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Silvia a “IEO per le donne 2011″

Io non ho perdonato.

Non perdono mai. Tanto meno me stessa.

Non mi perdono di non averlo scoperto prima. Quando magari era in situ.

Avrei potuto fare la roll. Non avrei il seno dimezzato.

Non parlatemi di lipofilling o altro. Non me ne importa.

Tra l’altro oggi è anche il giorno in cui la diagnosi di cancro mi trapassò l’anima.

22 giugno 2004

Quando si parla di cancro si dovrebbero evitare discorsi più politici che scientifici, più diplomatici che veri, più demagogici che umani.

Io sono stata operata di cancro.

Non dico che ho imparato dalla sofferenza … perché non è vero.

Mi rifiuto di dire che ho capito i valori della vita … perché non è vero.

Mi ripugna dire che è una esperienza di crescita da cui si esce più forti.

Non è vero. Non l’ho provato. Se lo dico, mento.

Il dolore non insegna niente. Tanto meno ha una qualche funzione catartica.

So che bisogna dire il contrario.

Forse c’è una parte da recitare anche nel cancro.

Strano. Perché ogni cancro si inserisce su un vissuto personale impenetrabile e non comunicabile.

Si inserisce su intelligenze e su culture differenti.

Non credo alle parole che mi vengono dall’esterno. Perché le esperienze non sono intercambiabili.

Credo a ogni attimo, a ogni grido, a ogni pianto, a ogni sgomento … che io conosco e che si è fissato in modo indelebile dentro di me.

E che continua. A ogni visita. A ogni controllo.

Niente è più come prima. Né può esserlo.

Non ho bisogno di suggestionarmi né di consolarmi né di distrarmi. Non c’è compenso alternativo.

Intorno al cancro ruotano anche molte parole. In particolare, intorno al cancro al seno.

Ogni discorso è una difesa.

E ha lo scopo inconscio di rimuovere l’idea della morte.

Il discorso sul cancro è discorso sulla morte. O forse bisogna sublimare anche quella?

Non sopporto la frase: combattere la propria battaglia contro il cancro.

Il cancro richiede, si sa, un linguaggio stereotipato.

Io non sto battagliando con niente. Né c’è da battagliare.

C’è piuttosto una comunicazione che, per paradosso, non comunica. O illude di comunicare. Oppure inganna.

Anche la comunicazione con se stessi.

Silvia Delaj

uno scritto di Silvia

Portava un cappello di paglia. Con la tesa larga, spiovente sul viso.

Se ci pensa, sorride ma non rinnega.

Troppo facile. Razionalizzare a posteriori.

Quel cappello era solitudine. Una solitudine piacevole.

Anche adesso le piace stare sola.

Ha girato così per moltissimi anni.

Girava anche con le Operette morali di Leopardi in mano. Sulle Operette morali si era spaccata il cervello.

Ogni tanto piegava il cappello in due, vi metteva dentro le Operette e lo usava a mo’ di borsa.

Da sotto il cappello sentiva un ritornello: devi cambiare.

Cambiare?!?! Per essere più accetta, più gradita.

Ecco, questa le è sempre parsa una follia.

Io dovrei cambiare … per piacere?

Ma io non voglio piacere. Tanto meno a tutti. Come le patatine fritte.

Conoscete qualcuno a cui non piacciono le patate fritte?

E poi non esiste rinuncia alla propria identità. Si cambia forse il DNA?

Tutto questo aveva qualcosa a che fare con la giovinezza. Ma non lo sapeva.

Però continuò a non sopportare i bilanci, le conclusioni di giudizio. Gli stereotipi. Le gogne e le assoluzioni.

“Continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai?”

Non tutto quadrava, da giovane. E da sotto il cappello.

E soprattutto non quadravano i giochi di parole. Messi in atto per autoingannarsi.

Ovvero.

TUTTO CIO’ CHE HO CREDUTO E CHE HO AMATO NON ESISTE PIU’. (Che bella scoperta. Passano gli anni, si cambia.)

PER ME ESISTE INVECE, PERCHE’ L’HO CREDUTO E L’HO AMATO. (Per me?!?!)

Ma guarda, realismo e idealismo come coincidono! Entrambi dicono che la cosa in questione non c’è.

Che significa: per me esiste?  Potere dell’autosuggestione.

Abbiamo inventato un mondo interiore per sopravvivere.

Ognuno può crearsela una realtà interiore. Ma non c’entra con l’esistenza. La quale non è soggettiva.

Si può anche dire di un morto: per me è vivo. Se si vuole. Anzi, usa molto dirlo.

Diciamoci quattro balle. Si vive meglio.

Ma lei non voleva dirsele. E’ per questo che rimase sola.

E’ per questo che non riuscì mai a tollerare quel rimbombo: mettiti in pace con il tuo passato.

Asfissiante. Come il ritornello di allora. Di quando stava sotto il cappello.

“Ogni mio momento / io l’ho vissuto / un’altra volta / in un’epoca fonda / fuori di me”

Mettiti in pace con il tuo passato.

Bravi loro. Passati nella vita lisci come l’olio.

E io in pace non mi ci metto. Né col passato, né con nessuno.

La pace è morte.

Ci vogliono nerbo e arguzia. E spirito di fronda.

E analisi feroci. E verità.

Ma no! … la pace è distacco.

E lontananza. Indifferenza. E sacrosanto amor di se stessi.

Per vivere. Non per morire.

Però Leopardi. E Pavese, e Van Gogh. E gli altri pochi che non hanno ‘recitato’ il dolore. Che non hanno reso la sofferenza letteratura e, quindi, finzione.

Loro stavano male davvero. Massacrati, si massacravano.

E stavano male perché avevano capito.

Che si può vivere solo sugli autoinganni. Sulle suggestive manipolazioni del reale.

Mentre attraversiamo il tempo. Contingenti e transeunti.

E non vollero suggestioni alternative, fedi consolatorie, autoplagi. Carezze.

Ma la pace è distacco. Indifferenza. E stanchezza, anche.

E assenza di passione, e sospensione di giudizio.

Non riguarda la giovinezza.

La parte di lei che se ne è andata.

Era quando portava un cappello di paglia. A tesa larga.

Silvia Delaj

Gennaio 2011

Uno scritto di Silvia Delaj

Sembrerebbe che io non sappia vivere. Me lo dicono.
Io non formulo tale assioma su nessuno. Non ne conosco il significato.
Ognuno gira con la propria verità in tasca.
Le mie tasche sono vuote. Rivoltabili.
Ma può darsi, comunque, che io non.
“My friend, I’ll say it clear, … I did it my way.”
C’è uno scarto fra me e il tempo. Un disagio.
Perché certe volte mi sento come quando prendevo l’agrifoglio a Natale o come quando raccoglievo le conchiglie ma non è più allora. E anche il profumo dei garofani … le dita macchiate di inchiostro e la paura di essere sgridata … ( Dio, quella paura!) … e poi il suono delle campane.
Io non sopporto il suono delle campane.
Sì, sono andata con l’ombrello aperto. A scanso si mettesse a piovere improvvisamente.
Non è servito. Il vento ha strappato sempre l’ombrello.
Non credo di non saper vivere. (Ma che significa  saper vivere o non saper vivere?) Credo piuttosto di non saper morire. Ma tant’è.
Ho avuto e ho timidezze e debolezze.
“I faced it all and I stood tall; And did it my way.”
Quando ero piccola mio padre, per farmi addormentare, mi cantava le canzoni di guerra e degli alpini.
Non è che fossero molto adatte. Eppure io mi addormentavo. Coi canti degli alpini.
Poi ogni ruga che si forma è una cosa imparata. E accettata.
E’ un singhiozzo ingoiato.
Quando non avevo rughe sapevo meno cose.
La giovinezza termina con la perdita dei genitori. Perché non sei più figlio.
Sai che sopra te non c’è nessuno. Che il prossimo a cui tocca sei tu. E ti viene un panico. Un brivido.
Improvvisamente noti che la maggior parte delle persone sono più giovani di te.
Forse è vero che: io non.
Ma ci sono delle consapevolezze che si acquistano dopo che i fatti si sono esauriti.
E ora so che “Se mi chiudevo a poco a poco nel rancore, era perché questo rancore lo cercavo. Perché sempre l’avevo cercato …”
C’è un paese a cui non si può tornare. Perché è stato volutamente distrutto. Un paese dell’anima, intendo. Sostituito con grattacieli a prova di dolore.
Era quella la mia debolezza. Ed è debolezza, ora, pensare di non averlo difeso.
Ho provato a dirlo. Ma avevo un groppo in gola.
“Vissi al cinque per cento, non aumentate / la dose.”
Mi piacciono i garofani, piango al suono delle campane.

Silvia Delaj

Maggio 2010

uno scritto di Silvia Delaj

Non si ritorna. Mai.
Lo sapeva. Ma volle tornare.
Aveva un segreto dentro adesso.
E non sapeva se raccontarlo o tacerlo. Avrebbe deciso quando sarebbe stata lì.
Lì fu un’aggressione. La farsa, la recita, il dovere, il rito.
Sei la stessa! La stessa di allora!
Io?!?! La stessa?!?!
Io sono tutta diversa. Un’altra.
Io ho un segreto dentro. Adesso. Una cosa da dire.
Ti ricordi a Barcellona quando si ballava la sardana?
Sì, certo mi ricordo. Ma ora cosa c’entra?
Ti ricordi qui e là… ma sì, mi ricordo. E allora?
Quella era un’altra. Io sono venuta per dire proprio questo.
E poi quell’inverno gelido… col colbacco… a Berlino…
Sì, certo, bello! Molto bello.
E le venne la voglia allora di mostrare la cicatrice sul suo corpo. La vedranno, no? Sul corpo… visto che altrove non la vedono.
Nel contempo ebbe la certezza. Non l’avrebbero vista nemmeno se l’avessero avuta davanti.
Sei sempre tu!    ?!?!?!?!?!
“Ora le asserzioni…hanno questa caratteristica, che farle non costa niente…. In quanto asserzioni…una vale l’altra…”.
Mi ricordo che ti piaceva… mi ricordo che dicevi… mi ricordo che andavi… mi ricordo che volevi… so che ti piace… so che pensi…
“Allora ho pensato che questo significava…ridurmi a zero e in un certo senso sostituirsi a me.”
Fu una consapevolezza lenta, malinconica ma non dolorosa, ovvia quasi. Sentirsi scollegata per sempre. Anche qua. Anche da loro.
Io non sono delusa. Io ho voluto tornare per avere conferma. Per avere la prova che non esiste ritorno.
Sarebbe stato peggio vedere il disagio, la curiosità, la noia… se avessi detto: io qui ho un taglio, qui…sì, qui…un buco…
E le apparve l’insignificanza, per loro, del suo presente.
Ci rivedremo? (Ma che ne so…).
Vuoi… (Io non voglio niente).
Ci scriviamo? (Scrivimi… come vuoi…).
Ci vediamo, qualche volta, a cena? (Boh, forse…).
Ti ricordi?
“Allora tutta l’inutilità di ciò che facevo in quel luogo mi è rimontata alla gola e ho avuto una fretta soltanto…”
Io ero venuta per vedere se è concesso cambiare. Se si può essere diversi e uguali nel contempo.
Ricordo anche le conchiglie e le biciclette… e le campanule rampicanti e le more selvatiche… e là in fondo al sentiero una croce… e poi quel giorno un germoglio, un bocciolo… una rosa canina….
Ma non me ne importa!
Io non provo dispiacere né gioia. Io porto in giro il mio corpo segnato.
Mi ricordo. Ma è accaduto tanto tempo fa….”Ero giovane e mi credevo padrone della mia sorte”.
Che sia venti anni? O dieci? O cinque? No, cinque è impossibile. Perché è collocato cinque anni fa lo spartiacque. Da allora ho un taglio… un buco… una ferita profonda. C’è il prima di cinque anni fa e il dopo di cinque anni fa.
Tra il prima e il dopo non esiste comunicazione. Scelgo il dopo. Ma è una scelta obbligata. Perché il dopo è il presente.
“Il fatto è che egli era ancora nell’età delle convinzioni, mentre io l’avevo superata, e avevo perduto quel privilegio,…”
Io non ho convinzioni. Non ho canoni comportamentali. Lo vedo di volta in volta quello che devo fare. Io sono qua con un corpo. Terribilmente segnata e fratturata.
Non sono venuta perché ho nostalgie. Ma per prendere atto. Del fatto che nessuna persona o cosa o pensiero del prima c’è anche nel dopo. Cioè nell’adesso.
Quell’adagio ripetuto a cantilena ha perduto il suo significato. Carpe diem. Uno stereotipo.
Carpe diem non significa cogli l’attimo. E tanto meno contiene quel che di godereccio che gli è stato affibbiato.
Significa: stai nel presente.
I ricordi e i progetti. Il passato e il futuro. Surrogati.
Stai nel presente.
Passato. Futuro. Zero. Niente. Altro. Altro dal corpo. Altro da adesso.
Niente. Non-ente. Non-essente. Non-esistente.
So che ho scelto di essere sola. So che ho voluto arrangiarmi. Scollegata da ogni recita, da ogni perbenismo, da ogni convenzione.
So che ho rinunciato a spiegarmi.
So perché sono venuta qua. E perché adesso me ne vado.
Nel santuario della mia solitudine è già iniziata la  salvezza. E continuerà.
Stai bene.
Sì, starò bene.
Addio.
Per sempre?
Ma sì, certo per sempre. Addio significa appunto: ciao per sempre.
Allora anche tu “mi salutasti-per entrar nel buio”.

Silvia Delaj

Agosto 2009

la voce di Silvia

A volte persone e parole arrivano tempestive.

Silvia lo è sempre, tempestiva. E questo scritto ha dentro anche me, la mia sensazione di questi giorni. La mia convinzione di ora. “Se vuoi rinascere devi fare tutto da sola… Devi fare da sola per il semplice fatto che SEI sola…”

Grazie, Silvia.

“Se vuoi ‘rinascere’ devi fare tutto da sola.

Non esistono psicologi, amici, mariti. Non servono. Non per quello.

Dovrebbero lasciarti stare. Tutti.

Devi fare da sola per il semplice fatto che SEI sola. E sei sola perché tu ce l’hai e loro no.

La malattia allontana. Divide.

La retorica vuole che si dica: ci ha unito il dolore. Balle.

Il dolore crea un muro in mezzo. Separa.

Rapporti di una vita. Se ne sono andati. Perché a me è venuto il cancro.

Così oltre ad avere il cancro, devi anche far capire agli altri che non puoi essere la stessa di prima.

Non lo capiscono. Hanno paura di quello che provano. Si difendono. E se ne vanno.

E pretendono di trovare in me ciò che trovavano prima. Che non c’è più. E se ne vanno.

Ma tu non sei più sola di prima. Perché per esserci a quel modo……già non c’erano.

Dunque se ne sono andati. Perché io sono noiosa. E parlo sempre di ‘quello’. E io non devo far pesare sugli altri la malattia. Non è che forse siano loro che non devono far pesare su di me la loro salute?

Se si è a cena io parlo di ‘quello’. E al telefono parlo di ‘quello’.

E poi piango. E piango. E, dopo un po’, chiunque si stufa.

Non sopporto i discorsi tipo amici veri /amici finti. Roba da temi di quinta elementare.

Io sto con chi regge la mia sofferenza.

Chi vuole andare, vada. Sarà ricordato. Senza affetto e senza odio.

Ricordato. Punto. Io non ho nostalgie.

Non ho ascoltato chi rumoreggiava. Ho ascoltato chi è stato in silenzio.

E ho fatto da sola.

“Seconda stella a destra     questo è il cammino

E poi dritto, fino al mattino    poi la strada la trovi da te…”

Puntare sugli altri è crearsi una sovrastruttura: l’illusione di non essere sola.

Ricordo che quando ero piccola mi facevano appoggiare una grossa conchiglia all’orecchio. E mi dicevano: senti, il rumore del mare. Un giorno, per caso, appoggiai all’orecchio un bicchiere. C’era lo stesso rumore che c’era nella conchiglia. E’ un fenomeno fisico. Una volta ne sapevo il nome.

Fu come morire per me. Il mare nella conchiglia. Una balla.

Da allora mi difendo. Per evitare il disinganno.

Da allora non credo.

Difatti se ne sono andati.

Sono rimasta io.

Sotto il seno sinistro un colpo di sciabola.

Sotto il seno sinistro. Dalla parte del cuore.

Senza la voglia. Senza niente. Io e la paura.

Circondata da ipocriti. E da dispensatori di consigli.

Mi alzo e ricado. Mi alzo e ricado.

Ma “….oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno…/….me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito,/ e della vita il doloroso amore.”

Allora mi metto a fare da me. Dei lavori su di me.

Ho una opinione un po’ strana sul ‘ritorno della voglia’.

Sì, perché la voglia ti torna da sola.

Torna per un naturale processo fisiologico.

Non ci sono sforzi da fare. Perché è una esigenza fisica. Non mentale.

Capita che un giorno ti rimetti la crema per la cellulite. E un po’ ti fai una pena infinita. Con un seno e mezzo….anche se ho la cellulite…. Ma lascia stare la logica. E’ il tuo corpo che lo vuole. E te la spalmi mista a lacrime. Una pappina semiliquida.

Ne vale la pena? “C’è un dollaro d’argento sul fondo del Sand Creek…”

E poi un giorno riprovi desideri antichi. E te ne stupisci (“… sarà quella ruga di ridente nostalgia, o la confusione tra la vita e la poesia …”). Io. Così vecchia. Il seno sinistro squarciato in due. Dalla parte del cuore.

Poi capita che un giorno, in una vetrina, vedi delle mattonelle dipinte. E ti viene voglia di prenderne due. Da mettere in cucina. Una con su un limone. Una con su un melograno.

E chiedi: da quanto tempo le vendete? Io passo di qui tutti i giorni.

Da sempre, signora.

Da sempre. Io passo di qui tutti i giorni.

E una bambina (credo la figlia della negoziante) mi dice: io invece la vedevo, signora, passare di qui tutti i giorni.

Lei mi vedeva. Tutti i giorni.

Ora ogni volta che faccio quella strada la saluto dalla vetrina.

Oggi ho pensato: adesso faccio finta di andarmene e poi torno.

Se sarà ancora lì, io non sono più sola.

Le chiederò come si chiama.

E ogni giorno, dentro di me, ripeterò il suo nome”.

Silvia Delaj

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