piazza pulita

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Piazza pulita, si chiama così. E ogni tanto va fatta.

Piazza-pulita.

Che orrore le espressioni reieranti banalità che costringono a deviare lo sguardo! La banalità di una piazza pulita, per esempio. Eppure se qualcuno ha deciso, non so quanto tempo fa, di usare un’espressione tanto vivida e felice un motivo deve esistere. Forse, ma solo forse, non esiste altra immagine migliore di una piazza sgombra e linda, lucente solitudine benefica. La piazza pulita, insomma, quella che ho fatto io.

“Sì, bene, ma perché? E quando? Chi hai buttato fuori dalla tua piazza privata?”. Domande scontate (ci inseguiamo nella retorica, pubblico attento e goloso, stiamo attenti ai malevoli che grondano invidia e commentano la persona e non il libro), ma meritano risposta. Perché, innanzitutto. Perché sì. Perché la piazza ogni tanto si affolla di parole e frasi e sms lanciati nel niente, e gente che prende per il piacere di mettere la bandierina sul campo di battaglia e spostare i soldatini di stagno, ma non regala niente. Nemmeno l’emozione di dieci minuti di gioco. La ragione della piazza pulita è l’autoconservazione, ma anche la mia incostanza: sono paziente e dolce e tenera, ormai a cinquant’anni mi sono insegnata formule e assiomi, mi sono ritratta in uno specchio opaco e spiegata ogni segreto, ma non reggo le attese. Mi fanno schifo. Quindi addio a chi mi lega al filo trasparente delle cazzate solo perché ha voglia, prima o poi, di lasciare da parte la noia grazie a me, oppure ha il sogno di gloriarsi della donna complicata e colta che è meglio di una medaglia sul risvolto della giacca.

Ora che il perché è spiegato, passiamo al quando. Adesso. Uomini e donne, attenti! Adesso la piazza è pulita. Fuori, lasciatemi sola. Smetterò di darvi attenzione e toglierò spessore ai sorrisi, non avrò più tempo da dedicare alle vostre frottole umide di sudore e falsità. Chi di voi scopa la segretaria continui a farlo, chi viaggia e sfiora le mie città fingendo di non esistere posi la valigia a un uscio diverso, chi credeva che la mia dolcezza fosse manipolabile nasconda la testa sotto cumuli di sabbia e feci: la baldoria è finita, ve la siete giocata proprio male. C’è un mio amico che dice: “C’è gente stupida, non capisce che con te sarebbe tanto semplice”. Semplice, sì, confermo. Sarebbe tanto semplice. Il mio amico prende aerei o treni, ritaglia spazi segreti e lettere che scrive. E sms che non sono solo un laccio temporaneo teso verso il niente. E’ furbo, lui, ha capito che non ho pazienza. E non voglio averne. Se apro la mano e chiedo chiacchiere e presenza, scatta un conto alla rovescia. Allo zero fuori tutti, se sul palmo non è comparso qualcosa che mi abbia dato gioia.

Egoista, dite? Certo! A metà vita come volete che sia? Sono passati i trenta della bellezza in fiore e gli ormoni da spendere per colpire, sono passati anche i quaranta della presa di coscienza. Egoista, egocentrica e presuntuosa. Sono proprio così. E nella mia piazza assolata di pura luce che rimbalza sulle pietre si scalda la nuca e profuma la primavera.

Ah, dimenticavo una domanda. Ho spiegato il perché e il quando, ora andiamo a chi. Chi ho buttato fuori? Oh, qui apriamo porte e diari scritti a mozzichi. Abbiamo nomi a manciate e sguardi di uomini e donne, se ci va di aprire gli occhi. Visto che la sagra del banale trova oggi l’espressione più pura, dirò che i nomi non importano. Mi è scappata la pazienza, tutto lì. Ho confezionato un pacchetto dono e l’ho spedito a destinazione creata al momento, un indirizzo qualsiasi che non potrò ricordare. Un altro amico (ne ho tanti, e sono tutti belli: possiamo definirli superstiti oppure furbi, se ci va) dice che ogni tanto ficca la gente su un pullman e lo fa partire: molto saggio, l’amico Vergine ascendente Bilancia. Un pullman con le portiere bloccate che parte e ha il pieno di gasolio, e perde la via del ritorno. Sparita la dolcezza, che riverso dove merita, spingo via schiene lente e illuse, chiudo relazioni inesistenti e vacue e lascio i patetici alle segretarie brutte e vecchie, le false amiche ai circoli che non portano vantaggi e i creativi fedeli a funerali che camminano a sogni che cadranno a breve. Quando a me non importerà più niente.

La piazza è pulita, signori miei tristi che leggete. E nella neve che cade su Torino non c’è altro di raccontare. Perché le chiusure brusche che mi rimproverate nei racconti sono le stesse della mia vita.

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