Nemesi di un destino qualsiasi Archive

nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 8 – LAURA

Uscì dalla sala riunioni con una decina di cartelle in equilibrio precario tra le braccia.
- Le porto in infermeria e vado a fare il giro degli operati.
- Ti aiuto. Dalle a me.
Fabrizio prese le cartelle e la seguì.
- Cosa ti ha detto la madre della ragazza?
- Lascia perdere, non mi va di pensarci.
- Neanche per sogno. Hai una faccia tremenda, sembri centenaria. Mai viste occhiaie così.
- Grazie, sempre galante.
- Stupida. Voglio aiutarti, sei uscita da quell’incontro ridotta a cencio.
- Toscanaccio!
- Scherza pure, ma cencio sembravi e cencio sembri anche adesso.
- Sto invecchiando, non reggo più i ritmi di questa vita.
- Figurati! Mettiamo giù questa roba e andiamo a chiacchierare, non ne posso più di girare in reparto come uno stronzo.
Smisero di parlare e, in infermeria, firmarono alcuni fogli che la caposala aveva lasciato per loro, poi si diressero in studio e sedettero con un caffè davanti.
- Dimmi, avete parlato della figlia o di lui?
Scosse la testa.
- Non saprei ripeterti la conversazione, è stata un delirio bilaterale senza capo né coda. Non la capisco. Sembra più colpita dalla mia relazione con Luca che dal cancro di Clara.
- E’ il trauma. Probabilmente per lei è più accettabile l’infedeltà del marito rispetto alla morte della figlia.
- Clara non è ancora morta. Detesto il cinismo.
- Hai capito cosa intendo. Si è trovata ad affrontare un dramma quasi impronunciabile e contemporaneamente ha saputo di te e suo marito. E’ umano che scarichi tutto sul problema tutto sommato minore.
- Magari per lei non è minore.
- Dai, non esiste donna che anteponga sul serio il proprio rapporto matrimoniale alla vita dei figli. Ce l’avete nel codice genetico, siete madri prima che donne; niente viene prima dei figli. E’ evidentissimo che sta concentrando disperatamente l’attenzione sul minore dei mali.
- Sì, penso la stessa cosa. Comunque è incazzata nera.
- Ti ha insultata?
- Peggio. Ha usato le cose che sa di me dall’analisi per farmi male. Ci è riuscita in pieno.
- Non mi sembra strano. Ce l’ha con te e usa tutto ciò che può. Faresti lo stesso se ti trovassi nella medesima situazione, lo sai benissimo. Lo vediamo tutti i giorni. La reazione di fronte alla diagnosi di tumore è rabbia, il medico è il bersaglio più comodo perché è a portata di mano e sa cavarsela. Tu poi scopi con suo marito, quale migliore oggetto di furore? Certo è la tua analista, non dovrebbe superare i limiti etici.
Lo fissò.
-Sei convinto che con una figlia ventenne ridotta in quel modo e il marito che va a letto con un’altra donna possa avere cura dei limiti etici?
- Nel mio immaginario sì. Non so perché, ma psicologi e psichiatri per me sono esseri superiori e indistruttibili.
- A quanto pare no.
- Già. Ma lui, il padre, come si comporta?
Prese dalla tasca il telefono cellulare.
- Manda SMS e chiama, credo abbia bisogno di me.
- Non è buon segno. Lo sai, vero?
- Non so niente, non ho ancora avuto la possibilità di parlare con lui di persona, con calma.
- Sa del tuo incontro con sua moglie?
- Sì, ho ricevuto un suo messaggio durante la riunione. Chiedeva se Lidia mi avesse trattata bene. Non ho risposto.
- Lidia è la moglie?
- Sì.
- Non mi piace questa storia, proprio per niente. Ti farai male.
Appoggiò il cellulare alla scrivania e spostò qualche foglio, poi controllò la batteria del piccolo registratore.
- Devo ricordarmi di cambiare le pile.
- Dallo a me, ci penso io.
Porse a Fabrizio il registratore.
-Grazie. So che con Luca rischio di farmi male, me l’hai già detto. Non ho via d’uscita. Vuoi che gli dica “tua figlia ha il cancro, non mi diverti più”? E c’è Clara, poi. Ha fiducia in me, non posso deluderla.
- La stai aiutando, infatti. Ma le conseguenze per te saranno pesanti.
- Devi essere sempre così negativo?
- Mi conosci da secoli. Sono cinico, lo dici sempre, ma di solito ho ragione.
- E’ vero. Ma non riesco a sottrarmi, credimi.
- Non vuoi sottrarti!
- Come potrei fare secondo te?
- Prendi qualche giorno di ferie, stacca il telefono. Seguo io la ragazza.
- Non posso.
- Sì, puoi.
- Si fida di me.
- Ritornerai, ma prima devi staccarti e lasciare che quei tre si ritrovino. Sarà più facile. E anche alla madre passerà, questa rabbia ha poco a che vedere con te. E’ il trauma, se non ti ha davanti cambierà l’oggetto della sua negatività, poi capirà e smetterà di essere aggressiva. Lascia che se la prenda con me e vai in ferie, dai.
Sentirono bussare. Fabrizio sussurrò:
-Se è ancora lei non me ne vado.
La porta si aprì e il volto di Luca comparve in uno spiraglio di luce.
-Laura, posso parlarti?
Fabrizio si alzò sfiorandole una mano.
-Vado a controllare i pazienti operati.
Porse la mano a Luca.
-Fabrizio Rivelli, piacere.
- Luca Conti.
Fabrizio uscì e Luca fece scattare la serratura con la chiave per chiudere la porta.
-Starà via per un po’? Voglio averti per me.
Annuì.
-Deve fare il giro e se ritorna trova la porta chiusa. Non tenterà di entrare.
- Siete amici?
- Abbastanza.
Le andò vicino e la baciò.
- Amore, finalmente.
Si alzò, si lasciò stringere. Il suo corpo le dava calore.
- Come stai, Luca?
Le appoggiò il viso nell’incavo del collo.
-Peggio di così è impossibile.
“Però la notte scorsa hai scopato”. Scacciò il pensiero dalla mente ma non riuscì a reprimere un brivido di repulsione. Lo allontanò con le mani e lo fissò.
- Mi dispiace Luca, vorrei che non stesse succedendo a te.
Mosse la testa per annuire e la strinse di nuovo. Il suo respiro era veloce, un po’ affannoso. Gli accarezzò la schiena.
- La aiuteremo, te lo prometto.
Era una parziale bugia. L’avrebbero aiutata ma le probabilità di successo erano scarse. Tuttavia non riusciva a evitare di rassicurarlo, avrebbe voluto inventare per lui un’illusione lieve e serena capace di anestetizzare il dolore.
- Cosa ti ha detto Lidia?
Sollevò la testa e la fissò.
- E’ stata qui con te, cosa ti ha detto?
Seguì il profilo del suo naso con un dito.
- Tante cose. E’ arrabbiata.
- Sì, non l’ho mai vista così. E’ concentrata ossessivamente sulla nostra relazione.
- La capisco, è il momento peggiore per scoprirla.
- Non esiste momento ideale per queste cose, Laura. Sta buttando addosso a te anche la malattia di Clara.
- E’ normale, succede spesso. Le passerà.
- Speriamo.
- E’ stata cattiva, prima?
- Bé, mi ha detto del vostro amplesso della notte scorsa. Non è stato piacevole ma suppongo che questa piccola vendetta l’abbia rassicurata.
- Cioè? Quale amplesso?
- Ha detto che avete fatto l’amore.
- Non è vero.
- Non mentire Luca, non serve.
- Non sto mentendo. Non l’abbiamo fatto.
- Però lo fate, di solito.
Non gli aveva mai chiesto una cosa del genere. Non l’aveva mai voluta sapere.
- Sì. Questo non cambia ciò che provo per te.
- Io non riuscirei ad andare a letto con un altro uomo.
- E quel chirurgo che è uscito?
- Fabrizio? Non vado a letto con lui.
- Potresti farlo però, sembrate intimi.
- Non lo siamo affatto. Ci frequentiamo in reparto, non so nemmeno dove abita.
- Comunque la fedeltà sessuale non esiste, Laura. Almeno per me.
- Infedele genetico?
- Non ti ho mai detto di essere fedele.
- Lo so.
- Ti amo, Laura.
Forse sapeva anche questo. Anche lei lo amava. Eppure l’uomo che la stringeva tra le braccia sembrava un altro, non era più l’amante dei mesi precedenti. Perfino i tratti del viso erano cambiati. Aveva una moglie adesso, e una figlia, e parole e gesti che lei non avrebbe voluto conoscere.
- Cosa pensi?
- Che sta cambiando tutto, Luca.
- Tutto cosa?
- Tu, io, la situazione.
- Forse sì, ma noi siamo insieme e questo non può cambiare.
Bugia o illusione. O pietà per lei e se stesso. Non seppe definire ciò che leggeva nei suoi occhi.
- Non mi abbandonerai amore, vero?
Supplica. Bisogno. Ansia di averla per appoggiarsi a lei e cercare sollievo. Le iridi scure la scrutavano.
- No, Luca. Non ti abbandono. Sono con te. Lo sai.
La luce gialla del neon cadeva sulla sua fronte che sembrava ombra. Le sue mani si mossero all’improvviso: lo sentì stringere, il corpo teso le si avvicinò di più.
- Laura.
Sussurrò, e lei riconobbe lo sguardo.
- Luca, cosa fai?
La spinse contro il muro e le morse una spalla, premendo con il bacino contro di lei e strappandole il camice che cadde sul pavimento.
- Non qui, no!
Vide la sua testa scendere su di lei mentre le mani la spogliavano, le labbra la lingua i denti cercarono i suoi seni. Uno dopo l’atro i vestiti finirono sparsi sulla scrivania, sulle sedie, e il corpo di Luca premette tra le sue gambe.
- Laura ti prego, adesso, subito, Laura…
Le mordeva i capezzoli strappando gemiti di dolore, con la mano destra la costrinse ad aprire le gambe. La penetrò con due dita mentre lei afferrava il suo sesso eccitato.
-Luca.
Sentì i pensieri sciogliersi, il contatto con lui duro e pronto a penetrarla le fece perdere il controllo. Aprì le gambe e tirò il suo bacino sporgendo il proprio in avanti. Sentì il sesso dilatarla senza dolcezza e diede un colpo in avanti per accoglierlo.
Con le braccia la sollevò e la spinse forte contro il muro, e i colpi dentro di lei si fecero convulsi, cattivi. Il rumore del suo corpo sbattuto ritmicamente sulla parete, i rantoli di Luca, il sesso che la devastava fecero esplodere il suo orgasmo, cui seguì quasi subito quello di Luca che si spinse ancora più dentro e venne con un grido che sembrò dolore.
Rimasero fermi a recuperare il fiato senza parlare, con lo sperma che le colava tra le cosce. Si rivestirono lentamente, la baciò a lungo prima di uscire.
- Non lasciarmi Laura, ho bisogno di te.
Quando fu sola fece appena in tempo a sedersi. La porta si aprì, Fabrizio entrò e le porse un bicchiere d’acqua.
- E’ stato eccitante controllare la porta mentre scopavate. Il tuo uomo è un campione di astuzia, ma forse questo genere di colloquio con il padre di una paziente va oltre l’etica. Se vuoi ti ricordo che sei un vicedirettore di questa divisione di chirurgia, una donna che si è fatta un culo tremendo per arrivare dove è. Sei anche mia amica e non ho voglia di vederti mandare tutto a puttane. Adesso sei convinta oppure no? Hai bisogno di qualche giorno di ferie.

nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 7 – LIDIA

- Posso entrare?
Nel piccolo studio quadrato c’erano due scrivanie, una di fronte all’altra, e qualche sedia. Grossi libri erano accatastati senza ordine su una libreria di metallo, i computer accesi emettevano un ronzio continuo. C’erano fogli sparsi e un piccolo registratore da tasca accanto a una tastiera. Un uomo alto con la divisa della sala operatoria, che sembrava preso da una conversazione molto animata, la fissò.
- Buongiorno, posso esserle utile?
Indicò Laura.
- Vorrei parlare con la dottoressa Viti.
Laura annuì.
-Sì, è la mamma di Clara. Venga dottoressa, si accomodi.
Fabrizio andò verso la porta.
- Pensa alle cose che ti ho detto. Vado in sala operatoria, ciao.
Uscì. Nello studio ci fu silenzio. Poi Lidia indicò la porta chiusa.
- E’ Fabrizio?
- Sì.
- Lo immaginavo, le sue descrizioni in analisi hanno reso riconoscibile molta gente qui.
- Lo immagino.
“L’unico che non ho riconosciuto dai tuoi racconti è stato mio marito”.
- Come sta, Lidia?
Non le rispose.
-Ti sembrava il caso di parlare di chemioterapia proprio oggi?
La voce esplose, cattiva. Era passata al tu.
- Lidia, siamo certi di proporre una chemioterapia. E’ bene che Clara lo sappia, che si prepari all’idea.
- Che cosa ne sai? Tu non sai cosa sia il bene di Clara! Non è tua figlia.
Laura sospirò.
- E’ vero, ma è una mia paziente. Me l’hai portata tu. Almeno su questo penso non esistano dubbi.
La squadrò prima di rispondere. Era stanca, la divisa verde e il camice bianco sembravano troppo larghi e flosci, le penne nel taschino pendevano e ogni tanto facevano rumore tra loro. Un tesserino plastificato mostrava il suo volto con un paio di occhiali che non le aveva mai visto: quel viso le era molto familiare, per anni l’aveva osservato nelle sedute di analisi, conosceva i piccoli movimenti e le espressioni improvvise. Capì che era a disagio. Si sentì in vantaggio.
- Tu invece non sei più mia paziente, lo sai?
La violenza della frase era consapevole. Interrompere brutalmente l’analisi era la ferita più grave che potesse infliggerle, lo fece con un piacere torbido che per un istante le fece venire voglia di ridere.
- Lo so. Non sono più tua paziente da quando hai telefonato perché visitassi subito Clara. Conosco le regole fin dall’inizio: mi hai coinvolta nella tua vita quindi non puoi più essere la mia analista.
Sembrava rassegnata, l’interruzione dell’analisi forse non le aveva fatto così male. Ricordò le confidenze, i traumi e le lacrime, e la fiducia che aveva sempre ricevuto da lei.
- Non è stata la visita di Clara a rompere il nostro rapporto terapeutico. Eri coinvolta nella mia vita da mesi, sembra.
La vide chiudere gli occhi e passarsi le dita sulla fronte, come a ripulirsi da un’ossessione.
- Non immaginavo che Luca fosse tuo marito, altrimenti non avrei accettato la relazione con lui.
- Bugie. Non lo sapevi, ma se l’avessi saputo ti saresti limitata a tacere, mi avresti dato meno elementi per capire. Non rinunci mai a un uomo, soprattutto quando l’istinto ti dice che lo stai rubando alla moglie.
Usava ciò che sapeva di lei. La marea nera della rabbia trascinava via segreti e pudori.
- Quando incontri un uomo più vecchio di te pronto a farsi travolgere dall’erotismo non rinunci mai. Hai usato Luca come hai fatto con gli altri.
- Non è vero, l’ho amato.
Rise.
- Sì, continuerai ad amarlo finché non raggiungerai la consapevolezza che sia completamente tuo. Tu vuoi possederlo, lo vuoi solo per te. Allora non ti interesserà più e vorrai conquistare una preda più difficile.
- Sbagli. Non è così. Luca è diverso dagli altri, te lo dicevo anche in analisi.
- Certo che lo dicevi! Ma ti conosco bene. Cambi uomo per sentirti desiderabile, per placare la fame che ti porti dentro. E rovini affetti e famiglie, senza farti scrupoli.
Laura prese una penna e scarabocchiò qualcosa su un taccuino, poi abbassò il tono della voce.
- Stai usando l’analisi per ferirmi. Forse fai bene, non so. Ma credevo fossi venuta per parlare di Clara.
Si stupì. Non aveva mai visto Laura liquidare un discorso con freddezza, eppure sapeva di averla provocata. Forse Luca l’aveva preparata alla sua aggressione.
- Di mia figlia so quello che c’è da sapere. Ha avuto un sarcoma e farà chemioterapia, probabilmente è tutto inutile.
- Non sappiamo se sia inutile, ma dobbiamo tentare.
- L’hai ripetuto fino alla nausea, ma non illuderti. Appena esce dall’ospedale la porto negli Stati Uniti.
- Va bene, è giusto che tenti tutto.
Alzò la voce.
- Non fare la stronza con me! E guardami negli occhi!
Sentì lo sguardo di Laura prima ancora di vederlo. Cercò la dipendenza che per anni aveva percepito, ma fece fatica a trovarla: Laura sembrava ferma, severa, improvvisamente irraggiungibile.
- Sei incinta?
Chiese socchiudendo gli occhi.
Laura sospirò.
- Lidia, dimmi cosa c’entra adesso. Per favore, dimmi perché lo chiedi! Stiamo parlando di Clara.
- Perché sono mesi che ti fai quel coglione di mio marito in tutti i modi possibili e vuoi un figlio da lui. Allora, sei incinta?
- Non so, te lo dico tra un po’.
La risposta la paralizzò.
- Puttana.
- Sì, lo sono. Venivo da te apposta, ma a quanto pare non sei stata efficace visto che sono riuscita a scopare perfino tuo marito. Dovresti andare in supervisione. Si chiama così quando fallite, vero?
Non aveva mai osato aggredirla, anche quando la rabbia contro di lei avrebbe dovuto essere una parte naturale della psicanalisi. Il desiderio di ferirla diventò un istinto quasi omicida. Sentì le mani tendersi per afferrarla, se si fosse mosse l’avrebbe uccisa.
- Stronza, puttana!
Laura continuava a fissarla, nei suoi occhi non c’era paura. Per qualche motivo che non riusciva a individuare, su di lei era calata una patina di forza che la rendeva impermeabile e pronta a rispondere alle provocazioni. Ma doveva esistere nei ricordi, nel quadro che con il tempo aveva dipinto di lei durante le sedute di analisi, un appiglio definitivo per farle male. Per strapparle un urlo bestiale di dolore che compensasse la disperazione per il cancro di Clara e il tradimento di Luca. Si trattava di ricordare con lucidità, di smuovere le informazioni dall’archivio della mente per afferrare quella giusta.
-Vogliamo parlare di Clara adesso? Ci stiamo comportando come due cretine.
Disse Laura, paziente.
- Lidia, avremo tempo per litigare e picchiarci per Luca se vuoi, ma siamo in ospedale e la priorità è tua figlia.
- Che cazzo ne sai di figli tu? Finora non sei riuscita ad arrivare oltre il quinto mese di gravidanza, li hai persi tutti i tuoi figli! E quegli idioti di uomini, tutti sposati, che ti aiutavano a inseguire un sogno folle di gravidanza.
Laura inspirò rumorosamente e strinse il pugno sulla scrivania.
-Brava. Dieci a zero per te. Ottimo colpo. Mi sto stancando però, e qui dentro ho pazienti che hanno bisogno di me.
Una lacrime scese sulla guancia, ma il viso non cambiò espressione.
- Vuoi che andiamo avanti così? A litigare come stupide? A cosa ti serve? Per scaricare la rabbia? Se è così continua pure ma non ti seguo.
La odiò. Sapeva di averla ferita, le gravidanze andate male erano dolori che Laura non aveva ancora risolto completamente, eppure l’unica lacrima non era la capitolazione totale. Laura aveva colpe orribili da espiare, ma non voleva cedere: era la bugiarda traditrice che le rubava il marito, la carnefice brutale del corpo della figlia, il messaggero di notizie di morte senza traccia di rimorso. E dimostrava una forza che in analisi non era mai venuta fuori. Avrebbe dovuto intuirla, forse: Laura era diventata chirurgo superando con ostinazione anni di studio e rinunce, e la diffidenza degli uomini tipica di quell’ambiente lavorativo. “Non l’ho mai vista nella sua vita, fuori dall’analisi”. La verità la colpì inattesa. Aveva creduto di conoscere tutte le possibili reazioni di Laura, si era sentita immensamente superiore a lei, ma non aveva considerato ciò che Laura era nell’ambiente ospedaliero, la sua posizione di potere nei confronti dei pazienti e dei familiari, cose che avevano sconvolto l’equilibrio del loro rapporto. Se di equilibrio si poteva parlare.
-Sai che mio marito fa l’amore anche con me? Anche la notte scorsa, quando finalmente siamo stati a casa, ha voluto fare l’amore. Lo conosci, quando è teso diventa insistente e molto appassionato. Non mi ha quasi lasciata dormire, perfino questa mattina…
Buttò lì le frasi per stanchezza, senza credere realmente al loro effetto. Era una bugia: non avevano neanche dormito insieme, Luca si era chiuso nello studio ed era uscito molto presto per ritornare in ospedale.
Il pallore di Laura le sembrò un miracolo. Le palpebre si erano spalancate e le labbra tremavano.
-Li, Lidia e… Esci di qui!
Balbettava. Le succedeva quando qualcosa colpiva duro. Ragionò in fretta per capire: non era riuscita a ferirla abbastanza con la storia delle gravidanze ma con il più banale e meschino dei discorsi, neanche reale, sul sesso tra lei e Luca le aveva distrutto la barriera di impassibile tranquillità. Non poteva essere solo gelosia: Laura aveva balbettato, c’era di più. Molto di più. Capì all’improvviso e il trionfo le illuminò lo sguardo.
- Eh, già. La tua analista, quasi di famiglia, si è scopata il tuo amante. Suo marito. Vuoi sapere cosa mi ha chiesto di fare? Vuoi vedere cosa abbiamo fatto, bambina mia?
Laura scattò verso una porta laterale rovesciando la sedia, entrò in un bagno stretto e buio, crollò sul lavandino e fu devastata dai conati di vomito. La seguì, posò una mano sulla sua schiena rinunciando a decifrare la gioia mista a ribrezzo che le chiudeva la gola.
- Ciao tesoro, vado da mia figlia. Chiudiamo l’analisi su questo: il tuo favoloso rapporto con un uomo meraviglioso è diventato incesto. Come sempre. Solo questo sai fare, anche quando conosci un uomo per caso e sei convinta che sia la storia più pulita che ti sia capitata. Incesto, è solo incesto.
La lasciò sola a vomitare nel lavandino, e sul corridoio disse al marito che la cercava:
- Ho parlato con Laura. Avevi ragione, adesso mi sento molto meglio.

nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 6 – LAURA

Controllò i drenaggi e scrisse qualcosa sul diario medico.
-Possiamo toglierli? Mi fanno impressione.
Chiese Clara. Le accarezzò una guancia.
- Per oggi li lasciamo dove sono, dobbiamo aspettare che nelle sacche ci sia poco sangue. Cosa ti impressiona esattamente?
- Il fatto di avere tubi che escono dal mio corpo. O entrano, se preferisce. Non è la stessa cosa, ma mi fa orrore sia l’idea che entrino sia il fatto che escano da me.
“Le stesse espressioni che userebbe Luca”, pensò sorridendo.
- Li toglieremo domani, te lo prometto. Sono tubi preziosi, portano fuori, lì in quelle sacche sotto il letto, il sangue che perdi. In questo modo non si formano raccolte di sangue dentro il tuo corpo.
- Lo so, me l’ha spiegato l’infermiere ieri. Mi fa impressione lo stesso.
- Va bene, li toglieremo. Hai dolore?
- Un po’. Mi fa male dove lei ha operato, e faccio fatica a muovere il braccio.
- Prova ad alzarlo, dai. Ti aiuto.
Posò il palmo sotto il suo gomito e spinse dolcemente.
-Dai, brava, ancora un po’.
Clara riuscì a portare il braccio sopra la testa con una smorfia.
- Ti fa male?
- Veramente no. Mi tira tutto.
- Sei stata molto brava. Tirano le medicazioni e un po’ i punti, ma ricorda che devi muoverti. E’ una sensazione sgradevole ma non pericolosa, non esiste rischio. Il movimento non provoca danno, anzi è molto prezioso per te. Gradualmente devi ritornare a una vita normale, la fisioterapista ti aiuterà.
- E’ venuta questa mattina, ha tentato di spiegarmi alcune cose e ha lasciato un libretto, ma le ho chiesto di andare via.
- Perché?
- Non ero sicura che lei fosse d’accordo, dottoressa. Non permetto che mi facciano niente se non è lei a dirlo.
Sedette sul bordo del letto.
-Clara, se entra qualcuno del personale di questo ospedale e ti propone un esame o una terapia significa che sono d’accordo. Fidati, è per la tua guarigione. Vogliamo accompagnarti gradualmente ma rapidamente al momento della dimissione, al tuo ritorno a casa.
- Va bene, dottoressa.
Le strinse la mano. “Come ho potuto ignorare i suoi occhi?”, pensò, mentre Clara raccontava la sua prima passeggiata in corridoio con l’infermiera. Aveva gli stessi occhi di Luca: torbidi, profondi, scuri. Sembravano pozzi con una luce strana sul fondo. Il sorriso li illuminava ma non riusciva a chiarirne il mistero. E la voce era sicura, senza toni troppo alti o troppo bassi, con un fluire morbido ma deciso anche quando sembrava chiedere cose per lei ignote.
-Posso entrare?
La voce di Lidia interruppe il racconto di Clara.
-Ciao, mamma!
Laura si alzò e tese la mano.
-Buongiorno, ha dormito?
Sentì la stretta rapida, fredda, la immaginò cattiva.
-Sì, finalmente ho dormito. Ciao, amore.
Lidia baciò la figlia sulla fronte e le sedette accanto.
- Come stai?
- Chiedilo alla dottoressa.
Percepì la fatica di Lidia: spostò gli occhi su di lei come se le costasse uno sforzo eccessivo.
- Le ferite vanno molto bene, il contenuto dei drenaggi è diminuito e penso che domani potremo toglierli. Non ha avuto febbre, ha camminato un po’ con l’infermiera. Le ho spiegato che può muovere il braccio e che farà fisioterapia per recuperare in fretta e ritornare a casa.
Il sorriso di Lidia fu poco spontaneo.
- Sono molto felice. Brava Clara!
“Forse sta prendendo coscienza della diagnosi di tumore”. La stupiva il tono della voce, forse la lieve ma percettibile esitazione di Lidia, la sua scarsa spontaneità erano il segno del trauma per ciò che stava accadendo, o forse erano la conseguenza della sua presenza nella stanza. Forse non avrebbe voluto trovare lei accanto alla figlia. “Inutile che me lo chieda, non potrò mai saperlo”.
- Dovrò fare terapie quando uscirò dall’ospedale?
Chiese Clara.
- Non lo sappiamo ancora. Quando l’esame istologico sarà pronto ci sarà una riunione con i colleghi di oncologia medica e radioterapia e decideremo cosa fare.
-Ma era maligno?
Lidia chiuse gli occhi per qualche secondo, afferrò la mano della figlia.
- Clara, l’esame istologico non è pronto!
- Balle! Se è maligno la dottoressa lo sa, sono sicura. Vero?
Guardò Laura, che di nuovo le sedette accanto.
- Sì, Clara. Lo so.
- Permesso.
Luca entrò, attirando gli sguardi.
- Ehi, tutte riunite qui. C’è una festa?
Andò a baciare la figlia e strinse le spalle alla moglie, poi salutò Laura.
- Ciao Laura.
- Vi date del tu?
Chiese Clara, stupita.
-Sì tesoro, quando ho incontrato la tua dottoressa fuori dalla sala operatoria ho scoperto che la conosco. E’ una mia amica.
- Bene! Così anche io posso darle del tu.
Laura rise.
-Certo che puoi!
Lidia li interruppe bruscamente.
- Luca, stavamo parlando dell’esame istologico. Laura stava dicendo a Clara che sa già se la massa fosse maligna oppure no.
Uno schiaffo. E una richiesta d’aiuto. Lidia aveva parlato piena di rabbia, voleva che Luca la considerasse crudele o inopportuna per il discorso appena abbozzato sulla diagnosi. Chiedeva che la fermasse, magari odiandola quanto in quel momento la odiava lei. Luca fissò a lungo la moglie, gli occhi scuri fiammeggiavano parole note solo a loro.
- E’ giusto che Clara sappia quale malattia le sia stata tolta. E’ sana adesso, conoscere la situazione la aiuterà. Sono arrivato in tempo. E’ un argomento importante per tutti noi.
Scandì lentamente ogni sillaba e Laura percepì la minaccia per Lidia. Non aveva mai visto Luca arrabbiarsi, anche se i giorni di silenzio e di “tempestosa quiete” le erano noti: a volte trascorreva ore solitarie nel giardino di casa sua, o sul divano con i libri o le dispense delle lezioni, per cercarla solo ogni tanto e travolgerla in un sesso urgente e senza parole. Quasi volesse sfogare su di lei, dentro di lei, un demone che lo divorava. Non si era mai arrabbiato, però. Quelle parole pronunciate ad alta voce, lentamente, con le pupille inchiodate su Lidia sembravano un codice comprensibile solo a loro. Una specie di allarme per fermare Lidia.
Provò fastidio. Nonostante la palese rabbia di Luca, quello scambio con la moglie era stato intimo, segno di un legame che andava molto oltre la sua relazione con lui. Un legame che non avrebbe mai voluto vedere. “Papà e mamma”. Il pensiero la colpì. Lei era stata la sua analista, lui l’uomo che da mesi incarnava l’amore, la confidenza, la paternità. Erano marito e moglie. Papà. Mamma. Famiglia. In qualche modo il suo infilarsi tra loro era un incesto.
- Laura, sei sveglia?
Clara le scosse un ginocchio ridendo.
Arrossì.
- Scusami, ero persa da qualche parte.
- L’ho notato. Continua, ti ascoltiamo. Dimmi del mio tumore.
“Il mio tumore”. Non era la prima volta che una paziente molto giovane affrontava la malattia usando senza apparente terrore la parola giusta. Tumore. Guardò Luca, che sorrise solo con gli occhi e, con un movimento appena accennato della testa, la incitò a parlare.
- Clara, la malattia si chiamava sarcoma. E’ rara, soprattutto alla tua età. In effetti è un tumore maligno, ma è stato tolto completamente dall’intervento chirurgico. Al momento sei sana, non hai più tumore. Gli esami che ti abbiamo fatto dicono che nel tuo corpo non c’è traccia di malattia.
- Sono guarita completamente? Per sempre?
Scosse la testa.
- Ciò che non sappiamo con certezza è se questo tumore sia destinato a ritornare.
- Ma se hai tolto tutto, perfino il seno e qualche costola, come può ritornare?
- Potrebbe essere definitivamente guarito e non ritornare più, lo sapremo nei mesi e anni che verranno. Però dobbiamo prendere in considerazione la probabilità che qualche cellula tumorale, attualmente invisibile, sia andata nel sangue o nei vasi linfatici o nei tessuti intorno al seno. Per questo forse ti suggeriremo una terapia preventiva.
- Cosa significa preventiva?
- E’ un trattamento che si basa sulla probabilità e sulla tua giovane età. Per ridurre il rischio di recidiva, cioè di ricaduta della malattia. In pratica, riceverai alcuni farmaci non perché tu sia malata, ma per impedire per quanto possibile che ti ammali di nuovo in futuro.
- Stai parlando di chemioterapia?
Avrebbe voluto guardare Luca, chiedergli se interrompere il colloquio o proseguire, ma Clara era attentissima a ogni movimento. Decise di dimenticare chi fosse Clara, chi fossero Luca e Lidia, di essere solo un chirurgo di fronte a una giovane paziente che aveva il diritto di sapere.
- Sì, chemioterapia.
- Merda! Perderò i capelli.
Notò Lidia appoggiarsi allo schienale della sedia con un sospiro rassegnato.
- Non è detto che tu perda i capelli, ancora non sappiamo se farai chemioterapia e quale. Clara, ogni cosa ha un suo tempo. Ne discuteremo, vedrai, e potrai fare tutte le domande che vorrai, ma per ora non abbiamo certezza su quale terapia sia eventualmente utile per te. Le ferite devono guarire, è tutto ciò che adesso importa.
Clara le strinse il gomito.
-Sarai con me sempre?
Il gesto di Luca fu rapido e le colse di sorpresa. Si alzò, mise un braccio sulle spalle di Laura e accarezzò la figlia. La voce uscì strozzata.
- Certo, Laura sarà sempre con te. Con tutti noi. E’ una promessa. Vero, Laura?
Disse di sì. Il peso del braccio di Luca sembrava intollerabile: il senso feroce di essere arma nelle sue mani, semplice strumento per ferire Lidia e rassicurare Clara, la colpì. In quel momento non era la donna che lui diceva di amare, che cercava tre, quattro volte al giorno per telefono e quasi ogni notte nella sua casa. Era rassicurazione, schermo, sostegno, sfida per una moglie che probabilmente non collaborava. Era molte cose, ma non amore. “Fermati, non pensare, e vai via. Vai via, adesso”.
- Devo andare, le altre pazienti saranno gelose!
Si staccò in fretta da Luca e percepì il sangue che affluiva troppo rapido alle guance, salutò Clara con un gesto e guardò Luca e Lidia, poi uscì dalla stanza.
In corridoio Fabrizio la raggiunse e le mostrò un foglio.
- Laura, senti.
- Dimmi.
- Guarda. L’istologico della ragazza.
Sussurrò, si allontanarono dalla porta ed entrarono nello studio.
- Hai visto? La ragazza è in un casino pazzesco. Il sarcoma peggiore che abbia visto, e il margine chirurgico sulla pleura è vicinissimo.
- Non potevo togliere il polmone.
- Lo so, hai fatto tutto ciò che potevi. Anche oltre, a giudicare dalle dimensioni del pezzo chirurgico.
Si abbandonò su una sedia.
- Cazzo. La chemio non le farà niente. La radioterapia lì non serve, e il sarcoma non risponde.
Fabrizio scosse la testa.
-Se vuoi il mio parere, la ragazza muore. E l’aggressività del sarcoma è alta, farà in fretta.
- No! Non l’accetto, forse si può rioperare.
- Sei impazzita? Per fare cosa?
- Non so, non voglio mollare.
- Laura, puoi solo seguirla nelle terapie e aspettare. Lo sai.
- Con la chemio perderà i capelli.
Fabrizio avvicinò a lei lo schienale di una sedia e sedette a cavalcioni, appoggiando le mani al suo collo.
-Laura, sveglia. Stai perdendo lucidità. Chi se ne frega se perde i capelli, proviamo a salvarla.
Chiuse gli occhi.
-Hai ragione.
Attorcigliò un dito nei suoi capelli corti.
-Posso chiederti una cosa?
- Sì.
- Scopi ancora con il padre?
- Ma dai…
- Non fare la scema, rispondi. Siete ancora amanti?
- Non so, a parole sì ma non è il momento per…
- Scappa, dammi retta.
- Cosa?
- Hai capito benissimo. Devi scappare subito.
- Perché?
- Per decine di ragioni.
- Dimmele.
Lo guardò alzarsi e camminare su e giù per la stanza. Con le dita iniziò a enumerare i motivi.
-Primo, perché la ragazza muore. Secondo, perché da ora in poi sarai sempre più presente nel loro quotidiano. Vedere un amante nella sua realtà familiare stravolge l’immagine che hai di lui, ci sono momenti che uccidono credimi.
Qualcosa nelle sue parole la disturbò.
- La sua relazione con me è diversa.
- Balle! In passato ho amato una donna e sono diventato amico del marito, idea pessima. Non sai quante bugie dicano gli amanti, e quanto in casa siano affettuosi e sorridenti e focosi con i coniugi. Ti raccontano che sono incompresi e quasi separati in casa, che si annoiano a morte e pensano a te tutti i momenti. Inventano castità e assenza di desiderio. Non è quasi mai vero, credimi. Li immagini tristi e compressi, persi a pensare a te con attimi di distrazione che tutti riescono a notare, invece hanno le loro abitudini, i riti, le dolcezze, perfino la passione. Scopano tranquillamente anche in casa, semplicemente hanno una doppia vita e la gestiscono come vogliono. E’ durissima rendersi conto di queste cose. Vedrai.
- Uffa, pensiamo al lavoro!
- Tra un attimo. Fammi finire. Terzo motivo, quello che più mi preoccupa. Non sei più l’amante di lui e neanche la paziente di lei. Sei la boa di salvataggio, perderai confini e dignità e su di te si concentreranno aspettative, ansia, gratitudine e tormento. Se credi che tutto questo sarà amore sbagli.
Ricordò la scena nella stanza di Clara, poco prima. Si era sentita uno strumento nelle mani di Luca per ferire Lidia e rassicurare Clara.
-Forse è vero, ma Luca mi ama.
- Ti ama e ha una figlia con il cancro, non dimenticarlo.
Fece una smorfia.
- Se c’è un quarto motivo dillo in fretta perché ne ho abbastanza.
- Certo che c’è. Quarto motivo: la malattia della ragazza li riavvicinerà oppure li separerà. E francamente non so quale delle due evenienze sia peggiore per te.
- Cazzo, vuoi smetterla? Perché mi dici queste cose?
-Perché mi dispiace per te. Il cancro è una tragedia totale, ed è capitato a quella povera ragazza. Comunque tu la voglia mettere, niente sarà più come prima.

Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 5 – LIDIA

Piangere. Non l’aveva voluto e non sentiva la colpa, erano i motivi a scatenare la sua rabbia. Se fossero state lacrime disperate per la malattia di Clara, solo per quella, avrebbe potuto accettarle senza constatare inorridita la propria fragilità. Ma in fondo alla gola c’era qualcosa che andava oltre, ed era mostruoso che esistesse. La malattia di Clara era la fine della vita, almeno di ciò che degnamente poteva definirsi vita: ci sarebbero state cure e forse mesi o anni di quiete, ma la ferita sul suo torace malamente ricostruita da un chirurgo plastico pietoso avrebbe sbattuto loro in faccia la realtà anche negli istanti di sollievo. Clara forse sarebbe morta prima di molte sue coetanee, senza un seno e con una rete e sostituire qualche pezzo di torace. Percepiva l’impossibilità di accettare la verità, come se una barriera avesse bloccato l’accesso all’intelligenza. Alla razionalità. E quel tarlo, ancora, che con Clara non c’entrava niente ma aveva la presunzione di esistere: il tradimento di Luca, la sbandata di un cinquantenne di successo, suo marito, precipitata su di lei nel momento sbagliato. A toglierle perfino l’illusione di un aiuto. “Sono qui”, l’aveva detto più volte in quelle ore. L’aveva abbracciata e baciata (aveva tentato di farlo) per dimostrarle qualcosa. Amore, forse. O pietà. O paura mista a senso di colpa e incertezza.

- Vai a riposare, resto qui con lei.

Le disse aprendo la porta della stanza. Le andò vicino.

- Amore, stai piangendo?

Le baciò gli occhi senza badare al suo tentativo di allontanarlo con il braccio teso e la testa spostata di lato.

“Certo che piango, stronzo”. Pensò senza aprire bocca.

Era certa che nella sua testa di uomo ci fossero imbarazzo e molta incomprensione. Per lui non esisteva tradimento vero: c’erano atti sessuali feroci o teneri, sporadici o abituali da distribuire senza implicazioni rilevanti per la vita di ogni giorno. L’amore non aveva un ruolo definito: era diverso negli attimi, nelle persone, nei luoghi, nelle esigenze del suo maschile egoismo.

- Lasciami stare.

- Amore, smetti di tormentarti e riposa. Devi dormire, vedrai tutto diversamente, dopo.

Indicò Clara, di nuovo assopita dopo qualche ora di veglia serena.

- Anche lei?

Le strinse la nuca con una mano.

- Dorme, deve riprendersi dall’intervento. La controllo io, vai a casa per un po’.

- Non posso.

- Sì che puoi. Resto con lei e ci sono gli infermieri, e Laura ritornerà presto a controllarla.

Laura. Il nome scatenava sensazioni, sentimenti che scardinavano le piccole certezze che provava a inventare. C’era il sollievo di affidare Clara a una donna che sapeva migliore di tanti medici che avrebbe potuto incontrare, ma anche la rabbia che le sue mani avessero distrutto il corpo perfetto dell’unica figlia che era riuscita ad avere. Laura aveva portato via il seno di Clara, anche se l’aveva fatto per guarirla. Le mani di Laura avevano guarito e spezzato, ed erano state molli e insistenti e lascive e urgenti su Luca. Sul suo viso, sul petto, sul sesso eccitato che avevano condiviso. Sapeva che il sesso tra Laura e suo marito era eccitante, violento: lo sapeva dalle sedute di psicanalisi ma anche da ciò che aveva percepito nel tempo, senza rendersi conto che l’uomo che aveva tante volte immaginato dentro Laura, sopra di lei in un letto che aveva disegnato nella mente, fosse Luca. Il nome di Laura la turbava perché era allo stesso tempo familiare e ignoto, amatissimo e detestato. Che Laura fosse l’unica speranza di salvezza per Clara era vero. Ma era anche la puttana che le stava togliendo il marito.

- Se ritorna qui Laura siamo tranquilli.

Il tono ironico le sfuggì, non totalmente voluto.

- Sei ingiusta.

Sì, lo era. Non del tutto, però. Avrebbe voluto tacere, fermare la rabbia fuori tempo e fuori luogo ma disse:

- Quando ti ha fatto l’ultimo pompino?

Il braccio di Luca la sollevò con violenza dalla sedia, trascinandola fuori. Camminò dietro di lui con il polso stretto nella sua morsa e quando raggiunsero il cortile la immobilizzò contro il muro.

- Senti, rientra in te e prova a capire le priorità. Nostra figlia ha il cancro, che mi sia scopato Laura o cento altre donne è una cosa senza importanza. Quando siamo con Clara pretendo armonia e sorriso, perfino se dorme e non può ascoltare.

Sentiva il suo alito sulla fronte, sapeva che in quelle parole esisteva una logica. Clara, solo lei era importante. La loro bambina. Eppure un’ostinazione infantile e autodistruttiva non le permetteva di liberarsi dalle immagini di Luca e Laura, e del loro tradimento.

- Non mi hai risposto. Quando ti ha fatto l’ultimo pompino?

Gli occhi di Luca si spalancarono, un dubbio comparve sul suo viso che perse un po’ della rabbia di qualche istante prima.

- Lidia, non riesco a riconoscerti. Non sei tu. Stai dicendo cose che non c’entrano con la malattia di Clara. Ti stai fissando sulla mia relazione con Laura in un momento drammatico della nostra vita. Stai spostando il problema, lo capisci?

- So che Clara sta male, non sto negando e neanche rimuovendo se è questo che temi. Voglio sapere di Laura, voglio che tu mi dica quando l’hai fatto l’ultima volta con lei.

- Ma per quale motivo? Dimmi perché vuoi saperlo.

Si staccò da lui e sedette su una panchina, i muscoli improvvisamente flaccidi e con la voglia prepotente di dormire.

- Non so Luca, non so più niente. Mi fate schifo tutti e due, anche se lotto contro l’odio che sento nascere perché capisco che dovrei dedicarmi interamente a Clara. Non posso farne a meno, ho domande e rimpianti che vengono fuori, non li combatto, non ce la faccio. Per mesi ho ascoltato Laura raccontare le vostre prodezze sessuali e il vostro amore, so perfino che le scrivi lettere appassionate, mi sembra di avervi spiato dalla serratura fino a disintegrarmi. La sua voce mi insegue e dice che dormivi da lei, che a un certo punto non avete più usato precauzioni perché vuole diventare madre, che le hai regalato un cesto enorme di tulipani al suo compleanno. Mi ha detto che la ami, che la sai tranquillizzare se di notte si sveglia di soprassalto pensando a quando suo zio la toglieva dal letto per molestarla, che la fai arrabbiare moltissimo quando non le telefoni per giorni. La sento ripetere i vostri incontri centinaia di volte. Ora voglio che sia tu a parlare, voglio sentire da te quando siete stati insieme, cosa avete fatto, cosa ti ha fatto!

Sedette accanto a lei.

- Pensi che conoscere i dettagli ti aiuti? Secondo me ti fa male e basta, come farebbe male a Laura sapere cosa faccio con te. Non ha mai saputo che io fossi tuo marito perché non le davo dettagli, niente di niente, figurati se sapesse che tu e io facciamo l’amore! E’ gelosa, insicura, la distruggerei. Non mi sono mai sognato di raccontarle cosa facevo con te. Cosa continuerò a fare, anche se lei ne sarà gelosa.

- Non provarci, Luca. Non mi consola sapere che continuerai a essere mio marito in tutti i sensi.

- Non riesco proprio a parlare con te. Allora, vuoi i dettagli?

Scosse la testa.

- Voglio sapere se sono stata io l’ultima a fare l’amore con te, oppure se l’hai fatto con lei. E voglio la verità.

- Ma che differenza fa?

- Forse non la fa per te, anzi sono sicura che tu non capisca il senso della mia domanda, ma per me ne fa tanta.

Lo guardò perdersi nei pensieri e restò ferma mentre si chinava a raccogliere un sasso da stringere tra le dita.

- Va bene, come vuoi. Temo che questo sia solo un tormento inutile, ma chiedi e ti risponderò. Poi torneremo da Clara e davanti a lei eviteremo ogni litigio, d’accordo?

- D’accordo.

- Forza, chiedi.

- Con chi hai fatto l’amore l’ultima volta?

- Con lei. Ho mentito sul giorno della partenza, sono andato via da casa e sono stato ventiquattr’ore con lei.

- Quindi l’hai fatto con me e quasi subito con lei.

- Sì.

- Quante volte?

- Non sono affari tuoi. L’abbiamo fatto, l’ho ammesso. Non farti così male.

- La ami?

- Credo di sì.

- Mi raccontava di volere un figlio.

- Lo so. Vuole un figlio.

- Allora?

- Allora cosa?

- Eri d’accordo con lei?

- Senti Lidia, questo va oltre. Non…

- Rispondi, vuoi un figlio da lei?

- Sì.

- Sei un bastardo.

- Può darsi, ma insultarmi non cambia le cose. Hai altre domande?

- Sì. Perché non mi hai lasciata?

- Perché ti amo, non ci penso proprio a lasciarti.

- Lascia lei allora.

- No Lidia, non posso farlo. Anzi, non voglio.

- Se mi ami davvero lasciala.

- Amo anche lei.

- Sei una merda di uomo.

- Forse è vero.

- E’ vero senza forse. Quindi andrai avanti con lei.

Le prese la mano e la strinse fino a farle male, poi la portò alle labbra e la baciò. La costrinse a sedersi.

- Amore, mi dispiace moltissimo che tu abbia saputo di Laura in questo modo. Credimi, soffro pensando a cosa puoi provare. Ma stai facendo un dramma dove c’è solo un tradimento, ciò che accade a centinaia di coppie che possono tranquillamente sopravvivere con un equilibrio diverso. Prima di scoprire di Laura eri serena, avevi me e sentivi il mio amore. Facevamo sesso e ridevano, e viaggiavamo insieme. Mi sentivi vicino. Non è cambiato niente!

- E’ cambiato tutto invece. Ho i racconti di Laura che mi tormentano la testa. Le vostre sodomie, il figlio che volete, le lettere che le hai scritto.

- Accidenti, smettila! Le hai sapute in analisi!

- Certo, come ho saputo che è stata molestata da bambina e ha una fissazione per l’incesto.

La fissò.

- E’ un colpo basso, Lidia. Cosa vuoi dire?

- Da bambina è stata molestata per anni. Non lo sapevi?

- Certo che no. Non sono il suo terapeuta.

- Caso classico, molestia e successiva violenza in famiglia. Ecco perché è tanto disinibita. Come pensi che starà quando si renderà conto che tu, lei, io abbiamo sfiorato l’incesto visto il suo rapporto con me?

Lo guardò buttare lontano il sasso che teneva in mano. Si alzò e la guardò con odio.

- Non voglio sapere queste cose, non ti riconosco. Sei cattiva, a me non ha mai raccontato niente del genere e non voglio conoscere cose che ha confidato a te. Laura è una donna forte e sensuale, cazzo. La sua insicurezza è compensata benissimo.

- E gli incubi? Quelli che la svegliano quasi ogni notte?

- Non voglio sentire niente. Smetti!

- Non vuoi sentire perché hai capito tutto. La molestavano di notte, quando era bambina la violentavano e nessuno l’ha aiutata. Ti ha mai presentato la sua famiglia? Scommetto di no. E’ cresciuta con gli zii, poi con i nonni, poi di nuovo con gli zii; la portavano via dal suo letto e lei non riesce a dormire nemmeno da adulta, ha paura che succeda ancora. Si addormenta e rivive quei momenti, quindi si sveglia. Lo sai benissimo, Luca! Dorme bene con te perché si sente sicura, ma è una donna fragile e traumatizzata. E’ una donna che copre la violenza che ha subito con la rabbia, l’aggressività, una carriera sfolgorante e tanti amanti nel proprio passato. Che madre vuoi che sia, una donna così? Che compagna può essere?

- Taci! Ti stai comportando come una cretina! Parli con amore e odio di una donna che hai seguito per anni, mi racconti i suoi traumi e vuoi dimostrarmi che non potrà mai essere una buona compagna. La proteggi e la distruggi nello stesso momento. Smetti! Non otterrai niente, non mi importa se è stata violentata o se ti stai inventando tutto. Il nostro non è mai stato incesto, non sapevo fosse tua paziente e lei non immaginava che io fossi tuo marito, ti proibisco di raccontarmi altre cose!

Sorrise.

- Fa male, vero?

- Sì, fa male. Vederti così fa molto male.

- Non questo. Fa male che io ti dica che stai abusando di una donna che non ha mai imparato cosa sia l’amore.

- Stronza! L’amore lo sta imparando da me.

- Certo, dimenticavo. Vi amate. Quando la scopi pensi a come sto io?

Prima di rispondere chiuse gli occhi e respirò più volte, per calmarsi.

- Senti, Lidia. Ci ho pensato molte volte. Lo sai. Sei un’analista e conosci la mente umana come la conosco io. Ho pensato a te, penso a te e ti amo, non cambia niente. La mia relazione con Laura è diversa dal rapporto con te.

- Il sesso è migliore, vero? Perché è più giovane e disinibita, e non è in menopausa.

- Smetti con le stronzate! Stai degenerando, basta!

Scattò in piedi.

- Lasciala, bastardo! Lasciala subito! Ti odio!

Sentì il peso del suo sguardo.

- Avevo ragione. La donna che ho davanti non sei tu. Non riesci a capire.

- Cosa dovrei capire?

- Che nostra figlia rischia di morire, Lidia, e tu sei fissata sulla mia relazione con Laura. La mia storia con lei continuerà e puoi raccontarmi tutte le stronzate che vuoi, ma credimi, in questo momento non mi importa niente di niente. Penso a Clara, solo a lei, il resto andrà come deve andare. Abbiamo una figlia con il cancro, spero per te e per lei che te ne renderai conto in fretta.

Le si avvicinò e le baciò la fronte, le asciugò le lacrime e rientrò in fretta in ospedale. E lei si chiese perché non riuscisse a muoversi per seguirlo.

Nemesi di un destino qualsiasi – Capitolo 4 – LAURA

Soffitto, pareti, fotografie. E la finestra aperta sugli alberi del giardino. Lo sguardo vagava cercando il profilo di Luca. Che non c’era.

Laura si era sdraiata sul letto per dormire dopo una doccia calda che le aveva arrossato la pelle: il sonno le era sembrato pesante, tanto da volerla risucchiare, ma si era perso rapidamente quando i fantasmi delle ore precedenti avevano iniziato la loro danza.

Clara sarebbe morta. Non era necessariamente vero che della sua malattia si morisse, tante persone riuscivano a guarire, ma tutto ciò che era accaduto, il tempo trascorso prima che rivelasse la presenza di quella massa orrenda, l’aspetto, l’odore, la difficoltà che c’era stata nei gesti chirurgici (quasi il tumore non volesse andarsene da lei, la mangiasse con gusto malevolo per bucarle l’anima) la condannavano. Non avrebbe mai detto una cosa del genere a Luca, ma a Lidia sì. L’avrebbe detto in altri tempi, secoli prima, quando Lidia era stata la sua analista e avrebbe potuto reggere qualsiasi cosa perché era pagata per farlo; adesso non era che una madre disperata, una moglie confusa e tradita, una donna che non avrebbe saputo reggere ulteriori, traumatiche verità. Tutto era cambiato e non c’era stato il tempo per adattarsi. C’era una giovane donna dal destino sbriciolato dal cancro, e c’erano i suoi genitori. Spaventati. Confusi. Dipendenti da lei come tutti i genitori di ragazzi ammalati. Lidia non era più pagata per ascoltare i suoi tormenti, per sopportare ogni cosa, e forse Luca non avrebbe più diviso con lei le notti e la follia di un figlio da immaginare.

Fissava il soffitto con la braccia allargate in fuori, il tatto ottuso non riusciva a percepire la consistenza delle lenzuola. C’era una macchia gialla nell’angolo accanto alla finestra: aveva margini irregolari e sbiaditi, non l’aveva mai notata, sembrava vecchia. Pensò a quante volte era rimasta ferma a guardare il soffitto mentre Luca l’amava: ricordò, sentì il corpo pesante e atletico sopra il suo, dentro il suo, e l’eccitazione la colpì in pieno. Le capitava spesso di restare ferma a guardare il soffitto perché i movimenti di Luca le entrassero più in fondo, perché potesse prendere da lui tutto ciò che il suo corpo sapeva dare. Lo vide, mentre il respiro accelerava. Vide Luca ansimante, nudo e sudato, e il soffitto sopra la sua schiena, una nube confusa di bianco nelle urla del piacere. O ancora, Luca crollato su di lei con il sesso ancora a penetrarla e lo sperma caldo e vischioso che colava tra le cosce. E il soffitto mai del tutto nitido e fermo nelle convulsioni che terminavano l’orgasmo.

Poi pensò alla finestra, le vennero in mente gli alberi che dondolavano al vento. Molte volte si era affacciato per guardare, commentando la bellezza dei fiori che lei amava coltivare. Lui, ancora, e ancora il desiderio di quel corpo che aveva visto quasi ogni sera in giro per la stanza, o sdraiato sul divano con i fogli delle lezioni da preparare sparsi sul pavimento. Il corpo di Luca. L’aveva condiviso con Lidia  senza saperlo, aspettandolo con le cosce umide di desiderio e strappandogli i vestiti senza aspettare che si chiudesse la porta alle spalle appena arrivato. Luca e lei. Luca e Lidia. Sentì la pelle strizzarsi di brividi cattivi, e una tensione tra le gambe che non volle ascoltare. Lidia e Luca facevano sesso, ne era sicura: lo conosceva abbastanza da non avere dubbi. Si chiese quante volte le fosse accaduto di sfiorarlo, baciarlo, leccarlo, accoglierlo dentro di lei dopo che Lidia aveva fatto lo stesso. O immediatamente prima. Li immaginò insieme, a gemere in una stanza simile alla sua tra lenzuola buttate di lato. Si agitò nel letto. Qualcosa di quelle immagini la disturbava: c’erano nausea e repulsione, e gelosia. Ma non era così facile. C’era anche eccitazione sgradevole e sporca, voglia di guardare Luca e Lidia che scopavano ignari di lei, voglia di toccare e possedere i loro corpi bollenti.

- No!

Gridò alzandosi a sedere.

Doveva smettere di pensare. Quel sapore di sesso sbagliato e irresistibile era il motivo della psicanalisi con Lidia. L’incesto, la bestia puzzolente e fascinosa che la seguiva dai primi anni di vita, da quando suo zio le aveva insegnato a infilare la mano nei suoi pantaloni. E lei aveva tre anni.

Lo zio e la zia, i genitori e i cugini. E la finestra sugli alberi, da dove i ricordi sarebbero fuggiti.

Lidia e Luca, e Clara, con il corpo devastato da lei. Quando Clara si era spogliata, pochi giorni prima, aveva fissato incredula la massa tumorale dura, grigia, disordinata, con croste nere di sangue rappreso su ciò che restava della pelle, e per qualche secondo non era riuscita a trovare le parole: sapeva che se quella massa fosse stata più piccola, se Clara avesse chiesto aiuto in tempo le cose sarebbero andate diversamente. Ma aveva aspettato, vergognandosi o temendo la verità. “E’ la differenza tra la vita e la morte”, ripeté in silenzio due o tre volte assaggiando ogni volta qualche goccia di dolore in più.

- Ce l’ho da qualche mese, non l’ho detto a nessuno. Cresce in fretta, si può togliere?

Aveva detto, e a lei era mancata la forza. Le aveva sorriso, aveva toccato quel mostro abbarbicato sul torace troppo giovane di Clara e aveva detto:

- Certo, la togliamo. Non preoccuparti. Possiamo fare entrare tua madre?

La porta si era aperta e lei aveva raccolto energie chiamandole dagli angoli più bui per fare capire la verità a Lidia senza spaventare Clara. E Lidia aveva capito. Lo dicevano il pallore repentino, la voce secca e stentorea, lo dicevano gli occhi persi come non le aveva mai visto.

Aveva posato la punta del bisturi su Clara scacciando la consapevolezza che fosse la figlia di Lidia. L’aveva immaginata estranea, figlia di ignoti, per non rischiare errori. Aveva accolto con la solita freddezza i complimenti dei colleghi per l’intervento difficile. Era uscita dalla sala operatoria preparandosi a ritrovare Lidia, la sua analista ora solo mamma di Clara. E aveva trovato Luca.

Luca. Il padre del bambino che stava cercando di concepire. L’amante appassionato e presente che le aveva riempito la vita. Il compagno di viaggi, giochi e confidenze. Il marito di Lidia.

Il telefono squillò, distogliendola dai pensieri.

- Pronto.

- Laura, sono io.

La voce di Luca fu una sorpresa.

- Ciao, cosa succede? Qualcosa non va?

- Tutto non va. Ma ti chiamo per sentire come stai.

Esitò. Stava male, ma come dirlo a un padre la cui unica figlia era minacciata dal cancro? Si rese conto di non essere libera di parlargli come avrebbe voluto: doveva ricordare la situazione drammatica di Luca, il proprio ruolo di medico.

- Mi riposo, sto abbastanza bene.

- Non è vero.

- Cosa dici?

- Ti conosco e sono uno psichiatra, anche se al momento ho l’impressione di non essere altro che un bambino terrorizzato. Non puoi stare bene dopo tutto ciò che è successo.

- Hai ragione, non posso.

“Ma non so come parlarne con te”, aggiunse solo con la fantasia.

- Quando ritorni qui?

- In ospedale?

La ragione le suggerì di prendere tempo, doveva riposare e staccare dalla mente il tormento che la confondeva. L’istinto invece disse:

- Tra poco. Hai dormito?

- No.

- Dovresti farlo. Come sta Clara?

- Dorme, la controllano spesso e pare che vada tutto bene.

- Lidia è con lei?

- Sì.

Ci fu silenzio. Probabilmente pensarono la stessa cosa perché Laura non si stupì quando lo sentì dire:

- Ha capito tutto. Sa che stiamo insieme.

Si lasciò cadere indietro tenendo il telefono stretto all’orecchio.

- Accidenti, e adesso?

Le parve che sorridesse.

- Adesso niente. Lo sa. Non lascio lei e non lascio te, ed è inutile discuterne perché la priorità assoluta è Clara.

“Non lascio lei e non lascio te”. La frase rimbalzò qualche volta nella sua testa. Non fu sicura di essere contenta, sapere che Luca non voleva lasciarla non le diede sollievo. Perché era una decisione che forse non aveva ancora saputo prendere, era troppo presto, e anche perché non alludeva a lasciare Lidia. Perché tutto era sbagliato, in quella conversazione. Si costrinse a dire qualcosa.

- Non preoccuparti. Siamo tutti concentrati su Clara, la aiuteremo.

Ascoltò la propria voce scacciando il disagio. Aveva detto la verità. Dovevano pensare a Clara e abbandonare ogni altra ansia, ogni gelosia, ogni amore superfluo. Era stata brava a ricordarlo a Luca, aveva usato la razionalità e non l’istinto. Era Laura, il medico. Il chirurgo che doveva mantenere la calma.

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