Viaggi Archive

la montagna in me

La finestra aperta sulla neve, sulla montagna dai lineamenti lisci, regolari, pieni. Se potessi vivere qui o in un luogo che assomiglia a questo lo farei. La neve ha su di me l’effetto di una coperta morbida e pulita, soffice. Sa lenire l’ansia, incapace di fare male. Potrei restare bloccata in una piccola casa con il camino e i libri, le BIC a consumarsi sul foglio, senza badare alle strade chiuse e al tempo che scorre. Il tempo è un’illusione quando sono qui.

Forse mi ricordo di alcune gite in montagna durante l’adolescenza, forse vado più indietro e scavo nell’infanzia. Nascere in Brianza a ridosso dei monti crea profili immaginari che non sono piatti; la campagna ha il fascino della Pampa, della steppa, ma non è la mia origine. Piuttosto amo il lago di Como, su una barca appena sufficiente a farmi sdraiare scomoda mi sento cullare dal contorno massiccio specchiato nell’acqua scura. E i monti, anche. Mi assomigliano. Ho il carattere frastagliato e mutevole dei profili montani, l’imprevedibilità delle valli che sembrano facili invece ti fanno perdere l’orientamento e rischiano di uccidere. Ho, credo, la visione ampia di un respiro rado senza odore di catrame. E la testardaggine di chi non ha conosciuto subito la dolcezza del mare.

Più volte ho immaginato di fuggire da Milano. Non appartengo a un luogo, a Milano meno che mai. Non riesco ad abituarmi al colore scipito di metallo e nebbia, alla freddezza rapida e alle beghe insulse tra colleghi. Non so vedere la poesia del denaro sbandierato per imparare a essere. Se la mia fuga sarà presto, non so. Ma sarà. E la scrittura mi sarà compagna. Quando osservo i monti in una meditazione lieve sento la forza degli alberi, saggi più di ogni altra creatura, e la voce potente della neve. Chiamano, non lo fanno invano.

Tra i desideri perfetti, fare l’amore nella stanza calda di una baita, il profumo del legno addosso e la neve fuori, e il silenzio. E il mio corpo e il suo, innamorati e sciolti. Uno di quei desideri banali, con niente di speciale, che sono il senso della vita.

La montagna ride e mi guarda. E scrivo.

dal porto, diario spezzato

L’ultima barca sul pontile si chiama “Croce del sud”. Mi chiedo, guardandola, se il mio ricordo dei proprietari corrisponda alla verità. La verità intesa come corrispondenza del ricordo con ciò che effettivamente è in questa dimensione della vita. Perché se corrisponde significa che qualcosa di strano accade. Nei miei pensieri, in fondo al pontile la barca a vela piccola è di un uomo giovanile e la sua compagna bionda, magra e sempre abbronzata. Fanno parte del porto, mai che siano stati assenti nei miei anni spesi sulla barca bianca al P70. Eppure da un po’ di tempo “Croce del sud” è sola. Mesi fa Claudio, un avvocato scrittore con il motoscafo qui a fianco, ha detto a qualcuno “Hanno cambiato pontile”, e non ho capito (né ho voluto chiedere) se si riferisse a loro. L’aura scintillante dei capelli argento dell’uomo giovanile e la linea invidiabile anche se secca della compagna bionda hanno abbandonato il piccolo borgo P e raggiunto un altro microcosmo portuale, chissà dove. Perché un pontile è un borgo, potrei raccontarvi chi ha la televisione e la domenica si allunga e segue le puntate del “Tenente Colombo” e chi invece cambia fidanzata di fine settimana in fine settimana. E loro potrebbero dirvi di me: vi racconterebbero che il mio umore è mutevole, capita che parli anche con le cime tirate e i parabordi e succede invece che sia scostante, brusca, facile alla rabbia. Potrebbero spifferare che ingrasso e dimagrisco, detesto chi non rispetta le regole, chi sorpassa troppo vicino e solleva onde che rovesciano tutto e mi infastidisce parlare se sto scrivendo sprofondata a poppa. I vicini della “Croce del sud” mi seguivano con gli occhi, erano presenze mute ma certe. Se ne sono andati, quindi. Ma la “Croce del sud”? Non è che si trasferiscano solo gli armatori, dovrebbe spostarsi anche la barca. Invece è là, sola e beccheggiante mentre scrivo e tiro su la testa per osservarla.

Ho mandato giù spicchi di limone prima di appoggiare il computer alle gambe. Due, tre, quattro tagli e in gola gli spicchi, occhi strizzati e la lingua ancora brucia. Una tortura autoinflitta nell’ozio del cielo pesante di nuvole sfiocchettate e dense. Sono grigie, qualcuna è pallida e bianca; lontano, sopra Portofino, vira un Canadair. Nella passeggiata fino al margine del porto ho messo insieme silenzio e pensieri, ho fatto fatica a rispondere a qualche sms che chiedeva di definire come mi sentissi. In una danza sconnessa e necessaria, credo. Più avanti, molto più avanti di prima, ma in un vicolo di passaggio. E vira ancora il Canadair, non capisco perché. Non sta cercando acqua. Mi fa pensare all’elicottero che ieri a Como è sceso all’imboccatura dell’autostrada: l’ho visto venire giù, giallo e rosso, poco più avanti aspettava un’ambulanza. Ho immaginato, nella mia banalità, che l’elicottero scaricasse e l’ambulanza fosse destinata a schizzare via verso l’ospedale. Non so se sia stato così, sono passata avanti e mi sono infilata nel traffico verso Milano. Non amo le ambulanze, e non solo perché evocano malattie e dolore: avevo venti anni e l’ambulanza dove ero volontaria uscì di strada e centrò un muro. La sirena non è il rumore più intrigante rimasto nelle orecchie della mia memoria.

Capisco poco di ciò che accade, so che devo aspettare. Più del solito, più di sempre. So anche che sono così cambiata che dovrei concedere al mondo un po’ di tregua. Se voglio che qualcuno rimanga devo recuperare indulgenza e comprensione nei miei accessi infiammati di impazienza. L’ultimo viaggio a Roma mi ha deliziata e ricostituita, peccato che mi sia venuto in mente di accennarne in un social network. Così, a mio marito è stato chiesto perché fossi là e cosa stessi facendo (quale motivo spinge una moglie a non essere sempre con suo marito?). Per un’anima come la mia metabolizzare un’idiozia è difficile. Allora smetto di dire, sono affari miei. Ma è un peccato, peccato che si debba tacere sulla semplicità di un viaggio (sono sempre in viaggio, se taccio su questo mutilo la mia vita) per evitare di suscitare la curiosità altrui. Le insinuazioni altrui, diamo loro il nome che meritano. Ecco, ora comprendo che ancora non sono arrivata là dove è destino. Perché là, al traguardo della donna che sono, esploderò in una risata e ignorerò ogni stupidità che non sia la mia. La libertà che è aria e nutrimento non si discute; libertà mia, libertà di chi amo e libertà di chi non conosco. La libertà di scrivere ciò che invento, sogno, vivo e la libertà di assomigliare al tizio con l’aspetto di un grosso e sensuale felino che tanti anni fa in uno spot si limitava a dire: “Sono affari miei”.

Di recente ho letto una frase interessante, non so più dove. La saggezza dissemina sillabe che si incollano in testa poi ritornano. Più o meno la frase diceva che se di un amore si parla spesso con le amiche, se è l’argomento principale, allora qualcosa non va. Ci penso adesso e aumenta il beccheggio, si è alzato un vento più fresco e il gabbiano maschio che stava sulla massicciata vola sopra la mia testa. La barca dei sub esce: un uomo solo siede con la muta, le braccia incrociate nell’attesa dell’immersione. E ritorniamo alla frase. Se un amore è l’argomento dominante delle discussioni con le amiche i casi sono due: qualcosa non va perché quell’amore è vissuto senza equilibrio oppure con le amiche in questione non esistono altri argomenti. Si tratta di scegliere le relazioni che sentiamo giuste, nell’amore e nell’amicizia. Altra riflessione vomitata fuori nella passeggiata portuale, più o meno all’altezza di Lupacante (la barca verde di Harry Potter, ma questa non ve la spiego).

E’ bello sapere che ho scritto parole senza dire granché. Quando sono seduta qui a poppa, con il tempo brusco e plumbeo senza il sole, intuisco l’energia delle parole da scrivere e non importa cosa abbiano da raccontare. Concludo con una constatazione. Gli uomini che mi interessano sono sensibili al clima: se piove e il sole si nasconde diventano eremiti. E’ triste per loro, ma anche per me. Sarebbe il pomeriggio adatto a una chiacchierata molle e sincera.

in piazza del Popolo, a una certa ora

- Finalmente hai finito, china di lato con il telefono incollato all’orecchio sembri un giocoliere che sta facendo cadere il cerchio. Tirati su, non sei bella così.

Lo guarda. No, non si volta, non ne ha bisogno: lo guarda con la consapevolezza e la sorpresa, le orecchie hanno catapultato la voce al cervello e i neuroni non hanno dovuto cercare troppo per riconoscerla. Piano, abbassa il braccio e lascia scivolare il cellulare nella borsa: sente che cade e si mischia a pezzi di carta e alle BIC sparse sul fondo, spera di avere bloccato la tastiera.

- Quando ti chiamo non rispondi mai, eppure ti trovo incollata al telefono. Crolla l’illusione che tu non risponda ad anima viva, è solo a me che non rispondi.

Non viene avanti, non muove i due o tre passi che servirebbero per farsi vedere, mettersi di fronte a lei e magari abbracciarla. Resta fermo alle sue spalle, e nemmeno lei cambia posizione. Ha negli occhi la piazza, e il monumento, e l’acqua trasparente ingiallita dai faretti, una bambina a cavalcioni sul leone di marmo e il padre a fotografarla; eppure sembra che ci sia uno specchio, ha l’impressione di scorgere il proprio volto attonito, gli occhi non truccati e la pelle già abbronzata, la mano di Fatima al collo con la catenina in argento e la maglia giallo scuro. E lui, scorge anche lui: alto almeno venticinque centimetri più di lei, il sorriso abbozzato e le spalle larghe, il corpo snello in un vestito che dovrebbe essere elegante. Nello specchio immaginario non vede la sua cravatta, e un po’ le viene da ridere: non la vede perché di solito non le piace, non sa proprio sceglierla.

- Come fai a essere qui?

- Che gentile, signora. Ciao, è bellissimo trovarti qui. Sono felice anche io di vederti.

- Davvero. Come è possibile?

- In piazza del Popolo, a una certa ora. Sai che è sempre stato così.

E’ sempre stato così. In piazza del Popolo a una certa ora. Non esisteva l’appuntamento, era l’incontro dei loro desideri, dei sensi che si cercavano e riuscivano quasi sempre a trovarsi, dell’amore intuitivo e instabile che li ha portati a vivere una storia che è diventata niente. E tutto. E ancora niente. In piazza del Popolo quando il sole scendeva, quando le fotografie con il flash non rendevano più la luce e l’atmosfera, quando l’unica inquadratura possibile era l’acqua chiara e gialla di luce della fontana. Anni, e sempre lo stesso. In piazza del Popolo a una certa ora. L’aveva scritto in una storia, esistevano racconti qua e là, piazza del Popolo ruotava nella memoria e nelle aspettative future.

- Da anni non ci troviamo qui.

- Da anni non ci troviamo e basta, non solo qui. Sei sgusciata via senza troppe spiegazioni, come se ti avessi fatto qualcosa di male. Invece no, ci ho pensato decine di volte ma non ti ho fatto niente. Ho saputo che ami qualcuno, ma anche questa non può essere la ragione: cosa c’entra con me? Perché rifiuti di incontrarmi? Siamo sempre stati sopra a tutto il resto, andavamo oltre gli amori e le relazioni. Eravamo noi. Noi!

Eravamo noi. Ripete in testa le parole. Il senso di una gigantesca bugia, oppure dell’unico amore puro che sia riuscita a vivere. Si sono conosciuti, studiati, persi e accettati, hanno sposato altre persone e avuto figli, hanno divorziato senza decidersi a diventare una coppia. Si sono traditi, hanno mentito e omesso, hanno raccontato ogni intima sconcezza e pianto e riso e scopato fino a strappare le lenzuola. Poi lei ha detto che era finita. Ciò che mai era iniziato doveva terminare, l’aveva legata e sciolta in un’esistenza virtuale, aveva bloccato la sua capacità di amare qualcuno sul serio, fino in fondo. L’aveva chiamato padre putativo, gli aveva spiegato che era tardi per costruire una relazione seria e voleva provare a reggersi da sola, senza l’ombra della sua sollecitudine incostante e l’ingombro della sua possessiva assenza.

- Come stai, amore mio?

La sua mano su una spalla, e la carezza lieve.

Sto che non dovevi venire qui, non avresti dovuto. Sei nel passato, oggi non ho bisogno di passato. Ho bisogno di saltare avanti e scuotermi di dosso la polvere, e tu invece sei qui, e metti le tue dita sotto la maglia, giochi con la spallina del reggiseno. Conosco la tua pelle, ne ricordo l’odore quando mi vuole, quando ce l’ho addosso.

- Allora, come stai?

La tira indietro, lei si lascia abbracciare. Si appoggia al suo corpo con la schiena.

- Guarda che ti vedono tutti.

- Me ne fotto che mi vedano.

- Non è vero.

- In quale albergo sei?

- Sai che sono a Roma e non hai controllato in quale albergo? Stai invecchiando. Comunque sono all’Eden. Mi hanno detto bentornata, una che butta dalla finestra in mezzo alla strada due cesti di fiori non se la scordano.

- Erano tre. Tre cesti. Con uno hai colpito un tassista.

- Colpa tua.

- Certo. Li ho buttati io.

- No, mi avevi fatto incazzare.

- Insomma, sei ancora là. Romantico.

- Dai, lo sapevi benissimo. Qualcuno ha notato su Facebook che sono qui, ti ha avvisato e sei comparso in piazza del Popolo. A una certa ora. Troppo facile.

- L’hai reso troppo facile tu, e non per il social network. Il fatto è che tu ci sei, in piazza del Popolo. Proprio alla nostra ora. Secondo me ami qualcuno, l’ho capito quando sei sparita, però sei qui. Sei sola e sei qui ora, e non sei al Colosseo o a Trastevere o in qualunque altra posto in città. Sei in piazza del Popolo, e anche io ci sono. Siamo qui. Siamo venuti in piazza del Popolo a una certa ora. Andiamo.

- Andiamo?

- Sì, andiamo. Beviamo qualcosa, stiamo insieme, parliamo, togliamoci di qui.

Devono andare via, lei lo sa. La gente inizia a osservarli. Abbracciati, lui chino su di lei, parla piano e ogni tanto le bacia l’orecchio. Non si può fare, non in piazza del Popolo. Nello specchio che ha in testa vede i loro corpi sudati, quasi vent’anni di erotismo nascosto e le parole, dopo. L’intimità e il sonno. Togliamoci di qui. Quando ha prenotato all’Eden si è chiesta perché: non era più ritornata, aveva scelto altri alberghi per evitare il pensiero e perché lui non la trovasse. Nei mesi, negli anni, la consuetudine aveva perso il senso. Un paio di giorni fa ha deciso di fuggire da Milano e ritornare a Roma e ha prenotato all’Eden. Detesta i feticci, non sospira ai ricordi: ha chiesto una camera con un dubbio in fondo alla mente, nel viaggio sull’Eurostar ha cercato le ragioni senza riuscire a trovarle. Poi la passeggiata, e le gambe toniche e veloci verso piazza del Popolo. E la voce, di nuovo. Piazza del Popolo, a una certa ora. Togliamoci di qui. Sa cosa significa. Il desiderio vecchio dei loro corpi nuovi, la cui forma non è uguale, crea il luogo e il tempo e cancella ogni regola.

- Sul serio, non credevo tu venissi. Non ci avevo fatto conto. Mi pareva impossibile.

La sua mano afferra il fianco, finalmente la fa voltare. Sorride.

- No, è impossibile tutto il resto. Noi no, non lo saremo mai. Noi siamo, e basta. In piazza del Popolo. E andiamo a fare l’amore, adesso.

Non gli risponde. Cercano l’automobile. La luce non si vede quasi più.

il rumore di un libro al mattino

Questo è un racconto che risale a qualche anno fa. Pubblicato nel sito “Caffè storico letterario” nel “cassetto di MariaGiovanna”, mi è capitato sotto gli occhi questa sera. Ho pensato di soffiare sulle parole e restituire vita qui, nel mio blog. Senza interferire con lo stile, anche se la tentazione c’è stata, qua e là…

E’ salita a Firenze. Me ne sono accorto perché è riuscita a svegliarmi: dormivo da almeno un’ora e lei si è avvicinata al mio posto e ha sbattuto con malagrazia un libro sul piccolo tavolino che dovrebbe separarci. Ho aperto gli occhi e notato i suoi goffi tentativi di farsi aiutare per sistemare la valigia sopra la nostra testa: ho finto di niente, più per l’irritazione di essere stato svegliato che per mancanza di galanteria. Sono gentile, di solito. Molto gentile. Lei ha guardato in giro e ha visto un uomo in giacca scura, che si è alzato e l’ha aiutata a piazzare l’enorme borsa al suo posto.

Si è seduta, poi. Ha afferrato il libro senza aprirlo e mi ha osservato nascosta dietro un paio di occhiali da sole dozzinali, di quelli che usano quasi tutte le donne: lenti ampie e griffate, poca sostanza e molta apparenza. Ma sono cattivo, oggi: sarà la sveglia alle quattro e mezza, sarà la cena di ieri sera che non ho digerito, sarà questo viaggio inutile stupido completamente fuori senso, ma ho voglia di prendermela con il mondo. Senza pietà. Senza dare spazio a sensi di colpa.

Comunque.

Questa donna di fronte a me ha i capelli castani con qualche stria bionda inventata da un parrucchiere poco creativo, indossa un cardigan marroncino con qualche stupido strass e un orologio d’oro. Di quelli che potrebbero anche piacermi, se non fosse oggi se non fossimo qui e se non si trattasse di lei. Che mi ha svegliato lanciando un libro con un’irruenza che una donna non dovrebbe conoscere. Tenta di leggere, adesso, ma ha nelle orecchie gli auricolari di un piccolo aggeggio che squilla spara eiacula musica a volume spaventoso: come possa leggere e capire quel giallo da due soldi che ha in mano è incomprensibile.

Devo bere un caffè. Sta passando il baracchino che scampanella, ho visto che per un euro di può avere un caffè stitico in tazza piccola: l’uomo me lo porge ma prima afferra l’euro. Bevo. Così forse mi passa la nausea. Oppure dimentico per qualche istante la sveglia di questa mattina e la stazione vuota con due poliziotti e un cane che mi ha annusato, il treno pieno di zanzare, la donna lamentosa dietro di me che non ha stampato il biglietto e pretendeva di avere ragione con il controllore, e lei. Lei qui davanti, con la faccia da stronza e il coraggio di svegliarmi sbattendo un libro sul tavolino.

Quest’arpia con la musica a palla nelle orecchie mi ricorda la ragazza che avevo al liceo. Si chiamava Clara e i suoi genitori erano morti in un incidente stradale: la aiutavano tutti, perfino i professori, perché era orfana. Ma io la conoscevo bene. Perché la scopavo. Era cattiva, cattiva dentro, e la morte dei genitori non c’entrava affatto: doveva essere il DNA, quell’insieme di geni che non si sa bene da dove venga a renderla tanto sgradevole. Se la prendeva con il mondo e sembrava trarre piacere dal tormentare provocare stuzzicare offendere la sensibilità di chi aveva la sfortuna di incrociarla. A me piaceva perché allargava le gambe senza fare storie e non disdegnava la mia creatività nelle pratiche sessuali più estreme. Le piaceva, anzi, che le chiedessi di provare cose nuove. Per un po’ feci finta di non notare la sua assoluta mancanza di grazia, la maligna bestialità, poi mi stancai: le posizioni sessuali erano diventate sempre le stesse e non mi divertivo più.

La donna qui davanti ha chiuso il libro. Guarda impettita, con una ruga antipatica ai lati della bocca, una tizia che legge qualcosa. La giudica, sono sicuro: esistono persone che giudicano all’istante, come se fossero convinte di essere nate per quello. Non mi piacerebbe vivere con una donna così, e non è solo perché non ho mai vissuto con una donna: il problema è che ho in mente il modello preciso di femmina che vorrei, e non riesco a trovarne uno in carne e ossa. La dolcezza, quella pulizia che solo una donna può avere sono utopie. Forse. In ogni caso, non vivrei mai con la donna che adesso mi sta fissando.

-         Che cosa legge?

Mi ha parlato. Ha aperto la bocca all’improvviso e ha emesso suoni, e ora aspetta che risponda.

-         La vita di una poetessa russa

Ho dovuto risponderle. So che non capirà: a malapena sa che cosa sia una poesia, si vede dagli occhi porcini e dalle sopracciglia arcuate. Infatti mi fissa senza espressione.

-         Chi è?

Stiamo scivolando nel dramma. Nella discussione inutile paradossale sterile. Vuole riempire il vuoto della sua testa con qualche minuto di chiacchiere.

-         Una poetessa morta suicida

Il suo telefono squilla. Meno male. Appoggia all’orecchio un aggeggio colore della sabbia e dell’oro da mercato arabo, dal quale pende un’insulsa treccina marrone, e pigola.

-         Ciao, Anna. Sono in treno. Parlavo di poesia con un signore

“Un signore che hai svegliato sbattendo un libro giallo da dementi sul tavolino, un signore che ti trova odiosa e non vuole parlare con te. E ha capito benissimo che tu di poesia sai al massimo la litania che ti hanno insegnato all’asilo per la festa della mamma”. Sì, sono nervoso, ma non posso farne a meno. Non sopporto che si invada la mia vita come sta facendo questa donna.

-         No, non so come si chiami

“Mi chiamo Sergio ma la cosa non ti riguarda, e se me lo chiederai ti dirò che mi chiamo Mario”.

-         Come si chiama?

Banale. Mi sorride come se fossimo complici.

-         Mario

-         Si chiama Mario. Sì, esistono ancora uomini con un nome così

Fantastico. Vorrei che in questo vagone ci fosse un Mario incazzoso quanto lo sono io: mi piacerebbe vederlo alzarsi e schiaffeggiare questa cretina che squittisce dentro un cellulare improbabile.

-         Non so, ora chiedo. Lei scende a Roma?

Non posso mentire. O Roma o Napoli, non si sbaglia.

-         Sì

-         Sì, scende a Roma. Bé, ora vado. Chiudo, la linea va e viene e non sento ciò che dici

Clic. Mi guarda con gli occhiali da sole da maliarda.

-         Va a lavorare, a Roma?

“No, ogni mattina mi alzo alle quattro e mezza e prendo questo treno del cazzo perché mi diverto”.

-         Sì

-         Peccato, avremmo potuto bere qualcosa insieme

Bere qualcosa insieme. E’ peggio di quanto credessi. E’ una donna che non esita a proporre una bevuta al primo uomo che incontra in treno. Dopo averlo sgarbatamente svegliato con libri sbattuti, rintronato con musica vomitevole e disturbato nell’unico tentativo di leggere qualcosa.

-         Magari un’altra volta

Ho cercato di essere neutro. Non dico gentile, ma neutro. Lei sorride.

-         Non ha proprio tempo per un caffè?

I miei occhi cercano aiuto. Siamo a Roma, ormai: lo capisco dalle quattro case con le scritte sui muri e dai cavalcavia annodati come serpenti.

-         Va bene

Avrei voluto evitare, questa volta. E’ già successo e so come è andata. Devo lasciare stare le donne come lei: sono cattive vuote stupide e se scopano lo fanno con astio, quasi volessero dimostrarti che sei un porco. Come tutti. Però il “Va bene” mi è scappato, e non posso più tirarmi indietro.

-         Benissimo!

Il treno è in stazione. Scendiamo senza parlare.

-         Abito qui vicino, posso invitarla a casa mia?

Ci penso solo due secondi: non fa differenza ormai, ho messo il mio libro in borsa e deciso di non pensare. Di non notare la faccia arcigna di questa donna che mi provoca e non si rende conto.

-         D’accordo

La casa è piccola e buia: l’odore di chiuso soffoca la gola, lei apre la finestra e si appoggia al davanzale.

-         Ho visto come mi guardavi

Annuisco. Tanto sarebbe inutile spiegare.

-         So che mi vuoi

Le altre volte. Le ho tutte davanti come scene di un film in bianco e nero. Le mani prudono, vorrei uscire. Sono ancora in tempo.

Si avvicina.

-         Sei uno di poche parole. Mi piacciono gli uomini come te, sembrano sempre un po’ cattivi

Cattivo. No, non sono cattivo. Io. Sei tu a rendere tutto difficile. Allontanati. Le altre volte non sono riuscito a scappare, prima. Solo dopo. Oggi voglio andare via. E’ meglio anche per te.

-         Non essere ritroso. Mi piaci. Forza, sii coraggioso

Mi tocca. Ha messo la mano sui miei pantaloni.

-         Eddai

Non capisce, non riesce proprio a capire. Muove la mano e io mi sto eccitando. Adesso che la guardo da vicino vedo che è vecchia, ha gli occhi freddi e non conosce dolcezza. Sono sicuro che faccia la stessa cosa con tutti gli uomini che incontra. Tutti. Le mie mani prudono di più, sono sul suo seno adesso.

-         Bravo, così

Sospira e chiude gli occhi. Non posso fermarmi, non ci riesco più. Ma è colpa sua. Solo sua. Ero in treno e dormivo, mi ha svegliato con un libro giallo sbattuto sul tavolino, ha voluto parlare e portarmi a casa sua. Ha messo la mano lì e ora mi bacia. E’ lei che insiste. E non posso fermarmi, adesso.

-         Il letto è di qua

Mi prende per mano, andiamo in una camera ancora più buia. Sposta il copriletto che sa di polvere: sono sicuro che dovrò lavarmi molto bene. Non sopporto la sporcizia, mi si attacca al corpo e non se ne va più. Mi sdraio accanto a lei e la spoglio: sembra contenta mentre lo faccio. Sembrano tutte contente. Sempre.

-         Bravo

Sospira. Le mie mani le piacciono.

-         Continua

Non posso continuare. E’ tutto il corpo a prudere adesso. Sarà la sporcizia di questo posto, sarà lei che mi disgusta sarà che mi sono svegliato presto, devo finire. Finire subito. Per andare via.

Apre le gambe e mi accoglie. Sembra avere capito come andrà a finire. Sospira ancora e ancora mentre lo faccio.

Poi.

Sono le mani, come le altre volte. Non le posso comandare. Si avvicinano al suo collo e lo sfiorano. Lo afferrano come per caso.

E stringono. Stringono. Stringono ancora.

Diventa blu: i suoi occhi mi fissano stupiti, li vedo attraverso la nebbia della stanza. Mi guardano tutte così quando le mie mani stringono forte: forse si chiedono perché. Eppure dovrebbero saperlo: si offrono al primo che arriva, lo trattano senza dolcezza poi chiedono perché. E’ un nonsenso.

Stringo.

Non respira più. Devo chiuderle gli occhi. E lavarmi, subito. Per andare via.

Non voglio pensare al suo viso bovino e al libro che ha sbattuto sul tavolino, agli occhiali da sole dozzinali e a questa casa buia con la puzza di chiuso.

Spero abbia tanto sapone in bagno. C’è molta polvere qui.

la mia fuga

Capita che non abbia voglia di vedere l’addensarsi delle nubi. Perché tengo gli occhi sullo spicchio di sole che fa finta di scaldarmi, oppure perché mi illudo che se non ci penso la pioggia non arriverà. Capita anche che le luci dei lampioni si spengano all’improvviso mentre cammino e provo a trovare il senso. Oggi ho regalato a due bambini le carte Disney che mi hanno dato alla cassa del supermercato, mi hanno ringraziato felici. Come erano felici. Sono andata alla macchina e alla gioia ho mescolato il significato patetico di ciò che era accaduto. Non so decidere se sia meraviglioso o tremendo. Il momento più bello di oggi è stato riuscire a dare quattro cartoncini nelle mani piccole di bambini che non conosco… Ma va così, e bisogna che prima o poi le nuvole si guardino. Fanno meno paura, il temporale scarica acqua e fulmini e se ne va.

E’ ora di viaggiare. Per conto mio, ma sul serio. E’ ora di lasciare stare la voce e il respiro e l’obbligo di essere sempre chi gli altri si sono abituati a vedere. Troppi angoli con la polvere, troppe ragnatele, troppe e troppe e troppe parole lontanissime dal vero. Lascio il vento e il sole a chi imita senza la capacità di infilare un dettaglio prezioso e unico nello stile di scrittura, a chi pensa sia sufficiente sorridermi e raccogliere quattro confidenze per conquistare la mia anima, a chi ama. Obliquo, fuori rotta. Ma ama. Lascio il senso esausto di una città dove nelle ultime settimane la domanda più importante era “Voti Moratti o Pisapia?”, e che delusione quando dicevo, con un sollievo che non riuscivo a mascherare, “Non sono di Milano, mi dispiace”. Possibile che a nessuno venisse in mente di chiedersi cosa sarebbe accaduto dopo a una città che deve essere amministrata? Tifi Inter o Milan? Sei scrittore quindi voti a sinistra, vero? Sei un medico quindi dovresti votarli entrambi, per giustizia, vero? Per favore, lasciate stare. E altro, lascio altro. Lascio amanti dei libri che si fanno fuori a coltellate per piazzare questo autore o quello alle presentazioni letterarie che organizzo, e pazienza se alcuni libri fanno schifo. Lascio i consigli, sempre opposti tra loro e sempre tendenziosi, e la buona, sacrosanta regola: l’amica medico può farti mille favori perché sopra la salute non c’è niente, ma guai a farglielo anche tu, un favore, perché l’amicizia non si inquina con un “do ut des”. Lascio le stronzate, le regalo perché ne sono piena. Pacchetti freschi di marketing a vendere la tua immagine, e pacchetti stantii quando arriva qualcuno che paga un po’ di più. Lascio i VIP che arrivano agli eventi e rubano i posti prenotati cambiando i cartelli con i nomi sulle sedie e le facce smunte dei benefattori che si offendono se ti dimentichi di ringraziarli dal palcoscenico. Lascio anche la ritrosia e il senso trattenuto del pudore che finora ha messo i blocchi alla scrittura: qualcuno dice che dovrei lasciarmi andare, sporcare con lo stile le visioni brutali che nei libri so costruire. Forse sì, forse questo è vero. Chi sputa vince, chi tira fuori il nero si mette addosso luci di una ribalda modaiola. Pianti e violenza, sangue e abbandono, e qualche guerra etnica qua e là: sale, pepe, agitare bene e il romanzone è fatto.

Porto con me il senso di sconfitta di chi non ho saputo curare. Di chi non avrei potuto curare, ma per me fa lo stesso perché la pace non entra mai e la rassegnazione neanche. Se una persona non guarisce, viene via con me e non la scorderò. Porto con me le BIC e i taccuini, e non so mica se poi leggerete ciò che scrivo. Non  lo so più. Sono stanca dei giochi, delle parentele che fanno pubblicare e delle logiche che gli esperti ti raccontano sapendo di mentire. Ah, e le bugie… Quelle cadranno una a una, spezzettate e morte. Le ho viste tutte, ancora non ho trovato qualcuno che sappia mentire davvero. Il giorno che scoprirò il mentitore perfetto saprò amarlo, avrà compiuto l’impresa più difficile: creare la realtà dalla bugia. Chapeau.

Capita che non mi interessi il giudizio, e la scrittura viva per sè. Capita che decida di partire. E’ la mia fuga.

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