“La ricerca felice”, Brioschi editore

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Non commenterò il matrimonio di William e Kate. L’ho nominato qui, in apertura, e dovrebbe bastare. Nei social network perfino i più schivi, perfino gli scrittori snob hanno trovato il modo per scriverne; anche io ho messo l’accenno, quanto è sufficiente per dire che me ne ricordo. Ma non andrò avanti. Ho visto spezzoni brevi, so come era vestita la Regina e ho apprezzato l’espressione maschile, quasi imbambolata, di William. Mi è piaciuta anche Kate, riscossa tronfia di generazioni impacciate e convinte di ricevere immeritato il cortese, benevolo e prezioso dono dell’unione con un uomo. Se c’è una donna che è stata capace di farsi sposare, questa è Kate. Brava, ragazza, hai la mia simpatia.

Scrivo oggi per annunciare una nascita, non un matrimonio. E la fusione, finalmente, delle mie due identità professionali. E’ uscito con i tipi di Brioschi “La ricerca felice”, un saggio divulgativo sui successi della ricerca oncologica che ho firmato con il mio nome anagrafico. Maria Giovanna Gatti. Finora, MariaGiovanna Luini è stata l’identità letteraria e Maria Giovanna Gatti l’identità medica. Ora l’uscita di questo libro le riunisce, almeno per me. Anche Maria Giovanna Gatti ha pubblicato un libro, neofita emozionata e felice. Non tutti si accorgeranno subito che Gatti e Luini sono la stessa persona, ma la fusione ideale e letteraria c’è stata.

“La ricerca felice” nasce dal germoglio di un’esigenza: ristabilire qualche margine di verità nei progressi dell’oncologia, in particolare quelli legati alla ricerca italiana. Siamo sommersi dal disfattismo, da negatività a priori che riguardano la medicina e la ricerca italiane; come è logico (ne è conseguenza), pullula invece l’esterofilia e in molte occasioni si dà per scontato che le terapie innovative, gli ultimi ritrovati della scienza siano all’estero. Se poi l’estero si chiama USA non esiste discussione: pochissimi sono disposti a lasciarsi convincere che gli Stati Uniti non siano i primi per definizione, i primi in tutto. Addirittura si accetta che ricercatori provenienti a vario titolo dagli USA siano bravi a priori: se arrivano da là, significa che ne sanno di più. Non ci si chiede come mai molti di loro abbiano cognomi italiani e stiano in realtà rientrando, non ci si domanda dove si siano formati e quanti anni siano rimasti in Italia prima di espatriare temporaneamente. Tanti di loro sono bravi, è vero, ma quando sono andati negli USA erano già bravi: lo erano grazie alla loro formazione italiana, e per questo gli USA li hanno accettati.

A dire la verità, la scienza è ormai talmente avanzata, tanto connessa nelle reti tra Centri in tutto il Mondo che operare una distinzione tra ricerca italiana e ricerca straniera ha poco senso. Però è altrettanto vero che alcune scoperte oncologiche fondamentali, alcune rivoluzioni vere, sono nate in Italia e proprio da noi si sono dimostrate efficaci. Quando l’editore Brioschi mi ha proposto questo libro per un attimo ho vacillato: dentro si mescolavano dubbi legati, appunto, alla dimensione internazionale della ricerca, ma anche la consapevolezza che l’esterofilia nella scienza e nella medicina difficilmente potrà sciogliersi, diluirsi grazie a un saggio di questo genere. Poiché le sfide mi piacciono e scrivere è la professione, la passione e il bisogno, ho accettato, e subito mi sono venuti in mente i viaggi della speranza, esosi e spesso inutili spostamenti di gente disperata che prova a trovare soluzioni per malattie molto gravi a migliaia di chilometri dall’Italia. Sono viaggi che qualche volta hanno dietro l’interesse poco pulito di chi si arricchisce propagandando terapie “uniche e infallibili” all’estero e, guarda caso, offre anche il pacchetto con il volo e l’albergo. Ma sono anche viaggi che le famiglie organizzano, senza badare a prosciugare le proprie risorse economiche, per cercare aiuto e sostegno, e la guarigione che sembra impossibile. E qualche volta, purtroppo, lo è. “Ma chi è il massimo per questa malattia? Negli Stati Uniti chi è il massimo?”: è domanda tristemente frequente; la definisco triste perché sottintende che la malattia in questione sia molto difficile da curare, ma anche perché è improbabile che una terapia che in Italia non esiste sia invece disponibile negli USA. Non funziona così, non più, da tanto tempo.

“La ricerca felice” non è la rivendicazione campanilistica e vacua di primati italiani che non esistono. Spiega dove questi primati italiani siano effettivamente esistiti, quali siano state le conseguenze concrete per le persone e sottolinea che ogni progresso è sempre frutto di un lavoro di equipe, magari di più strutture scientifiche tra loro connesse: si arriva a cambiare il corso della medicina grazie a studi scientifici su grandi numeri, con verifiche adeguate e con la cooperazione stretta tra esperti. Non esaurisce l’argomento, non può farlo: esistono ricerche tuttora in corso il cui impatto sulla salute della gente è importantissimo ma che sono complicate da spiegare perché riguardano passaggi delicate della biologia e della fisiologia, piccole molecole la cui descrizione non rende l’idea.

Scrivendo, ho citato alcuni ricercatori. Veronesi, Bonadonna, Paganelli, Luini, Pierotti, Mantovani, per esempio, ma non solo loro. Ho inserito una bella intervista di Francesca Morelli a Beppe Della Porta. Ho cercato, soprattutto, di riportare la scienza dove dovrebbe essere: in una dimensione mutevole, progressiva, soggetta a revisioni ma in ogni caso rigorosa e impegnativa. La dimensione che ha portato l’Italia a offrire ai Pazienti di tutto il Mondo diagnosi e terapie che hanno salvato decine di migliaia di vite. Spesso mi accade di leggere esterrefatta, nel web e nei social network, discussioni e critiche senza base, senza la conoscenza vera degli argomenti che si dibattono. Leggo insulti a ricercatori che hanno aiutato generazioni di gente ammalata, e non comprendo la ragione. Nell’ambiente della scienza la critica, anche se feroce, è sempre motivata: si confrontano dati, si ripetono esperimenti e si discute. Fuori dalla scienza, nella nostra vita quotidiana, vediamo che chiunque può diventare esperto all’improvviso. Chiunque può conoscere argomenti della scienza e venderli grazie alla democrazia di internet, tradendo di fatto la fiducia di chi legge. La fiducia di chi ha bisogno di informazioni. Non pretendo che “La ricerca felice” ristabilisca realtà e limiti, ma spero serva a comprendere come l’Italia sia stata capace di fare cose grandi grazie all’impegno, il tempo, lo sforzo di tanti. Di tumore si muore ancora, ma si muore meno rispetto a qualche anno fa. Andiamo avanti, tutti, con qualche pezzo di speranza e di informazione (vera) in più.

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