Viaggi Archive

il rumore di un libro al mattino

Questo è un racconto che risale a qualche anno fa. Pubblicato nel sito “Caffè storico letterario” nel “cassetto di MariaGiovanna”, mi è capitato sotto gli occhi questa sera. Ho pensato di soffiare sulle parole e restituire vita qui, nel mio blog. Senza interferire con lo stile, anche se la tentazione c’è stata, qua e là…

E’ salita a Firenze. Me ne sono accorto perché è riuscita a svegliarmi: dormivo da almeno un’ora e lei si è avvicinata al mio posto e ha sbattuto con malagrazia un libro sul piccolo tavolino che dovrebbe separarci. Ho aperto gli occhi e notato i suoi goffi tentativi di farsi aiutare per sistemare la valigia sopra la nostra testa: ho finto di niente, più per l’irritazione di essere stato svegliato che per mancanza di galanteria. Sono gentile, di solito. Molto gentile. Lei ha guardato in giro e ha visto un uomo in giacca scura, che si è alzato e l’ha aiutata a piazzare l’enorme borsa al suo posto.

Si è seduta, poi. Ha afferrato il libro senza aprirlo e mi ha osservato nascosta dietro un paio di occhiali da sole dozzinali, di quelli che usano quasi tutte le donne: lenti ampie e griffate, poca sostanza e molta apparenza. Ma sono cattivo, oggi: sarà la sveglia alle quattro e mezza, sarà la cena di ieri sera che non ho digerito, sarà questo viaggio inutile stupido completamente fuori senso, ma ho voglia di prendermela con il mondo. Senza pietà. Senza dare spazio a sensi di colpa.

Comunque.

Questa donna di fronte a me ha i capelli castani con qualche stria bionda inventata da un parrucchiere poco creativo, indossa un cardigan marroncino con qualche stupido strass e un orologio d’oro. Di quelli che potrebbero anche piacermi, se non fosse oggi se non fossimo qui e se non si trattasse di lei. Che mi ha svegliato lanciando un libro con un’irruenza che una donna non dovrebbe conoscere. Tenta di leggere, adesso, ma ha nelle orecchie gli auricolari di un piccolo aggeggio che squilla spara eiacula musica a volume spaventoso: come possa leggere e capire quel giallo da due soldi che ha in mano è incomprensibile.

Devo bere un caffè. Sta passando il baracchino che scampanella, ho visto che per un euro di può avere un caffè stitico in tazza piccola: l’uomo me lo porge ma prima afferra l’euro. Bevo. Così forse mi passa la nausea. Oppure dimentico per qualche istante la sveglia di questa mattina e la stazione vuota con due poliziotti e un cane che mi ha annusato, il treno pieno di zanzare, la donna lamentosa dietro di me che non ha stampato il biglietto e pretendeva di avere ragione con il controllore, e lei. Lei qui davanti, con la faccia da stronza e il coraggio di svegliarmi sbattendo un libro sul tavolino.

Quest’arpia con la musica a palla nelle orecchie mi ricorda la ragazza che avevo al liceo. Si chiamava Clara e i suoi genitori erano morti in un incidente stradale: la aiutavano tutti, perfino i professori, perché era orfana. Ma io la conoscevo bene. Perché la scopavo. Era cattiva, cattiva dentro, e la morte dei genitori non c’entrava affatto: doveva essere il DNA, quell’insieme di geni che non si sa bene da dove venga a renderla tanto sgradevole. Se la prendeva con il mondo e sembrava trarre piacere dal tormentare provocare stuzzicare offendere la sensibilità di chi aveva la sfortuna di incrociarla. A me piaceva perché allargava le gambe senza fare storie e non disdegnava la mia creatività nelle pratiche sessuali più estreme. Le piaceva, anzi, che le chiedessi di provare cose nuove. Per un po’ feci finta di non notare la sua assoluta mancanza di grazia, la maligna bestialità, poi mi stancai: le posizioni sessuali erano diventate sempre le stesse e non mi divertivo più.

La donna qui davanti ha chiuso il libro. Guarda impettita, con una ruga antipatica ai lati della bocca, una tizia che legge qualcosa. La giudica, sono sicuro: esistono persone che giudicano all’istante, come se fossero convinte di essere nate per quello. Non mi piacerebbe vivere con una donna così, e non è solo perché non ho mai vissuto con una donna: il problema è che ho in mente il modello preciso di femmina che vorrei, e non riesco a trovarne uno in carne e ossa. La dolcezza, quella pulizia che solo una donna può avere sono utopie. Forse. In ogni caso, non vivrei mai con la donna che adesso mi sta fissando.

-         Che cosa legge?

Mi ha parlato. Ha aperto la bocca all’improvviso e ha emesso suoni, e ora aspetta che risponda.

-         La vita di una poetessa russa

Ho dovuto risponderle. So che non capirà: a malapena sa che cosa sia una poesia, si vede dagli occhi porcini e dalle sopracciglia arcuate. Infatti mi fissa senza espressione.

-         Chi è?

Stiamo scivolando nel dramma. Nella discussione inutile paradossale sterile. Vuole riempire il vuoto della sua testa con qualche minuto di chiacchiere.

-         Una poetessa morta suicida

Il suo telefono squilla. Meno male. Appoggia all’orecchio un aggeggio colore della sabbia e dell’oro da mercato arabo, dal quale pende un’insulsa treccina marrone, e pigola.

-         Ciao, Anna. Sono in treno. Parlavo di poesia con un signore

“Un signore che hai svegliato sbattendo un libro giallo da dementi sul tavolino, un signore che ti trova odiosa e non vuole parlare con te. E ha capito benissimo che tu di poesia sai al massimo la litania che ti hanno insegnato all’asilo per la festa della mamma”. Sì, sono nervoso, ma non posso farne a meno. Non sopporto che si invada la mia vita come sta facendo questa donna.

-         No, non so come si chiami

“Mi chiamo Sergio ma la cosa non ti riguarda, e se me lo chiederai ti dirò che mi chiamo Mario”.

-         Come si chiama?

Banale. Mi sorride come se fossimo complici.

-         Mario

-         Si chiama Mario. Sì, esistono ancora uomini con un nome così

Fantastico. Vorrei che in questo vagone ci fosse un Mario incazzoso quanto lo sono io: mi piacerebbe vederlo alzarsi e schiaffeggiare questa cretina che squittisce dentro un cellulare improbabile.

-         Non so, ora chiedo. Lei scende a Roma?

Non posso mentire. O Roma o Napoli, non si sbaglia.

-         Sì

-         Sì, scende a Roma. Bé, ora vado. Chiudo, la linea va e viene e non sento ciò che dici

Clic. Mi guarda con gli occhiali da sole da maliarda.

-         Va a lavorare, a Roma?

“No, ogni mattina mi alzo alle quattro e mezza e prendo questo treno del cazzo perché mi diverto”.

-         Sì

-         Peccato, avremmo potuto bere qualcosa insieme

Bere qualcosa insieme. E’ peggio di quanto credessi. E’ una donna che non esita a proporre una bevuta al primo uomo che incontra in treno. Dopo averlo sgarbatamente svegliato con libri sbattuti, rintronato con musica vomitevole e disturbato nell’unico tentativo di leggere qualcosa.

-         Magari un’altra volta

Ho cercato di essere neutro. Non dico gentile, ma neutro. Lei sorride.

-         Non ha proprio tempo per un caffè?

I miei occhi cercano aiuto. Siamo a Roma, ormai: lo capisco dalle quattro case con le scritte sui muri e dai cavalcavia annodati come serpenti.

-         Va bene

Avrei voluto evitare, questa volta. E’ già successo e so come è andata. Devo lasciare stare le donne come lei: sono cattive vuote stupide e se scopano lo fanno con astio, quasi volessero dimostrarti che sei un porco. Come tutti. Però il “Va bene” mi è scappato, e non posso più tirarmi indietro.

-         Benissimo!

Il treno è in stazione. Scendiamo senza parlare.

-         Abito qui vicino, posso invitarla a casa mia?

Ci penso solo due secondi: non fa differenza ormai, ho messo il mio libro in borsa e deciso di non pensare. Di non notare la faccia arcigna di questa donna che mi provoca e non si rende conto.

-         D’accordo

La casa è piccola e buia: l’odore di chiuso soffoca la gola, lei apre la finestra e si appoggia al davanzale.

-         Ho visto come mi guardavi

Annuisco. Tanto sarebbe inutile spiegare.

-         So che mi vuoi

Le altre volte. Le ho tutte davanti come scene di un film in bianco e nero. Le mani prudono, vorrei uscire. Sono ancora in tempo.

Si avvicina.

-         Sei uno di poche parole. Mi piacciono gli uomini come te, sembrano sempre un po’ cattivi

Cattivo. No, non sono cattivo. Io. Sei tu a rendere tutto difficile. Allontanati. Le altre volte non sono riuscito a scappare, prima. Solo dopo. Oggi voglio andare via. E’ meglio anche per te.

-         Non essere ritroso. Mi piaci. Forza, sii coraggioso

Mi tocca. Ha messo la mano sui miei pantaloni.

-         Eddai

Non capisce, non riesce proprio a capire. Muove la mano e io mi sto eccitando. Adesso che la guardo da vicino vedo che è vecchia, ha gli occhi freddi e non conosce dolcezza. Sono sicuro che faccia la stessa cosa con tutti gli uomini che incontra. Tutti. Le mie mani prudono di più, sono sul suo seno adesso.

-         Bravo, così

Sospira e chiude gli occhi. Non posso fermarmi, non ci riesco più. Ma è colpa sua. Solo sua. Ero in treno e dormivo, mi ha svegliato con un libro giallo sbattuto sul tavolino, ha voluto parlare e portarmi a casa sua. Ha messo la mano lì e ora mi bacia. E’ lei che insiste. E non posso fermarmi, adesso.

-         Il letto è di qua

Mi prende per mano, andiamo in una camera ancora più buia. Sposta il copriletto che sa di polvere: sono sicuro che dovrò lavarmi molto bene. Non sopporto la sporcizia, mi si attacca al corpo e non se ne va più. Mi sdraio accanto a lei e la spoglio: sembra contenta mentre lo faccio. Sembrano tutte contente. Sempre.

-         Bravo

Sospira. Le mie mani le piacciono.

-         Continua

Non posso continuare. E’ tutto il corpo a prudere adesso. Sarà la sporcizia di questo posto, sarà lei che mi disgusta sarà che mi sono svegliato presto, devo finire. Finire subito. Per andare via.

Apre le gambe e mi accoglie. Sembra avere capito come andrà a finire. Sospira ancora e ancora mentre lo faccio.

Poi.

Sono le mani, come le altre volte. Non le posso comandare. Si avvicinano al suo collo e lo sfiorano. Lo afferrano come per caso.

E stringono. Stringono. Stringono ancora.

Diventa blu: i suoi occhi mi fissano stupiti, li vedo attraverso la nebbia della stanza. Mi guardano tutte così quando le mie mani stringono forte: forse si chiedono perché. Eppure dovrebbero saperlo: si offrono al primo che arriva, lo trattano senza dolcezza poi chiedono perché. E’ un nonsenso.

Stringo.

Non respira più. Devo chiuderle gli occhi. E lavarmi, subito. Per andare via.

Non voglio pensare al suo viso bovino e al libro che ha sbattuto sul tavolino, agli occhiali da sole dozzinali e a questa casa buia con la puzza di chiuso.

Spero abbia tanto sapone in bagno. C’è molta polvere qui.

la mia fuga

Capita che non abbia voglia di vedere l’addensarsi delle nubi. Perché tengo gli occhi sullo spicchio di sole che fa finta di scaldarmi, oppure perché mi illudo che se non ci penso la pioggia non arriverà. Capita anche che le luci dei lampioni si spengano all’improvviso mentre cammino e provo a trovare il senso. Oggi ho regalato a due bambini le carte Disney che mi hanno dato alla cassa del supermercato, mi hanno ringraziato felici. Come erano felici. Sono andata alla macchina e alla gioia ho mescolato il significato patetico di ciò che era accaduto. Non so decidere se sia meraviglioso o tremendo. Il momento più bello di oggi è stato riuscire a dare quattro cartoncini nelle mani piccole di bambini che non conosco… Ma va così, e bisogna che prima o poi le nuvole si guardino. Fanno meno paura, il temporale scarica acqua e fulmini e se ne va.

E’ ora di viaggiare. Per conto mio, ma sul serio. E’ ora di lasciare stare la voce e il respiro e l’obbligo di essere sempre chi gli altri si sono abituati a vedere. Troppi angoli con la polvere, troppe ragnatele, troppe e troppe e troppe parole lontanissime dal vero. Lascio il vento e il sole a chi imita senza la capacità di infilare un dettaglio prezioso e unico nello stile di scrittura, a chi pensa sia sufficiente sorridermi e raccogliere quattro confidenze per conquistare la mia anima, a chi ama. Obliquo, fuori rotta. Ma ama. Lascio il senso esausto di una città dove nelle ultime settimane la domanda più importante era “Voti Moratti o Pisapia?”, e che delusione quando dicevo, con un sollievo che non riuscivo a mascherare, “Non sono di Milano, mi dispiace”. Possibile che a nessuno venisse in mente di chiedersi cosa sarebbe accaduto dopo a una città che deve essere amministrata? Tifi Inter o Milan? Sei scrittore quindi voti a sinistra, vero? Sei un medico quindi dovresti votarli entrambi, per giustizia, vero? Per favore, lasciate stare. E altro, lascio altro. Lascio amanti dei libri che si fanno fuori a coltellate per piazzare questo autore o quello alle presentazioni letterarie che organizzo, e pazienza se alcuni libri fanno schifo. Lascio i consigli, sempre opposti tra loro e sempre tendenziosi, e la buona, sacrosanta regola: l’amica medico può farti mille favori perché sopra la salute non c’è niente, ma guai a farglielo anche tu, un favore, perché l’amicizia non si inquina con un “do ut des”. Lascio le stronzate, le regalo perché ne sono piena. Pacchetti freschi di marketing a vendere la tua immagine, e pacchetti stantii quando arriva qualcuno che paga un po’ di più. Lascio i VIP che arrivano agli eventi e rubano i posti prenotati cambiando i cartelli con i nomi sulle sedie e le facce smunte dei benefattori che si offendono se ti dimentichi di ringraziarli dal palcoscenico. Lascio anche la ritrosia e il senso trattenuto del pudore che finora ha messo i blocchi alla scrittura: qualcuno dice che dovrei lasciarmi andare, sporcare con lo stile le visioni brutali che nei libri so costruire. Forse sì, forse questo è vero. Chi sputa vince, chi tira fuori il nero si mette addosso luci di una ribalda modaiola. Pianti e violenza, sangue e abbandono, e qualche guerra etnica qua e là: sale, pepe, agitare bene e il romanzone è fatto.

Porto con me il senso di sconfitta di chi non ho saputo curare. Di chi non avrei potuto curare, ma per me fa lo stesso perché la pace non entra mai e la rassegnazione neanche. Se una persona non guarisce, viene via con me e non la scorderò. Porto con me le BIC e i taccuini, e non so mica se poi leggerete ciò che scrivo. Non  lo so più. Sono stanca dei giochi, delle parentele che fanno pubblicare e delle logiche che gli esperti ti raccontano sapendo di mentire. Ah, e le bugie… Quelle cadranno una a una, spezzettate e morte. Le ho viste tutte, ancora non ho trovato qualcuno che sappia mentire davvero. Il giorno che scoprirò il mentitore perfetto saprò amarlo, avrà compiuto l’impresa più difficile: creare la realtà dalla bugia. Chapeau.

Capita che non mi interessi il giudizio, e la scrittura viva per sè. Capita che decida di partire. E’ la mia fuga.

e si va a Torino

La fotografia non c’entra con Torino, e nemmeno con il Salone. Ma forse non è vero, forse ha una relazione con la scrittura e con i libri. I miei libri, quelli di altri che leggo e tengo con me nel rifugio immerso tra gli alberi e con il prato a pochi metri dalla soglia: da quando ho lasciato Firenze ho trovato un altro luogo e lì ho la pace. Ho il tormento della scrittura, anche, ma la scrittura non è solo tormento (è tutto, ha dentro vuoto e pieno, ogni cosa e niente, luce e buio), e i miei oggetti. In un bilocale bianco ho libri e qualche mobile, e gli oggetti che non sento di possedere ma sono l’amore, il ricordo, la passione, il pensiero. Il ranocchio rosso che, baciato, è diventato un temporaneo principe (niente è più bello della temporaneità, che diventa eterna quando è perfetta) e una statuetta di legno. Babbo Natale. E ricordi che tengo segreti.

Non sempre è facile vivere il blog. Gli argomenti si affastellano e intersecano, le parole esistono e diluiscono nei silenzi e nei respiri. Accadono eventi che istintivamente commento, lo faccio con me stessa e con chi mi è vicino, ma se appoggio le dita alla tastiera escono pezzi che archivio nella memoria del computer senza sapere se e quando vorrò condividerli. E adesso accade Torino, il Salone. Lo aspetto con la voracità che mi è propria, anno dopo anno. Ricordo che camminavo senza avvertire la stanchezza e sognavo di pubblicare, prima o poi. Pubblicare qualcosa. Osservavo i libri sugli stand, li compravo, maneggiavo, palpavo e annusavo, seguivo tutte le presentazioni che riuscivo a raggiungere. Gli Autori, esseri quasi mistici che avrei voluto emulare nella possibilità di pubblicare. Perché la scrittura preesiste a me, credo: sono nata per incontrarla, si è incarnata prima lei di me in questo corpo che oggi ha 41 anni, ingrassa e dimagrisce e sbuffa di noia, passione, erotismo e inquietudine. La scrittura è nata senza che me la insegnassero, dico la stessa cosa di tanti altri autori ma è stato davvero così: ho imparato da sola a leggere e contemporaneamente a scrivere a tre anni circa, come se la scrittura aspettasse solo che raggiungessi una quota minima di consapevolezza. Quota minima che forse è rimasta sempre la stessa, ma è sufficiente per andare avanti bene. Insomma, camminavo al Salone e i miei occhi non erano sazi. Mai. Leggevo, leggevo sempre, e scrivevo. E sognavo di pubblicare un libro. Pubblicare un libro!

Quando qualcuno vuole pubblicare un libro la risposta del mondo è: “Nessuno ce la fa”. Chi si sfonda di ottimismo dice che qualcuno, raramente, molto raramente, ce la fa. Tentano di fermarti, di toglierti dalla testa le illusioni come se facessi male a qualcuno illudendoti. Come se li offendessi con i tuoi sogni alti, e con la voglia di volare. Per fortuna a me è sconosciuta la fiducia nei disfattisti, rifiuto di accettare previsioni nefaste e aspetto che eventualmente si verifichino prima di ritirarmi. Un’altra fortuna, negli anni del desiderio di pubblicare il primo libro, è stata quella di leggere tanto e avere notato che anche alcuni editori indipendenti pubblicano storie bellissime e preziose. Ho accettato gli editori piccoli e indipendenti, ho fatto bene. La gavetta è una delle soddisfazioni della mia vita. Se mi fossi fermata alla visione dei “grandi”, se avessi voluto il mio libro subito in prima fila nelle vetrine luccicanti delle catene di massa avrei probabilmente posto un freno a ciò che è accaduto quando tutto è cominciato.

Bene, è stato il Salone ad aiutarmi. E’ stato il luogo della prima telefonata. Qualcuno mi ha cercata, il mio blog (il primo, quello su Kataweb) era stato notato e mi si chiedeva se per caso avessi un manoscritto. E per caso ce l’avevo. Può una come me, che brucia di scrittura, non avere una storia che dorme da qualche parte? Ho percorso chilometri, tutto intorno al Lingotto: l’emozione per la telefonata mi ha fatta perdere, non ho più riconosciuto i luoghi e sono andata avanti, avanti, avanti. Mi sono ritrovata esausta sul treno verso Milano dopo ore, e faticavo a crederci: mi avevano chiesto un manoscritto! Nasceva lì l’avventura di “Una storia ai delfini”. Poi, negli anni successivi, ho visto il Salone e me stessa cambiare, plasmarsi e trasformare sogni e desideri. Sempre i libri, sempre la scrittura. Ma li vedevo, finalmente, vedevo i miei libri accoccolati sugli stand insieme agli altri, potevo aspirarne l’odore ed ero in grado di sfiorarli, di provare il brivido incredibile dell’emozione quando qualcuno li afferrava per scorrerne le pagine. E ho accumulato amici, grazie al Salone: editori, autori, gente che ogni anno non può fare a meno di esserci. Perché ci crede, perché la scrittura è. E’, non può fare a meno di essere. Non mi racconto favole anche se qualche libro di fiabe l’ho scritto: so bene che il libro ha un mercato, e la parola stessa – mercato – indica vendita, ricavo, spesa, guadagno, interessi. Non vedo il male in questo. Il denaro esiste ed è neutro, non è brutto e neanche bello: dipende da come lo si usa. Il denaro si sporca se l’uso e l’abuso lo macchiano, andrebbe purificato e benedetto perché aiuti tanta gente. Il mercato del libro ha logiche e regole che spesso fatico a comprendere, può darsi che in silenzio non le condivida, ma c’è. E ne faccio parte come lettore e autore. E per avere il piacere fisico, carnale, spirituale, intimo dei giorni a Torino devo accettare che il libro sia ciò che è: valore assoluto, ma anche oggetto di scambio e consumo, oggetto di mercato.

Mi sto perdendo, non so parlare di mercato. Ritorniamo al ricordo, e a oggi. Camminavo tra gli stand, avevo gente al fianco oppure no, ero felice e appassionata o triste e in difficoltà. Il Salone mi guardava, da anni mi osserva e in qualche modo si prende cura di me. Nei giorni di Torino entro in una realtà che sa appagarmi, che complica le mie scelte ma le rende inevitabili. E vedo, e penso, e respiro. Mi sento ripetere che sono un medico, medico, me-di-co! Capisco che servo, come medico, e che la mia decisione di essere prima scrittore ha spiazzato chi conta su di me (“Non si sa mai, magari nel futuro succede qualcosa e lei può venire buona…”). Mi sento dire che sono scrittore, scrittore, scrit-to-re! E sono più d’accordo, lì sì che concordo anche io. Di solito chi lo dice mi ama sul serio, mi conosce più del niente di tanti altri. Confronto scritture e persone, e atteggiamenti. Ho abbandonato le scarpe con il tacco e le zeppe che a onde mi conquistano, metto in valigia vestiti comodi e scarpe sportive e rido. Rido di me quando ho presentato uno dei miei libri con il caftano rosa (qualche immagine di repertorio su YouTube esiste, certi exploit hanno la caratteristica di lasciarsi immortalare troppo facilmente), rido dei miei amori e disamori nati e addormentati intorno ai libri, rido per la bellezza di invidie e gelosie, di esaltazioni vere o strumentali, di partecipazioni scarse o oceaniche, rido dell’imprevedibilità di essere scrittore. Perché non lo sai mai, non sai come vada e cosa gli altri pensino di te. Intuisci, immagini, ma non sai. Ed è bello, se mi fermo a riflettere scopro che è bello. Ciascuno dice la propria su cosa significhi scrivere e quali siano le abitudini vere degli autori, le versioni non coincidono mai; e gli editori sostengono che per scrivere bene si debba abbandonare tutto il resto, contraddicendosi palesemente quando presentano in pompa magna “l’avvocato scrittore”, il “medico scrittore”, l’”architetto scrittore” eccetera. Nessuno che abbia coerenza, neanche io. Nessuno che la voglia, la coerenza, perché i libri e la scrittura sono così: fluidi, come il Salone. Arrivi a sera e non senti più i piedi, ti sei pentito perché hai infilato nello zaino tonnellate di libri e hai scelto un albergo lontano dal Lingotto. Accetti inviti a cena e ti trovi davanti allo specchio addormentata, vorresti che la cena fosse nel tuo albergo e non ci fosse bisogno di uscire perché hai passato ore camminando, e parlando, e camminando ancora.

Domani inizierò a camminare, mi fermerò per incontrare amici e conoscenti e porterò con me volti, voci e libri. Il ranocchio rosso e la statuetta di Babbo Natale, nel mio rifugio in mezzo agli alberi, penseranno a me e io penserò a loro. Ricorderò il rifugio e la scrittura, nella stanza dell’albergo (vicino al Lingotto) che occuperò la sera ci saranno ore e ore a scrivere, ne sento il bisogno e il fremito. Venerdì alle 15 in Sala Avorio presenterò “Cosa fanno le tue mani” insieme a Lorenza Caravelli, Filippo Gatti, Fabio Capello e l’interprete LIS. Mostreremo il trailer del video in LIS e qualche spezzone. Parleremo un po’ anche del saggio “La ricerca felice”, Brioschi editore, appena uscito. Farò, ascolterò, starò in silenzio. Mangerò Torino. Che sempre mi cambia la vita, almeno un po’.

autori per il Giappone

Lara Manni, e tante altre firme. Tanti cuori, la Luce di tanta creatività. Autori per il Giappone: vi invito a partecipare, e a donare. Quello che si può, quello che si riesce. E parlatene, a tanti. Aiutiamo il Giappone, aiutiamo la Terra a guarire.

Ecco il mio racconti su Autori per il Giappone, “DICONO CHE SONO PAZZO”: LINK

passi senza senso (e cacofonici) nell’isola di Ponza

Cammina. Gli sterpi e i rovi sono più rassicuranti dei serpenti neri che, così facili a incontrarsi, ballano all’altezza delle sue caviglie e guizzano via veloci. Non le sono mai piaciuti i serpenti: in Brianza è cresciuta con l’idea delle bisce che nei giardini si trovano accanto all’acqua, ma anche con lo spauracchio delle vipere che possono saltare fuori dalle pietre e morderti senza che te ne accorga. E c’è sempre qualcuno, tra i conoscenti dei conoscenti, che è stato morso da una vipera: si è salvato perché ha sentito pungere, e di solito si trattava del piede o del polpaccio, ha controllato e visto due piccoli buchini rossi. I buchini rossi del morso della vipera. Un’ora per salvarsi, i vecchi e i nonni solleciti dicono che se un ardimentoso non ti succhia subito il sangue il veleno entra in circolo e devono portarti al pronto soccorso entro un’ora. Ti somministrano il siero e puoi vivere, anche se il siero, poi, mette a rischio la tua circolazione. Te la dicono così, e lei non ha mai voluto approfondire. Ha letto un manuale trovato in casa, uno di quelli in serie nelle enciclopedie che bellimbusti dal sorriso smaltato ti convincono a comprare per rendere colto l’arredamento: diceva che la vipera morde anche da morta, se la si tocca ed è morta da poco tempo scatta, il suo sistema nervoso ha in memoria la reazione e ti fotte. Non toccare una vipera morta, ha scolpito questo nel suo cervello; anzi, non toccare bisce, rettili, vermi e potenziali vipere. Vivi o morti, non ha importanza.

Cammina, adesso, e sente i muscoli tesi. Ha le gambe grosse, tozze, sono il suo punto debole. Non le piacciono, le odia da sempre, le odiava anche quando erano magre e appena appena toniche. Suo padre la metteva in guardia con la faccia cattiva: “Diventerai grassa, le tue gambe non possono permettersi una gonna”. A quei tempi, lo sa adesso, avrebbe potuto permettersi qualsiasi cosa, ma poi, nei mesi e anni successivi, ha avverato l’odiata profezia paterna e oggi odia le gambe. E la vita che con i quaranta si appesantisce e gonfia. Cammina ore, ore, chilometri, con quelle gambe che non osserva mai allo specchio. E i serpenti neri, lucidi, la oltrepassano infastiditi, mettono fuori gli occhi dai muretti disintegrati di pietra lungo il sentiero che ormai non esiste più. Dal paese si va in alto, su e su per le scale, si salutano i cani che nell’isola sono tanti e sempre sciolti, quasi randagi, si fa finta di niente al muoversi delle tendine bianche dietro le finestre: ti guardano, i pochi isolani diffidenti, si domandano cosa ci fai lì e se sei uno dei turismi scemi che, da Roma, si mettono in testa di cercare il Faro. Nessuno ci arriva più, al Faro, almeno non dal paese. Perché una frana ha tirato giù parte del sentiero e perché fa caldo, e fatica. E non è comodo; ormai a nessuno viene in testa di camminare se è scomodo, ci vogliono le autostrade disegnate apposta dai comuni illuminati, e magari i dispensatori di acqua gratis dove la gente si ammassa con le bottiglie e le damigiane da portare a casa. Insomma, si va in alto poi si seguono i pali dell’elettricità. Il filo nero, teso precario, dalla sommità del paese  verso il Monte Guardia. Se segui l’elettricità non puoi sbagliare, ci metti tre ore ma al Faro ci arrivi. Si sfiorano giardini che si intuiscono curati, si saluta gente che tira su appena il sopracciglio, si notano scorci di mare e faraglioni e serpenti, appunto. I serpenti. Se fosse un sogno avrebbe un significato erotico. Temo i serpenti, ho paura del sesso. Ma non è un sogno: ogni mattina si alza, sospira sotto la doccia, si butta addosso una tuta e le scarpe che dodici anni fa ha scovato in un negozio di Bologna e parte.

- Ancora al faro?

Il proprietario dell’albergo, il solito albergo di sempre, quello che ha descritto nell’ultimo romanzo, sorride. Per fortuna non le chiede quale faro, perché ai neofiti chiedono questo: a quale faro vuole andare? Esiste quello del porto, a pochi metri dall’imbarco dell’aliscafo, e raggiungerlo non è altro che una passeggiata serale dopo il ristorante con il cono gelato in mano, e c’è il Faro, quello che lei ama, il suo Faro. Il Faro della Guardia. Nessuno le chiede più quale sia il faro che raggiunge: lei è lei perché va al Faro.

- Con tutti i posti deve proprio andare al faro? Con questo sole in faccia e la frana, stia attenta. Oltretutto non c’è linea per il cellulare.

Ecco. A un certo punto il cellulare smette di funzionare. Potrebbe dire che non le importa, chi se ne frega di restare isolata dal mondo tanto lei sta bene e non cerca altro. Sarebbe solo metà di ciò che è vero. Vuole isolarsi dal mondo, è già isolata, ma è il mondo che non deve isolarsi da lei. Detesta il telefono, non sopporta che si metta a suonare, ma è un filo appeso che le dice che se qualcosa accade lei lo saprà. Gente che ama, che ricorda, che a malapena bada alla sua esistenza ma che per lei ha rilevanza potrebbe avere bisogno. Avere bisogno, certo. Di lei. Allora il telefono che oltre il paese, lassù dove il sentiero sfiora una casa con un giardino bellissimo e invisibile, perde l’aggancio con la gente le ficca dentro un po’ di angoscia.  Non siamo abituati, non lo siamo più. Guardiamo straniti il display senza il nome di una rete telefonica e pensiamo che accadrà qualcosa, tutto ciò che abbiamo temuto negli incubi dell’infanzia si materializzerà nelle nostre ore di buio. Quando saremo ritornati e, ansiosi, stringeremo il piccolo corpo freddo del telefono troveremo sms e chiamate, e la vita non sarà più la stessa. Più o meno nel punto della discesa al Bagno Vecchio, a pochi metri dalle due indicazione dipinte sul legno “Faro” e “Bagno vecchio” si perde il contatto e l’isola inghiotte. Lì, proprio dove le due frecce ti illudono che esista una direzione, un cartello racconta la storia. Il Faro, il Bagno Vecchio. Prosegui oppure ritorna indietro, questi siamo noi: sei un turista e ti vogliamo spiegare la geografia, e i luoghi che dovresti visitare. Eppure, se decidi di andare al Faro niente più esiste, e non puoi fare altro che infilare un piede davanti all’altro senza chiederti cosa incontrerai. Perché se te lo chiedi e hai paura dei serpenti non hai altro che scappare. In un’ora il siero antivipera non ti tirerà fuori dal casino, niente è raggiungibile in un’ora senza il cellulare e con le gambe che tremano per il dolore dell’ignoto.

Dal paletto di legno con le frecce che indicano il Faro e il Bagno Vecchio inizia l’avventura, quella vera. Perché il sentiero, prima accennato e franoso ma appena intuibile, il tanto che basta per non perdersi, diventa un grumo sconnesso di rovi, erba a mezzo, pietre, e ignoto. L’ignoto, appunto. Gli animali fanno rumore, ogni passo è un piede infilato nella bambagia secca di sterpi che la pro-loco da qualche anno non si preoccupa di districare. Tanto ci saranno i ricchi, quelli che del Faro faranno un resort di lusso. Il bando è già uscito sulla Gazzetta Ufficiale, e se ci fossero stati dubbi basterebbe rileggerlo bene. Un albergo o un resort di lusso, e in un’altra Gazzetta Ufficiale un bando ulteriore per una nuova società di navigazione per le Isole Pontine. Nasce Disneyland, anche qui. Questo sentiero che dall’alto del paese arranca fino al Faro non dovrà ritornare, che si cancelli in fretta e se ne dimentichi la memoria. Che anche lei, lei che scrive sempre del Faro e dell’isola, smetta di sperare. Tra qualche tempo si arriverà alla roccia e allo scoglio enorme del Monte Guardia con l’elicottero oppure, per essere proprio plebei, con  la barca, e si potrà salire al resort solo se il conto in banca lo permette. E il porto, là dove da qualche anno non ci sono più gli ormeggi, sarà una luce sola, con la erre moscia delle milanesi bionde e i maglioncini di cotone bianco dei mariti. I maglioncini gettati sulle spalle. Ne ha visti, di mariti così. Ne incontra decine, la mattina, prima di affrontare la salita per il Faro oppure quando ritorna indietro: aggrappati ai cellulari si nascondono nelle vie piccole e buie dietro il corso e telefonano all’amante, e sospirano, e dicono nostalgia. Poi li vede correre dalle mogli, sedute ai tavolini dei bar.

- Amore, vuoi che faccia la spesa? Abbiamo tutto per oggi? E i giornali?

Cammina. Pensa al gozzo che la aspetta in porto, e i pomodori rossi e caldi che succhierà in rada a Palmarola. E pensa al quaderno nero e al romanzo che sta nascendo. L’unica cosa che conta. Insieme al Faro, che avrebbe voluto comprare. I tramonti dal Faro, e un uomo seduto su un muretto accanto a lei. E niente voci, niente mani, niente chiocce che la guardano e pensano di sapere chi sia.

- Lo so.

Una sua amica dice sempre che lo sa, sa tutto. Pretende di avere già vissuto e masticato. La odia quando la sente parlare così, è ovvio che non è vero. Non sa e non può sapere, conta sulla differenza di età e prova a illudersi che età sia saggezza. Macchè. Se invecchiare costituisse un percorso verso la saggezza non ne avremmo così paura, non ci trasformeremmo in simulacri patetici che riproducono l’amore fuori tempo e fuori luogo. Sono amiche, però. Anche se la fa incazzare. Dovrebbe solo smettere di fare la mamma. La loro bellezza sta nell’essere diverse, una differenza tanto evidente che non ci sarebbe la necessità di dire. Diventa necessario quando nelle orecchie gracchia il suo “Lo so”. Come se gli amori, la testa, la pancia, ogni organo o viscere fossero identici. E mai potrebbero esserlo. Ma è lontana, là sul continente, e al Faro non arriverebbe neanche se la drogasse per regalarle la carica. Non capisce perché ci pensa, non esiste la ragione; la strada per il Faro abbacina gli occhi e incunea la mente nei ragionamenti che altrimenti terrebbe nello zaino, schiacciati sotto il pacco dei fazzoletti e il portafogli con le carte di credito ma senza contante. Ora è l’amica, tra qualche minuto sarà l’amore, poi la scrittura che è la sua unica compagna, o il ricordo di quando era altro, quando lavorava in un edificio piatto ed elegante di cemento e acciaio. Le viene in mente il suo cane, anche, oppure la macchina che forse non ha il bollo e prima o poi dovrà lavare. Pensa agli uomini aggrappati ai telefonini che chiamano l’amante, anche suo marito ha fatto così. Tante volte. E lei l’ha compreso, e l’ha amato lo stesso. Ha amato anche l’altro uomo, che la chiamava pochissimo, la teneva buona con scarsi sms e, nelle lunghe vacanze con la moglie, si nascondeva in altre vie piccole e buie per darle la sua voce solo se temeva che non ne potesse più e se ne andasse via. Finchè è arrivata l’isola.

Ci sono i serpenti, vado avanti perché dicono che non saprò raggiungere il Faro, ma lo dicono ogni mattina e ogni mattina ci arrivo. Troverò il cancello chiuso, salirò oltre la curva e respirerò l’odore. Il Faro ha un odore, chissà se il proprietario del resort di lusso sarà capace di trattenerlo. E io cambierò isola, quando lui arriverà. Forse ruberò il paletto con le due frecce di legno: “Faro” e “Bagno Vecchio”. Tanto, Disneyland non ne ha bisogno.

Sono cattiva, oggi. O forse stanca. Oppure sono un’altra. E il mondo deve ancora accorgersi. Intanto cammino, e il sentiero cancellato non può fermarmi. Al faro, finché vive. E il mondo aspetterà.

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