e non veniva nemmeno più nascosto. Aveva dormito nel letto di Laura e aveva preso il suo corpo. Lo conosceva, sapeva che per dimenticare l’angoscia si sarebbe abbandonato a coiti voraci ed egoisti, sempre più cattivi. L’aveva fatto con lei centinaia di volte: la cercava con l’urgenza dell’ansia e vuotava nel suo corpo il tormento. Ma c’era Laura, adesso. E a lei piaceva il sesso brutale e poco romantico, era più giovane e senz’altro più passionale. Aveva l’aggressività tipica delle donne molestate, e una tendenza al masochismo che la rendeva preda ideale.
Poteva vederli, era certa di riprodurre fedelmente nella testa i loro orgasmi e l’annullamento impossibile degli incubi reciproci in schizzi di sperma destinati a un figlio che sicuramente sarebbe arrivato. Luca non voleva rendersi conto del dolore per lei e Clara, se Laura fosse rimasta incinta: a lui interessavano la soddisfazione dell’istinto e il compiacimento di un’amante giovane e affascinante. Perché Laura aveva sempre conquistato i suoi uomini con un erotismo sottile ma esplicito e con lo sfavillare di un’intelligenza superiore alla media. “La madre ideale per un figlio fuori dal matrimonio oltre i cinquant’anni”. Sussurrò alle pareti vuote. Mentre lei era la moglie della crescita insieme, di una figlia amatissima ma banalmente concepita dentro il matrimonio, senza acrobazie sessuali davanti al camino. Era la madre di Clara, la ragazza malata di cancro.
Luca insisteva a dire che lei non era lei, che si concentrava sul problema sbagliato nel tentativo inutile di dimenticare il cancro di Clara. Non era vero: ricordava benissimo ciò che stava accadendo a sua figlia, ma provava a mantenere la calma. E Clara era stata operata quindi il tumore non c’era più, non esisteva motivo per angosciarsi retroattivamente. Per il futuro avrebbero vissuto giorno dopo giorno. La morte di Clara era un evento impossibile, assurdo a dirsi o immaginarsi. Non poteva esistere.
Il tradimento di Luca esisteva, invece, e minacciava la serenità di tutti. Era un insulto a lei, un trauma per Clara e la rovina per la famiglia che da anni costituivano. Laura e Luca non avevano attenuanti: la relazione che per mesi avevano portato avanti era sbagliata e andava interrotta. Come ogni sotterfugio schifoso capace di distruggere una storia d’amore durata almeno venticinque anni.
Di nuovo, le immagini di suo marito e Laura le tormentarono la fantasia. Luca si sarebbe svegliato presto, come sempre, e si sarebbe avvicinato a Laura per stuzzicarla e coinvolgerla nel primo atto sessuale mattutino, quello che per lui era come bere il caffè, come la doccia appena messi i piedi fuori dal letto. Lo stesso che chiedeva a lei quando era a casa, consueto come tanti altri gesti e tutto sommato piacevole anche se aveva perso da tempo l’imprevedibilità.
-Amore svegliati.
Avrebbe detto a Laura, oppure l’avrebbe chiamata in qualche altro modo; chissà se usavano soprannomi tra loro, se nel loro linguaggio segreto esistevano tenerezze a lei sconosciute. Sperò che Luca avesse conservato almeno la dignità di evitare nomignoli o vezzeggiativi: diceva che facevano perdere il desiderio sessuale, ma erano indice di amore, quello profondo, che lega ogni istante un po’.
Il dolore al petto le fece chiudere gli occhi. Immaginarli insieme faceva male, il respiro inciampava e la gola sembrava chiudersi. Cercò una pillola sul tavolo basso accanto alla sedia e la inghiottì sperando che non le venisse mal di testa. Doveva uscire presto per andare da Clara, era sicura che suo padre si sarebbe attardato a casa dell’amante e non si sarebbe presentato prima delle dieci. “Forse lei deve andare in sala operatoria”. Avrebbe potuto aspettarla all’ingresso dell’ospedale e parlarle, di nuovo. Convincerla a lasciare stare Luca, usando qualche ricordo preso dall’analisi o parole cattive con le quali farla vomitare, ancora. Ma sarebbe stato inutile: aveva scavato dentro la sua testa per anni, sapeva che si sarebbe ostinata per il puro gusto di raccogliere una sfida. Oppure si sarebbe aggrappata al desiderio di alleviare le sofferenze di Luca, con quell’anima da crocerossina che tante volte aveva tirato fuori con gli uomini della sua vita.
Il telefono squillò in lontananza. Si alzò e scese le scale, zoppicando, le si erano addormentati i piedi.
-Pronto?
Cercò di riprendere fiato. Il dolore al petto era aumentato durante la corsa giù dalle scale.
-Signora Conti?
- Sì.
- E’ l’ospedale, sono il dottor Rivelli.
- Oddio cosa c’è?
- Signora, sono un chirurgo e la chiamo per chiederle di venire in ospedale. Sua figlia ha avuto una piccola complicazione e devo riportarla in sala operatoria.
- Quale complicazione?
- Un’emorragia. Un vaso sanguigno si è rotto e c’è una raccolta di sangue nel torace, devo operarla.
- E’ grave?
- Venga signora, devo andare in sala operatoria.
- Mio marito…
- Ho provato molte volte a rintracciarlo, ma aveva il cellulare spento.
Esitò.
-Comunque ho avvisato la dottoressa Viti, che sta arrivando.
Capì che anche quel medico sapeva. Le stava dicendo che aveva avvisato Laura, quindi anche Luca che era con lei.
“Era a casa di quella troia”. Chiuse la comunicazione senza ascoltare più niente, lanciò le pantofole in un angolo e indossò il primo paio di scarpe che riuscì a trovare. In tuta da ginnastica corse fuori e fece partire la macchina buttando la borsa sul sedile posteriore.
“Clara non morire, amore ti prego aspettami, non morire”.
Aveva lasciato sua figlia da sola in ospedale, nonostante sapesse che Luca non sarebbe ritornato a vederla. L’aveva fatto per aspettarlo a casa e avere l’ennesima prova della sua infedeltà. Sapeva che avrebbe dormito da Laura, che l’avrebbe scopata dimenticando Clara e lei e ogni umana pietà, eppure non aveva resistito alla tentazione di trascorrere la notte a casa aspettandolo per litigare. Voleva un motivo per picchiarlo, per scagliarsi contro di lui e fargli male. Aveva trascurato Clara, non aveva pensato che potesse rischiare di morire mentre era protetta dagli infermieri e dai medici della chirurgia.
Trovò il cellulare frugando a tentoni nella borsa. Compose il numero di Luca, che rispose subito.
-Lidia, dove sei?
- Dove cazzo vuoi che sia? In macchina, vado in ospedale.
- Ti ho cercata, sono già qui.
- Certo, la casa di Laura è più vicina. Non mi hai cercata, il cellulare non ha chiamate. Almeno non prendermi per il culo. Eri da lei e ti hanno trovato lì.
- Smetti, non è il momento.
- Vaffanculo Luca, crepa. Dimmi di mia figlia.
- E’ grave, amore. Dicono si sia rotta la vena, o l’arteria non ho capito, mammaria interna.
- Cosa cazzo significa?
- Che ha un’emorragia grave e la stanno operando. Laura e il suo collega stanno cercando di fermare l’emorragia in sala operatoria.
- Togli mia figlia dalle mani di quella puttana!
- Non fare l’isterica, dove sei?
- Sono al parcheggio, e non voglio che Laura la tocchi! Hai capito? Non voglio! E’ un’incapace!
- Ti vengo incontro.
Non lo sentì più. Parcheggiò nel primo spazio libero, afferrò la borsa e scese. Chiuse la portiera e si sentì afferrare alle spalle.
-Amore.
Si girò di scatto. Luca era spettinato e con la camicia parzialmente aperta. La spinse via.
-Lasciami andare. Dove è Clara?
Tentò di abbracciarla.
-Amore aspetta, è in sala operatoria. Fermati.
La tirò a sé, la testa sbatté contro il suo petto.
-Calmati, dobbiamo aspettare. Amore, respira.
La voce uscì a caso. Provò a divincolarsi bersagliandolo di pugni, gli graffiò il viso piangendo.
-Bastardo, lasciami andare, voglio mia figlia! La voglio subito brutto stronzo, non toccarmi!
Gridava e picchiava, sentì il sapore del sangue di lui quando la strinse più forte per bloccarla.
-Basta amore, basta. Shhhtt, basta.
La forza la abbandonò all’improvviso: le gambe cedettero e i muscoli sembrarono afflosciarsi. Il dolore al petto le tolse il respiro. Luca la trattenne, baciandole il viso.
-No amore, respira, va tutto bene. Andrà bene vedrai. Guardami, respira.
L’odore del suo sudore, una nebbia davanti agli occhi che non si diradava. La presa calda e feroce delle sue braccia.
-Luca.
- Amore, guardami.
- Luca.
- Sì, amore.
Clara moriva e lui continuava a chiamarla amore. Stronzo e vigliacco, convinto di darle sollievo con parole melense e con la pelle ancora impregnata degli umori di Laura. E Clara era in sala operatoria a morire. La mente si confondeva, le sue mani addosso la facevano sentire sbagliata. Di nuovo perse ogni energia, il dolore a scavarle il torace. Rischiò di cadere, sentì che la sollevava e lasciò che la portasse fino a una stanza dell’ospedale che non riconobbe.
-E’ svenuta, aiuto. Qualcuno mi aiuti, mia moglie sta male!
Qualcuno la afferrò, sentì male al braccio. Bruciava. Una luce sparata negli occhi.
-Elettrocardiogramma, subito.
Sonno, all’improvviso.
-Veloci, cazzo!
- Ha dormito?
- Non so, non ero con lei.
- Dammi quella siringa.
Lontani. Tutti. Anche Clara, che aveva bisogno di lei ma non ricordava perché. Un incidente, la macchina oppure il tennis. O la bronchite, aveva solo quattro anni e si era già beccata due polmoniti.
-Mettetela lì.
- Dottore.
- Non adesso!
- Lei è il padre di Clara Conti?
“No sono la mamma, sono io. Non il padre, lui è negli Stati Uniti con sua sorella. Si chiama Laura. Ma muore, lei, e non ritorna. Sono la mamma, mi fanno male i punti sulla pancia. Fatemi vedere mia figlia la sento piangere, l’ho portata dentro nove mesi, fatemela vedere subito”.
-Resto io con sua moglie dobbiamo portarla di sopra subito.
“Mia moglie dorme, ha partorito. Sono Luca Conti, il papà di Clara e di Laura. Mia figlia Laura è nata, ma si chiama Clara. Sto cadendo indietro, vi prego aiutatemi. Cado indietro e Clara sta piangendo. Tenetemi, cado”.
Stava andando da qualche parte. Rumore di ruote sul linoleum. Una mano sulla fronte.
-Amore coraggio, resisti.
Correvano.
Luca. O Laura. O Clara. Erano tutti lì e un bambino piccolo piangeva. Era figlio di Clara e Luca, e Laura correva.
-Luca!
Chiamava Luca, era lei. Laura. La sua voce.
“Cado indietro. Cado, Laura aiutami ti prego”.
-Cosa succede?
- E’ svenuta, sta male.
- Fatemi vedere.
- Clara, dimmi di Clara.
- E’ in terapia intensiva. Oddio, fammi vedere Lidia! Fammi parlare con lei.
- Dottoressa non la sente.
- No fammi parlare non può andare così, Luca fermali. Voglio vederla.
Terapia intensiva. I neonati andavano lì. Bisognava andare a vederla, doveva allattarla. La sua bambina doveva mangiare. Riuscì a parlare.
-Laura.
- Mi chiama, fammela vedere. Fermatevi!
- Dottoressa si sposti.
“Laura vuole parlare. Della mia bambina, Clara. Aiutala Laura, aiutala. Io cado indietro”.
-Lasciala Laura, ci sono i tuoi colleghi. Portami da Clara.
- No!
Laura, Clara, Luca. “Cado, non ce la faccio, cado”.
-Laura.
Il buio la mangiò mentre Luca usciva dalla stanza correndo.
Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 10 – LAURA
Appoggiò la testa al cuscino e gli accarezzò il viso: dormiva da qualche minuto, il respiro sempre più lento, sembrava finalmente in pace.
L’aveva visto uscire dall’ospedale poco dopo il suo colloquio con Clara. Era stata con lei, Lidia e Luca più di un’ora: aveva descritto i dettagli della chemioterapia che gli oncologi avevano proposto e risposto alle domande insieme a Franco, il collega di oncologia che avrebbe seguito Clara. Poi Luca era andato via.
-Vado in studio, poi a casa.
Aveva detto, e Clara l’aveva salutato con un sorriso.
-Non preoccuparti papà, sto bene.
Lidia non aveva aperto bocca.
Lei era rimasta in reparto per finire il giro dei pazienti operati, aveva rifiutato un invito a cena di Sara, la caposala, ed era andata a casa. Mentre aspettava che il cancello elettrico si aprisse aveva notato la luce accesa in cucina, poi l’automobile di Luca parcheggiata in garage. L’aveva accolta con un bicchiere di vino rosso e un gigantesco cesto di tulipani sul comò.
-Finalmente! Ho voglia di te.
Non aveva visto, o aveva finto di non vedere, il suo sguardo perplesso. L’aveva spogliata in salotto e l’aveva penetrata vorace, prepotente, disperato. Si era spinto dentro di lei a lungo, gridando, trascinandola sul tappeto, con il sudore che le colava addosso e i denti a morderle i capezzoli lasciando segni violacei. Era venuto dentro di lei ed era rimasto immobile, chiamandola amore. Ed era esploso in un pianto disperato.
L’aveva tenuto tra le braccia, aveva accarezzato i suoi capelli e baciato le sue lacrime. Aveva accettato che, tra urla e mutismi improvvisi, l’eccitazione ritornasse e lui entrasse di nuovo in lei, per vomitarle dentro un altro orgasmo nero di rabbia.
Sotto la doccia si era riempita di sapone, aveva strofinato la pelle con il guanto di crine fino a sentire male: non era stato il sesso a ferirla, ma la sensazione brutale di non essere altro che un oggetto da usare per placare un’ansia impossibile da mandare via. Gli occhi di Luca erano distanti, perfino quando penetrava il suo corpo e le gridava il suo amore. Lui non c’era, c’era un corpo che aveva urgenza di sfogare la paura e la rabbia, la frustrazione e un’impotenza intollerabile.
Quando si erano ritrovato seduti a tavola, apparentemente placati, avevano mangiato in silenzio, Luca aveva fatto molte domande sulla terapia di Clara e su ciò che le sarebbe accaduto. Aveva ripetuto meccanicamente le stesse richieste di rassicurazione decine di volte, con una matita in mano che alla fine aveva spezzato e buttato sul tappeto.
-Andiamo a letto, amore.
Le aveva detto dopo un silenzio interminabile, e allora – solo allora – lei aveva avuto la sensazione che la vedesse davvero. Le aveva tolto i vestiti lentamente, ripetendo spesso il suo nome, l’aveva baciata a lungo e con lievi carezze l’aveva eccitata. Quando l’aveva sentito dentro di lei si era persa, aveva dimenticato i dubbi e la paura e l’estraneità delle ore precedenti.
-Ti ho fatto male, prima?
Aveva chiesto baciandole le tempie dopo l’orgasmo arrivato come un sollievo dopo movimenti lenti, delicati, pieni del respiro di lui sui suoi occhi semichiusi, e lei aveva capito che non era al dolore del corpo che alludeva ma alla freddezza di gesti dettati solo dall’angoscia. Non aveva risposto. Gli occhi chiusi per ricevere la sua tenerezza, aveva atteso che si addormentasse per respirare la quiete del buio e della sua presenza nel letto, la pelle calda e sudata sulla sua.
Niente sarebbe stato più lo stesso. Ciò che aveva visto della vita di Luca l’aveva coinvolta, strappata all’illusione di una storia che avrebbe voluto solo sua. Un uomo da amare, la passione ancora al massimo da vivere nelle notti a loro concesse, molti spazi di solitudine che le piacevano, da riempire con il silenzio e con i fiori da seminare e accudire, con un figlio che avrebbe fatto parte del quotidiano più di chiunque altro.
Non aveva mai pensato seriamente alla famiglia di Luca. Non aveva desiderato di vivere con lui: le piaceva che ci fosse e la eccitava la trasgressione, credeva di amarlo ma non aveva l’intenzione di sconvolgere le proprie abitudini per lui. Nei pomeriggi in guardino, china sui suoi fiori, aveva immaginato che il suo uomo prendesse vita prima di bussare alla sua porta e la perdesse andando via da lei. Luca era una figura racchiusa dai confini del suo piccolo mondo, l’unico mondo possibile, e oltre quei confini non aveva consistenza, ombre, colori. Oltre i confini di ciò che lei aveva stabilito per se stessa e per lui, Luca non esisteva. Perché la realtà lontana da lei non era importante, non poteva gettare ombra e nemmeno fare luce, non avrebbe potuto acquisire significato. Luca era il “suo” Luca: la ascoltava, le raccontava ciò che voleva sentire, ritornava senza che dovesse chiamarlo, la amava con istinto e passione. E la accettava. Senza aspettarsi niente di diverso.
Clara aveva rotto l’equilibrio. No, non era stata lei: il cancro che l’aveva aggredita fuori tempo, come una bestemmia impronunciabile, era il vero responsabile del sovvertimento della vita. La malattia non aveva tenuto conto dell’età, dei diritti, delle aspettative. Aveva dato inizio alla distruzione e nessuno avrebbe potuto prevedere cosa sarebbe accaduto dopo. A lei, a Luca e alla sua famiglia. Al valzer disordinato di relazioni messe a caso e sconvolte senza pietà.
Con le dita sfiorò le sopracciglia di Luca. Per la prima volta sapeva, sentiva che l’amore non era solo suo, non lo era mai stato. Luca amava Clara e Lidia, e forse amava anche lei. Forse. Non sapeva più riconoscere i confini del sentimento e del bisogno.
Si alzò dal letto e andò alla finestra. Spiò il guardino attraverso le persiane. I tulipani macchiavano di colore il verde del prato, anche se il buio nascondeva contorni e sfumature; c’era un salice poco lontano, e qualche ciuffo di iris dove andava a sdraiarsi per leggere. E le ortensie, che d’estate rendevano l’aria densa di bellezza voluttuosa, da contemplare con un piacere che perforava l’anima.
-Laura.
Luca la chiamò con la voce roca di sonno. Gli rispose senza voltarsi.
-Sì?
- Perché ti sei alzata?
- Non riuscivo a dormire.
- Guardi i tuoi fiori? Chiedi sollievo a loro?
La conosceva. Era forse il suo essere uno psichiatra, o l’istinto che li aveva uniti subito, nelle prime ore del loro incontro.
-Sì, li immagino. Con questo buio non posso vederli. Dormono anche loro.
- Tu no.
- Lo so.
- Come mai?
Restò in silenzio. Lo sentì muovere nel letto. Il fruscio delle lenzuola le piacque, le sembrò di sentire il profumo fresco del bucato misto all’odore dei loro corpi dopo il sesso.
-Cosa c’è? Perché non dormi?
- Non ho sonno.
- Vieni qui.
Lo raggiunse senza guardarlo e si lasciò abbracciare.
-Pensi a mia figlia?
Non riuscì a rispondere. Non sapeva esattamente quale fosse il centro dei pensieri, il motivo dell’insonnia. L’egoismo, probabilmente: il dramma di Luca le aveva sconvolto vita e desideri, e non sapeva come reagire.
-Amore, vuoi dirmi cosa c’è?
Secoli prima, cioè qualche giorno se voleva ragionare su un calendario reale, avrebbe percepito il suo tono sincero e si sarebbe sentita avvolta da lui. Ma qualcosa nell’immagine rassicurante e protettiva si era incrinato, c’era una fessura profonda e nera dentro la quale non era certa di riuscire a guardare.
-Non c’è niente, Luca. Oppure c’è tutto. Non dormo e penso a te, a Clara, a Lidia, a me.
- Hai subito una brusca interruzione della psicanalisi.
- Tu sai perché andavo da Lidia?
- No, dovrei saperlo? Non me ne hai parlato.
- Credevo che te l’avesse detto.
- Non lo farebbe mai, è una professionista molto in gamba.
- Lo so, mi aiutata moltissimo. Comunque andavo per ragioni di molestia sessuale da bambina.
- L’avevo capito da solo, amore. Ma cosa c’entra adesso?
- L’avevi capito? Come hai fatto?
- Il tuo comportamento, l’aggressività, l’erotismo. Vuoi controllare e dominare ma hai paura, anche.
- Sicuro che Lidia non ti abbia detto niente?
- Sono sicurissimo. E sinceramente io voglio la mia Laura, quella che ho adesso qui con me. Sono il tuo uomo, o l’amante se preferisci. Non sono il tuo terapeuta e non vorrei mai esserlo.
- Perché?
- Voglio amarti ed essere amato.
- Ma conoscere i miei problemi non ti interessa?
- Sono passati, ormai li hai allontanati. E sei qui, con me.
- C’è stato incesto, Luca.
- Avevo capito anche questo, ma non intendo parlarne.
La sua voce era quasi metallica, rispondeva a scatti.
-Perché?
- Perché siamo un uomo e una donna che si amano, non abbiamo relazioni di parentela e mia figlia ha il cancro. Basta stronzate, Laura!
Cambiò rapidamente tono e le baciò gli occhi.
-Dai Laura, basta sul serio. Hai visto la tua analista nel suo contesto familiare, la cosa ti ha sconvolta. Peggio di questo c’è la rabbia di Lidia, che passerà ma al momento fa male. Sei una donna che ha tutti gli strumenti per cavarsela da sola, sei amata e hai una vita bella. Non guardare indietro e fregatene di Lidia, Clara e io abbiamo bisogno di te.
-Ma come faccio a fregarmene di Lidia?
La baciò ancora.
-Ho esagerato. Nemmeno io posso fregarmene, è mia moglie. Ma in questo momento non riesce a vedere le priorità, si scaglia contro di te come una iena solo perché ha il terrore di affrontare il problema di Clara.
-E tu, Luca?
- Io cosa?
- Ho visto anche te nel contesto familiare.
- Sono il tuo uomo, non il tuo terapeuta.
- Sei anche l’uomo di Lidia.
- Sì.
- Non l’avevo considerato fino a pochi giorni fa.
- Ti fa soffrire?
- Credo di sì. Mi fa schifo.
- Cosa esattamente?
- Il fatto che tu sia suo marito e vada a letto con lei.
La strinse.
-Sapevi che ero sposato. Tutti i mariti vanno a letto con le mogli, o quasi.
- Si può essere sposati in tanti modi.
- Eri convinta che non facessi l’amore con mia moglie?
- Non ci volevo pensare.
- Ti amo Laura, sul serio.
- Ami anche lei.
- Sì, ma è diverso.
- In cosa?
Lo sentì agitarsi. Mosse le spalle per qualche istante sospirando, poi la baciò di nuovo.
-E’ mia moglie da molti anni. C’è intimità. E abitudine, tenerezza.
- E con me?
- Dai Laura, che domande fai? Sei l’amore attuale. Forte, passionale, coinvolgente. Cazzo, stiamo provando ad avere un figlio!
- Sì. Lo amerai, Luca?
Avrebbe voluto chiedergli: “Lo amerai come ami Clara?”. Ma la voce si era spezzata. Non lo sentì per molto tempo, poi le sussurrò in un orecchio.
-Lo amerò come amo Clara. Sì, amore mio.
Le si chiuse la gola. Appoggiò la guancia al suo petto.
-Fai l’amore con me adesso, solo con me ti prego.
E le sue mani allontanarono i pensieri.
nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 9 – LIDIA
-Dai mamma, sei lenta!
Camminò più in fretta per raggiungerla.
-Amore, non esagerare. Puoi camminare ma non correre. Hai sentito l’infermiera?
La raggiunse con un po’ di fatica.
-Non ho più l’età per starti dietro, se faccio qualche altro metro ricoverano anche me.
- Sei stanca davvero mamma? Sembri pallida.
Nascose l’affanno che le squassava il petto. Aveva dimenticato le sue terapie in quei giorni, chi poteva pensare alle pillole e alla boccetta delle gocce da tenere sempre in borsa con Clara messa tanto male? Ci aveva pensato, qua e là, si era detta “Devo ricordarmi delle mie medicine”, e aveva anche tentato di recuperare qualcosa quella mattina, ma il fiato arrancava lo stesso. Era l’ansia per tutti i casini, niente altro. Fisicamente stava benissimo, la psiche dava segni di cedimento; ma avrebbe resistito, ne era sicura.
-No tesoro, sto benissimo. Scherzavo. Sono molto felice di vederti così allegra.
Clara si avvicinò a un cespuglio.
-Belli questi fiori. Laura ha detto che durano moltissimo. Li ha anche lei nel suo giardino.
- Come fai a saperlo?
- Me l’ha raccontato questa mattina quando ha tolto l’ultimo drenaggio. Credo che abbia un giardino grande, a casa sua. Mi ha spiegato un sacco di cose sulle talee, sulle aiuole e su come abbinare i diversi tipi di fiori. Ha il pollice verde, beata lei. Nel tempo libero coltiva fiori.
“E scopa con tuo padre, ma questo non te l’ha detto”.
Sentì crescere la rabbia.
-Sì, tempo fa ha scoperto che i fiori la aiutano ad affrontare l’ansia, ne abbiamo parlato.
Clara mosse alcuni passi guardando il terreno. Sembrava perplessa, e a Lidia sembrò di intuire il motivo: conosceva molto bene le regole della psicanalisi, almeno quelle che riguardavano il segreto professionale e il rapporto tra analista e paziente. Sapeva che era sbagliato, che lei stava sbagliando. Non avrebbe dovuto parlare dei dettagli dell’analisi di Laura. In più, Clara avrebbe dovuto mantenere di Laura un’immagine forte e serena, per essere tranquilla. Notò il suo sguardo.
-Sei arrabbiata con lei, mamma?
- Perché lo chiedi? Certo che no!
- E’ strano, quando c’è Laura non parli mai, sei molto seria. Adesso mi dici questa cosa dell’ansia, non fai mai commenti sui tuoi pazienti.
- Laura non è più mia paziente. Conosci le regole: se ci si avvicina troppo cade l’efficacia dell’analisi. E comunque non avrebbe più avuto bisogno di me: sta benissimo. Non preoccuparti.
- Non mi preoccupo per lei, ma per te.
- Perché?
Clara sedette su una panchina.
-Sono un po’ stanca, facciamo una pausa. Non so mamma, sembri strana. Nervosa.
Le sedette accanto.
-Il tuo intervento è stato uno stress per te, ma anche per me. Ora stai bene e sono felice. Il nervosismo passerà. Vuoi che ritorniamo in camera?
-Sarà come dici, ma la mia impressione è che Laura ti abbia fatta arrabbiare. E’ colpa mia?
- No, non lo è. Vuoi che te lo spieghi da analista?
- Sì.
- Quando mi hai raccontato il tuo problema e ho visto cosa avevi nel seno mi sono spaventata. Sapevo che Laura è un bravissimo chirurgo quindi l’ho chiamata senza riflettere, interrompendo di fatto il suo rapporto terapeutico con me. Lo rifarei, sono convinta che sia stata la scelta giusta. Ti ha salvata. Però in qualche modo mi imbarazza il cambiamento. Mi devo abituare, e anche lei.
Clara si alzò e camminò lenta verso l’ospedale, la seguì aspettando che parlasse.
-E papà?
- Papà cosa?
- Ha scoperto di conoscere Laura quando è arrivato da New York. Ti ha dato fastidio?
Era vicina alla verità. Aveva vent’anni e conosceva suo padre. Non le rispose finché furono in camera. La aiutò a sdraiarsi nel letto e sistemò i cuscini.
-Allora mamma? Rispondi alla mia domanda?
- Non me la ricordo.
- Ti ho chiesto se ti abbia dato fastidio scoprire che papà fosse amico di Laura.
Si obbligò a ridere.
-Ma no, perché avrebbe dovuto darmi fastidio?
- Perché sei sempre stata gelosa di papà, vi ho sentiti litigare un sacco di volte. Ha avuto alcune amiche in passato e tu ti sei arrabbiata a morte.
- Ne abbiamo parlato decine di volte. Il matrimonio non è sempre perfetto e tuo padre ha avuto qualche avventura, ma ama te e me, e Laura non c’entra niente.
- Detto così sembra proprio che tu sia incazzata con lei.
- Non è così.
- Sicura?
L’insistenza di Clara la insospettì.
-C’è qualcosa che vuoi sapere? Una domanda precisa che ti tormenta?
Clara abbassò lo sguardo.
-A dire la verità, sì.
- Dimmi.
- Quando papà ha messo la mano sulle spalle di Laura l’altro giorno i tuoi occhi erano cattivi. Li guardavi ed eri furibonda, sono sicura. E lui sembrava che la fissasse con affetto, che le sue dita le stringessero forte la spalla per farle sentire qualcosa. L’hai notato anche tu e ti sei arrabbiata. Ammettilo mamma. Sei gelosa di Laura?
Era troppo. E non c’era tempo. Avrebbe dovuto meditare una risposta, ma gli occhi di Clara le scavavano l’anima. Era bastato un gesto di Luca perché il suo odio per Laura diventasse evidente, tanto da colpire la fantasia di sua figlia. E portarla sull’orlo della verità. Se davvero fosse stata una donna coraggiosa avrebbe ammesso tutto: la relazione di Luca con Laura, il suo dolore, il rifiuto di Luca di lasciare l’amante. Ma il mondo non era più lo stesso di qualche giorno prima e neanche lei: c’era rabbia ma non c’era coraggio, solo troppa, tremenda confusione.
Decise di ammettere, ma solo parzialmente. Conosceva Clara e sapeva che non le avrebbe creduto se avesse negato perfino il suo sguardo di odio quella sera.
-Hai ragione. Ero stanca e depressa, avevo paura per te. Laura mi ha fatta arrabbiare perché ti ha parlato di tumore maligno e quando ho visto papà toccarla ho perso il controllo.
- Secondo me l’ha fatto senza pensarci, voleva tranquillizzarmi. Voleva farmi vedere che c’è armonia e che posso fidarmi di Laura così come si fida lui. Le ha stretto la spalla per farsela alleata, credo.
Capì che quella era per la figlia la spiegazione più accettabile.
-Hai ragione, sono le stesse cose che ho pensato io quando mi sono calmata. Al momento mi sono arrabbiata ma ho riflettuto, e l’ho capito quasi subito: l’atteggiamento di papà era un segnale a te, a noi, sull’affidabilità di Laura.
Rise.
-Certo averlo capito non mi ha salvata da un furibondo litigio con tuo padre, che ha notato il mio sguardo come l’hai notato tu.
- Davvero?
- Sì, ha aspettato che fossimo soli e mi ha investita con i suoi rimproveri.
Stava funzionando. Clara seguiva il suo racconto con l’espressione attenta e mezzo sorriso, senza parlare.
-Gli ho detto che mi sono resa conto della sciocchezza e la cosa è finita lì. Ma lo conosci, ci mette un po’ di tempo a sbollire.
- Già. Meno male, sono contenta che non ci siano problemi con Laura. Lei con me è meravigliosa e mi dà molta sicurezza.
“E’ meravigliosa anche con tuo padre. Vorrei che la vedessi in ginocchio davanti a lui, a sbottonargli i pantaloni”.
La rabbia ritornò, violenta. Quella puttana di Laura stava rubando il cervello a sua figlia dopo essersi bevuta quello di Luca. Voleva portarle via tutto, anche l’amore di Clara. Si voltò verso la finestra per chiudere la tenda.
-E’ ora di riposare. Prova a dormire, così quando arriverà Laura potrete chiacchierare e sarai fresca e allegra.
- Sì, mamma. In effetti sono stanca. Penso che oggi Laura mi parlerà della chemio, meglio dormire per prepararmi un po’.
Le tenne la mano finché la vide dormire, percepì il rilassamento dei muscoli e il respiro sempre più regolare. Fissò il suo torace: anche se la medicazione contribuiva a nascondere lo scempio, la mancanza di un seno era evidente. Clara non aveva ancora affrontato l’argomento, ma prima o poi avrebbero dovuto parlarne. “Meglio aspettare”. Non riusciva a guardarla senza i cerotti: la cicatrice le faceva orrore, la mutilazione sul corpo di sua figlia era intollerabile. L’avrebbe portata da qualche parte, da qualsiasi parte e spendendo ogni possibile cifra, per darle un seno nuovo. E un’immagine che si potesse ancora guardare senza che il cuore si strappasse di disperazione.
E la chemioterapia. Clara era certa che avrebbe dovuto farla per rischiare meno, sarebbe rimasta senza un seno e senza capelli, magari con le sopracciglia rade e tristi. E ne avrebbe parlato con Laura. Ancora lei. L’aveva vista stringere la mano a una paziente che sorrideva con gratitudine, l’aveva odiata anche per quello. I pazienti l’amavano: il sorriso totale che riempiva il viso rotondo e illuminava gli occhi, il tono della voce calmo con l’ombra della erre blesa, i modi pacati e rassicuranti attiravano fiducia, speranza e gratitudine. E amore, quello di Luca, che non l’avrebbe più lasciata: la passione era destinata a spegnersi ma il bisogno no, quello avrebbe resistito perfino ai sensi di colpa e l’avrebbe legato a lei per sempre. “Bisogno non è amore”. Lo ripeté a se stessa, l’aveva detto molto volte a Laura in analisi. Nella vita di Laura c’erano state molte relazioni basate sul bisogno, e ogni volta lei l’aveva aiutata a capire. Gratitudine e bisogno non potevano essere sufficienti a renderla felice, ci voleva anche l’amore.
“Qui l’amore c’è, e c’è anche il sesso”. Il dolore al centro del petto picchiò duro. Avrebbe dovuto stare attenta, quei pensieri le toglievano il fiato e peggioravano i sintomi, non era il momento più adatto per stare male. Pensò alle pillole, forse erano nella borsa, o magari c’erano le gocce, ma non ebbe voglia di cercarle.
Luca e Laura, era colpa loro. Si conoscevano da mesi e lei sapeva tutto dall’analisi, dai racconti entusiastici di Laura che con Luca sembrava avere ritrovato vita. Si erano incontrati a una cena di inaugurazione di un congresso, erano finiti subito a letto. Copione usuale per entrambi. Quando Laura le aveva raccontato la passione con lo psichiatra a lei non era venuto in mente che potesse trattarsi di Luca. Nonostante il nome, nonostante la professione e le due o tre notti di assenza ogni settimana che coincidevano con la felicità di Laura. Non aveva capito neanche quando entrambi erano spariti per una settimana, ed erano ritornati felici e abbronzati con gli atti di un congresso a Cancun. Coincidenze indegne di nota: lei, Lidia, moglie tradita spesso e gelosissima, si era lasciata sfuggire una relazione che avrebbe dovuto essere subito evidente perfino a un’analista alle prime esperienze. E la colpa era di Laura, solo sua: con quel modo di fare ingenuo e immediato, con la bontà che traspariva anche nei momenti di rabbia l’aveva ingannata. Come aveva ingannato altre mogli di suoi amanti prima di lei. Era sua, la colpa. Carpiva l’affetto per mangiarselo e vomitarlo distribuendo dolore. Usava gli uomini travolgendoli di erotismo, per poi abbandonarli quando il possesso non le interessava più.
-Lidia.
La voce di Luca la riscosse dal dormiveglia. Accolse il suo bacio senza ricambiarlo.
-Dorme.
- Ha camminato?
- Sì, siamo state in giardino. Le hanno tolto anche l’ultimo drenaggio, c’erano solo venti cc.
- Bene, come va l’umore?
- Il suo o il mio?
Le sorrise.
-Di entrambe.
-Il suo molto bene.
- E il tuo?
- Chiedilo a Laura.
Luca sospirò, scosse la testa.
-Non sei tu Lidia, proprio non sei tu.


